“Il Pane è vita” - Giovedì 21 Ottobre 2021 Ore 20.30 Baita Alpini di Lugagnano Via Caduti del Lavoro, 4

Anche nella “Rotta Balcanica” gli Alpini di Lugagnano di Sona, l’Associazione il Dono con Energia & Sorrisi ODV (VI) hanno dimostrato di essere

al servizio del PROSSIMO. Costruttori di PONTI, diffidano delle barriere. Umiltà, Altruismo, Coraggio, le ricette che condividiamo.

Conduce la serata: Giampietro Dal Ben.

INFO: 045 984396

www.analugagnanovr.it email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Fonte: www.ana.it

Sarà in rassegna alla 78ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, in programma ai primi di settembre, il film “Le sette giornate di Bergamo” che racconta la costruzione in tempi record dell’Ospedale degli alpini in Fiera a Bergamo.

Sergio Rizzini, responsabile nazionale della Sanità Alpina, è stato l’artefice del progetto, sviluppato con Ambrogio Crespi e affidato alla prima regia di Simona Ventura.

In campo con gli alpini è scesa una coproduzione di Proger Smart Communication con AddIctive Ideas e SiVe. Tra gli autori Giovanni Terzi e Natascia Turato. Al fianco di Simona Ventura giovani di talento, come Niccolò Crespi con Michele Saulle; alla fotografia Orazio Truglio e Alessandro Arrighi alla direzione lavori.

E’ stato possibile conservare uno scrigno di emozioni grazie alle immagini fissate da Giacomo Pellegrinelli che ha documentato con la sua telecamera il grande tesoro di umanità nei giorni della tragedia. Un’umanità che ha saputo vivere e reagire anche con il miracolo dell’ospedale degli alpini, un presidio realizzato in soli sette giorni di costruzione che ha consentito di poter contare su un efficace contrasto alla diffusione della pandemia.

Fonte: www.ana.it

Gli alpini del Reparto Comando e Supporti Tattici Tridentina hanno partecipato durante tutti i mercoledì del mese di luglio alle Giornate sulla sicurezza e prevenzione in montagna, organizzate dal rifugio Contrin, con l’obiettivo di sensibilizzare giovani e adulti sull’importanza di comportamenti corretti quando si frequenta l’ambiente montano.

Per l’occasione, istruttori militari di alpinismo hanno organizzato tre aree attrezzate. Nella prima area il personale ha fornito nozioni basiche di sicurezza in montagna, nella seconda e terza area sono stati attrezzati una piccola parete per arrampicare e un ponte tibetano, per permettere ai più piccoli di provare questi particolari percorsi.

Le attività, che si sono svolte nel rispetto delle norme sanitarie sul contenimento e la diffusione del Covid, hanno suscitato grande curiosità ed interesse tra i turisti che transitavano nei pressi del rifugio ai piedi della Marmolada.

Inoltre, durante l’attività sono state illustrate le opportunità formative e lavorative che l’Esercito Italiano offre, fornendo per l’accesso alla carriera militare. Il Re.Co.Su.Tat. Tridentina è da sempre coinvolto nell’ambito della sicurezza in montagna, nel periodo invernale attraverso l’emissione dei bollettini Meteomont per l’area d’interesse del settore 22 (Alto Adige – Lombardia) che con la presenza di assistenti alle piste da sci in molto comprensori montani, che nel periodo estivo con incontri formativi sulla sicurezza e prevenzione in montagna. Le attività proposte rappresentano, ancora una volta, il simbolo di un legame concreto e duraturo tra l’Esercito, la montagna e i cittadini.

La responsabile del rifugio Contrin al termine dell’attività ha ringraziato il personale della Tridentina per la bellissima esperienza dove vedi e conosci tanta gente che vi apprezzano: “I bambini per il fascino della divisa e per come vi vedono ai loro occhi, gli adulti per il lavoro che svolgete, gli anziani per i loro ricordi che li legano a voi per sempre regalando forti emozioni nei loro racconti”.

“Palestra di vita e di cittadinanza, dovrebbe essere un’opportunità estesa a tutti i ragazzi e le ragazze”, fa appello il presidente Luciano Bertagnoli.
 
La giornata inizia alle 6.30, allo squillo della tromba, e prosegue con la ginnastica mattutina, la colazione, la pulizia personale e della caserma. Dalle 10 circa, protagoniste sono le attività del campo: corsi di orienteering, nozioni teoriche e pratiche su protezione civile, pronto intervento, escursioni in montagna, canti alpini, gare sportive. Vengono messi alla prova e mettono alla prova la propria competitività e l’altruismo. Proiettati dai racconti nella vita vissuta sui monti dai loro coetanei un secolo fa, imparano la storia. Soprattutto, riscoprono il significato del “noi”, come uscire all’individualismo per fare squadra e creare comunità. Iltutto, senza smartphone, tablet, social e rete wi-fi: in questo caso, un prezioso valore aggiunto. Sono i ragazzi e le ragazze dai 16 ai 25 anni che stanno partecipando ai Campi scuola organizzati dall’ANA che hannopreso il via nei giorni scorsi a Bassano del Grappa e a Feltre, negli spazi della caserma Zannettelli dove ci sono anche sette giovani veronesi: Luca e Fabio Caceffo di Mezzane, Michela Pagani di San Martino Buon Albergo, Loris Coati della Valdadige, Matteo Zancarli di Fane, Elia Pigozzi e Anna Bombieri di Grezzana.
 
I ragazzi di stanza a Feltre, una quarantina circa a cui se ne aggiungono altrettanti in quel di Bassano, hanno ricevuto la visita del presidente nazionale dell’ANA Sebastiano Favero e di tutti i presidenti delle sezioni del Terzo Raggruppamento. Per Verona era presente il presidente Luciano Bertagnoli e il delegato ANA Verona allo Sport Remo Pigozzi.
 
I campi scuola rappresentano il primo step sperimentale di un progetto che l’ANA ha nel cassetto da tempo. Si tratta dell’organizzazione di un periodo di vita di comunità al servizio del prossimo che potrebbe articolarsi in due step di tre mesi ciascuno. “L’obiettivo verso cui tendiamo, pressoché impossibile da realizzare senza un supporto istituzionale, è quello di un servizio aperto a ragazzi e ragazze e organizzato in tre indirizzi: civile, di protezione civile, e con le nostre forze armate alpine, per quanti volessero meglio conoscere questa realtà. Abbiamo già avuto dei  contatti interessanti in passato con la Presidenza del consiglio e il Ministero della Difesa, ora intendiamo entrare nel concreto con queste prime prove sperimentali per capire se e come meglio tarare l’offerta formativa”, spiega il presidente nazionale Favero. “Essere qui con questi ragazzi, vedere lo spirito di squadra e l’entusiasmo che li muove è un’enorme soddisfazione. Guardarli insegna molto anche a noi adulti e fa riflettere. Questa esperienza è una palestra di vita e di cittadinanza che dovrebbe essere estesa a tutti i nostri e le nostre giovani”, riflette il presidente dell’ANA Verona Bertagnoli.
 
Durante i dieci giorni nel campo – un’occasione formativa utile anche a livello scolastico per il riconoscimento di crediti formativi – i ragazzi sono coinvolti in attività normalmente svolte dai volontari ANA e di Protezione Civile, imparando nozioni di base sul primo soccorso, sul montaggio delle tende del campo base e su altre attività legate alla logistica, sulle comunicazioni radio, con un assaggio di arrampicata su roccia e trekking e potranno saggiare da vicino le discipline tipiche della Protezione Civile come l’utilizzo dei droni e il soccorso con le unità cinofile. Senza dimenticare la possibilità di trascorrere alcuni momenti con gli alpini in servizio, grazie alla collaborazione tra ANA e Truppe Alpine, in modo da entrare in contatto con graduati e volontari di truppa, che illustreranno le molteplici attività in cui sono impegnati. Per i giovani veronesi questo momento sarà tra sabato e domenica sulla cima del Monte Grappa, dove trascorreranno la notte in tende singole che dovranno imparare ad allestire da soli.
I campi scuola dell’ANA proseguiranno nelle prossime settimane, coinvolgendo tutte le sezioni d’Italia con base anche ad Almenno (Bergamo), in Val Veny (Aosta) e a L’Aquila.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Giornata in Grigio Verde

Sabato 28 e Domenica 29 Agosto ritorna l'annuale appuntamento con la storia, per rivivere la storia in una giornata in Grigio-Verde presso Malga Lessinia (vedi locandina)

Saranno presenti vari gruppi storici.

Programma di Sabato 28 Agosto:

15.00 passeggiata con i rievocatori fino al rifugio Castelberto

Programma di Domenica 29 Agosto:

10.00 - Arrivo rievocatori in sfilata con divise d'epoca

10.15 - Alzabandiera

dalle 10.30 alle 13.00 - VITA DI TRINCEA, con visite guidate all'interno del caposaldo di Malga Pidocchio e relativo sistema difensivo

12.30 - Rancio in trincea per i rievocatori

Dalle 14.30 alle 16.00 - VITA DI TRINCEA e PASSEGGIATA CON I RIEVOCATORI AL RIFUGIO CASTELBERTO.

All'interno del caposaldo saranno allestite delle piccole mostre dedicate con materiale originale dell'epoca, un posto comando ed un piccolo ospedale da campo illustrato da personale in divisa.

Dal prossimo 13 giugno al Museo Leone di Vercelli (via Verdi 30), sarà possibile visitare la mostra “Da una vita all’altra”, dedicata alle Medaglie d’Oro Eugenio e Giuseppe Garrone, caduti nella Prima guerra mondiale, ai quali è intitolata la Sezione di Vercelli.
 
