I CENTO ANNI DELL’A.N.A. VERONA: IN ANFITEATRO TACCIONO I CORI E LA FANFARA MA IL TRICOLORE TORNA AD ILLUMINARE IL CUORE DELLA CITTÀ

I colori dell’Italia sui monumenti del cuore della città antica. Tricolori alle finestre della casa del Comune, dove sarà proiettato anche il logo del Centenario e in tutti i paesi del veronese, striscioni ricordo nelle rotonde e in alcune delle vie principali dei comuni della provincia. Una medaglia forgiata per l’occasione da una giovane studentessa, vincitrice del conscorso indetto dall’A.N.A Verona. Un libro che ripercorre passo dopo passo la storia dei Cento anni della sezione veronese: 1920 – 2020.

Sono queste le tappe fondamentali che ricorderanno, durante le prossime settimane, che quest’anno si celebra il secolo di storia delle Penne Nere veronesi.

I 100 anni della Sezione veronese, fondata ufficialmente l’11 aprile del 1920, sono di fatto già stati celebrati sul campo attraverso l’impegno dei volontari della Protezione Civile e dei gruppi alpini che, capillarmente su tutto il territorio, si sono mobilitati fin dall’inizio dell’emergenza Coronavirus a favore della collettività. Ora – il prossimo fine settimana e nel dettaglio sabato 24 e domenica 25 ottobre – sarebbe dovuto essere il momento delle celebrazioni ufficiali, di piazza. Senza assembramenti e nel rispetto delle normative antiCovid ma con una partecipazione sentita con una serie di eventi coorganizzati insieme al Comune di Verona: dal ricordo di tutti i caduti al Sacrario Militare allo spettacolo in Arena con la fanfara, i cori alpini ad esibirsi insieme al coro areniano. Tuttavia, l’ulteriore e recente inasprimento delle regole ha indotto gli alpini a decidere di far calare il sipario sul programma ancora prima di alzarlo. Le celebrazioni e i festeggiamenti sono dunque definitivamente rimandati a data da destinarsi, quando la situazione lo consentirà. “Abbiamo preso questa decisione con il cuore gonfio di tristezza ma anteponendo il senso di responsabilità, cui tutti siamo chiamati in questo nuovo e duro momento, alla voglia di celebrare, finalmente, i nostri 100 anni di storia”, ha commentato il presidente dell’A.N.A. Verona Luciano Bertagnoli.

Venerdì 23 alle 18 in piazza Bra è prevista l’accensione dei monumenti di piazza Bra che rimarranno illuminati con il Tricolore fino a domenica sera. L’appello ad appendere alla finestra, sulle porte o nelle vetrine dei negozi i colori dell’Italia a simboleggiare la vicinanza della città all’A.N.A. Verona è rivolto a tutti. Domenica mattina alle 10 il presidente Bertagnoli in solitaria o quasi, accompagnato solo dal comandante del 4° reggimento alpini paracadutisti “Ranger” Marco Manzone, da un volontario della Protezione Civile dell’A.N.A., un alpino, depositerà una corona alla targa bronzea del 6° Reggimento Alpini e, a seguire, al Sacrario militare all’interno del Cimitero Monumentale.

È fresco di stampa, inoltre, il libro “1920-2020 Sezione Alpini: cent’anni con Verona” (edito da Mediaprint) che in circa 400 pagine racconta nel dettaglio la storia dei cento anni della Sezione veronese dell’A.N.A. vissuta sia dentro che fuori i confini territoriali e nazionali. Il volume, ricco di suggestive immagini storiche contiene tra gli altri approfondimenti, due capitoli di storia della Sezione (uno dal 1920 al secondo dopoguerra; l’altro dagli anni cinquanta ad oggi), quattro capitoli su protezione civile, solidarietà e volontariato, gli alpini e lo sport, agli alpini anziani. E ancora, sezioni su figure ed eventi notevoli, gruppo storico, alpini medagliati, profili biografici inediti di molti personaggi storici.

“La sezione veronese è una delle più grandi non solo in termini numerici ma anche di partecipazione e condivisione: sempre in prima linea dove e quando serve. La speranza e l’augurio, per i prossimi 100 anni, è che i nostri giovani possano apprezzare e condividere i valori fondanti della nostra realtà che è un’associazione d’arma ma che è anche, nella sua parte operativa, un’associazione di solidarietà dove c’è la consapevolezza che per raggiungere una meta è necessario essere in cordata”, ha spiegato il presidente nazionale dell’ANA Sebastiano Favero.

“Questo Centenario, pur orfano dei festeggiamenti di piazza, è da celebrare con un sorriso: il sorriso che nasce dalla consapevolezza di essere alpini e di essere costantemente a disposizione della collettività. Lo avete dimostrato durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria, lo avete dimostrato in agosto quando la città è stata duramente colpita alla tempesta e, appena pochi giorni dopo, dalla piena dell’Adige. E lo avete dimostrato anche in questi giorni, decidendo saggiamente di rimandare, ancora una volta, il momento dei festeggiamenti”, è intervenuto il sindaco Federico Sboarina. “In città, ho sempre voluto che nessuno rimanesse indietro nonostante le molte difficoltà incontrate a causa della pandemia. Se ciò è stato possibile, lo è stato anche grazie a voi. E per questo, nel weekend del 23-25 ottobre, imbandiremo la città intera del Tricolore”.

“Ci fermiamo momentaneamente in attesa che passi la tempesta, sapendo però che la cima è vicina e forti dell’ottimismo che ci viene dalla scienza. Questo rimane un Centenario di memoria: gli alpini attraverso il ricordo di ciò che è stato restituiscono contenuto alla storia e valori alle nuove generazioni”, ha aggiunto monsignor Bruno Fasani, direttore de L’Alpino.

Dopo il 1955 sembrò che il “male della pietra” avesse contagiato tutti i Gruppi della Sezione. Il più “infettato” di tutti parve essere il Cappellano Mons. Luigi Piccoli, sempre pronto a nuove avventure... edilizie. Tra le tante iniziative ci furono l’Ortigara e l’Opera delle Chiesette Alpine; nell’anno 1956 egli lanciò l’idea di erigere sulla cima dell’Ortigara una statua dedicata alla “Madonna degli Alpini dell’Ortigara” e subito cominciò la sottoscrizione. Anche i Gruppi non potevano essere da meno: a Caprino Veronese, sul Colle dei Cappuccini, c’era la vecchia caserma (ora il vecchio ospedale) del Distaccamento del 6° Reggimento Alpini che comprendeva la 56ª e la 57ªCompagnia del Battaglione “Verona”, comandato, nell’anno 1894, dal Maggiore Davide Menini. Di là partirono gli Alpini volontari per formare il 1° Battaglione d’Africa, che poi s’immolò ad Adua il 1°marzo del 1896. Nel 60° anniversario della battaglia, la Sezione fece murare – a lato di una piccola lapide a ricordo – un bassorilievo in bronzo raffigurante la testa di un’aquila. L’inaugurazione ebbe luogo, in forma solenne, il 3 giugno 1956. In tale occasione il Cap. Orlando Spagnoli tratteggiò brevemente su “Il Montebaldo” – riassumendo i tratti salienti – la storia dei Battaglioni “Val d’Adige” e “Monte Baldo”. Naturalmente, Bosco Chiesanuova non volle essere da meno e così con un’altra splendida manifestazione, venne murata sulla caserma della 58ª Compagnia Alpini una lapide la cui epigrafe recitava: Questa colonia oggi ospitale opera umana per l’infanzia è dedicata al colonnello Davide Menini simbolo ed espressione delle più elette virtù militari e alpine. Da qui spiccarono il volo verso tutte le glorie le penne nere del battaglione “Verona”.

Nel frattempo a Verona veniva solennemente organizzata una grossa cerimonia per la commemorazione del 40° anniversario della battaglia dell’Ortigara e la consegna delle trombe e delle drappelle ai vari reparti del 12° CAR Alpino (erano tre: uno per ogni Brigata), di stanza a Montorio veronese. Il reparto era sorto da poco, per trasformazione del 4° CAR di Fanteria. Madrine furono – per l’occasione – alcune signore vedove di Medaglie d’Oro al V.M. Giusto un mese dopo aveva luogo l’annuale pellegrinaggio sul Monte Ortigara, dove convennero ben15.000 Alpini, per ricordare il sacrificio dei 22 Battaglioni Alpini, e dei tanti Caduti del Giugno 1917. In tale occasione, Mons. Pintonello, Arcivescovo militare, benedisse la posa della prima pietra del piccolo Sacrario di Monte Lozze – opera e vanto della sezione veronese – che sarà terminato nel 1959. Nel basa-mento venne murata una pergamena con le firme di Mons. Pintonello, Mario Balestrieri, Guido Pasini, Mons. Luigi Piccoli, Carlo Tomiolo, Manlio Buffoni, Giuseppe Cinetto e Nicola Giannesini. L’attività sezionale, intanto, vide incrementarsi le sue attività con particolare riferimento alla “giostra” in provincia, dove i Gruppi, sempre più attivi, organizzavano manifestazioni, incontri, celebrazioni e mille altre iniziative. Ma lo sforzo maggiore fu rivolto alla costruzione del monumento voluto a Cima Lozze.

