La coralità degli alpini, un valore d’arte e d’umanità.

La coralità degli alpini, un valore d’arte e d’umanità. Ma va salvaguardata l’originalità storica.

“Canta, che ti passa”, è uno dei motti degli alpini. Ma cosa significa la coralità alpina? perché è gradita, oggi più che mai? come è nata e come si è evoluta, dai canti spontanei popolari ottocenteschi alle successive dotte armonizzazioni novecentesche? e ancora, cos’è oggi, potrà ambire al riconoscimento di patrimonio mondiale dell’Unesco e potrà aprirsi anche alle voci femminili? Questi ed altri aspetti e interrogativi sono stati al centro dell’interessantissimo convegno nazionale “La coralità degli alpini. Musiche, testi, esperienze”, svoltosi l’8 giugno scorso a Milano, presso il Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi”. Organizzato dal Centro Studi dell’A.N.A., è stato aperto dal presidente Sebastiano Favero, il quale ha introdotto i lavori ricordando che i cori dell’Associazione sono attualmente ben 150 e che fondamentalmente gli alpini cantano sia per ricordare eventi e momenti storici, sia per esprimere la gioia di stare insieme. Coordinatore autorevole il professor Nicola Labanca, il quale, da storico qual è, s’è soffermato sul permanere dell’interesse per i canti alpini di montagna in un mondo in trasformazione sempre più urbanizzato ed ha affermato che in questo settore l’A.N.A. vanta autentiche eccellenze e presenta, nel contempo, nei cori quell’ “anarchia organizzata” che è la nota tipica dell’Associazione. È seguita una serie di relazioni di notevole spessore culturale svolte dagli studiosi Carlo Perucchetti (Il canto della tradizione orale nei repertori dei cori), Alessio Benedetti (Come cantavano i soldati?), Bruno Zanolini (Evoluzione delle armonizzazioni e delle elaborazioni corali), Mauro Zuccante (Canti degli alpini, alio modo), Alberto Lovatto (Il lunghissimo passato dei acanti alpini sino alla Grande Guerra), Quinto Antonelli (I canti alpini fra Grande guerra, fascismo e seconda guerra mondiale), Domenico Rizzo (Il linguaggio di caserma e la figura della donna nei canti alpini), Massimo Marchesotti (La socialità nei cori e i cori nella società attuale) e Filippo Masina (La coralità alpina oggi: continuità e discontinuità), intervallate da felici ed originali esecuzioni esemplificative dei cori spontanei di Reggio Emilia e Premana. Impossibile in questa sede dar conto dei contenuti delle singole relazioni, che compariranno in un prossimo volume degli Atti del convegno. Ci limitiamo a riprendere qualcuno dei concetti emersi. Innanzitutto è stato chiarito che le radici della coralità alpina vanno individuate già nella tradizione orale popolare anonima prebellica di canti di lavoro, d’evasione e d’altro, portati poi come bagaglio affettivo dai soldati in guerra, ripresi nelle melodie, ma modificati nei testi; la guerra fu un crogiuolo in cui s’incontrarono le tradizioni canore delle diverse regioni, distinguibili in due macroaree, una mediterranea-meridionale, più lirico-melodica, ed un’altra settentrionale, più corale. È stato ricordato il ruolo fondamentale per la prima raccolta e valorizzazione dei canti di guerra svolto dall’ufficiale alpino e poeta Piero Jahier, che li raccolse nel 1919 in Canti di soldati con versione musicale curata da Vittorio Gui, intendendoli come espressione più autentica dei valori e dei sentimenti del popolo. Si è parlato delle successive armonizzazioni (per qualcuno “tradimenti”) di quei canti, di qualità non più popolare, della ridefinizione del repertorio dei canti alpini negli anni del fascismo, funzionali alle logiche del regime, e del ruolo rilevante che vi ebbe l’on. Angelo Manaresi, presidente dell’ANA e poi del CAI; s’è fatto cenno alla posizione guida assunta allora dal coro della trentina SOSAT (Sezione Operaia Società Alpinisti Tridentini), divenuta poi solo “Coro della SAT”. Sempre in tema di armonizzazioni s’è osservato che, anche quelle più recenti, seppur in sé valide e apprezzabili, sono lontane dalla realtà del canto popolare, che invece va lasciato com’è; ed al riguardo s’è ripercorsa la polemica contro le armonizzazioni sviluppatasi nel secondo dopoguerra che aveva portato ad un convegno nel 1965 per la difesa del canto alpino autentico, cui aveva fatto seguito la definizione di un “canone” di soli 31 canti, oggi per altro in buona parte disatteso. Nel convegno ha trovato posto anche un’analisi approfondita delle forti valenze sociali presenti nei canti popolari, i quali hanno rispecchiato le trasformazioni della società e dell’economia da contadine a industriali e operaie. Acute considerazioni sono state svolte pure
sulla rappresentazione della donna nei canzonieri alpini, più “puliti” rispetto alle licenziosità da caserma; in essi si parla delle diverse fasi dell’amore giovanile, della partenza del soldato, della nostalgia che lo attanaglia, con la costante d’una donna lontana, sofferente, in attesa. S’è riflettuto infine su quanto di quel patrimonio corale sopravviva nella società odierna, nella quale esso può rischiare di essere relegato e snaturato in una dimensione meramente tecnica o folkloristica. L’auspicio dell’Associazione, invece, come ha scritto Mauro Azzi, presidente del Centro Studi dell’A.N.A., è che il tema della coralità sia “restituito a tutta l’Associazione, nella sua complessità e soprattutto nella sua bellezza… e che i cori tornino ai canti alpini e gli alpini a cantare insieme. Il sogno sono i concerti all’aperto, le voci che si uniscono fino a diventare una sola”.

Vasco Senatore Gondola

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