La mostra, curata da Chiara Maraghini Garrone e da Luca Brusotto, propone un percorso di una trentina di pannelli che uniscono testi e immagini, tratti da quel grande racconto di vita e di guerra che è l’epistolario dei fratelli Garrone.
 
La rassegna resterà aperta fino al 31 ottobre 2021 e potrà essere visitata nei seguenti orari: da martedì a venerdì ore 15–17.30; sabato e domenica ore 10–12 e 15–18. Ingresso libero.
 

Per informazioni: tel. 0161253204, www.museoleone.it

Fonte: www.ana.it

Forse non tutti sanno che...

Forse non tutti sanno che, oltre ad essere il titolo di un'apprezzata rubrica di un settimanale di enigmistica, è anche, nel nostro caso, un dato di fatto: forse non tutti sanno che nell'organico della nostra Sezione esiste anche un Centro Studi. Certo, avendo voglia di cercare, di andare sul sito anaverona.it e iniziare un paziente lavoro di ricerca, o spulciando attentamente i numeri de “Il Montebaldo”, ecco che si scoprono i primi indizi, qualche riferimento in alcuni articoli, e per i più pazienti e curiosi anche la fortuna di capitare nella pagina che nel sito della Sezione è dedicata al Centro.

Certo, facile così si dirà, abbiamo scoperto questa cosa nuova. Ma cosa fa il Centro Studi? È solamente l'ennesima struttura, che serve per distribuire “careghe” e per dare un ruolo a qualcuno o ha un compito preciso da assolvere? E certo che il Centro ha un mandato preciso, ricevuto dalla Sezione, quello della riscoperta e della conservazione dell’immenso patrimonio storico e umano che sono le vicende dei nostri alpini in armi. Quindi il Centro si occupa di storia, che brutta parola! Ai più ricorderà la scuola, dove la storia era l'ennesima materia da studiare, per la quale, a differenza di altre, non vi erano inclinazioni naturali, bisognava solo aprire il libro. Ma per pochi aprire quel libro, ed immergersi nelle vicende di secoli passati era un piacere assoluto, pochi ancora inconsapevoli ma che già intuivano l'importanza di quella materia, perché come qualcuno canterà “la storia siamo noi”; un concetto semplice ma difficile, significa che ognuno di noi, ma anche ogni paese, ogni struttura, ogni associazione, è la propria storia, e per capire chi siamo non dobbiamo far altro che guardare indietro e ripercorrere il cammino fatto.

Bene, ma perché questo pistolotto? Semplice, perché il Centro ha bisogno di voi. 

Il Centro Studi sta portando avanti diversi progetti di ricerca, che stanno coprendo quasi tutta la vita operativa della specialità degli alpini, ma anche il recupero della storia dei caduti della grande guerra sepolti nel sacrario del cimitero monumentale di Verona. Tra questi progetti vi è il recupero della Storia, e delle storie, dei battaglioni alpini a reclutamento veronese nel corso del primo conflitto mondiale – i battaglioni Verona, Val d'Adige e Monte Baldo – con l'intenzione di produrre alcune pubblicazioni, ed ecco che siamo a chiedere il vostro aiuto. A voi alpini, a voi amici, ma anche ai Gruppi, alle zone: se avete, o se avete conoscenza che qualcuno ha materiale di interesse storico, come fotografie, memorie, diari, lettere, cartoline o qualsiasi altra cosa possa interessare la storia di questi tre battaglioni tra il 1915 ed il 1918, vi chiediamo di contattare il Centro e farcelo sapere; operativamente chiederemo solo di poter scansionare, o fotografare, il materiale (la tecnologia oggi ci consente cose impensabili fino a qualche anno fa) e l'autorizzazione ad una eventuale sua pubblicazione, ci teniamo a precisare che tutto il materiale rimarrà di proprietà del titolare (resta comunque valida la possibilità di “versarlo” in Sezione, dove sarà accuratamente conservato e valorizzato). 

Ma non chiediamo solamente, siamo anche disponibili “a dare”, se siete quindi intenti in una ricerca storica sulla vostra famiglia, su vostri avi alpini, provate a bussare anche alla porta del Centro. Non vi assicuriamo di sapervi dire con esattezza cosa il vostro antenato mangiò a pranzo il 15 ottobre del 1916, o dove un altro dormì la notta del 24 aprile 1941, ma l'esperienza dei ricercatori del Centro, che da anni frequentano archivi civili e militari e sono abituati ad immergersi nelle fonti storiche potrà senz'altro esservi d'aiuto. Luca Antonioli

Articolo presente sul nostro giornale sezionale "IlMontebaldo" https://www.anaverona.it/.../IlMonte.../IlMontebaldo2021.pdf

La storiografia novecentesca veronese s’è arricchita in questi anni d’un’interessante e documentatissima pubblicazione sulla vita della popolazione di Montorio durante l’occupazione tedesca del paese iniziata il 9 settembre 1943 e sui sanguinosi eventi che si consumarono tra Montorio, Ferrazze e S. Martino Buon Albergo il 26 aprile 1945 durante la ritirata delle ultime truppe tedesche e gli scontri con i partigiani. Una pagina di storia che in precedenza, scrive nella prefazione Roberto Buttura, era stata solo rievocata in modo frammentario e che invece gli autori dell’opera, Gabriele Alloro, Roberto Rubele e Cristian Albrigi, tre montoriesi appassionati di ricerche storiche, hanno voluto scandagliare e ricostruire dettagliatamente. Con l’ausilio di numerosi validi collaboratori e con una lunga e paziente ricerca avviata fin dalla fine degli anni novanta essi hanno consultato la bibliografia resistenziale esistente, scandagliato innumerevoli archivi pubblici e privati e raccolto, verificato ed esaminato innumerevoli preziose testimonianze di persone che furono dirette protagoniste di quei momenti. Ne è risultato un lavoro serio, metodologicamente corretto, equilibrato nei contenuti, nel quale hanno ricostruito con fedeltà documentaristica, arricchita di pathos e partecipazione emotiva, il succedersi degli eventi. Dopo l’8 settembre e la fine dell’alleanza con l’Italia regia i tedeschi, com’è noto, s’erano prontamente impadroniti dei centri vitali del nostro paese; s’erano insediati anche a Montorio, occupandone le strutture più importanti e creandovi poi le “baracche” della Todt; le Casermette erano la base del 40° reggimento GNR di Ciro di Carlo; la Corte Colombare divenne per qualche tempo sede d’un campo di concentramento per ebrei, contemporaneamente nell’area i partigiani s’organizzavano sotto la guida del dottor Andrea Montignani. La popolazione s’era adattata a sopravvivere accanto ai tedeschi: i validi, rastrellati per i lavori alla Todt; i giovani, nella contraerea per evitare la deportazione in Germania. Ma nell’aprile del 1945, con gli Alleati alle porte, le sorti della guerra erano ormai segnate e la sconfitta del nazifascismo imminente: i tedeschi, in ritirata verso nord, avevano abbandonato Montorio, ma il paese divenne luogo di transito d’altre truppe in ritirata. Arrivarono paracadutisti armati, ancora reattivi, braccati dai bombardamenti, timorosi delle presenze partigiane. Per Montorio fu la premessa del dramma: l’ultimo tedesco della colonna transitante in paese era in ritardo, qualcuno con “gesto insensato” gli sparò, ferendolo; pronta si scatenò la reazione violenta dei tedeschi che ingaggiarono un conflitto a fuoco con i partigiani; vari i morti; poi per rappresaglia i tedeschi rastrellarono tredici civili innocenti, li spinsero al villaggio Todt e li fucilarono presso il “morar”. La colonna tedesca proseguì poi verso Ferrazze e S. Martino Buon Albergo, seminando altri morti, altri drammi. In totale la zona pianse quel giorno una cinquantina di vittime. Il libro tutto narra, tutto descrive in modo scarno, non indugia su colpevolizzazioni o recriminazioni, fa parlare i fatti, rispecchia le ansie, le paure delle famiglie asserragliate in quei momenti nelle case, rifugiate nelle cantine, dà voce allo sbigottimento generale di fronte a quelle morti assurde. Quella tragica giornata si concluse con l’arrivo degli americani in Montorio. E proprio allora avvenne un particolare che ci coinvolge e commuove come alpini: tra quanti andarono incontro ai liberatori un’anziana donna stringeva tra le mani una giacca ed un mazzo di fiori: era Erminia, la “comare” del paese; la giacca tra le mani era stata di suo figlio Giovanni Montolli, studente universitario a Padova, tenente degli alpini, comandante del battaglione “Val Fassa”, caduto combattendo per la Resistenza contro i tedeschi l’11 settembre 1943 a Pianamaggio sul valico tra Massa e Carrara. La povera donna andò incontro ad un giovane ufficiale americano e gli donò il mazzo di fiori che teneva in casa accanto alla fotografia del figlio morto. V.S.G

Didascalia foto: Il tenente Giovanni Montolli (da collezione Antonio Pagangriso, digitalizzata dall’Associazione montorioveronese.it)

Dal Gruppo di Vago uno sguardo sul futuro dell’ANA. Il lavoro storico di Renzo Zerbato.