Nel 1942, l’allora vice Presidente della nostra Sezione, il prof. Carlo Secco, propose al Consiglio Direttivo di costruire al Passo di Pelegatta – in Lessinia, nel cuore del Gruppo del Carega – un rifugio, in memoria dell’indimenticabile Presidente sezionale Pompeo Scalorbi. Il tremendo periodo bellico relativo alla 2ª Guerra Mondiale fece accantonare l’idea – relegandola in “naftalina” – fino al 1950, anno in cui poterono iniziare i lavori per la costruzione del rifugio, con grande entusiasmo da tutto il Consiglio Direttivo. Accanto ad essa – per volontà del compianto Cappellano sezionale Mons. Giuseppe Gonzato, meglio noto come “don Bepo” – era previsto sorgesse una chiesetta da dedicare ai “Morti Alpini”. Tutto ciò poté accadere per il verificarsi di una serie di coincidenze favorevoli che crearono la base per realizzare concretamente l’idea: la pronta e fattiva adesione del Presidente sezionale prof. Mario Balestrieri, fonte inesauribile di idee e – per fortuna – di “contributi” economici; la capacità e la competenza degli ingg. Carlo e Tommaso Tomiolo che, oltre che valenti conoscitori di rifugi alpini – essendo alpinisti – avevano militato nelle Truppe Alpine; la preziosa collaborazione dell’Ispettorato Forestale, che ha permesso di superare ostacoli insormontabili per la Sezione; la preziosa, continua ed appassionata opera del rag. Rossi –allora Presidente del Gruppo Alpino Operaio – che volle affiancare all’A.N.A. il “suo” prestigioso gruppo, per la realizzazione delle opere dello “Scalorbi”; l’opera infaticabile ed incisiva di don Bepo che – pietra su pietra – ha seguito l’edificarsi della chiesetta a ricordo dei nostri Caduti; infine non possiamo dimenticare il rag. Carlo Girardi – Alpino ed alpinista – per la sua ferma, caparbia e determinata volontà, che ha a favorito la realizzazione spedita del tutto. Veramente imponente fu la cerimonia dell’inaugurazione ufficiale, avvenuta la domenica 14 settembre dell’anno 1952. Una moltitudine di Alpini ed appassionati della montagna, proveniente da Verona, Vicenza e dal Trentino fecero corona alle numerose autorità convenute. La duplice benedizione e le vibranti e calde parole di don Bepo, hanno conferito maggior solennità alla cerimonia inaugurale. Il “Rifugio Scalorbi” è aperto agli appassionati del Gruppo del Carega – uno dei più bei complessi montani del Veronese – da decenni, più volte rimesso in sesto e rimodernato. Annualmente vi si svolge un’incontro associativo: uno dei classici appuntamento degli associati della Sezione. Esso rimane un bene prezioso: da base logistica è diventato in questi ultimi anni un’occasione d’incontro, dove, vivo, pulsa l’amore per la montagna. (tratto dal libro: “Penne Nere Veronesi”).

foto: Grande Cerimonia d’inaugurazione animata dai canti del Coro Scaligero dell’Alpe.

fonte: http://www.coroscaligerodellalpe.com/event/cerimonia-dinaugurazione-del-rifugio-scalorbi/

Il primo numero del periodico mensile della Sezione A.N.A. di Verona fece la sua apparizione nel lontano luglio 1952. Si trattava di un periodico composto da quattro pagine di formato 34x24 cm., di color verde chiaro, ancora un po’ “timido”. Era diretto dal Dr. Capitano Orlando Spagnoli. Si diceva “timido”: certo ma vivo e denso di senti-menti patriottici e di fede: quindi era già un Alpino! La testata: “Il Montebaldo” evidenziava una delle realtà montane più belle ed amate del veronese. Dal punto di vista giornalistico non rappresentava dicerto una grossa realtà, con quella manciata di fogli: quattro in tutto. Il primo era dedicato ad eventi associativi di rilievo e ad un editoriale di fondo, il secondo era riservato alla vita associativa in senso generale e gli altri due riferiti, invece, alla cronaca dei vari Gruppi ed a notizie minute. Lentamente, cominciò a diventare un punto di riferimento preciso per gli allora 2.500 soci, pubblicando loro proposte, suggerimenti, mugugni, “rampogne”, ricordi, aspetti storici ed altro. Comunicazioni spesso legate alla lenta ripresa economica e sociale dell’Italia. Ecco, allora, qualche richiesta di lavoro (con la garanzia rappresentata dall’essere stato Alpino!), di combattenti, di dispersi, del ritorno delle salme di qualche Caduto, le “Veglie Verdi” organizzate dalla Sezione e così via. Se– a volte – la sua composizione richiedeva ai redattori un po’ di “fantasia” (non è mai mancata agli Alpini...) per il suo arrangiamento, molta più “fantasia” pretendeva la sua... gestione economica, che sovrastava come un incubo gli amministratori della Sezione! Ma poi, avveniva sempre il “Miracolo”: qualcuno dava un po’... d’ossigeno vitale! In occasione del suo decennale, verrà detto: «...il Montebaldo è la nostra creatura che abbiamo visto crescere fra noi, che abbiamo imparato ad amare e che è diventato un tutt’uno inscindibile con la nostra famiglia. Lentamente, ma con affettuoso attaccamento, si è insinuato nella nostra vita e tutti noi non potremo più distaccarcene. Ma come ogni altro figliolo esso ha bisogno di cure e di alimenti: ogni forma di collaborazione sarà utile e ben accetta...».Oggi, dopo oltre 50 anni di vita e di inchiostrazioni, mantiene identiche le sue funzioni; il giorno che tacesse vorrebbe dire che gli Alpini sono stati imbavagliati! Sono cambiati i direttori ed i redattori, a volte è solo cambiato il colore dei loro capelli, ahimè, ma lo spirito è rimasto sempre quello. Verso l’anno 1956, “Il Montebaldo” tentò di aumentare le pagine, ma solo saltuariamente. Qualche volta erano 6 – raramente – addirittura 8 pagine. Ma subito ecco gli amministratori a tirare le orecchie e si tornava alla norma. Nel 1980 cambiò la testata. Ma ecco che poi le esigenze redazionali cominciarono a prevalere e dall’anno 1982 le pagine diventarono 8,più raramente 16. In compenso le prime pagine erano spesso a colori, grazie soprattutto all’estro creativo dell’instancabile socio disegnatore Nane Ainardi, del Btg. Alpini “Trento”, 128ª Compagnia Mortai. Poco dopo si attestò sulle 16 pagine, assumendo anche un formato più piccolo (quello definitivo: A4).Venne spesso stampato a 4 colori, risultando più piacevole e gradevole: addirittura moderno! Avendo più pagine vi potevano apparire più articoli di fondo e di costume; acquistando, pertanto, una maggiore personalità ed assumendo, di conseguenza, uno spessore maggiore. Oggi è quello che sappiamo: 64 pagine ormai fisse, un giornale che è aumentato di spessore in tutti i sensi,  che mantiene fede ai suoi principi iniziali, di essere un giornale della vita associativa della sezione ANA Verona che oggi conta ben 200 gruppi e che ha saputo, nel tempo, rinnovarsi, aggiungendo sempre più notizie ed informazioni sia di carattere culturale che generale e che in qualche modo, indirettamente, riguardano anche noi alpini.

https://www.anaverona.it/documenti/il-montebaldo/category/2-montebaldo-1952

 

Sarà l’Arena ad accogliere i festeggiamenti per i cento anni della sezione veronese dell’Ana. Sabato 24 e domenica 25 ottobre, le porte dell’anfiteatro nel cuore della città si apriranno per accogliere le Penne nere veronesi, rigorosamente nel rispetto delle norme antiCovid. Il programma delle due giornate, organizzate dall’Ana insieme al Comune, è in fase di definizione in questi giorni e rimane ovviamente vincolato alle disposizioni vigenti e ai possibili aggiornamenti ministeriali o regionali.

«Finalmente, dopotutto, sembra che riusciremo a celebrare questo importantissimo traguardo, è per noi una gioia davvero grande» riflette Luciano Bertagnoli, presidente dell’Ana Verona ricordando che quando, ad aprile, sono scattati i 100 anni della sezione costituitasi ufficialmente l’11 aprile 1920, gli alpini veronesi erano schierati anima e corpo in prima linea nell’emergenza sanitaria.

LA STORIA

Era l’8 luglio 1919, quando su iniziativa di un gruppo di reduci della Grande Guerra fu costituita a Milano l’Associazione Nazionale Alpini. Come precisato nello Statuto, escludendo ogni carattere politico o religioso, si proponeva di tener vivo lo spirito di corpo, conservare le tradizioni degli alpini, raccoglierne ed illustrarne i fasti e le glorie, cementare i vincoli di fraternità fra alpini e favorirne i rapporti con le associazioni civili che avessero il culto e lo studio della montagna e le attività escursionistiche.

