Cent'anni dell'ANA: a Milano alpini convinti e commossi. "In una città distratta, ho visto un alpino piangere"

Domenica 12 maggio 2019, il giorno della sfilata, l’ultimo di questa adunata del centenario a Milano. Stavo aspettando il blocco degli alpini paracadutisti. Nell’attesa mi sono ritrovata a scambiare qualche battuta con un alpino anziano sconosciuto che avevo accanto. Improvvisamente, da lontano, un motto urlato attirò la mia attenzione: “1001, 1002, 1003! Mai strac!”. “Eccoli!” gli dissi indicandoli. Ma non ebbi risposta. Mi girai verso di lui e capii che non lo poteva fare: i suoi occhi erano diventati improvvisamente lucidi e le labbra serrate e tremule, tentavano di trattenere l’emozione invano. Un grido, un inno, un richiamo che arrivava direttamente al cuore, passando da anni fatti di nostalgia, di legami fraterni indissolubili.

Ho visto un alpino cieco che portava il suo gagliardetto con orgoglio e grinta.

Ho visto un vecchio alpino che teneva per mano il nipote e lo accompagnava nel mondo fatto di valori che a volte si credono smarriti.

Ho visto la storia, tra le rughe nel viso di un reduce e i moncherini delle sue mani.

Ho visto un mondo diverso, una dimensione parallela, dove ogni barriera e convenzione sociale decade e si è tutti sotto un unico cappello, quello alpino.

E allora anche l’assenza di bandiere alle finestre, della gente affacciata dai palazzi, le vetrine cristallizzate e fredde nella quotidianità milanese, città indifferente e dispersiva, o dell’assenza in più punti di persone lungo la sfilata, passano in secondo piano, perché la vera adunata è l’alpinità vissuta, percepita fin nelle ossa, nei sentimenti che una canzone o un abbraccio fraterno evocano e nell’essenza di quelle lacrime dell’alpino che ho visto piangere.

Lucia Zampieri

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