Dal dicembre scorso anche il gruppo alpini di Vago di Lavagno ha la sua storia: un bel volume di centotrentasei pagine, ricco di immagini, di dati storici e d’umanità. Ne è autore il vaghese Renzo Zerbato, attivissimo segretario del Gruppo, dirigente d’azienda in pensione, che nell’ultimo decennio ha dato alle stampe varie opere, affermandosi come artista poliedrico, scrittore e poeta fecondo, nonché ricercatore capace d’indagare la storia e interpretare l’anima della sua terra e della sua gente. La “Storia degli alpini di Vago”, cui hanno collaborato i capigruppo Cisamolo, Dal Colle, Lonardi, Montanari e Valbusa, è aperta dalla prefazione autorevole del dott. Alfonsino Ercole, già sindaco di Tregnago e presidente della Sezione Alpini di Verona, attuale vicepresidente vicario dell’ANA nazionale. Dopo brevi ma precisi cenni introduttivi sulla storia del Corpo degli Alpini e su alcuni interessanti aspetti della storia di Vago, l’autore ripercorre le tappe della vita del Gruppo, costituito per iniziativa di Leonardo Molinaroli , Roberto Cisamolo e altri l’11 aprile 1975; ricorda l’adunata di zona per l’inaugurazione del gagliardetto avvenuta il 26 ottobre successivo, la generosa partecipazione degli alpini di Vago nel 1976 alle operazioni di soccorso al Friuli devastato dal sisma ed i successivi crescenti impegni del Gruppo; riporta poi ampi e toccanti brani dell’esemplare raccolta di testimonianze dei reduci del paese avviata dal Gruppo nel 1978, che si concluse nel 1980 con un’interessantissima mostra ed una pubblicazione preziosa per i posteri. Zerbato passa poi a parlare delle tappe che portarono il Gruppo, inizialmente ospitato in sedi provvisorie, alla realizzazione della baita attuale, inaugurata solennemente nel 2009 e divenuta punto di riferimento per la protezione civile e l’intera comunità; egli si sofferma sulla monumentale storica lapide dedicata ai caduti nel 1921 e sul nuovo monumento realizzato nel 1992; rievoca alcuni luoghi e pagine eroiche della grande guerra, senza però dimenticare che in essa non mancarono segni d’umanità tra i combattenti sui fronti contrapposti; propone i profili di alcuni protagonisti del Gruppo, i nominativi dei capigruppo e consiglieri che lo guidarono e chiude con uno sguardo sul futuro dell’ANA e sulle conseguenze derivanti dalla sospensione dal 2005 del servizio di leva, cui potrà essere posto rimedio, a parere dell’autore, dando nuovo spazio e responsabilità ai soci aggregati. Tema, questo, da tempo all’attenzione della nostra Associazione: arduo e attualissimo, esso s’accompagna alla necessità di conciliare le esigenze crescenti di sicurezza pubblica, di sempre più specialistica professionalità degli operatori militari e di un ripristino per le nuove generazioni di valide iniziative di formazione ai valori civici e comunitari. V.S.G.

La montagna è esperienza spirituale, un luogo dell’anima. A mano a mano che saliamo, sentiamo che ci stiamo inoltrando nelle profondità della nostra anima. Riscopriamo di averne una. La spiritualità è una dimensione inalienabile dell’essere umano. Senza spiritualità siamo soltanto uomini-massa, numeri, marionette manovrate dal caso, dal potere o dalla pubblicità. Oggi solo il mercato sembra interessarsi ai giovani: per condurli, magari attraverso il divertimento, sulla via del consumo. Dove ciò che si consuma è la loro stessa vita, la quale, privata di interiorità, non riesce più a proiettarsi in un futuro… per accedere alla propria dimensione spirituale occorre avviare un dialogo con se stessi. E dunque imparare ad ascoltarsi. Ma per fare questo occorre silenzio… Il rumore ha un ruolo determinante nel processo di disumanizzazione in atto. Il rumore è aggressivo, genera un crescente nervosismo, una crescente disposizione all’intolleranza. Nel mondo attuale la montagna è l’ultimo rifugio naturale del trascendente. Luogo della lentezza, del silenzio, dell’ascolto. Simbolo di ascensione non solo fisica, ma spirituale, di uscita dalla folla, di elevazione dalle bassure e miserie dell’esistenza. In questo senso è assimilabile a un luogo sacro, di raccoglimento e preghiera, dove l’anima si libera e si apre, si rivela. Dobbiamo imparare a rispettare la montagna, a non farne una meta di massa, di consumo, uno stabilimento balneare, un parco divertimenti, una merce di scambio da sfruttare economicamente. Quando avremo permesso definitivamente ai motori di profanare la montagna; quando vi avremo portato lo stile cittadino, le casse acustiche, le sagre dell’abbuffata, le finzioni mediatiche, non avremo più un luogo sulla terra in cui metterci in comunicazione con la nostra interiorità, in cui rimanere a tu per tu con la consapevolezza della nostra finitudine… Non possiamo pensare di continuare ad arginare il malessere giovanile con accorgimenti occasionali o controlli di polizia. Il ragazzo che mette a repentaglio o addirittura si toglie la vita non lo fa perché la ripudia, ma perché gli manca. Gli manca una vita più vera, più autentica, in armonia con il mondo. Gli manca l’appagamento dello spirito. La vita per un giovane non può essere quella cosa povera e banale, quello spreco continuo dello spirito che si trova a vivere, quella vita che ha il vizio supremo della superficialità e dello sperpero. Se tu uccidi la bellezza intorno a te, tu la uccidi anche dentro di te, perché noi siamo belli della bellezza di cui sappiamo compenetrarci.

“Alta, magnifica, ampia
la vista che domina il mondo!
Da montagna a montagna
trascorre lo spirito eterno,
presago di eterna vita”. (Goethe)

“La montagna è una maestra muta che crea discepoli silenziosi”. (Goethe)

(passi tratti da “La montagna luogo dell’anima”, di Alberto Meschiari, pubblicato su Montagne360, agosto 2019)

 

Sabato 02 gennaio 2021 il Gruppo di Lugagnano è partito alla grande con la consegna sul territorio di Lugagnano del periodico comunale “IL NOSTRO COMUNE - COMUNICHIAMO CHIARO” a fronte di un contributo. Notevole l’adesione nella distribuzione, questo a dimostrazione che il Gruppo, nonostante le difficoltà del momento, ha saputo reagire facendo squadra, ma soprattutto abbiamo dimostrato che il gruppo è vivo e questo è molto importante. In tre ore, eravamo talmente in tanti, che abbiamo finito la consegna a tutte le famiglie del paese. Lo ritengo un segnale positivo, ma speriamo in una ripartenza delle attività del Gruppo! Un grazie anche ad alcuni componenti del coro “Amici della baita” che si sono resi disponibili. Grazie a tutti! Fausto Mazzi

Alle prime luci del 26 gennaio 1943, il Battaglione parte da Terinkina diretto a Nikolajewka, che si sa fortemente presidiata dai Russi, decisi a fermare per sempre la colonna della Tridentina nella sua marcia verso ovest e verso la salvezza. Le condizioni atmosferiche sono buone, ma il freddo è molto intenso.Dopo un'ora circa di faticoso cammino nella neve ghiacciata, si giunge al culmine di un vasto mammellone che degrada dolcemente verso un avvallamento, dall'andamento trasversale rispetto alla nostra direzione di marcia. In fondo all'ampia china nevosa corre un terrapieno ferrovia­rio protetto da staccionate para-neve, lungo il quale si nota verso destra, un sottopassaggio; al di là della scarpata vi è un breve tratto completamente gelato e poi il terreno sale lievemente verso un grosso abitato, al centro del quale troneggia una grande chiesa con le classiche torri campanarie con cupola a cipolla. Verso sinistra, oltre la linea ferro­viaria, si nota un grosso fabbricato in muratura di mattoni rossi costi­tuente la stazione ferroviaria.Tutti gli uomini validi del Battaglione, con tutte le armi disponibili, vengono riuniti in un solo reparto affidato al comando del Tenente Donà, unico comandante di Compagnia ancora incolume; si tratta di circa duecento uomini tra i quali vi sono gli addetti ai comandi, molti conducenti senza quadrupedi, attendenti, portaordini ed appartenenti alla 113" Compagnia A.A. ed alla Compagnia Comando Reggimentale. Il Comandante del Battaglione concorda con gli altri ufficiali superiori presenti il piano di attacco. Scrive Enno Donà al quale fu affidato il comando dell'azione condotta dal Verona:

Fummo sorpassati da una slitta sulla quale viaggiavano il Comandan­te del Val Chiese Ten. Col. Chierici che noi chiamavamo famigliarmente il "vecchio» ed il Ten. Col. Prat, "Felicin» per gli amici. Ero convinto che davanti ci fosse il Vestone, mentre ci accorgemmo di essere in testa a tutti con a fianco solo la 255' del Val Chiese che aveva pernottato in un gruppo di isbe vicino a noi. La 255' sfilava sul nostro fianco sinistro a poca distan­za e potei salutare Luciano Zani che trascinava avanti gli alpini con grida di incitamento; anzi ad un certo punto la 255' ci sopravanzò e pur su altra pista si portò avanti a noi. Ormai non eravamo più delle ombre nella notte perché la luce del giorno aveva vinto il buio ed a est il cielo si tingeva di rosso promettendo un sole pieno in una giornata serena. La marcia di avvicinamento a quel centro che poi sapemmo chiamarsi Niko­lajewka durò circa un'ora, poi ci fermammo. Sul colmo del costone c'era ferma la slitta di Chierici e di Prat. Il maggiore mi chiese di accompagnarlo e ci avvicinammo alla slitta per sentire se c'erano ordini circa la prosecuzione del movimento. Prat stava consultando la carta topografica e ci salutò con un cenno, mentre Chierici ci prese in disparte e ci orientò sugli ordini del nostro Colonnello che, come si disse, stava sopraggiungendo in testa al Vestone. Prat ci informò sulla situazione che si può così riassumere: una cicogna tedesca in osservazione aveva comunicato che il paese di Nikolajewka davanti a noi, in fondo ad un avvallamento, era in salda mano del nemico ed il 6° doveva attaccare perché quella era l'unica via possibile verso l'ovest. Probabilmente sarebbe stato l'ultimo sforzo da fare per raggiungere le linee tenute dai tedeschi e bisognava far presto prima che il nemico riuscisse a porre in atto uno sbarramento efficientemente organizzato. Ordinava pertanto a nome del Comandante la Tridentina di sferrare subito l'attacco con il Vestone al centro, al quale era commesso lo sforzo principale (era il battaglione più efficiente e poteva contare su 600 uomini). La 255' Cp. era già in posizione di partenza per l'attacco sulla sinistra e sarebbe stata seguita dalle altre due compagnie in arrivo (il Ten. Col. Chierici in quel momento non sapeva che le due compagnie erano state semidistrutte la notte ad Arnautowo). Il Verona doveva estendere l'azione sulla sinistra del Val Chiese per impegnare più forze nemiche che fosse possibile. L'attacco avrebbe avuto l'appoggio dell'aviazione tedesca che con gli Stukas avrebbe provveduto a battere i centri di resistenza russi dato che il bel tempo avrebbe permesso il decollo degli aerei dai campi ormai vicini... Il maggiore mi ordinò di chiamare a rapporto gli ufficiali e con poche parole se la cavò affidandomi la condotta dell'attacco. Poi ci augurò buona fortuna e tornò da Chierici e Prat... Ero l'unico ufficiale di carriera rimasto al Verona; avevo l'onere di comandare un manipolo di superstiti che avevamo tenuto uniti e saldi durante una serie di tremende vicissitudini; non conoscevo la consistenza delle forze russe che erano davanti a noi, anzi mi illudevo che fossero i soli-ti elementi che, dopo una certa resistenza, si sarebbero ritirati. E allora "Avanti, Verona" e che Dio ci protegga! Do gli ordini per la preparazione degli uomini: lasciare tutti i pesi super-flui e portare solo le armi efficienti, riequilibrare le dotazioni di munizioni con scambi tra gli alpini in modo che tutti abbiano almeno due bombe a mano e due caricatori del 91. Poi porto con me gli ufficiali ad affacciarsi sulla conca di Nikolajewka per un inquadramento operativo dell'azione e finalmente vediamo il palcoscenico sul quale il destino ci chiama a recitare la nostra parte di attori secondo una partitura approntata dal volere imperscrutabile di Dio... Il fondale era costituito da due colline rotondeggianti in sommità, poste a semicerchio avvolgente il grosso paese che vi giaceva ai piedi con ottima esposizione a levante. In mezzo alle due colline si notava una depressione, una specie di colle nevoso al quale arrivava una strada battuta in forte salita. Il paese era costituito da un grosso agglomerato di isbe e costruzioni in muratura, rinserrato tra le due colline ed il famigerato terrapieno della ferrovia su una specie di conoide il cui centro di figura era in corri­spondenza del colle sul quale sorgeva una grossa chiesa. Non notai il sotto­passaggio perché spostato alla nostra destra nel settore di attacco del Vesto-ne; da quella parte però si vedeva una grossa costruzione a 3 piani che emergeva dai tetti di paglia delle isbe. La nostra attenzione era partico­larmente attratta dalla fisionomia topografica nel settore dove dovevamo agire. Davanti a noi la lunga barra collinosa, sulla sommità della quale avevamo camminato quella mattina, digradava nella conca tagliata dal terrapieno della ferrovia: era come l'unghia di un grosso pollice puntato al centro del paese e noi eravamo sulla sinistra e non vedevamo cosa succe­deva al centro e sulla destra di tale unghia. Di fianco a sinistra un piccolo avvallamento che risaliva in dolce pendenza non poteva costituire appiglio tattico perché era parallelo alla direttrice di attacco. Davanti a noi, leg­germente spostata sulla sinistra vedevamo la stazione, costruzione di mat­toni rossicci che risaltava nel contesto delle isbe circostanti e nei cui parag­gi si notavano due vagoni merci e una locomotiva. Vicino alla stazione, verso destra, il solito serbatoio dell'acqua in cemento e mattoni dal quale, durante il combattimento, i russi ci annaffiarono di raffiche di mitra­gliatrice. Al di là della stazione un piazzale dal quale partiva un viale alberato risalente fino alla grossa chiesa a cui ho accennato. C'era un silenzio pauroso che disturbava quasi fisicamente.Notai che da molte isbe saliva lento, nella calma atmosfera, il fumo dei camini, segno evidente che nelle isbe c'era gente. Pensai che se i russi ci aspettavano su quel palcoscenico non avrebbero potuto trovare un posto migliore per darci una mazzata mortale. Schiacciata la testa del lungo millepiedi che avanzava da giorni nella bianca pianura, il corpo si sareb­be sfatto e sarebbe marcito da solo.Quella conca chiusa dalle colline poste a semicerchio era un'enorme ton­nara dove eravamo stati spinti da abili puntate sui fianchi ed in coda e dove si sarebbe svolta la mattanza! In quel momento non c'era tempo alle riflessioni. Bisognava agire. Gli ufficiali sono intorno a me a semicerchio e attendono gli ordini. Sono, e li ricordo con cuore grato e commosso: S. Ten. Eros da Ros C.te la 56^, S. Ten. Enzo Longobardi della 56^, S. Ten. Rober­to Mori C.te la 57^, S. Ten. Angelo Bernasconi della 57^, Ten. Emilio Bur­loni C.te la 58^, S. Ten. Riccardo Pessagno, S. Ten. Luigi Bressan della compagnia C.do di Btg., S. Ten. Giovanni Cortellini che comanda la Cp.Com.do Reggimentale data in rinforzo al Verona. Con noi è anche il S. Ten. Borgogno del 2° Art. alpina che avevo conosciuto nell'osservatorio della 20^Btr., sul Don. Lo assegno alla 58^ con Burloni...

Ordini per l'attacco (come li ricordo bene!): - obiettivo principale: la stazione di Nikolajewka - obiettivo eventuale: la chiesa in cima al paese - 58' avanzata sulla sinistra - 56 "avanzata sulla destra con la Compagnia Comando - 57"di rincalzo - Seguirò l'azione in testa alla 57; aggiungo che gli Stukas tedeschi ci «puliranno" il terreno davanti a noi (ma chi mi ha fatto raccontare quel-la fandonia!). Sulla china pelata e senza appigli non ci sarà la possibilità di effettuare degli sbalzi durante la fase di avvicinamento e quindi l'azione dovrà essere continua e accelerata al massimo. Gli ufficiali dovranno dare l'esempio, stando - sempre per la teoria che dice "meno si sta sotto la pioggia e meno ci si bagna" - in piedi in testa ai loro alpini e non potranno buttarsi a terra. Nessun ufficiale potrà allontanarsi dal combattimento se non su mia autorizzazione e per motivazione comprovata... Partì la 58^ sulla sinistra con in testa il Ten. Burloni unico ufficiale che conoscevo bene perché era stato con me in Albania, seguito da Cortellini con i suoi, partì la 56^ con Da Ros e Longobardi e la Compagnia Comando con i sottotenenti Bressan e Pessagno. Seguivo a poca distanza davanti alla 57^ con alle spalle, ma vicino, il S. Ten. Mori in testa alla 57^. Erano con me il mio portaordini ed il mio inseparabile Cap. Magg. Battistini, colui che mi ha sempre seguito come un'ombra in tutti i combattimenti. Non mi accorsi di essere seguito anche dal mio buon attendente Adelino Belli che aveva sentito il dovere di seguire il suo ufficiale fino alla morte: se me ne fossi accorto in tempo probabilmente l'avrei cacciato indietro... Procediamo decisi ed iniziamo la discesa. C'è un silenzio minaccioso e mi sembra impossibile che i russi non abbiano ancora iniziato il fuoco di sbarramento. Non un colpo e, laggiù nel paese, nessun movimento, tutto e immobile; un'immobilità assurda, fuori dal tempo. Sento solo le grida di incitamento degli ufficiali ed il fruscio delle scarpe trascinate sulla neve. Mi guardo in giro per vedere se tutto procede bene; sembra un'esercitazione fatta in tempo di pace davanti all'osservatorio degli alti papaveri; squadre aperte in fila, uomini distanziati 4-5 metri uno dall'altro. Non sembra una marcia verso la morte ma un addestramento di piazza d'armi. Alle mie spalle il Cap. Liut ha preso posizione con i suoi 47/32 in un piccolo avvallamento proprio di fronte alla stazione, ma praticamente è allo scoperto anche lui ed i russi staranno già "prendendogli le misure". Non so niente del Vestone che avevo visto venire avanti sul costone e che a quest'ora dovrebbe avere lasciato già le sue basi di partenza.

Guardo l'orologio: sono le 8,05 ed il sole sta già sbucando all'orizzonte.

Tratto da “Battaglione Verona – Cimì” di Vittorio Cristofoletti

Foto:In movimento verso Ovest (foto Roberto Cacchi)

 

30 Dicembre 1915 – La Battaglia di Malga Zurez

Nella notte fra il 30 e il 31 dicembre il Battaglione si lanciava all'attacco della munitissima posizione nemica, difesa da più ordini di reticolato. Questo l'obbiettivo delle varie compagnie: la 58ª Compagnia da Doss Alto doveva puntare ad est di Malga Zurez e prendere quota 700, la 73ª attaccare frontalmente la Malga, la 92ª la quota 167 ad ovest della posizione per richiamare le forze nemiche sulla destra, la 56ª e la 57ª erano di rincalzo e la 256ª compagnia del Battaglione Val d'Adige doveva appoggiare l'azione della 58ª attaccando la quota 700 da nord.