L’Associazione si dotò da subito di un organo di stampa, «L’Alpino», periodico diretto dal tenente Italo Balbo. La notizia si diffuse rapidamente e suscitò l’entusiasmo di molti alpini che in vari centri già avevano iniziato a raggrupparsi per cementare i legami nati durante la guerra e per commemorare e ricordare gli amici caduti. Da qui all’idea di creare delle «succursali» o sezioni dell’Ana nelle principali città vocate allo spirito alpino, il passo fu breve. Iniziarono così a costituirsi ufficialmente dagli inizi del 1920 le prime Sezioni. E Verona fu tra queste: fondata ufficialmente l’11 aprile del 1920.

https://www.larena.it/territori/citt%C3%A0/sempre-in-prima-linea-gli-alpini-veronesi-festeggiano-il-loro-centenario-br-1.8274423?fbclid=IwAR00ze9_nHI3wJhqK9roE8UKYHUpBQfzQb_npGdwubfqLgnMoP5FTrAVVlM

Centenario della sezione ANA Verona (1920 - 2020)

Il prof. Mario Balestrieri Presidente (1947-1978)

Balestrieri era l’uomo giusto: con lui ed i suoi collaboratori la Sezione risorse rapidamente, allargò i suoi quadri, divenne un organismo vivace ed esuberante. Al loro fianco – quale Cappellano sezionale – venne chiamato Mons. Giuseppe Gonzato, affettuosamente chiamato dagli Alpini “don Bepo”, che nutrivano nei suoi riguardi una grande stima. Erano gli anni della ricostruzione, i Gruppi risorsero, si rinsaldarono, si moltiplicarono. In Piazza dei Signori ed al Palazzo della Prefettura erano ancora esposte le bandiere delle potenze alleate, che già gli alpini erano al lavoro per dare una mano alla “ricostruzione” dell’Italia. Nel 1948, gli Alpini veronesi parteciparono compatti alla 22ª Adunata Nazionale di Bassano del Grappa, in occasione della ricostruzione del nuovo Ponte di Bassano. Furono quasi 2.000 i veronesi presenti a Bassano. Ricominciò così la tradizione di ritrovarsi in occasione dell’Adunata Nazionale, che da allora si ripe-terà ogni anno, con l’esclusione dell’anno 1950. Gli anni passarono, le riunioni e le manifestazioni effettuate dai Gruppi si susseguirono con ritmo crescente, mentre la popolazione guardava sempre con maggior simpatia a queste manifestazioni di concordia. Nel 1950 i Gruppi erano diventati 84, con 2.408 iscritti. Nel frattempo – mentre il Presidente Sezionale Mario Balestrieri fu eletto anche Presidente Nazionale – con grande soddisfazione per i veronesi, prese corpo una vecchia proposta: erigere sul passo della Pelegatta un rifugio dedicato al Presidente Pompeo Scalorbi, con vicino – voluta fortemente da don Bepo – una cappella da dedicarsi ai “Morti Alpini”. Detto e fatto: ecco che nel 1952 le due opere (progetto degli ingegneri Carlo e Tommaso Tomiolo) vennero inaugurate nel contesto di una imponente e sentita manifestazione. Avere il proprio Presidente a capo dell’Associazione non costituì solo il riconoscimento delle capacità organizzative e della personalità dell’uomo che reggeva da quasi un lustro la Sezione, ma fu anche un incitamento a lavorare con maggiore impegno ed entusiasmo. Ecco – infatti – che in poco più d’un anno i soci passarono da 2.408 a 3.500, mentre i Gruppi diventarono ben 82. Nel frattempo, nel 1949, i Paesi occidentali avevano dato vita alla NATO, per garantirsi dalle velleità espansionistiche evidenziate dall’Unione Sovietica, che non aveva smantellato il suo enorme apparato bellico alla fine del 2° Conflitto Mondiale. Era cominciata la cosiddetta “Guerra Fredda”. Anche l’Italia fu subito chiamata a fare parte dell’importante struttura militare, e venne – quindi – dato grande slancio all’incremento dell’apparato militare. Molte unità, grandi e piccole, vennero costituite e tra queste furono numerose anche quelle alpine, poste a controllo e difesa della frontiera nord-orientale italiana. Molti giovani veronesi verranno chiamati sempre più numerosi a farne parte. Di conseguenza furono sempre più numerose le nuove adesioni ai Gruppi già invita o che continuavano a formarsi, uno dopo l’altro. Il fervore degli associati nel trovare nuovi adepti sentiva il bisogno d’un collante particolare, di uno strumento moderno per tenere sempre più uniti i molti membri della famiglia verde che si allargava in “ordinato disordine”, giorno dopo giorno.

Nella foto: Il Presidente prof. Mario Balestrieri parla dall’Altare della Patria, a Roma, nel corso di una manifestazione associativa, ai numerosi Alpini convenuti (dal Volume Penne Nere Veronesi)

Centenario della sezione ANA Verona (1920 - 2020)

La Sezione rinasce dal turbine della guerra - (1945-1947)

Passata la batosta della guerra – con le sue terribili conseguenze, lutti e rancori – la Sezione si era ridotta ai proverbiali “quattro gatti”! Bisognava, perciò, richiamare a raccolta gli Alpini, rincuorarli e riorganizzare il tutto. E i “Quattro gatti” si misero di nuovo all’opera instancabilmente, come nel 1919, perché gli avvenimenti passano, ma gli Alpini restano. Si poteva temere l’avvilimento e la mortificazione a causa della sconfitta, ma non fu così: gli Alpini restarono fermi nelle loro posizioni, anche quelle spirituali ed idealistiche, per nulla fiaccate dal grigiore degli avvenimenti. Anche l’A.N.A. era ancora viva e nominò una serie di commissari per seguire le varie Sezioni. Per Verona venne nominato il Cap. Mario Massi che – coadiuvato con passione dal Ten. Col. Pasini e dal bravo Mar. Severino Sartori – cominciò a riannodare con pazienza le fila disperse dei vari Gruppi. Un po’ alla volta si cominciò a tornare alla normalità. I giovani che avevano combattuto erano incerti fra l’orgoglio di essere stati valorosi combattenti in una guerra sfortunata e il rammarico di essere stati partecipi – sia pure involontariamente – della catastrofe nazionale. Nel generale smarrimento la Sezione cercò di “tenere alto” il Tricolore – quale insegna di fraternità – in un quadro sociale in cui la popolazione era provata e spiritualmente divisa. Era praticamente incorso una vera e propria guerra civile e gli Alpini si trovarono a volte di qua e a volte di là, nelle varie fazioni in lotta! Nel 1946 assunse la Presidenza un valoroso alpino delle Tofane: Paolo Benciolini che – circondato da pochi generosi ed assidui collaboratori – diede il via alla ripresa della Sezione. L’anno dopo, nel 1947, venne eletto Presidente un “vecio” del Btg. “Feltre”, il prof. Mario Balestrieri. Al suo fianco, vice Presidenti, furono nominati il Cap. Manlio Buffoni e il Ten. Col. Guido Pasini.

