Il gruppo alpini di Illasi e il Comune di Illasi organizzano per il 90° anno di fondazione la presentazione del documentario "D-Day lo sbarco in Normandia, noi Italiani c'eravamo" di Mauro Vittorio Quattrina. Sarà presente il regista.

Venerdì 27 Aprile alle ore 20.30 presso il giardino musicale di Illasi.

https://d-daynoiitalianiceravamo.jimdo.com/

 

In occasione del 70°anniversario di fondazione, il gruppo alpini Marcellise ha organizzato la serata culturale dal titolo: "PER NON DIMENTICARE ",

il giorno 16 marzo alle ore 21.00 presso il teatro E. PERONI in San Martino Buon Albergo.

 

Serata culturale presso la sede degli alpini di Lugagnano Giovedì 22 Marzo 2018 Ore 20.45 Baita Alpini di Lugagnano Via Caduti del Lavoro, 4

Dispersi e caduti del comune di Sona sul fronte russo 1941-1943

Relatori: Silvano Lugoboni (Archivio di Stato di Verona), Renato Salvei (Storico)

Una statua che parla. E che racconta la storia e il dramma di un intero paese. Una comunità che ha visto i suoi giovani partire per il fronte e non li ha più visti tornare. Perché dietro agli elenchi di nomi incisi nel marmo delle lapidi, si nascondono vite di intere famiglie travolte dal dramma di una guerra. Anzi, della Grande Guerra.

Proprio come hanno dimostrato gli alunni della scuola media dell'Istituto Comprensivo di Mozzecane, vincitori regionali del concorso «Il milite non più ignoto» organizzato dall'Associazione Nazionale Alpini in occasione del Centenario del conflitto mondiale. Gli studenti delle classi terze dell'anno scolastico 2016/2017, coordinati dalla professoressa Maria Scattolini, hanno deciso di partecipare presentando un progetto innovativo di ricerca e studio del monumento ai caduti di via Montanari, proprio di fronte alla chiesa del paese. 
E questa mattina, in teatro, sono stati premiati dal presidente sezionale dell'Ana Verona Luciano Bertagnoli che ha consegnato alla scuola un assegno da 500 euro. «Siamo veramente orgogliosi di poter premiare una scuola veronese - ha detto Bertagnoli -.L'obiettivo è quello di costruire un continuo e incessante dialogo con le scuole e gli alunni per portare alla luce la nostra Storia. Posso dire con orgoglio che in questi anni stanno emergendo lavori molto interessanti grazie a un'attenta analisi dei monumenti presenti sul nostro territorio. E mi auguro che questo risultato ottenuto dai ragazzi della scuola di Mozzecane sia da esempio agli altri istituti della nostra provincia che desiderino intraprendere questa sfida». Il prossimo bando, infatti, scade il 31 marzo ed è possibile ancora presentare i progetti collegandosi al sito internet www.milite.ana.it.

A Verona, il Centro Studi della sezione Ana presieduto da Giorgio Sartori è a disposizione per assistere professori e ragazzi nel lavoro di ricerca.
«Non sapevamo nulla e pochi giorni fa siamo stati avvisati della vittoria - ha rivelato la professoressa Scattolini -. L'idea di partecipare al concorso era nata in occasione delle celebrazioni del 4 Novembre 2016, quando il gruppo alpini di Mozzecane ci ha consegnato un depliant dell'iniziativa. Spesso purtroppo i monumenti ai caduti rischiano di restare "invisibili" agli occhi dei più giovani. Noi ci siamo posti la domanda di come riuscire a ricostruire un racconto collettivo partendo da un elenco di nomi presenti sul monumento».

Grazie all'aiuto di Giuseppe Ruffini, «memoria storica» del paese, studenti e professori hanno iniziato a cercare notizie su quelle persone partite da Mozzecane per combattere e mai più tornate a casa. «Abbiamo recuperato materiale storico come medaglie e lettere, ma le cose più interessanti sono emerse dalle interviste fatte dagli alunni ai loro nonni e alle persone anziane del paese» ha proseguito la docente. Inoltre, è stata studiata la storia del monumento in sé, scoprendo anche la poesia letta da una bambina in occasione dell'inaugurazione.