L'azione doveva essere preparata da una batteria di medio calibro appostata sul Monte Altissimo e sostenuta, durante lo svolgimento, da una batteria da montagna. Con magnifico slancio gli eroici alpini della 58ª compagnia raggiungevano l’obiettivo: quota 700, dopo che gli Arditi della compagnia al comando del S. Tenente Serena, erano riusciti a tagliare con i propri mezzi, malgrado il serratissimo fuoco del nemico, ben tre ordini di reticolato.

La 73ª compagnia trovava una più accanita resistenza: i guastatori del reparto, essendo completamente mancata l'azione dell'artiglieria, erano quasi tutti rimasti sui reticolati, che avevano cercato di tagliare con tenaglie e con piccozze , ma alla fine , dopo un eroico sforzo , anche questa compagnia assolveva il suo compito. Sul mezzo-giorno l' Aspirante Angheben Sig. Mario da Fiume prendeva col suo Plotone il trincerone principale della posizione nemica e penetrava nella Malga dove trovava, quasi a consacrare la propria conquista, morte gloriosa. Intanto la 92ª Compagnia procedeva verso Quota 167. Ma gli austriaci ingannati in un primo tempo dalla nostra manovra, riuscivano tosto ad orientare la loro preponderante difesa, contro la quale dolorosamente si infrangeva il valore dei nostri. Decimati dal fuoco che vomitavano i Forti dal Brione al Faè, privi di munizioni per l'impossibilità del rifornimento, nel pomeriggio dovevano lasciare Malga Zurez, rossa d' italico sangue, al nemico e ripiegare sulle posizioni di partenza, protetti dalle Compagnie di rincalzo.

Il bilancio complessivo di questo aspro combattimento per il Battaglione “Val d’Adige” fu di 3 ufficiali morti e 3 feriti più o meno gravemente, 8 uomini di truppa morti, 29 feriti e 4 dispersi. Più gravi ancora le perdite del Battaglione “Verona”: 4 ufficiali morti e 10 feriti, in gran parte trentini; e della truppa 42 alpini morti, 148 feriti e 30 dispersi.

Cesare Battisti a Malga Zurez il 30 dicembre 1915

Anche Cesare Battisti è a Malga Zurez, Sotto Tenente della 258ª compagnia del Battaglione Alpini “Val d’Adige” comandata dal Capitano veronese Aleardo Fronza ma non prende parte, con la sua compagnia, all'aspro combattimento, ma si trova assai vicino alla posizione di Malga Zurez, sicché può, se non assistervi, in qualche modo seguire le successive fasi dell'azione e apprendere, tra i primi, notizie sul ripiegamento finale, sulle gravi perdite sofferte, sulla fine gloriosa di non pochi suoi corregionali. Pochi giorno dopo scrive ad un amico : « ....Nell'azione caddero molti Trentini, ma il loro contegno fu eroico. Il Colonnello mi ha fatto or ora vedere l'ordine del giorno alle truppe, nel quale ricorda con speciale riconoscenza l'eroismo dei volontari trentini ». E in un'altra lettera di poco successiva : «Alle quattro di sera si combatteva ancora e quando né i nostri né gli austriaci, tutti tagliati fuori dalle retrovie pei torrenti di fuoco lanciati dalle opposte artiglierie (quella austriaca sparò sui nostri ben tremila colpi) non ebbero più munizioni, si combatté a sassate e col calcio del fucile ».

Tra questi i caduti alpini veronesi furono: Attilio Annecchini nato a Negrar, Virgilio Giovanni Arduini nato a Costermano, Leonello Azzolini nato a Sant’Ambrogio, Annibale Belligoli nato a Povegliano, Alessandro Bogoni nato a Monteforte, Plinio Bonfante nato a Nogara, Adelino Bongiovanni nato a Cavaion, Eugenio Bortola nato a Roverè V.se, Arturo Francesco Brugnoli nato a Bussolengo decorato di medaglia d’Argento al V.M, Giuseppe Caliari nato a Sona, Gelindo Capuzzo nato a Roveredo di Guà, Giacomo Ceradini nato a Dolcé, Battista Giovanni Ceresini nato a Boscochiesanuova decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Giacomo Giuseppe Chignola nato a Caprino, Luigi Cordioli nato a Villafranca, Beniamino De Biasi nato a Verona decorato di medaglia di Bronzo al V.M., S.Ten. Nereo Dentenato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, Luigi Erbice nato a Cazzano di Tramigna, Giuseppe Facchinetti nato a Soave, Giovanni Battista Filippini nato ad Oppeano, Fortunato Foroni nato a Valeggio, Lodovico Mario Gaspari nato a Caprino, Giovanni Gelmetti nato a Sant’Ambrogio, Felice Giacomazzi nato a Caprino, Pietro Guerra nato a Ronco all’Adige, Angelo Magnagnagno nato a Roncà decorato di medaglia di Bronzo al V.M.,Mario Masotti nato a Soave, Domenico Mazzi nato a Valeggio, Giuseppe Mazzurana nato a Costermano, Romeo Milani nato a Colognola ai Colli, Pio Olivieri nato a Pastrengo, Antonio Pelosato nato a Monteforte, Giacomo Peloso nato a Selva di Progno decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Pietro Poli nato a Grezzana, Prati Lucillo nato a Cerro, Riolfi Giovanni nato a San Pietro in Cariano, Rizzi Attilio nato a Bardolino, Salvaro Ernesto nato a San Bonifacio, Scandola Giovanni nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia d’Argento al V.M, Semprebon Angelo nato a Sant'Ambrogio, Francesco Sempreboni nato a San Pietro in Cariano decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Umberto Silvestrelli nato a Verona, Giulio Squaranti nato a Roverè decorato di medaglia d’Argento al V.M, Cesare Tommasi nato a Marano,

Ten. Ottavio Tonchia nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, Giulio Antonio Viviani nato a Cazzano di Tramigna, Augusto Zaffarisa nato a Montecchia di Crosara, Ernesto Zambelli nato a Bosco Chiesanuova, Benvenuto Zamboni nato a Lazise, Riccardo Zerbini nato a Rivoli.


Gli alpini veronesi feriti il 30 Dicembre 1915 nella Battaglia di Malga Zurez

Adami Angelo nato a Soave. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Adamoli Carlo nato a Breonio Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco subita alla testa nel fatto d'armi di Malga Zurez 30.12.1915

Azzolini Marcello nato a San Massimo. Venne ferito alla spalla destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Baciga Giuseppe nato a Povegliano. Disperso a Malga Zurez 30.12.1915 e risultato poi prigioniero di guerra. Posto in congedo assoluto per ferita arma da fuoco all'occhio destro e coscia destra nel combattimento di Malga Zurez del 30.12.1915.

Bante Ettore nato a Illasi. Ferito in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Beccaletto Giuseppe nato a Casaleone. Venne ferito in combattimento a Malga Zurez il 30.12.1915.

Benedetti Quintino nato a Prun decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Essendo stato ferito gravemente alla coscia, continuava a combattere incitando i compagni con la voce e con l’esempio. Rimaneva poi ferito una seconda volta.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Bottura Giuseppe nato a Caprino. Venne ferito arma da fuoco alla gamba destra nel combattimento a Malga Zurez il 30.12.1915.

Sergente Capiotti Luigi nato a S. Michele Extra decorato di medaglia d’Argento al V.M. :” Portava con splendido coraggio, la sua squadra all’assalto della posizione nemica e, caduto gravemente ferito, rifiutava qualunque soccorso e persisteva a rimanere sulla linea del fuoco, incitando i suoi uomini a raggiungere l’obbiettivo assegnato.- Malga Zurez, 30.12.1915”. Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco al ventre nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Sergente Cinquetti Antonio nato a Sona decorato di medaglia d’Argento al V.M

Chiecchi Eugenio nato a Marcellise. Ferito al braccio sinistro nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915..

Dalla Paola Mario Giuseppe nato a Veronella. Encomiato perché con mirabile calma combatté ininterrottamente per parecchie ore nonostante fosse fatto segno a insistente fuoco nemico, esempio ai compagni di vero sangue freddo e sprezzo del pericolo. Azione di Malga Zurez, 30.12.1915.

Caporal Maggiore Dall’Ora Aldo nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Ferito nell’accorrere in rinforzo di altro plotone, persisteva con la sua squadra nell’avanzata fino a che, nuovamente ferito, fu impossibilitato a muoversi. Rifiutava ciononostante i soccorsi, ed ordinava ed incitava la sua squadra a raggiungere il posto assegnatole.- Malga Zurez, 30.12.1915”.                     

Fasoli Angelo nato a Cadidavid. Ferito arma da fuoco al braccio nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Ferrari Umberto nato a S. Ambrogio. Ferito nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Filippozzi Antonio nato a Vestenanova. Ferito arma da fuoco al braccio destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gallina Giuseppe nato a Villafranca. Ferito in combattimento da arma da fuoco al piede destro. Malga Zurez 30.12.1915.