Il 18 novembre 1920, preso atto delle dimissioni di Sancassani, gli alpini veronesi, riuniti in assemblea straordinaria, elessero loro nuovo presidente sezionale il col. Carlo Marchiori (1869-1949); questi, figlio dell’ing. Luciano, aveva frequentato l’Accademia militare di Modena, aveva combattuto con Menini ad Adua; fatto prigioniero, poi rimpatriato, era stato direttore della Scuola allievi ufficiali di Bassano ed aveva poi combattuto nella Grande Guerra. Presidente onorario fu nominato il generale Umberto Zamboni (1865-1956), definito “padre dei battaglioni alpini veronesi”4; fu probabilmente allora che il ruolo di segretario passò da Stevani a Rigo. Con rinnovato impulso la Sezione si dette a far propaganda nelle vallate della provincia e prima della fine di quello stesso anno, il 12 dicembre, il presidente Marchiori ed un buon numero di consoci veronesi dettero vita ufficialmente a Caprino Veronese al primo gruppo della provincia, forte di 150 alpini della zona, riuniti nel salone di Palazzo Carlotti. Da Milano “L’Alpino” lanciò un “Evviva il Gruppo di Caprino” e ne riportò il nome come unico gruppo esistente nella Sezione di Verona.
Intanto tra convegni, nuove sezioni, nuovi gruppi, prospettive di riforma delle truppe alpine e rivolgimenti politici in atto, l’Associazione cresceva e si faceva sentire ovunque, rimanendo fedele alla scelta di rimanere estranea ad ogni coinvolgimento partitico, preoccupata solo di salvaguardare i valori della patria e la memoria ed i diritti di quanti s’erano sacrificati per essa.
Il 10 e 11 giugno del 1923, la Sezione veronese, grazie all’impegno del rag. Rigo, organizzò un “convegno” degli alpini sull’altopiano d’Asiago, con visita ai cimiteri di Asiago e Gallio e salita a monte Sisemol e sull’Ortigara. Grandissima fu l’accoglienza della popolazione e delle autorità; parteciparono numerosi generali e personalità alpine, tra cui il presidente nazionale Cassola; là, dove “dal Sisemol all’Ortigara la roccia divenne altare d’Italia”, padre Giulio Bevilacqua celebrò la Santa Messa e benedisse (o ribenedisse) i gagliardetti delle sezioni di Asiago e di Verona, offerti dalle “dame” degli alpini, poi riconosciute con distintivo di “patronesse”: madrina del gagliardetto di Verona fu Ellia Marchiori, moglie del Presidente; sulla cima d’Ortigara, raggiunta con difficoltà per la neve abbondante, fu deposta una corona d’alloro portata dall’alpino Mosele di San Bonifacio, mutilato ad un braccio. In ottobre la Sezione aprì una sottoscrizione per la realizzazione d’un prezioso cofano artistico destinato a custodire il labaro del 6° Alpini.
Nell’anno 1924 non mancarono nuove occasioni di festeggiamenti, come il conferimento del cavalierato al cappellano Prosperini e d’una medaglia al valore a Sandro Baganzani, che era stato combattente ferito sull’Ortigara. In aprile si festeggiò in modo singolare il Natale di Roma: gli alpini, guidati da Marchiori, scortarono in Arena una mula carica di barilotti, che, liberata dei fardelli, scorrazzò felice per l’anfiteatro tra i canti degli alpini, che poi sfilarono per la città.
L’evento dell’anno più rilevante, però, sia per Verona che per l’Associazione Nazionale, fu, il 19 ottobre 1924, la collocazione sulle mura viscontee, dove esistevano le antiche caserme alpine, nelle vicinanze del Municipio, dell’imponente artistica targa bronzea dedicata “Alle aquile del VI Alpini / che le penne insanguinarono / su tutte le cime / a prova di ferro tormente valanghe / per il più libero volo”, come recitano i versi di Alessandro Baganzani appostivi alla base.
L’opera, eseguita dallo scultore Edgardo Simone (Brindisi 1890-USA 1948), artista di larga fama, già volontario e croce di guerra nella Grande Guerra, era stata fusa nella fonderia Sorganà di Napoli con il bronzo dei cannoni conquistati in guerra; essa fu benedetta dal vescovo di Verona Girolamo Cardinale alla presenza del Re d’Italia Vittorio Emanuele III, di un gran numero di autorità militari e di circa diecimila penne nere provenienti da tutte le Sezioni venete: un brillìo infinito di petti medagliati, un evento memorabile, orgoglio e onore del presidente Marchiori e di tutti i suoi collaboratori.
Il 16 novembre con cerimonia solenne Marchiori ed una folta rappresentanza veronese consegnarono a Bressanone il prezioso cofano-custodia per il labaro del 6° Alpini, presente il gen. Grazioli, comandante del Corpo d’Armata di Verona.
Nel 1925 nuova pioggia di onorificenze per i capi della Sezione: nomina di commendatore a Carlo Marchiori e all’avv. Calderara, di grande ufficiale all’avv. Bartolomeo Succio. Il 27 settembre si svolse a Caprino un imponente raduno di tremila alpini reduci dei battaglioni “Verona”, “Valdadige” e “Montebaldo”, presenti vari comandanti militari, il presidente Marchiori, i rispettivi cappellani (don Gonzato, don Aldrighetti e don Erminio), don Giulio Bevilacqua e il “vescovo” degli alpini veronesi don Prosperini. Alla cerimonia seguì, l’indomani, una visita ai luoghi di combattimento con due itinerari distinti: Altissimo e Zugna-Passo Buole. Per l’elevato numero di aderenti ed il livello qualitativo delle proprie iniziative la Sezione di Verona si collocava ormai tra le più importanti e considerate d’Italia; ne fu riprova nell’aprile 1926 la scelta del Consiglio Direttivo Nazionale dell’A.N.A. di affidare ad essa, in collaborazione con la Sede centrale, l’organizzazione delle adunate alpine di Trento e di Bolzano per la cerimonia di posa della prima pietra dei monumenti dedicati al martire Cesare Battisti ed alla Vittoria.
Il 15 maggio 1929 Manaresi divenne presidente dell’Associazione e in tale veste il 21 maggio successivo nominò i membri del nuovo Consiglio Direttivo Nazionale; di esso fece parte, fino al 1931, anche il presidente veronese Carlo Marchiori, che “L’Alpino” definì “bella, diritta figura di alpino”. Il 2 giugno successivo l’amato “papà” degli alpini veronesi”, Marchiori appunto, fu confermato alla guida della nostra Sezione veronese. Egli continuò a svolgere con entusiasmo e passione il suo ruolo, sempre coadiuvato dal segretario Peloso e dal vicepresidente Succio; Il 29 giugno 1929 la Sezione di Verona organizzò con quella d’Asiago il consueto pellegrinaggio all’Ortigara di reduci e familiari dei caduti: il rito sacro al Lozze fu officiato da don Bepo, qualificato semplicemente come “cappellano del ‘Verona’”; sulla cima dell’Ortigara il presidente Marchiori, accompagnato dal segretario Peloso, tenne un’orazione di poche parole, tutta da comprendere, che commosse gli astanti: invece di svolgere un discorso ampio ed appassionato secondo il suo costume, chiese un minuto di raccoglimento e, commosso, rinunciando ad ogni forma di retorica, dichiarò che non si sentiva di parlare lassù perché in quel luogo “sono i morti che devono parlare e solo i buoni, i veri italiani li comprenderanno”; in agosto Marchiori portò la presenza della nostra Sezione all’adunata che si svolse al Contrin.
Nel 1930 il pellegrinaggio sull’Ortigara fu organizzato da Asiago, assente don Bepo, impegnato in una breve e deludente esperienza di parroco a Castelnuovo. Quello stesso anno, però, la Sezione di Verona, in accordo con Asiago, sapendo di incontrare l’entusiastica adesione del sacerdote, che definì “il nostro conducente spirituale”, rilanciò il progetto dell’ossario e della raccolta dei resti dei caduti sull’Ortigara; e don Bepo rispose immediatamente, programmando per la prima quindicina di luglio del 1931 una campagna di raccolta dei resti ed appellandosi al presidente nazionale per la realizzazione di un ossario che li contenesse. Prese così il via un’operazione straordinaria, sostenuta anche da contributo dell’ANA nazionale e in accordo con il gen. Giovanni Faracovi, Commissario per le onoranze ai caduti12: destinata a non concludersi con la costruzione del sacello, ma a proseguire più anni con la ricerca e raccolta di resti sulle pendici della montagna; ad esse continuarono a partecipare innumerevoli alpini, veronesi e non, fedeli seguaci di don Bepo, pronti a dedicare giornate festive o di vacanza, con amore, a tanti fratelli morti per servire la Patria. L’auspicato sacello-ossario divenne realtà già nell’estate del 1931: ricavato in una cavità scavata durante la guerra da artiglieri della 13a batteria da montagna, fu realizzato sotto la guida dell’ing. Giuseppe Roncari, veronese, ex tenente della 57a compagnia del “Verona”, e fu inaugurato il 30 agosto con una cerimonia intensa ed imponente: vi furono riposte allora una trentina di salme.
Nel gennaio del 1933 morì improvvisamente il socio fondatore e infaticabile consigliere sezionale capitano Antonio Lavagnolo. Nel marzo del 1933 “L’Alpino” riportò la notizia che il presidente Marchiori aveva rinunciato all’incarico: non conosciamo le esatte ragioni di tale scelta; né le chiarirono i Ricordi di un ‘vecio’ pubblicati ne “Il Montebaldo” del febbraio 1954, nei quali fu scritto che Marchiori si dimise “per molteplici ragioni, ma soprattutto per avere assunto altri incarichi”.

Don "Bepo" Gonzato (1889-1953)

Giuseppe Gonzato (1889-1953)