I ragazzi, con la supervisione degli insegnanti Manuela Longhini, Serenella Cordioli, Cristina Faldi, Stefano Zanon e Alessandro Esposito hanno rielaborato artisticamente il monumento con una serie di riproduzioni particolarmente apprezzate dalla giuria dell'ANA Nazionale.

Preti in battaglia

In teoria i cappellani in guerra avrebbero dovuto svolgere la loro opera al sicuro in qualche spiazzo per le celebrazioni religiose, o nei punti di medicazione e negli ospedaletti da campo in attesa che giungessero i feriti. In realtà, invece, per i cappellani il pensiero che ci fossero dei feriti che invocavano soccorso oltre i reticolati e che morivano senza nessuno vicino era insopportabile. Per questo, senza che nessuno l’avesse ordinato, molti di loro fin dall’estate-autunno 1915 non aspettavano l’arrivo delle barelle nei posti di medicazione, ma correvano tra gli scoppi delle granate, avvicinandosi sempre più alla linea di fuoco, lì dove serviva il loro soccorso, l’incitamento ai barellieri, l’organizzazione dello sgombero. Essi, notte o giorno che fosse, fidando nell’abito talare o nella croce cucita sulla divisa, non esitavano ad uscire dalle trincee a recuperare i corpi dei caduti; non esitavano a seguire le truppe all’assalto per poter subito raccogliere i feriti, e salvarli, e assistere i morenti, e salvarli: quei soldati erano giovani che avevano ancora l’ingenuità della gente semplice ed erano abbandonati nella terra di nessuno, assetati, invocanti la mamma. Soccorrerli anche solo per tenere loro la mano e offrire una parola di conforto era rispettare un dovere morale prima che religioso. Il coraggio di questi preti fu eroismo puro e raccontarlo per lo storico Paolo Gaspari è stato adempiere ad un imperativo di civiltà. Da ciò è nato il libro Preti in battaglia, che egli ha scritto con rigore di studioso e passione di italiano”.  V.S.G.

preti in battaglia gaspari

A Verona non mancarono poeti che vissero con passione la Grande Guerra, sia nella fase preparatoria del 1914, caratterizzata dallo scontro tra neutralisti e interventisti, sia durante il conflitto, dando voce a sentimenti di orgoglio nazionale, ma anche di trepidazione e di dolore per i lutti portati dalla guerra. Il pensiero va innanzitutto a Giovanni Ceriotto (1883-1968), che nel primo ventennio del Novecento fu figura di spicco della vita letteraria veronese e del settimanale “El Can da la Scala”, di cui fu direttore nel 1916 e su cui si firmava con lo pseudonimo di “Cericane”. Egli partecipò alla Grande Guerra come tenente del genio pontieri e combattè sul Grappa. Pubblicò in più edizioni, a partire dal 1903, la raccolta “Quaranta sonetti in dialetto veronese”, confluiti in “Poesie veronesi” e in “Nel cor de Verona” nel 1916 (riedite nel 2000). Nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia, il tema patriottico si fece in lui più pressante; il poeta percorse buona parte d’Italia proponendo l’ultima sua opera, “El poema de l’Adese”, un poema pervaso da “patriottismo caldo e impetuoso”e da un “fremito di epopea nazionale”; in esso egli trasformava il Monte Baldo in consapevole testimone del moto di liberazione nazionale iniziato nel Risorgimento sugli spalti mantovani di Belfiore, consacrati dal martirio di Carlo Montanari, e destinato a riportare alla patria italiana Trento e Trieste, “ Avanti Italia, che l’è tera tua! / No te senti che i parla el to dialeto? / No te senti che gusto e che saor / come che ride e siga el puteleto / che el ciama mama e el se taca al cor? / E le done de Trento e de Trieste / che le par quele che gh’è zo a Verona, /…No te senti el parlar a l’italiana, / co la parola che va fin in fondo, / la parola de Dante fresca e sana, / semensa semenada in cao al mondo? /… E zo dal Baldo tuti sti pensieri, / carghi de poesia e de passion, / sercando de ciapar tuti i sentieri / i và sul pian in santa procession”. Ceriotto sostenne con i suoi versi la campagna di raccolta di lana per i soldati italiani (“Lana, lana”), cantò il poeta patriota di Trieste Riccardo Pitteri, pianse con versi commossi le vittime del bombardamento austriaco su Verona che il 14 novembre 1915 provocò innumerevoli morti tra i civili, e seguì le vicende della campana del Grappa salvata sotto i tiri dell’artiglieria nemica, trasportata a Verona ed ivi custodita dal CAI fino al maggio del 1918, quando potè tornare a suonare gioiosa sulla sua montagna. Dopo la guerra Ceriotto partecipò alla campagna antiblasfema e nel 1949 pubblicò “Faville dell’anima”, una serie di racconti edificanti dedicati alla gioventù italiana.