Gandini Giulio nato a Roverè. In congedo assoluto per ferita subita al capo nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gherardi Angelo Andrea nato a Peschiera. Ferito arma da fuoco nella regione glutea nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Giardini Ernesto nato a San Massimo. Ferito arma da fuoco al piede destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gottardi Angelo nato ad Avesa. Ricoverato in luogo di cura e posto in congedo temporaneo di anni 5 per ferita subita in combattimento a Malga Zurez 30 12.1915

Grezzani Andrea nato a San Bonifacio. Ferito arma da fuoco nella regione lombare destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Lavarini Andrea nato a Breonio. Ferito da arma da fuoco al pollice destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Magagna Angelo nato a San Massimo. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Maraia Angelo nato a Bussolengo. Ferito al fianco destro a Malga Zurez 30.12.1915.

Mazzi Vittorio nato ad Arcole. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Meneghello Carlo nato a Monteforte. Partito dal territorio di guerra per ferita subita a Malga Zurez e trasportato in luogo di cura 30.12.1915.

Modesti Luigi nato a Mezzane di Sotto. Ferito in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Nale Cesare Giuseppe nato a San Giovanni Lupatoto. Ferito arma da fuoco alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Oliboni Attilio nato a Illasi. Ferito arma da fuoco al ginocchio destro a Malga Zurez 30.12.1915.

Perantoni Egidio nato a Lazise. Nel combattimento di Malga Zurez venne ferito da arma da fuoco al ginocchio sinistro.

Piccoli Emilio nato a Illasi. Ferito al piede sinistro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Piccoli Giuseppe nato a Illasi. Il 30.12.1915 venne ferito da arma da fuoco alla testa nel combattimento di Malga Zurez.

Righetti Eugenio nato a Parona. Ferito arma da fuoco alla gamba sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Ronconi Bernardo nato a Breonio. Venne ferito da arma da fuoco al torace destro nel combattimento di Malga Zurez il 30.12.1915.

Alpino Giuseppe Scarpari nato a Isola della Scala decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Durante il combattimento lasciava l'appostamento, sotto violento fuoco, per catturare un nemico. Usciva una seconda volta, con lo stesso intento, rimanendo ferito. Caduto e sopraffatto da un ufficiale e quattro soldati avversari, si difendeva col calcio del fucile uccidendo l’ufficiale e mettendo in fuga gli altri, due dei quali rimanevano feriti. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”. Le ferite subite da arma da fuoco a Malga Zurez furono al braccio-spalla e addome.

Steccanella Attilio nato a Montecchia di Crosara. Ferito regione orbitale in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Stoppele Palmino nato a Badia Calavena. Venne ferito arma da fuoco alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Caporal Maggiore Terragnoli Eugenio nato a Verona. Ferito arma da fuoco alla gamba destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Terron Antonio nato a San Bonifacio. Venne ferito arma da fuoco nel combattimento di Malga Zurez alla spalla sinistra da pallottola di fucile 30.12.1915.

Tessari Mario nato a Monteforte. Ferito da scheggia di pietra proiettata da scoppio di granata al piede sinistro a Malga Zurez 30.12.1915.

Varalta Angelo nato a San Mauro Saline. Ferito da arma da fuoco all’avambraccio destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Venturini Antonio nato a Marano. Venne ferito alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Citazioni delle Medaglie al Valor Militare degli alpini veronesi nella battaglia di

Malga Zurez del 30 dicembre 1915

Quintino Benedetti nato a Prun decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Essendo stato ferito gravemente alla coscia, continuava a combattere incitando i compagni con la voce e con l’esempio. Rimaneva poi ferito una seconda volta.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Caporale Arturo Francesco Brugnoli nato a Bussolengo decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito gravemente continuava a combattere con mirabile valore finché le forze non gli vennero meno.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Caporale Battista Giovanni Ceresini nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontario per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee. Bell’esempio di fermezza, calma e coraggio. Cadeva sul campo. .- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Sergente Luigi Capiotti nato a S. Michele Extra decorato di medaglia d’Argento al V.M. :” Portava con splendido coraggio, la sua squadra all’assalto della posizione nemica e, caduto gravemente ferito, rifiutava qualunque soccorso e persisteva a rimanere sulla linea del fuoco, incitando i suoi uomini a raggiungere l’obbiettivo assegnato.- Malga Zurez, 30.12.1915”. Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco al ventre nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Sergente Cinquetti Antonio nato a Sona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ammalato con oltre 39 gradi di febbre, insisteva per partecipare con il proprio plotone al taglio dei reticolati ed all’assalto. Esempio di coraggio, si esponeva per raccogliere le cartucce dei morti e dei feriti per distribuirle personalmente ai soldati della sua squadra; colpito alla testa non lasciava la linea di fuoco che in seguito ad ordine superiore, incitando alla più fiera resistenza. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Caporal Maggiore Dall’Ora Aldo nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Ferito nell’accorrere in rinforzo di altro plotone, persisteva con la sua squadra nell’avanzata fino a che, nuovamente ferito, fu impossibilitato a muoversi. Rifiutava ciononostante i soccorsi, ed ordinava ed incitava la sua squadra a raggiungere il posto assegnatole.- Malga Zurez, 30.12.1915”.     

Sottotenente di complemento Nereo Dente nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Comandante di un plotone, con brillante assalto conquistava una munita trincea nemica. Ferito, rimaneva sul posto, respingendo reiterati attacchi avversari: mirabile esempio di calma e coraggio durante ben dodici ore di furioso combattimento. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Il sottotenente Nereo Dente di Verona, trasportato in un ospedale della sua stessa città, vi morì pochi giorni dopo tra atroci sofferenze.

Caporal Maggiore Beniamino De Biasi nato a Verona decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Col suo fermo contegno rianimava i compagni scossi dall’intenso fuoco nemico e contrastava l’avanzata dell’avversario, continuando a combattere con calma, finché cadeva mortalmente colpito.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Caporal Maggiore Angelo Magnagnagno nato a Roncà decorato di medaglia di Bronzo al V.M., “Di sua iniziativa e colla propria squadra occupava una posizione fiancheggiante, e, raggiuntala, si batteva con un ufficiale nemico uccidendolo. Dava bell’esempio di coraggio, arditezza e criterio tattico.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Alpino Giacomo Peloso nato a Selva di Progno decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontariamente per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee, dando prova di fermezza, calma e coraggio fino a che non rimaneva ferito.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Alpino Giuseppe Scarpari nato a Isola della Scala decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Durante il combattimento lasciava l'appostamento, sotto violento fuoco, per catturare un nemico. Usciva una seconda volta, con lo stesso intento, rimanendo ferito. Caduto e sopraffatto da un ufficiale e quattro soldati avversari, si difendeva col calcio del fucile uccidendo l’ufficiale e mettendo in fuga gli altri, due dei quali rimanevano feriti. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Alpino Scandola Giovanni nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito ad una gamba fin dal principio dell’azione, rimaneva al suo posto e non si ritirava che a sera avanzata, trasportando sulle spalle un altro ferito, e ritornava poscia sulla linea di fuoco per proteggere il ripiegamento dei suoi compagni. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Alpino Francesco Sempreboni nato a San Pietro in Cariano decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontariamente per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee, dando prova di fermezza, calma e coraggio fino a che non rimaneva ucciso.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Alpino Giulio Squaranti nato a Roverè decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito gravemente, continuava a combattere con grande valore fino a quando vennero a mancargli le forze.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Tenente Ottavio Tonchia nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Alla testa del suo plotone riusciva ad aprire un varco nel reticolato ed attaccava, poi, arditamente il nemico, fugandolo. Ferito mortalmente non cessava di gridare: “Avanti, alpini - Viva l’Italia. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Caporale Zanotti Giuseppe nato a Pescantina decorato di medaglia di Bronzo al V.M,: “Si offriva volontariamente pel taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore, riuscendo a tagliare due linee, con bello esempio di fermezza, calma e coraggio. Rimaneva ferito.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Fonti consultate :

“Agli alpini del Verona” Masolini & C . Udine 1920

“Batt. Val d’Adige – Gli alpini di fronte al nemico” 10° regg. Alpini Editore Roma

“Giorgio Bini-Cima: la mia guerra” Milano, Edizioni Corbaccio 1932

“La Valle di Gresta e la valle del Cameras nella prima guerra mondiale” Giovanni Fioroni

Archivio storico di Stato

Archivio Dott. Dario Graziani

Istituto del Nastro Azzurro

Foto: Copyright: © Museo Civico del Risorgimento di Bologna - Fondo Paolo Bettini - Foto Isola di Clotilde (Lago di Loppio)

https://www.storiaememoriadibologna.it/prima-guerra-mondiale/collezioni-digitali/fondo-paolo-bettini/galleriafoto/26147?galid=2

Si presume, dalle date e della fotografia, che il cappellano che celebra la messa sia Don Silvio Aldrighetti da Arcè di Pescantina.