Fu il naturale collaboratore e successore di don Prosperini. Nacque a Colognola ai Colli il 27 aprile 1889 da Ippolito e Anna Aldegheri; entrò in seminario quand’era quasi maggiorenne e fu consacrato sacerdote dal cardinale Bartolomeo Bacilieri il 9 agosto 1914, come don Prosperini; dopo l’ordinazione ricevette l’incarico di vicario parrocchiale ad Albaredo d’Adige. Già sottoposto a visita e immatricolazione militare nel 1910 e congedo nel 1913, nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia fu chiamato alle armi (maggio 1915) e comandato quale cappellano militare dapprima presso l’8°reggimento bersaglieri, poi presso l’ospedaletto da campo n.091, infine presso il battaglione alpino “Verona”. Nel giugno del 1917, come testimoniato nel diario dell’alpino Luigi Casarotto, assistette con eroica dedizione i suoi alpini sull’Ortigara, incurante dei pericoli, tanto che un ufficiale superiore, poi però caduto in battaglia, l’avrebbe proposto per il conferimento d’una medaglia d’argento al valore. Marcello Mosconi, un alpino che combatté sull’Ortigara, ricordava d’essere stato salvato da don Gonzato, “Lì sono stato ferito…è stato il nostro cappellano don Bepo che è venuto a recuperarmi. Era molto coraggioso, sembrava schivare le pallottole. Ha salvato molti feriti portandoli in salvo nelle retrovie. Era di corporatura molto robusta, era forte, alzava il suo Crocifisso, per avvisare i nemici che stava soccorrendo feriti. Mi ha caricato sulle sue spalle ed è ripartito velocemente verso la linea di difesa”. A Cima Lozze, dove esistevano gli accantonamenti della truppa, con i suoi alpini nel 1917 eresse una cappellina. Sull’Ortigara don Gonzato fu ferito e fatto prigioniero il 12 novembre 1917. Liberato e rientrato in patria il 16 novembre 1918, fu congedato il 23 luglio 1919. Successivamente venne nominato cooperatore a Legnago, poi a Cadidavid dal 1922 al 1928 (nell’agosto del 1922 denunciò d’aver subito minacce da parte di fascisti per aver parlato dell’uccisione di Giuseppe Zatteri in un’azione fascista); dal 1926 al 1930 ebbe pure la delega in diocesi per le opere missionarie e nel 1929 fu nominato parroco di Castelnuovo. L’anno seguente però rinunciò a quell’incarico e subito dopo fu chiamato a Roma a reggere la segreteria della pontificia opera “Propaganda fide”, divenendovi direttore della rivista quindicinale “Crociata missionaria”, fondata nel 1930; mantenne quell’incarico fino al 1946 quando tornò a Verona, stabilendosi a Cadidavid con le quattro sorelle. Animo d’apostolo, fu appassionato e apprezzato predicatore; fece della valorizzazione del sacrificio degli alpini sull’Ortigara e del recupero dei resti di quanti vi caddero la missione della sua vita. Nel 1927 riuscì a far restaurare la cappellina di monte Lozze e nei pressi vi fece realizzare nel 1931 un ossario ove collocare i resti di soldati che in spedizioni ripetute negli anni riuscì a raccogliere con l’aiuto di numerosi alpini sensibili e generosi. Identificato spesso semplicemente come il “cappellano del battaglione “Verona”, fu di fatto dal 1927 il cappellano della Sezione, anche se la nomina gli fu conferita nel 1937. Ricevette il titolo di “monsignore” nel 1935 e quella di “cameriere segreto” del Pontefice nel 1939. Sua fu l’idea di erigere una chiesetta dedicata ai morti alpini a passo Pelagatta, presso il rifugio che la Sezione volle erigere a ricordo del presidente Pompeo Scalorbi: rifugio e chiesetta furono inaugurati il 14 settembre 1952. Qualche mese dopo, nel primo mattino di domenica 18 gennaio cessò di vivere improvvisamente mentre si trovava come predicatore nella canonica di Bonavicina. Ai suoi funerali a Cadidavid si raccolse una folla immensa di alpini, e la sua figura continuò e continua ad essere ricordata con affetto e devozione. Commemorazioni commosse si susseguirono ovunque. A S. Martino Buon Albergo, paese a lui caro, poco dopo la morte gli alpini gli dedicarono un busto in bronzo, opera dello scultore Egisto Zago; a Cadidavid gli furono intitolati una cappella in cimitero ed una via; a Colognola ai Colli, suo paese natale, la Casa di Riposo da lui beneficata gli dedicò, il 28 maggio 1954, un busto, opera dello scultore Egisto Zago; una copia in bronzo, ricavata dal calco in gesso di esso, fu collocata nel 2014, per iniziativa del capogruppo Agostino Dal Dosso, sulla baita degli alpini di Colognola che fu intitolata allora a don Bepo; un medaglione con la sua effigie, opera dello scultore Costantini, fu collocato il 30 agosto 1953 sulla chiesetta di Passo Pelagatta da lui voluta. Nella chiesetta al Passo Pordoi gli fu dedicata nel 1954 una lapide con parole toccanti, “fu eroico cappellano degli alpini in guerra, loro amatissimo padre spirituale in pace. Guida eroica di apostolo tutta la vita dedicò alle opere di bene con generosità infinita”.

Mons. Giuseppe Gonzato (Don Bepo) 1952. Foto, Agenore Bertagna.

La Sezione diviene Btg. “Monte Baldo”Nell’anno 1928, l’A.N.A. assumeva la denominazione di “10° Reggimento Alpini” (quelli realmente esistenti erano – a quella data – nove). La Sezione di Verona, per evitare confusione, divenne Btg. “Monte Baldo”, poiché esisteva già il Btg. “Verona”. Le adunate nazionali si succedevano ogni anno e la Sezione di Verona era rappresentata da un sempre maggior numero di soci che vi si recavano entusiasti. Giunse l’anno 1929 e con esso l’anno della 10ª Adunata Nazionale. Fu la prima delle grandi adunate: 25.000 Alpini! Una cifra, allora, da capogiro. Era anche la prima adunata che veniva organizzata lontano dalle zone di montagna: a Roma. Ci vollero quasi 20 ore di ferrovia, perché a quei tempi non esistevano ancora i “supertreni”, che tuttavia avrebbero potuto creare non poche difficoltà alle tasche di parecchi Alpini, molte delle quali erano sovente ”al verde” (come le mostrine); né erano stati ancora inventati i veloci “autopullman”. Parlare di macchine, poi, era decisamente bestemmiare! Invece, forse perché si trattava di una cosa difficile, mugugnando – ma dandosi da fare per tutto l’inverno precedente – molti Alpini riuscirono a raggranellare la somma necessaria – in vecchie “lirette” – per andare a Roma, mangiare, bere, divertirsi, tornare e portare un presentino alla “morosa”, che era stata momentaneamente tradita, per... causa di forza maggiore! Da Verona i treni speciali portarono a Roma tanti alpini da formare ben 3 Battaglioni. C’erano tutti: i re-duci di Adua sfuggiti alle cariche della cavalleria Sciona, gli Alpini della Libia, i minatori del Pasubio e delle Tofane, gli assaltatori del Rombon e dell’Ortigara, gli strenui difensori del M. Grappa, gli Artiglieri di tutte le Batterie da Montagna. Fu la prima prova di forza dell’Associazione, la conferma dello “Spirito Alpino” e della sua validità. Quei quattro gatti che avevano “inventato” l’A.N.A. non s’erano sbagliati: la loro “Famiglia Verde” era progressivamente cresciuta, stava in ottima salute e prometteva un gran bene. Nei tre anni successivi, la Sezione raggiunse i 2.132 iscritti, divisi in 59 Gruppi. E la vita continuava...!Alla fine del 1932, il Col. Marchiori si ritirava dalla presidenza ed a lui succedeva un’altra nobile figura di valoroso Alpino, ben noto ai “veci” veronesi, perché era stato per molti anni il Comandante del 6° Reggimento Alpini: il Gen. Achille Porta. Nello stesso anno la Sezione traslocava e si trasferiva da Palazzo Carlotti in due locali situati a piano terra del Palazzo Maffei, in Piazza delle Erbe. Nel settembre del 1936, il Gen. Achille Porta – dimissionario – veniva sostituito alla Presidenza dal Cap. Pompeo Scalorbi. Fu il quarto Presidente in ordine di tempo: egli lasciò un’incancellabile orma, con un’attività saggia e proficua. Condusse la Sezione con realismo, indomita volontà e grande spirito d’iniziativa. Amava profondamente i suoi alpini e per gli alpini e le loro famiglie ebbe il massimo interessamento. A lui si dovevano il “Sacrario” del Btg. “Ve rona”, voluto e creato presso l’allora Comando del 6° Alpini e le tante iniziative assistenziali, faticosamente portate avanti negli anni 1940-1943, a favore degli alpini richiamati in armi ed alle loro famiglie, mentre la guerra infuriava furiosamente sui vari fronti. Dopo sei anni di Presidenza, nel pieno del suo appassionato lavoro, il 19 settembre 1942, Pompeo Scalorbi decedeva per improvviso malore. Nel frattempo imperversava la 2ª Guerra Mondiale e la Sezione sembrava paralizzata, portata avanti – come meglio si poteva – dal Segretario Severino Sartori, che cercò di far fronte alle necessità con gran senso di responsabilità e passione. Successe alla Presidenza della Sezione – per breve tempo – il Prof. Carlo Secco, Artigliere da Montagna. Dopo, infatti, fu rilevato dal Ten. Col. Babila Falzi. L’Italia stava vivendo momenti tragici e per prendere le redini della Sezione in un simile momento ci voleva una buona dose di coraggio: i soci delle giovani leve erano tutti alle armi e sulle spalle della Sezione incombeva l’obbligo di continuare soprattutto quell’opera, difficile ma doverosa, di assistenza morale e materiale che la situazione richiedeva. Quante notti insonni egli passò al tavolo della “Fureria”! Insieme ai soci Polluzzi e Oliboni trascorse buon nu-mero di movimentate notti alla stazione di Porta Nuova, per distribuire pacchi di viveri e parole di conforto agli Alpini che transitavano diretti ai vari fronti. E a quante lettere di congiunti di soci che chiedevano informazioni egli dovette, e volle, rispondere! E questa grande fatica egli si sobbarcò con spirito sereno – profondamente umano – svolgendola soprattutto in silenzio. Fu il Presidente dei momenti difficili e del tormento e gli alpini lo hanno ricordato sempre con profondo affetto. Poi venne l’8 settembre del 1943 ed allora il buon Babila – assieme ad altri volonterosi – si preoccupò di salvare la sede sociale e quanto in essa era contenuto. Anni cupi incombevano. Da buon montanaro, nella confusione e nella disperazione di quei giorni tristi, egli seppe guardare al futuro con speranza e per questa sua generosa azione gli Alpini gli saranno sempre grati. (Articolo tratto dal libro: Penne Nere Veronesi)

Descrizione della foto

Gli alpini gremiscono piazza del Quirinale; in primo piano il gruppo della sezione "Roma". In fondo il re, affacciato dal balcone. data: 07.04.1929 . Adunata Nazionale Alpini a Roma .

Archivio Storico Istituto Luce - Tutti i diritti riservati © Istituto Luce

https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL0000025108/12/raduno-degli-alpini-al-quirinale.html

Una targa sulle mura scaligere.