Durante la guerra comparivano sulla stampa con regolarità poesie patriottiche dalla vena più intimistica e riflessiva scritte da un autore anonimo che si nascondeva dietro lo pseudonimo di “Matteo Signorio”; si trattava in realtà di Ferruccio Visentini (1878-1933), un impiegato comunale appassionato di poesia, i cui versi furono pubblicati nella raccolta postuma “Aqua minuda” uscita nel 1934 con la prefazione di Antonio Avena. Oggi nessuno più ricorda questo poeta delicato e sensibile, che invece meriterebbe di essere riscoperto. Di lui vi proponiamo una delle sue poesie più profonde e belle, “I nostri morti”, un toccante e umanissimo omaggio ai nostri ragazzi caduti in guerra, fatto di dolore e di orgoglio a un tempo, che non può non commuoverci anche oggi e che proponiamo come il nostro ricordo del loro sacrificio per la patria italiana.

 

“Vecie campane, che g’avì nel cor

‘na ruda de sospiri e de passione

con tute le promesse del Signor

vecie campane, tanto, tanto bone

sonè … disighe el nostro amor a lori,

disighe tute quante le orassione

più bele al nostro sangue, ai nostri pori

soldadi morti via lontan in guera

e forsi, -Dio lo sa- con quai dolori!

Morti de là de i mari, in altra tera

dopo averse batù sensa paura

come leoni streti a la bandiera,

pieni de gloria e l’anima sicura.

Morti, Italia, par ti … par ti i è ’ndadi

prima del tempo drento in sepoltura:

l’Angelo de l’Amor l’à compagnadi

con ’na bela corona de pensieri,

quel de la Morte via el se i à portadi

e tanti, tanti … Dio! Ma me par ieri

-e gh’era in strucacor tuta Verona-

quando ho visto partir i bersaglieri …

Ne la recia ’na musica me sona,

quela vecia canson ci no la sente?

“vualtri che g’avì la gamba bona …”

Sonè, bone campane! O gente, o gente,

dir de quei morti là, de là dai mari,

poco la val la me parola, gnente …

Par quei ricordi che i g’avea più cari,

con la fede de lori, stessa stessa,

come i santi che gh’emo sui altari

preghemoli … fasendo la promessa,

el giuramento d’esser pronti a tuto

par l’onor de l’Italia, la grandessa

parchè el gran Sogno nol ne sia distruto.  

aquaminuda copertina

La Grande Guerra va ricordata non solo per le vicende militari, ma anche per i drammi che nel corso del suo svolgimento furono vissuti dalle popolazioni civili. Dimenticate a lungo sono state le sofferenze subite dalle popolazioni del Veneto nell’ultimo anno di guerra.