Gli alpini come esempio

Erbezzo, provincia di Verona. Una manciata di case incastonate dentro uno scenario che lascia stupiti e senza parole. Dai suoi 1.118 metri di altezza sul mare, nelle giornate limpide si scorgono in lontananza gli Appennini. Più a Ovest il lago di Garda mentre, intorno, lo sguardo spazia, fino a perdersi a contemplare le montagne care al cuore degli alpini: Adamello, Pasubio, Carega… Qui, fino al 1918, correva il confine con l’Austria, e molte delle case, oggi restaurate, che fanno da filari alla via principale del paese, erano le abitazioni dei militari che qui vigilavano una terra di frontiera. Poco sopra, a pochi chilometri dal centro, l’andamento dolce dei Monti Lessini, si presenta come lo spazio ideale per l’alpeggio. Una fatica oggi messa a dura prova dalla presenza del lupo, refrattario a misurarsi con i cervi e i camosci e più incline a rifarsi su miti e indifesi vitelli. In questo scenario dove la violenza è circoscritta al mondo faunistico, un tempo correva la paura del nemico e della sua possibile invasione sulle terre veronesi. Andò diversamente, come ci insegna la storia, ma le trincee scavate, con tutto il loro intreccio di labirinti, sono lì a testimoniare tempi non lontani in cui bastava un passo per trovarsi faccia a faccia col nemico. Erbezzo, 800 abitanti sparsi in oltre 40 contrade, ma capace di diventare una cosa sola nello spirito degli alpini. Del resto viene da qui Luciano Bertagnoli, Presidente della Sezione veronese. Ed è qui che, negli anni Sessanta, Bepi Massella diede vita al locale gruppo alpini. Un seme buono, destinato a fruttificare nel tempo, anche nelle generazioni più piccole. Memorabile il cortometraggio girato dai ragazzi delle Medie sulla Grande Guerra. Premiata a livello nazionale la ricerca fatta su “Il Milite non più ignoto” da quelli delle elementari. Ed ora sono ancora questi ultimi a rubare la scena per una simpaticissima iniziativa che siamo qui a raccontare.

Trenta ragazzi in tutto, figli di alpini o loro parenti. Il “virus” delle penne nere l’hanno respirato in famiglia e amplificato a scuola grazie alla passione della maestra Barbara Massella, nipote del Bepi, fondatore del Gruppo locale. Insieme con l’insegnante di Educazione Artistica, la maestra Orietta Noventa e le altre maestre, si sono chieste come ammortizzare l’effetto pandemia sulle fragili coscienze dei bambini. Si sa che le migliori strategie nascono sempre dall’intelligenza e dal cuore. Da qui la domanda: e perché non combattere il Covid19 con le “armi” degli alpini? Dal dire al fare è stato un tutt’uno, ma il messaggio rimasto ce lo raccontano i bambini stessi, in un rincorrersi di pensieri metabolizzati, che però approdano tutti alle stesse conclusioni. «Siamo in guerra – ci dice Alberto Segala, faccia d’angelo e mani in tasca da bulletto – anche noi usiamo le mascherine e anche noi dobbiamo tenere le distanze per evitare il nemico». «E allora bisogna combattere – gli fa eco Angelo Prati di quarta – tenendo pulite le armi come fa il papà». Pensiero condiviso da Elia Bibbona il quale ricorda che il nonno portava i cannoni sulle montagne, mentre i nuovi cannoni oggi sono le regole che bisogna rispettare. Ma quali sono le armi degli alpini, chiediamo un po’ sorpresi da questo linguaggio militante? Non ha dubbi Ginevra Quintarelli: «Sono le regole. E se tutti le rispettiamo il virus se ne andrà. Però le regole bisogna ripassarle continuamente, cominciando dal dovere di lavarsi le mani, tenere le distanze di sicurezza ed evitare gli ammassamenti». Ma c’era bisogno di guardare proprio agli alpini, li provochiamo? Queste sono regole che valgono per tutti, o no?

Qui la risposta si fa corale, segno che il messaggio che si voleva far passare è ancora più grande della strategia per risolvere un problema contingente. Come una goccia di sapienza sedimentata per la vita. Gli alpini sono obbedienti, hanno spirito di sacrificio e sanno collaborare tra loro, ci rispondono. I bambini sanno che questo è vero, perché li hanno visti all’opera, ed ora hanno modo di prendere coscienza del motivo che sta dietro la loro grandezza e la stima di cui godono. Sono obbedienti, perché rispettano le regole che si danno e quelle richieste dalla convivenza civile, dando un grande segnale di rispetto per gli altri. Hanno spirito di sacrificio, perché sanno che senza di esso c’è posto solo per lo stare bene da soli. Sanno collaborare, perché senza gli altri il motore della vita non cammina. Del resto li hanno visti all’opera gli alpini del paese, a pulire sentieri, trincee, a cercare notizie sui Caduti, a darsi da fare sempre. Proprio così, conclude l’insegnante Orietta Noventa. «Il cappello alpino non è soltanto un oggetto. È il simbolo di un progetto ed uno scopo condiviso. Vivono lo spirito di Gruppo per un lavoro comune a vantaggio di tutti.

ErbezzoscuoleAlpini

È quello che con la maestra Barbara abbiamo voluto far passare e i ragazzi lo hanno perfettamente compreso». Stiamo riflettendo su queste considerazioni, quando si fa largo la voce timida di Linda Menegazzi, della classe prima. È figlia d’arte, perché il papà Giuliano, alpino, è un difensore innamorato e combattivo della sua terra. «Contro il virus ci vorrebbe l’Ippopotamo» ci dice Linda senza esitazione. La guardiamo un po’ stupiti. Nessuno sa cosa voglia dire. Ce lo dirà il papà mentre spartiamo un boccone dentro una baita. È passato qualche anno da quando le ho raccontato del cannone portato sull’Adamello che aveva questo nome. Evidentemente ciò che si semina nei ragazzi non muore. E questo è il motivo della speranza dei grandi.

Bruno Fasani

Articolo pubblicato sul numero Dicembre 2020 del giornale "L'Alpino"  https://www.ana.it/rivista/dicembre-2020/

Luciano Dal Cero, eroe della Resistenza, è figura luminosa ed esemplare nella storia veronese recente, cui nel 1975 venne intitolato l’Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore di San Bonifacio; di recente un gruppo di docenti e studenti di esso gli ha dedicato un’ampia ed approfondita ricerca storica, bibliografica e d’archivio, coronata dalla pubblicazione di uno splendido volume monografico, prezioso per dati, immagini e documenti inediti, che  va ad ampliare le conoscenze sul personaggio riproponendone la memoria ed arricchisce la bibliografia resistenziale veronese. Leggendolo scopriamo con commozione che Luciano Dal Cero, nato nel 1915, era il terzogenito di Guglielmo, un contadino di Monteforte, alpino del 6°, combattente nella Grande Guerra, rimasto poi vedovo della moglie Cecilia morta di spagnola e costretto a emigrare, affidando i quattro figli alle sorelle Giulia e Cristina. Il testo ripercorre i successivi trasferimenti della famiglia a Verona e Grezzana, gli studi universitari di Luciano a Padova con la sorella Lisetta, il suo precario stato di salute, le sue aspirazioni d’una cinematografia di valori, la sua produzione di cortometraggi, il trasferimento a Roma, la sua profonda fede religiosa, il suo impegno educativo per i giovani. La parte maggiore dell’opera, però, è dedicata alle vicende successive al 25 luglio 1943 e all’8 settembre, quando dopo caduta del governo di Mussolini, nascita del governo Badoglio, occupazione dell’Italia da parte tedesca, avanzata degli Alleati e spaccatura del territorio nazionale, iniziò la Resistenza e la fase bellica più difficile per tutti, compresi i nostri soldati. Luciano festeggiò a Roma la caduta del regime fascista, poi trovò rifugio in Vaticano, ma non esitò a scegliere con coraggio d’impegnarsi in prima persona per contribuire a costruire la nuova Italia: prese contatto con il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, figura di rilievo della Resistenza e futuro martire delle Fosse Ardeatine; da lui ricevette l’incarico di tornare a Verona per costituirvi i primi nuclei di resistenza. Luciano s’insediò a Sega di Ala, dove operava la zia Cristina, ed in breve creò con il CLN veronese una rete di soccorso e salvataggio di ex prigionieri e sbandati, coinvolgendo anche i propri familiari; ma, causa una delazione, finì arrestato con altri del CNL e condannato per attività sovversiva; seguirono il ricovero in ospedale a Soave, la fuga, la cattura, poi l’amnistia a fine settembre 1944 con confino a Roncà in contrada Campanari dove era sfollata la famiglia. Da qui, seppur “vigilato speciale”, non esitò a passare tra le fila partigiane, ove, con il nome di battaglia di “Paolo”, divenne comandante della brigata “Manara”, ispirando la sua attività clandestina a rigore, prudenza e onestà. Il testo riporta numerose testimonianze che confermano lo spirito di umanità e fede religiosa, scevra da ogni violenza, che guidava la sua opera. Sul finire d’aprile del 1945 la guerra stava ormai volgendo al termine, i tedeschi erano in ritirata, restavano pochi nuclei armati; e proprio con uno di questi il 29 di quel mese i partigiani di Dal Cero si scontrarono; il comandante fu ferito e ucciso. A lungo la sua morte venne attribuita alla sparatoria con i tedeschi, Luciano fu riconosciuto quale eroe della Resistenza, gli furono conferite la laurea honoris causa e una medaglia d’oro alla memoria. Qualche tempo dopo però su quella morte venne in luce la verità: il comandante Paolo era stato sì ferito in quell’ultimo scontro con i tedeschi, ma ad ucciderlo vilmente era stato un partigiano per squallidi motivi. Anche di questo triste epilogo della vita di Luciano il testo dà conto con ampiezza, ripercorrendo le fasi dell’inchiesta, che portò nel 1950 al rinvio a giudizio dell’uccisore, ma si concluse nel 1952 una stupefacente ed inimmaginabile sentenza di sua assoluzione. Il testo riserva anche notevole attenzione all’attività partigiana svolta dalla sorella di Luciano, Lisetta, che gli subentrò al comando della formazione, e divenne poi insegnante di matematica e preside dell’Istituto scolastico che a lui fu intitolato. Un libro decisamente interessante, che insegna come si fa storia e va ad onore dei docenti e degli studenti che l’hanno voluto e realizzato. Vasco Senatore Gondola.