Tuttavia, se la Sezione “marciava” proiettata verso un futuro sempre più brillante e fervido d’idee, il pensiero dei tanti Caduti veronesi esigeva un segno tangibile che ricordasse il loro estremo sacrificio. Si fece, co-sì largo l’idea di perpetrarne la memoria con una lapide posta sulle storiche mura scaligere, da dove tanti Alpini erano partiti per il conflitto. E anziché ricordare solo i Caduti veronesi, il Consiglio Direttivo in-tese ricordare il valore Alpino, in senso generale, con una targa bronzea. Fu indetto un concorso, prima a livello provinciale poi nazionale. A sorpresa venne prescelto lo scultore De Simoni, di... Napoli! La targa fu realizzata dalla fonderia Sorgonà di Napoli, chela eseguì in modo veramente perfetto. L’arrivo a Verona con un carro ferroviario, destò forte emozione nei “veci” della Sezione. Per essa il poeta Al-pino Sandro Baganzani dettò la stupenda epigrafe: “ALLE AQUILE DEL VI ALPINI CHE LE PENNE INSANGUINARONOSU TUTTE LE CIMEA PROVA DI FERRO, TORMENTA,VALANGHEPER IL PIÙ LIBERO VOLO”.

La targa fu murata nel corso d’una magnifica e sugge-stiva cerimonia, il 19 ottobre del 1924. Furono tanti coloro che presenziarono alla solenne cerimonia, dissolvendo i dubbi sulla partecipazione degli Alpini e della popolazione. Circa 6.000 uomini, reduci di guerra, ricomposero ancora una volta i ranghi dei nove Battaglioni del 6° Reggimento Alpini e sfilarono davanti al Re Vittorio Emanuele III. Frattanto, il timido germoglio piantato poco tempo prima nella saletta del “Caffè Europa” era divenuto un tronchetto forte e rigoglioso: alla fine dell’anno 1924 – infatti –si potevano contare ben 36 Gruppi, sorti in città e in provincia, quasi d’incanto.

Appena costituita, la Sezione partecipò alla 1ª Adunata Nazionale che ebbe luogo nel 1920 sull’Ortigara; né avrebbe potuto essere diversamente, rappresentando quel monte l’altare del massimo sacrificio degli Alpini ed il simbolo della loro fedeltà al dovere. Nel 1921 venne benedetto il primo vessillo della Se-zione, costituito da un drappo verde, di un metro quadrato, ornato da una sottile frangia d’argento e sormontato, nell’angolo sinistro, da un rettangolo tri-colore di 30x40 cm. Esso venne benedetto nella basi-lica di Santa Anastasia da don Prosperini; qualche mese dopo venne benedetto ancora, in verità. Ciò avvenne in una trincea dell’Altopiano di Asiago per opera di padre Bevilacqua, già Cappellano del 5° Alpini. Qualcuno disse che probabilmente... repetita juvant! Speriamo sia stato vero. Nel frattempo era sorto il primo Gruppo della provincia: quello di San Martino B.A., che contava già oltre 100 soci. Fu fondato da due Alpini decorati con Medaglia d’Argento: Arturo Bussinelli e Leonzio Lonardoni. Nel 1921, la Sezione fu presente a Roma con i soci Pasini, Stevani, Cometti e Posenato alle solenni onoranze rese il 4 novembre, alla salma del Milite Ignoto. Ilferetro – traslato dalla Basilica di Aquileia all’Altare della Patria, dopo che la salma fu scelta dalla vedova di una Medaglia d’Oro – era stato individuato tra 10salme di Caduti ignoti raccolte in 10 località diverse dell’Italia Nord-Est, nei numerosi cimiteri di guerra colà esistenti. Alla fine dell’anno, dimessosi il primo Presidente Sezionale, fu nominato Presidente il Col. Carlo Marchiori, che resterà in carica per dieci anni: una scelta indovinata che si rivelò particolarmente felice. Acclamato “Papà degli Alpini veronesi”, fu tra i più fecondi della Sezione; la sua semplicità e la pronta disponibilità in qualsiasi occasione lasciarono una traccia profonda nel cuore di tutti. Alla sua morte, avvenuta nel 1958, gli venne dedicato un busto, posto in opera nel cimitero di Verona. Una rappresentanza della Sezione partecipò, quindi, alle celebrazioni per il 50° anniversario della fonda-zione delle Truppe Alpine – svolte a Trento – dove sfilarono circa 1.000 veronesi. Con l’ingrandirsi della Sezione fu chiaro che era necessario ricercare una nuova sede più consona e ampia, che fu trovata nell’ambito di Palazzo Carlotti, incorso Cavour, n° 2. Nel frattempo ebbe inizio una delle opere più significative della Sezione: don Bepo Gonzato – aiuto Cappellano della Sezione – coadiuvato da Armando Frisara, Babila Falzi, Sante Zorzi, Luigi Oliboni e Nicola Giannesini, organizzò i lavori per la ricerca e raccolta dei poveri e gloriosi resti dei Caduti sul Monte Ortigara, oltre alla loro sistemazione nel Sacello Ossario e del Rifugio Cecchin. Per di-versi anni essi si trasferirono sul posto con altri volontari, durante la stagione estiva, per il prosegui-mento e completamento dei lavori intrapresi.

La nascita ufficiale della Sezione: 11 aprile 2020

L’8 luglio 1919, per iniziativa di un gruppo di reduci della Grande Guerra fu costituita a Milano l’Associazione Nazionale Alpini; essa, come scritto nello Statuto allora approvato, si proponeva di essere aperta a coloro che avessero appartenuto o appartenessero al Corpo degli Alpini, sia quali ufficiali che quali militari di truppa, escludeva ogni carattere politico o religioso e si proponeva di tener vivo lo spirito di corpo, conservare le tradizioni degli alpini, raccoglierne ed illustrarne i fasti e le glorie, cementare i vincoli di fraternità fra alpini e favorirne i rapporti con le associazioni civili che avessero il culto e lo studio della montagna e le attività escursionistiche. Primo presidente ne fu eletto il chimico, industriale e parlamentare Daniele Crespi, pluridecorato maggiore degli alpini; suo vice (e presidente sei mesi dopo) il capitano Arturo Andreoletti, il leggendario “Padreterno” degli alpini del “Val Cordevole”. L’Associazione pensò pure di dotarsi d’un organo di stampa ed in dicembre acquisì “L’Alpino”, periodico nato nel giugno precedente a Udine presso il Deposito dell’8° Alpini, direttore il ten. Italo Balbo. La notizia si diffuse rapidamente e suscitò l’entusiasmo di molti alpini che in vari centri già avevano iniziato a raggrupparsi per cementare i legami formatisi durante la guerra e ricordare gli amici caduti; essi cominciarono a chiedere di aderire alla nuova Associazione. Ciò suggerì l’idea di creare delle “succursali” o sezioni dell’Associazione stessa nelle principali città interessate. Iniziarono così a costituirsi ufficialmente dagli inizi del 1920 le prime Sezioni. Verona fu tra queste.

--- Nella nostra città, terminata la guerra, “gli ufficiali del Deposito del 6°al ‘Pallone’ avevano requisito due salette superiori del ben noto Caffè “Europa” tra Piazza Brà e via Roma, come ritrovo militare; qui giunse la notizia della nascita della nuova Associazione alpina a Milano, e subito si pensò di creare un’aggregazione alpina anche a Verona che coinvolgesse “penne nere” in servizio e ”scarponi” borghesi: nacque un “gruppo”, che, quale proprio segno identificativo, scelse il tricolore e lo issò all’esterno di quella sede (e lo difese il 4 novembre da malintenzionati nei frangenti delle tensioni di quel difficile dopoguerra). Avvenne che in dicembre il veronesissimo capitano Guido Pasini, in attesa di congedo, incontrasse a Belluno un suo vecchio compagno d’armi dell’omonimo battaglione: era proprio Arturo Andreoletti, già “borghese”, vicepresidente della neocostituita Associazione alpina milanese. Parlarono con entusiasmo della nuova Associazione e per Pasini quelle parole furono “benzina sul fuoco”; egli “si precipitò a Verona dove trovò il terreno già pronto per la semina”. Passò poco tempo e il 20 marzo al Caffè Europa si riunì una trentina di alpini per costituire la Sezione veronese; i nomi di questi “soci fondatori”, riportati in Penne nere veronesi del 1981, sono i seguenti: Angelo Adamoli, Calogero Argento, Francesco Attinà, Sandro Baganzani, Giancarlo Bagattini, Gedeone Besenzon, Enrico Bombonato, Arturo Bussinelli, Umberto Caceffo-Consolaro, Piero Carlotti, Guido Cometti, Luigi Dal Lago, Olindo Ermini, Armando Frisara, Ugo Forlani, Antonio Lavagnolo, Pietro Luccioli, Leonzio Lonardoni, Eugenio Nenz, Guido Pasini, Ludovico Portalupi, Pietro Posenato, Omero Pozza, Gustavo Rigo, Luigi Sancassani, Cesare Sperotti, Eustacchio Stevani, Giuseppe Tea, Gino Tommasi e Guido Zanini.