Nell’autunno scorso a Vittorio Veneto il CEDOS (Centro di documentazione storica sulla Grande Guerra) di San Polo di Piave(Treviso) ha organizzato una giornata di studio sui drammi vissuti dalle popolazioni venete sottoposte all’occupazione austro-tedesca dopo la rotta di Caporetto dall’ottobre 1917 all’ottobre 1918, periodo noto come “l’anno della fame”’: un tema questo particolarmente triste, trascurato in passato dalla storiografia ufficiale, ma emerso in anni recenti grazie all’impegno ed alle ricerche di studiosi di valore. A Vittorio Veneto sono intervenuti Paolo Pozzato, Gustavo Corni, Simone Menegaldo, Nicola De Toffol, Lucio De Bortoli, Matteo Ermacora, Aldo Toffoli, Chiara Polita e Alessandro Valenti. In particolare lo storico Gustavo Corni, docente universitario di vasta esperienza, ha ripreso il filone delle sue ricerche che lo avevano portato ad elaborare nel 1990 un saggio magistrale intitolato La società veneto-friulana durante l’occupazione militare austro-germanica 1917-1918, pubblicato in Inediti della Grande Guerra a cura di Bruno Collegher e Adriano Miolli, opera più volte poi ristampata. Sulla base di testimonianze e diari Corni vi ha spiegato che dopo Caporetto 20.000 chilometri quadrati d’Italia furono alla mercè delle soldataglie austro-tedesche, che si abbandonarono, soprattutto all’inizio, a saccheggi e violenze su una popolazione rimasta senza guide e senza autorità costituite. Erano restati al loro posto solo i parroci (ben 563 su 642), che per questa loro scelta di generosità responsabile poi furono addirittura accusati di austriacantismo. Animali uccisi, grano dato in pasto ai cavalli, cantine svuotate e vino lasciato scorrere a vuoto; e poi requisizioni d’ogni genere, violenze fisiche e uccisioni gratuite, lavoro coatto e stupri su donne d’ogni età, e fame, fame nera, tanto che fra la popolazione vi furono 10.000 morti per denutrizione e 12.500 per malattie conseguenti. Tutto questo dovettero subire circa 900.000 donne, vecchi e bambini delle terre occupate; altri trecentomila riuscirono a fuggire con le loro masserizie e divennero profughi in Italia, poi alloggiati, spesso val visti, in varie regioni. Sulla fuga dei civili dopo Caporetto ha scritto con ampia documentazione Daniele Ceschin nel saggio La fuga parallela: militari e civili dopo Caporetto (in AA.VV. Maledetta l’ora e il momento, 2008) e nel libro Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza 2014.

   Agli stupri sulle donne ha dedicato uno studio dai risvolti brutali ed angoscianti Michele Strazza (“Senza via di Scampo”, 2014), sulla base di ben 735 testimonianze; violenze barbare, come le definì il parroco di Latisana don Giovanni Battista Trombetta nel suo diario che pubblicò sul finire della guerra con il titolo Alla mercè dei barbari e che è stato ristampato  da Gaspari nel 2009.

Terminata la guerra a Portogruaro fu creato un orfanatrofio per i frutti di tante violenze, i figli della guerra. Dopo la guerra per iniziativa di Ugo Ojetti, addetto stampa presso il Comando supremo e consigliere di Diaz, fu aperta un’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti e creata una Commissione ad hoc, i cui risultati furono raccolti in 6 grossi volumi; drammi umani cui ha dedicato la sua attenzione  anche lo studioso Andrea Falconer in Gli orfani dei vivi (DEP, n. 10/ 2009.  Oltre a battaglie e armamenti, la Grande Guerra è stata anche tutto questo. V.S.G.

drammi nel veneto libro copertina

    

Per la stragrande maggioranza della popolazione, un’indagine dopo cent’anni dalla morte di un povero soldato, può apparire come un caso cui appassionarsi. Per chi invece vi si trova immerso quotidianamente, o quasi, può apparire l’ennesimo libro sulla Grande Guerra.