«Alpini, scuola e Protezione Civile è un trittico perfetto, che ci piace molto e che intendiamo portare avanti negli anni a venire», spiega Luciano Bertagnoli, presidente dell’ANA Verona dopo aver firmato l’intesa tra l’Ufficio Scolastico Regionale e la Protezione Civile dell’ANA e a seguito dell’entusiasmo degli alunni presenti durante le giornate di attività con i volontari di protezione civile.

LAlternanza scuola-lavororinominata P.C.T.O.( Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento) ,  è una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi e/o con l’educazione alla cittadinanza.

L’Alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei compresi, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.

La protezione civile dell’ANA dopo aver firmato un protocollo d’Intesa con l’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto – Ufficio per l’Ambito Territoriale VII – Verona,  ha organizzato un progetto pilota con le scuole superiori  per consentire  una “promozione della cultura del volontariato, in particolare tra i giovani,anche attraverso apposite iniziative da svolgere nell'ambito delle strutture e delle attività scolastiche" e alla "valorizzazione delle diverse esperienze di volontariato,anche attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato nelle attività di promozione e di sensibilizzazione, e riconoscimento in ambito scolastico e lavorativo delle competenze acquisite dai volontari”.

I tempi di realizzazione del periodo di apprendimento  sono stati da fine agosto a metà ottobre nelle giornate di sabato e domenica. L’alpino Elio Maurizio  Marchesini  e  la prof.ssa Laura Agostini, docente di scienze, essendo entrambi  nella protezione civile ANA, hanno organizzato le esercitazioni con le squadre di protezione civile dell’ANA. Alunni del Liceo scientifico Copernico, del Liceo Scientifico Galilei e dell’Ites Einaudi hanno seguito le esercitazioni  presso Grezzana  in Valpantena per l’antincendio boschivo;  Monteforte Valdalpone  per il rischio  idrogeologico;  Quadrante Europa per gestione emergenze; gestione calamita' naturali e ricerca persone scomparse.  Per queste attività sono state coinvolte numerose squadre di tutta la Provincia di Verona. Il corso è finito a metà settembre. Gli alunni hanno partecipato al briefing degli interventi da realizzare, dove si sono descritti  i punti essenziali delle tecniche di intervento e della procedura da seguire durante l'esercitazione. Gli studenti, in seguito,  hanno partecipato come osservatori in affiancamento al personale della protezione civile.

Il commento di alcuni alunni del Liceo Galilei di Verona che hanno scelto di partecipare a questa esperienza di PCTO con la Protezione Civile:

“Questa esperienza aiuta a imparare come si lavora in gruppo e come gestire situazioni di pericolo, sensibilizza e fa riflettere molto sul tema della precauzione. L’esperienza in protezione civile aiuta a capire quanto sia importante saper risolvere i problemi in modo rapido servendosi delle proprie conoscenze e delle risorse disponibili sul momento. In questa esperienza abbiamo imparato a conoscere tutte le attività della protezione civile in quanto lavoratori volontari.​

Inoltre abbiamo riscontrato un maggior rispetto verso noi ragazzi rispetto all’ ambiente scolastico forse perché tra volontari anche chi ha un ruolo di maggior rilievo rispetto agli altri non si sente superiore quindi accetta tutte le proposte e si decide insieme la strategia migliore e non importa l’età o il ruolo che si riveste.

​Siamo contenti di aver partecipato a queste giornate perché ci hanno aiutato a crescere come persone, infatti il punto di forza di questi incontri è sicuramente il fatto di sensibilizzare giovani come noi su fatti che vengono spesso trascurati perché non si verificano spesso o si da’ importanza ad altre notizie e non si informa la popolazione su come possiamo salvarci o aiutare il prossimo in sicurezza.”  Laura Agostini

Una testimonianza preziosa - I giovani sanno scegliere, stiamo accanto a loro

"Buongiorno Professoressa, sono Benedetta Borruso. Ho partecipato un anno fa al progetto di PCTO da Lei organizzato in collaborazione con la Protezione Civile e l'A.N.A di Verona.

Per me è stato un progetto bellissimo e soprattutto illuminante. Infatti, ho concluso il progetto con una maggiore consapevolezza della realtà in cui vivo e delle persone che mi circondano. In più, grazie a quell'esperienza ho capito che nella mia vita volevo e intendo mettermi al servizio concreto delle persone. Ho portato con me nuovi valori come il sacrificio, il senso di unità, patria e famiglia.

Poi durante il quarto anno di liceo ho partecipato ad un master di orientamento nell'ambito delle Forze Armate e dei Corpi di Polizia. È stato il momento decisivo perché ho capito che volevo (e voglio) servire e difendere il Paese anche in armi, in particolare come pilota dell'Aeronautica Militare.

Sono state queste due esperienze, oltre alla mia voglia di mettermi in gioco, a spingermi ad accogliere l'opportunità che la Scuola dà di anticipare l'Esame di Stato in classe quarta per merito. In questo modo, avrei potuto "guadagnare" un anno in più per potermi dedicare al concorso per entrare in Accademia Aeronautica.

E così, nonostante le difficoltà poste dall'Emergenza Sanitaria, a giugno 2020 ho conseguito il diploma di maturità in modo anticipato con una votazione di 80/100!

Sono stata molto soddisfatta di aver superato questa sfida. 

Terminato l'Esame, mi sono avvicinata alla Protezione Civile del mio comune (San Martino Buon Albergo) per poter fare qualcosa di concreto per le persone e per il mio comune. Pensi che proprio ieri ho concluso come aspirante volontario un'attività di controllo e sorveglianza dei cimiteri della zona, durata quattro giorni. E presto, a gennaio dovrebbe partire il corso base per diventare volontario effettivo. Non vedo l'ora! 

Sempre a gennaio uscirà, emergenza permettendo, il bando di concorso per entrare in Accademia Aeronautica. 

Le scrivo questa mail per ringraziarLa infinitamente per aver proposto e attivato un progetto PCTO con la Protezione Civile e l'ANA, mi ha dato l'opportunità di capire quale sarebbe stata la mia strada e la mia "missione" dopo il Liceo. Benedetta Borruso

Grazie! "

La “via Verona”

Nel mondo stradale sappiamo bene cosa significhi una “via”, ma nel mondo dell’alpinismo ci sono tutta una serie di informazioni di tipo alpinistico che ne determinano passaggi, particolari rocciosi e diversi gradi di difficoltà. E gli alpinisti che hanno aperto queste vie fanno parte, a volte, di due mondi che si intrecciano e rincorro, quello alpino e quello dell’alpinismo con le rispettive associazioni che li rappresentano,  l’Associazione Nazionale  Alpini (A.N.A.) ed il Club Alpino Italiano (C.A.I.).

Siamo nel 1927. I vicentini G. Bortolan, A. Rossi e F. Padovan hanno appena tracciato la “via Vicenza” sulla parete Nord del Monte Baffelàn (Il Baffelàn è una montagna delle Alpi alta 1793 m, appartenente alla catena del Sengio Alto, nelle Piccole Dolomiti, ndr) che i veronesi Ugo Furlani, Mario Dalla Riva e Aleardo Zecchinelli ne aprono una parallela, la “via Verona” il 24 Agosto 1927. 

Un brano della loro descrizione: L’attacco si inizia su di una piramide per raggiungere uno spuntone posto sopra una piccola parete liscia con scarsità di appigli. Da questo si segue una fessura per passare poi ad un camino viscido e bagnato lungo circa 10 metri donde si esce sopra uno spigolo per rientrare subito dopo nello stesso camino che prosegue uniformemente per altri 10 metri. Ad un certo punto un sasso chiude internamento il camino e forma una finestra dalla quale bisogna passare per di sotto con una manovra precisa. Si entra in parete traversando in comoda salita sempre in direzione di sinistra; si supera un breve camino, si gira verso destra un masso in posizione esposta, e si incrocia la via entrando nel camino della via dei “magnagati”. (tratto dal libro di Bartolo Fracaroli, Un secolo di alpinismo veronese 1875-1975, CAI Verona 1976, pp.57-58)

Seguendo il sentiero che costeggia la parete est del Baffelàn in corrispondenza di un canalone, c’è una targa che riporta il nome del Capitano degli alpini Ugo Furlani, la targa viene ancora oggi presa da molti alpinisti come riferimento per l’attacco delle vie presenti in quella zona. Il pluridecorato Capitano è caduto tragicamente durante l’ascesa sulla parete del Monte Baffelàn il 1 Giugno del 1930, probabilmente nell’intento di sperimentare o aprire una nuova via. Nato a Verona il 6 Dicembre 1895 fu ufficiale del 6° Reggimento alpini come Sottotenente della sezione mitragliatrici e decorato di M.A.V.M (Cima Ortigara, 23 Luglio 1916), decorato poi di M.B.V.M. da Capitano sempre nel 6° Reggimento alpini (Monte Ortigara, 19 Giugno 1917). L’amicizia e l’amore per la montagna lo accomunava fraternamente al Capitano Pompeo Scalorbi e come riportato sul numero 4 del giornale “Il Montebaldo” del 1952 a pag. 2 : “Quella stalla invereconda di Podesteria è stata trasformata, ad opera della Cassa  di Risparmio (il Capitano Pompeo Scalorbi ne era dirigente all’epoca, ndr.) in accogliente e artistico rifugio, dedicato alla memoria del Capitano Ugo Furlani. Giorgio Sartori

Via-VicenzaVerona-BAFFELAN-www.nikobeta.net-R01_opt-1.pdf

 

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