---  Trascorso il tempo necessario per la preparazione e la definizione delle modalità e degli aspetti organizzativi, domenica 11 aprile ebbe luogo la fondazione ufficiale della nuova Sezione: nel salone superiore della Gran Guardia si tenne “un’adunata degli Alpini in servizio e in congedo per la fondazione di una sezione veronese dell’A.N.A.”. La stampa cittadina (“L’Arena”) diede ampio risalto all’evento, cui inviò la sua adesione il generale Ottavio Zoppi, già comandante della prima divisione d’assalto dell’ottava armata, divenuto da febbraio comandante della divisione militare di Verona; all’ “adunata” parteciparono vari ufficiali alpini, primo fra tutti il colonnello Guido Scandolara, successore di Pirio Stringa e da poco comandante del Deposito del 6°; la rappresentanza dell’A.N.A. di Milano era guidata dallo stesso Andreoletti, divenutone presidente il 30 gennaio, e dal brillante giornalista Tommaso Bisi, nuovo direttore de “L’Alpino”. Il colonnello Scandolara presentò “con acconce parole” i rappresentanti dell’Associazione Nazionale e richiamò “le gloriose tradizioni delle fiamme verdi”. Spettò a Tommaso Bisi, futuro parlamentare, illustrare gli scopi ed i valori di solidarismo dell’Associazione, nata, egli disse, “perché non vada perduta la buona tradizione che faceva lassù uguali uomini diversi di pensiero e di indole, al di fuori e al di sopra di ogni politica: scarponi oggi come ieri; per distintivo la verde fiamma della giubba alpina, la verde speranza che rende liberi e buoni”. Alle parole seguì la nomina di un Comitato provvisorio, incaricato dei passi successivi per la attribuzione delle cariche sezionali, composto da: avv. ten. Giuseppe Tea, dott. ten. Sandro Baganzani, sergente Eugenio Nenz, ten. Gaetano Pasini, ten. Vittorio Tommasi, ten. Umberto Garelli e ten. Antonio Lavagnolo. Si procedette poi alla sottoscrizione delle schede di adesione alla Sezione, che furono numerose. Per le ulteriori adesioni fu stabilito che esse sarebbero affluite in seguito “alla sede della Sezione Veronese (Deposito del 6° Alpini)”, come scritto ne “L’Arena” del 13 aprile. Quest’ultima precisazione farebbe ritenere che in quel momento come sede della nuova Sezione fosse stata indicata quella stessa del Comando del Deposito del 6°, ovvero, riteniamo, il Palazzo del Capitanio: il prestigioso e storico edificio tornato nel 19941 ad essere “fatalmente”, e giustamente, sede sezionale.  Anche “L’Alpino” nel numero di aprile del 1920 dette ampio risalto alla costituzione della Sezione veronese, che qualificò come “terza” dell’Associazione, assicurando che essa “sarà senza dubbio una delle più fiorenti Sezioni dell’A.N.A.”2.

La nuova Sezione dimostrò da subito di essere nata “non con vagiti, ma con maschi accenti, aitante, forte e bella”.

Il 20 maggio 1920 l’assemblea dei soci approvò il regolamento sezionale e procedette alla nomina delle cariche sociali, con i seguenti risultati: presidente avv. Luigi Sancassani; vicepresidente cap. Cesare Sperotti (combattente dell’Ortigara, morirà nel 1956); consiglieri: avv. Giuseppe Tea, rag. Firmino Gustavo Rigo (1896-1981), cap. Antonio Lavagnolo (combattente nella Grande Guerra, morto nel 1933),  prof. Alessandro Baganzani, Vittorino Tommasi, Benvenuto Biasi, Gaetano Pasini, Omero Pozza ed il ten. Eustacchio Stevani;  revisori e giunta di scrutinio: rag. Giovanni Tregnaghi, rag. Angelo Adamoli e Guido Pasini3. In “Penne nere veronesi” (1981) è precisato che il ten. Eustacchio Stevani (1898-1949) ebbe l’incarico di segretario ed il serg. Eugenio  Nenz quello di cassiere; l’incarico di cappellano fu affidato a mons. Ferdinando Prosperini (1890-1986), che era allora cappellano del battaglione “Verona”.

La Sezione veronese fu subito animata da entusiasmo e fervore d’iniziative: l’11 luglio organizzò in Gran Guardia una solenne celebrazione del quarto anniversario del sacrificio di Cesare Battisti, alla presenza di autorità e personalità “cospicue”, nella quale il presidente Sancassani tenne un “poderoso” discorso, concluso con l’elogio degli alpini, “generosi e silenziosi eroi della guerra”, e con un inno all’italianità di Fiume e della Dalmazia; vi intervenne anche Decio Canzio Garibaldi, figlio di Teresa e nipote diretto dell’eroe dei due mondi. In quell’occasione le donne veronesi donarono alla Sezione il vessillo nazionale, che fu poi benedetto dal cappellano Prosperini in Santa Anastasia. Il 5 settembre la Sezione lo portò con orgoglio  alla prima solenne adunata dell’Associazione sull’Ortigara, cui presenziarono innumerevoli autorità tra cui il Commissario Generale per il Trentino  Luigi Credaro, insigne filosofo e pedagogista; don Luigi Sbaragli, già cappellano del “Sette Comuni”, vi celebrò la Santa Messa; seguirono l’intervento del presidente nazionale Arturo Andreoletti e l’indimenticabile orazione ufficiale del tenente alpino padre Giulio Bevilacqua, veronese; questi impartì una nuova, beneaugurale benedizione al nostro vessillo, che per i nostri alpini divenne la “bandiera del profeta”. L’11 novembre la Sezione festeggiò con un grande banchetto in sede il ritorno delle bandiere da Roma, presenti i generali Stringa, Zamboni e Maggia: fu questo l’ultimo atto della presidenza dell’avvocato Sancassani, che, oberato dai gravosi impegni forensi, dovette rinunciare a quel prestigioso incarico.

Il 18 novembre 1920, preso atto delle dimissioni di Sancassani, gli alpini veronesi, riuniti in assemblea straordinaria, elessero loro nuovo presidente sezionale il col. Carlo Marchiori (1869-1949); questi, figlio dell’ing. Luciano, aveva frequentato l’Accademia militare di Modena, aveva combattuto con Menini ad Adua; fatto prigioniero, poi rimpatriato, era stato direttore della Scuola allievi ufficiali di Bassano ed aveva poi combattuto nella Grande Guerra. Presidente onorario fu nominato il generale Umberto Zamboni (1865-1956), definito “padre dei battaglioni alpini veronesi”4; fu probabilmente allora che il ruolo di segretario passò da Stevani a Rigo.  Con rinnovato impulso la Sezione si dette a far propaganda nelle vallate della provincia e prima della fine di quello stesso anno, il 12 dicembre, il presidente Marchiori ed un buon numero di consoci veronesi dettero vita ufficialmente a Caprino Veronese al primo gruppo della provincia, forte di 150 alpini della zona, riuniti nel salone di Palazzo Carlotti. Vi parlarono Marchiori ed il segretario Rigo; fu poi nominata una Commissione del gruppo per le operazioni successive, costituita da Renato Marastoni, già compagno d’armi di Italo Balbo sull’Altissimo, e da Giulio Zanetti, Antonio Lucchini, Antonio Vianini, Luigi Meneghetti, Arturo Tommasi e Simoncelli. Da Milano “L’Alpino” lanciò un “Evviva il Gruppo di Caprino” e ne riportò il nome come unico gruppo esistente nella Sezione di Verona5.

Il 5 gennaio 1921 si tenne un’assemblea sezionale, nella quale il col. Marchiori illustrò gli eccellenti risultati delle attività svolte nel 1920. L’assemblea lo riconfermò presidente per acclamazione e nominò pure a consiglieri Cesare Sperotti (vicepresidente), Gaetano Pasini, Antonio Lavagnolo, Omero Pozza, Benvenuto Biasi, Gino Tommasi, Giuseppe Tea, Alessandro Baganzani, Eustacchio Stevani, Giovanni Tregnaghi, Guido Pasini, Angelo Adamoli e Firmino Gustavo Rigo.

Nel corso di quell’anno la Sezione diede vita a “non poche, né piccole” iniziative; in particolare, come scrisse  con plauso “L’Alpino” del 20 luglio, gli alpini veronesi, con le associazioni combattenti e mutilati, crearono in giugno una cooperativa di consumo che acquistava direttamente dai produttori e vendeva ai soci tessuti e calzature; la Sezione si occupava anche di fornire assistenza ai soci in difficoltà occupazionali; il 30 ottobre successivo fu inaugurata la nuova sede sezionale in Palazzo Carlotti di via Cavour. Intanto tra convegni, nuove sezioni, nuovi gruppi, prospettive di riforma delle truppe alpine e rivolgimenti politici in atto, l’Associazione cresceva e si faceva sentire ovunque, rimanendo fedele alla scelta di rimanere estranea ad ogni coinvolgimento partitico, preoccupata solo di salvaguardare i valori della patria e la memoria ed i diritti di quanti s’erano sacrificati per essa.