Tutto partì nel 1958, quando venne scoperta una salma sull’Ortigara, che, sulla base d’una lettera riposta nella giacca, inizialmente fu ritenuta essere quella del s.ten. Adolfo Ferrero, ma si scoprì poi essere del suo attendente. Qui inizia l’indagine storica più recente (2015) dei due autori che prendono in esame tutti i libri che sono stati scritti su questo “caso” e che porteranno a rivelare che… non è il caso che lo sveli io, ma vale la pena di leggerlo per le “coincidenze” che la Storia ogni volta ci propone.

Il lavoro degli autori non è da sottovalutare, anzi: anni passati a controllare ed incrociare dati sono un lavoro immenso, provare per credere. Forse l’unica pecca che traspare leggendolo, è di assistere a una continua corsa; che se da un lato è vera, dall’altro non lascia tranquillità e concentrazione che il libro dovrebbe concedere per l’argomento trattato, anche per tutti i fatti che vengono narrati.

I due autori sono Alberto Di Gilio, nato a Parma ma residente a Padova, ricercatore storico e Leonardo Pianezzola nato a Sandrigo (VI) e residente a Dueville (VI), anche lui ricercatore storico oltre ad essere esperto conoscitore della montagna vicentina dove organizza escursioni di varia difficoltà. Entrambi scrivono articoli e saggi per riviste del settore.

Ecco perché il libro può inoltre essere usato come una specie di guida dell’Ortigara e zone limitrofe per chi non ha tanta dimestichezza con tali luoghi.

Un libro che impone una profonda riflessione sul valore e l’importanza del culto della memoria dei cari, che oggigiorno sta scemando sempre più.

Giulio Tommasi

lettera svelata copertina2

Carlo Zinelli (1916-1974) è stato più volte ricordato nel ‘Montebaldo’, come è inevitabile che accada per ogni alpino diventato famoso. Carlo è, infatti, un raffinato pittore che ha raggiunto la celebrità nella seconda metà del secolo scorso: un vero maestro dell’art brut che nella raffigurazione pittorica del proprio mondo interiore ha trovato una ragione di vita. Il tempo trascorso con gli alpini ha lasciato nel suo animo palesi tracce: il cappello, innanzi tutto, ma anche i fucili, gli scoppi e i muli. Queste immagini del mondo visibile sono però proposte in maniera estremamente semplificata, ridotte all’essenziale. Si pensi al cappello, che con la penna esprime l’essenza della partecipazione alla famiglia alpina: nelle prime esperienze figurative di Carlo compare per lo più con la penna, ma poi viene progressivamente semplificato e ridotto ad un semicerchio che poggia su un triangolino. Tutte le sue immagini sono, insomma, ridotte all’essenziale, prive di profondità perché affiorano dal mondo del sogno in cui costantemente viveva. Ma nel sogno lo spazio e il tempo non si articolano come nella veglia: anzi, nel sogno il tempo non esiste e vissuti recenti si pongono accanto all’ombra di ricordi lontani come in un film che intende ignorare il prima e il dopo. Così nell’immaginario di Carlo i lontani vissuti della vita militare si intrecciano con quanto affiora dalla quotidianità corrente. Ed ancora, un’altra peculiarità del grafismo di questo alpino-pittore è data dalla ridondanza del numero quattro. Ogni oggetto, in altre parole, viene rappresentato all’insegna del numero quattro: un numero magico che ha plasmato tante teorie, anche scientifiche, ed appassionato non poche dottrine: quattro, in effetti, sono i punti cardinali che invitano ad ordinare e ad accostare immagini e ricordi su di una superficie piana ed omogenea che, alla maniera delle icone della spiritualità ortodossa, ignora quella profondità che è l’attributo connotante del tempo.

Ho conosciuto Carlo tanti anni or sono, quando viveva al S. Giacomo e preferiva fumare piuttosto che conversare.  Se si pensa a quanto sia rara la firma nei suoi quadri – quadri inimitabili – si ha la misura di quanto la parola gli fosse estranea. Delle sue eleganti tempere, ormai esposte in tutto il mondo, si sono occupati critici insigni e letterati illustri come Dino Buzzati. Una vera ricchezza per la storia dell’arte veronese ed italiana, movimentata dalle raffinate composizioni di questo alpino un po’ bizzarro.

Naturalmente, il fascino che sprigiona la sua pittura vive di vita propria e non ha più nulla da spartire con quelle traversie che movimentano le giornate di ogni essere umano. Del resto, sono veramente tanti gli uomini e le donne che, in qualche Atelier, si cimentano con pennelli e colori ma ben pochi elaborano immagini dal fascino magico che emana dai disegni e dalle tempere di Carlo. Luciano Bonuzzi

Cent’anni fa, il 4 dicembre 1917, in uno dei momenti più difficili per l’Italia nel corso della Grande Guerra, dopo poco più di un mese dallo sfondamento delle nostre linee a Caporetto da parte delle truppe austro-tedesche, mentre si dedicava ad organizzare la ritirata e il ripiegamento dei reparti d’artiglieria della terza armata sul Tagliamento, venne colpito mortalmente sul Piave uno dei più eroici combattenti veronesi del nostro esercito, il giovanissimo maggiore d’artiglieria campale Carlo Ederle, noto come “la guida del Carso”. Primo di sei figli, di famiglia benestante, egli era nato il 2 dicembre 1892 da Albino e Adele Cavioli; fervente cattolico, s’era formato nelle scuole classiche veronesi e successivamente aveva seguito con esito brillante i corsi dell’Accademia militare di Torino, uscendone nel 1913 con le stellette di tenente. Pubblicò alcuni pregevoli studi d’argomento militare e venne assegnato all’80° reggimento d’artiglieria di stanza a Verona; nominato capitano nel 1915, allo scoppio della guerra combatté in Cadore; ma i Comandi, in considerazione della sua straordinaria preparazione tecnico-scientifica, lo destinarono al Centro Sperimentale d’Artiglieria di Ciriè (Torino). Ben presto, però, egli chiese di poter servire la patria tra i soldati combattendo al loro fianco.  Affabile, generoso, disponibile e sprezzante del pericolo, divenne capo degli osservatori d’artiglieria della terza Armata, fu ferito tre volte in combattimento e per il suo comportamento eroico sul campo di battaglia meritò tre medaglie d’argento e una croce di guerra francese. Ma quel 4 dicembre 1917, festa di Santa Barbara, patrona degli artiglieri, gli fu fatale: infatti, mentre a Zenson di Piave seguiva un’azione militare della fanteria, fu raggiunto da una pallottola di mitragliatrice che gli troncò la vita. Fu, come disse il Duca d’Aosta, un lutto per tutta la terza Armata e qualche settimana dopo il Re d’Italia motu proprio gli volle assegnare la medaglia d’oro al valor militare, oltre alla nomina a tenente colonnello. L’Università di Padova, presso la quale s’era iscritto alla facoltà di ingegneria, gli volle conferire la laurea ad honorem e ben presto la sua figura divenne simbolo ed esempio d’amor di patria e di dedizione eroica al dovere, tanto che in varie città e paesi vennero intitolate al suo nome vie, caserme, scuole, aule e gli vennero dedicati monumenti. A Verona opera la fondazione “Medaglia d’oro Carlo Ederle”, presieduta dal nipote dott. Andrea Ederle, la quale perpetua la memoria dell’eroe ed ha la propria sede presso il forte Biondella, ove è stato allestito un museo e dove nel 1952 venne collocata una bella statua opera dello scultore Egisto Zago. Vari scrittori, fra cui anche il fratello suo mons. Guglielmo Ederle, scrissero le sue note biografiche; artiglieri e alpini veronesi negli anni passati più volte resero onore a questo eroico concittadino di fama nazionale, la cui effigie compare nel Vittoriano a Roma; nel 1959 gli artiglieri in congedo donarono il monumento a lui dedicato in via Ederle e nel 2011 i gruppi alpini di Avesa e Parona celebrarono la sua memoria a Zenson. Quest’anno nel centenario della morte la Fondazione a lui intitolata ha organizzato il 10 settembre un pellegrinaggio a Zenson di Piave, in occasione del quale il nipote Andrea  ed il Comune di Verona, rappresentato dall’assessore Luca Zanotto, unitamente a sindaci della zona, parenti,  artiglieri, alpini ed altre rappresentanze d’arma hanno posato una targa commemorativa e deposto una corona. Il 21 settembre a Grezzana, paese d’origine della famiglia, s’è svolta un’articolata commemorazione di Carlo Ederle con l’intervento del dott. Andrea Ederle e del dott. Giordano Veronesi; infine il 3 dicembre l’Associazione Nazionale Artiglieri ha organizzato in suo onore una solenne cerimonia commemorativa nel Palazzo della Gran Guardia, con il patrocinio della Regione Veneto. L’auspicio è che tante iniziative facciano breccia nel cuore dei giovani ravvivando le loro conoscenze storiche e la coscienza d’identità nazionale.  V.S.G.