Vasco Senatore Gondola

Dopo la lunghissima ed impareggiabile presidenza di Mario Balestrieri, venne eletto per la prima volta un ex combattente del secondo conflitto mondiale, il dott. Pier Emilio Anti. Nono presidente sezionale, Pier Emilio Anti, figlio di Umberto, era nato a Verona da famiglia di patrioti il 7 agosto 1919. Nel 1942 fu chiamato presso la Scuola Allievi Ufficiali di Bassano e destinato al Deposito del 3° Reggimento Alpini. Con la Divisione “Taurinense” venne inviato nei Balcani ed in Montenegro in qualità di ufficiale subalterno. Dopo l’8 settembre 1943 fu preso prigioniero dai tedeschi e deportato in Polonia. Dopo le tribolazioni patite in prigionia, tornò in Italia e riprese la vita civile; si iscrisse all’A.N.A. e cominciò a lavorare nello studio di commercialista del padre.  Sotto la sua presidenza, prese corpo e si sviluppò nella realtà sociale scaligera l’idea della Protezione Civile alpina, nata dopo il terribile terremoto del Friuli nel 1976, dove gli alpini veronesi dettero prova di altruismo e generosità. Il suo mandato fu coronato da numerosi ed importanti eventi tra i quali nel 1979 il centenario delle Compagnie alpine a Boscochiesanuova con la partecipazione del presidente nazionale Franco Bertagnolli; nel 1980 a Spiazzi di Monte Baldo il 60° di fondazione della Sezione Alpini di Verona e nel maggio del 1981 l’assegnazione della 54a Adunata nazionale; evento nel quale mai prima di allora si videro tanti alpini inondare la città scaligera ed il suo territorio in un mare di tricolore. È bene tener presente che il nerbo di tutti coloro che vi parteciparono era ancora costituito dai reduci del secondo conflitto mondiale, all’epoca appena sessantenni, e da un significativo numero di combattenti della Grande Guerra: tutti uomini che per il loro vissuto erano animati dai valori patriottici più sinceri e sentiti. Nell’occasione fu pubblicata la prima edizione di “Penne nere veronesi”, il primo testo nel quale fu raccolta in modo organico la storia della Sezione di Verona. Nella sua introduzione, Pier Emilio Anti sottolineò il carattere peculiare dell’anticonformismo degli alpini, in netto contrasto con un mondo che già all’epoca manifestava i primi, evidenti segni di dissacrazione e scollamento da valori e tradizioni. Tanto era il suo attaccamento al Corpo con la penna che, pur di essere arruolato negli alpini, scherzosamente circolava voce che a suo tempo “l’àvea vendù la vaca”, per dirla nella più schietta espressione vernacola veronese. Nel corso del suo mandato il numero dei soci salì a 17.000, suddivisi in 182 gruppi. Ammalatosi gravemente, nel settembre del 1982 fu costretto a cedere la carica ed a dare le dimissioni. Si spense dopo breve tempo il  1°ottobre successivo, lasciando un profondo vuoto tra i suoi cari ed in tutta la famiglia alpina.  Due giorni dopo, l’estremo saluto gli fu porto nella Basilica di San Fermo. Gli successe quale presidente “pro tempore” il suo vice, il ten. col. Gennaro Lenotti. Questi, figlio di Carlo, era nato l’11 gennaio 1908. Arruolato nel Distretto Militare di Verona, nel 1929 quale Allievo Ufficiale era stato nominato sottotenente di complemento e trasferito dal Deposito del 9° al 6° Reggimento Alpini. Dotato di capacità e grande passione, Gennaro Lenotti, decimo presidente, seppe gestire con serietà e dedizione il delicato momento di transizione, guidando la Sezione fino alle elezioni del marzo del 1983.

                                                                                                                                      Luca Zanotti

Fonti consultate:

- Tito Nicolis, Piero Ambrosini (a cura di ), “Penne nere veronesi 1878 – 1980”, Verona, 1981.

-Augusto Governo (a cura di ), Verona terra di alpini – 63a adunata nazionale – 70° anniversario della Sezione – Ristrutturazione “Casa del capitanio”, Verona,  1990.

- Roberto Rossini, (a cura di), Penne nere veronesi 1878-2004, Verona, maggio 2004.

- www. Books Google.it - Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali….

L’improvvisa scomparsa di Pompeo Scalorbi aveva lasciato l’intera Sezione di Verona in uno stato di completa costernazione. La guerra in corso, con tutte le difficoltà che cominciavano a riflettersi a livello sociale, suggerivano il bisogno di trovare al più presto una guida sicura ed affidabile. Venne eletto alla quinta presidenza il Prof. Dr. Carlo Secco, già Capitano di Artiglieria da Montagna e Vice Presidente sezionale con Pompeo Scalorbi. L’ufficiale alpino Carlo Secco, laureato in medicina, divenne in seguito uno dei più noti e stimati medici dell’Ospedale di Borgo Trento fin dalla sua inaugurazione, datata 13 settembre1942; proprio in quel periodo tra l’altro, si era fatto il nome del compianto Pompeo Scalorbi tra i possibili collaboratori per la presidenza al neonato ospedale veronese: a tale livello di importanza era assurta nel panorama scaligero la classe dirigente della Sezione Alpini di Verona. Carlo Secco, nel settore professionale, ricoprì a lungo il primariato del Secondo Dipartimento di Medicina, e per la sua elevata competenza venne apprezzato e stimato sia in ambito locale che a livello nazionale, diventando un maestro per intere generazioni di medici, era inevitabile quindi, che gli impegni professionali dai quali era gravato, non gli consentissero di guidare adeguatamente la Sezione veronese in un periodo così delicato, lasciando l’incarico nei primi mesi del 1943. Gli succedette alla sesta presidenza il Ten. Col. Babila Falzi,  già “roccioso” ufficiale del 6° Alpini durante la Grande Guerra. La sua non fu una presidenza facile, tutti i problemi nazionali esplosero nel tormentato periodo in cui resse le redini della Sezione, dal 1943 al 1945. Ci voleva una buona dose di coraggio e sangue freddo in quel momento, che, solo chi era stato temprato ai pericoli della vita di trincea poteva avere. Coadiuvato da pochi irriducibili, continuò le opere assistenziali, sia morali che materiali, dei suoi predecessori rivolte agli alpini che transitavano alla Stazione di Porta Nuova per i vari fronti. Mantenne i contatti epistolari con i numerosi giovani ed i richiamati che si trovavano sotto le armi con le loro famiglie; poi, con l’8 settembre 1943, l’Italia divisa, la guerra in casa e lo sbandamento generale, cercò di salvare quello che poteva: la sede con quanto vi era contenuto. A lui si deve il grande merito di aver tenuto in piedi la Sezione, seppur nominalmente, mantenendo le basi per la sua rinascita a guerra finita. Cessate le ostilità, tornata la pace, in un paese da ricostruire sia materialmente che moralmente, i pochi soci rimasti ricominciarono a tessere le fila della Sezione attraverso gli amici ed i giovani che pian piano ritornavano a “baita” dai diversi fronti in cui erano sparsi. Nel periodo che va dal 1945 al 1946, la Sezione venne retta da un Commissario, il Capitano Mario Massi, il quale ebbe l’onere di transitare la Sezione attraverso un momento delicato di stabilizzazione del paese, con ancora numerosi conflitti interni; periodo in cui bastava esporre un tricolore per essere tacciati di far parte di una fazione piuttosto che di un’altra. Poco si sa della sua figura, nell’agosto del 1952, in occasione dell’inaugurazione del nuovo acquedotto di Caprino Veronese, troviamo il Capitano cav. Mario Massi alla direzione della “Eternit” Verona. In tale occasione, aveva offerto una donazione di Lire 10.000 al Gruppo Alpini di Caprino, per cui, possiamo supporre che una volta assolto al suo compito, sia rimasto in ambito alpino come collaboratore attivo. Nel 1946, venne finalmente eletto alla settima presidenza il Ten. Col. Rag. Paolo Benciolini, anch’egli valoroso combattente  della Grande Guerra con all’attivo due medaglie d’argento al Valor Militare. Aspirante Ufficiale nel 7° Alpini, Battaglione Belluno, la prima delle medaglie gli venne conferita per l’azione dell’11 luglio 1916 sulle Tofane, dove si trovò suo malgrado, coinvolto nell’azione austro-ungarica in cui vennero fatte saltare le difese italiane con una mina di ben 35 tonnellate di esplosivo ad alto potenziale con la seguente motivazione: Sprezzante della morte quasi certa alla quale andava incontro per lo spargimento di gas e la caduta di pietre provocata dallo scoppio di una potente mina, accorse al preciso momento sul luogo fissatogli. Pur venendo sostituiti gli alpini della sua posizione, egli volle rimanere al posto di combattimento, finché fu nostra la vittoria. Con Paolo Benciolini, la Sezione riprese lentamente a rivivere, alimentata dall’ apporto dei giovani reduci del secondo, devastante conflitto da poco terminato, complice la loro volontà di ritrovare punti di riferimento comuni, nonché di ricordare gli amici ed i commilitoni tragicamente caduti in una guerra perduta, che aveva profondamente diviso e lacerato l’animo di ogni singolo italiano.

Luca Zanotti

Fonti:

-Ministero della Guerra – Bollettino ufficiale – Dispensa n° 50 – 10 giugno 1916.

-“L’Arena” -  mercoledì 23 settembre 1942.

-“Il Montebaldo” - anno 1, n°3, settembre 1952.

-“Il Montebaldo” – anno 3, n°2, febbraio 1954.

-Augusto Governo (a cura di ) “Verona terra di alpini” – 63^ adunata nazionale – 70° anniversario della Sezione – Ristrutturazione “Casa del capitanio”, Verona,  1990.

-A.A.V.V.,“Agli Alpini”, Edizioni di “Vita veronese”, anno XVII - aprile-maggio 1964.

-Mario Ceola, “La guerra sotterranea attraverso i secoli”, Museo storico italiano della guerra – Rovereto, 1939.

-Tito Nicolis, Piero Ambrosini (a cura di ), “Penne nere veronesi 1878 – 1980”, Verona, 1981.

-www.frontedolomitico.it/Uomini/protagonisti/BencioliniPaolo.

-www.sanmartinoba.it/p_SeccoCarlo

Sport

Pellegrinaggi

Solidarietà

Alpini