Nato il 23 agosto 1885 nella contrada Bernardi di Selva di Progno, nel cuore della Val d’Illasi, Fioravante Cisamolo aveva respirato e goduto in giovinezza la serena bellezza ed il quieto vivere della sua terra, là aveva il papà Amedeo, la mamma, fratelli e familiari, la moglie Caterina, il figlioletto Bruno, tanti sogni ed aspettative per la vita, e gli amici trombonieri, con i quali amava sparare i tradizionali trombini nelle feste della comunità. Ma la guerra, la Grande Guerra, gli distrusse tutto questo, lo allontanò senza pietà dalle persone care e lo condusse prima sull’Adamello, poi sul fronte orientale dove infuriava la battaglia, nel settore Plezzo, monte Rombon, rubandogli infine la vita in un sanguinoso combattimento sulle impervie pendici del Monte Cukla la mattina del 16 settembre 1916. Era quella, a detta del gen. Cadorna, la regione “forse più ingrata del nostro schieramento sul fronte alpino”, caratterizzata da dirupi e strapiombi.  Una vita, una delle tante, troppe giovani vite immolate sull’altare della patria. Dulce et decorum est pro patria mori, è dolce e decoroso morire per la patria, cantava il poeta latino Orazio, e tanti altri nel tempo gli fecero eco esaltando la bella eroica morte. Ma chissà se la pensavano così i milioni di morti inghiottiti dalle guerre del secolo scorso. Comunque Fioravante, caporale degli alpini, servì la patria con dignità, indossò con onore la divisa alpina della 250a  compagnia del battaglione “Val Camonica”, e il cappello con la nappina verde; il suo corpo fu sepolto nel cimiterino militare presso la cappelletta dell’Addolorata sul Cukla, nel 1921 fu trasferito nel cimitero di Plezzo e nel 1938 venne riesumato e traslocato nell’ossario di Caporetto, ora terra slovena. Di recente nella soffitta della casa avita, ben nascosto da oltre un secolo, i discendenti hanno ritrovato il prezioso trombino di Fioravante, il pronipote Franco lo ha ripulito e restaurato e, sull’onda delle memorie familiari e della commozione fatte rivivere da quel ritrovamento, è andato alla ricerca del prozio perduto, ha consultato carte d’archivio e con il sostegno degli alpini e dei combattenti e reduci del paese s’è spinto fino a Caporetto, odierna Kobarid. Qui, tra le oltre settemila pietre tombali raccolte nell’imponente e suggestiva mole piramidale a base ottagonale dell’ossario posto sul colle di S. Antonio, ha individuato quella di Fioravante. I gagliardetti hanno vegliato silenziosi dinanzi ad essa per rendergli l’onore delle armi; una commozione infinita ed il calore dei cuori e degli affetti familiari hanno riscaldato il gelido granito su cui è inciso il nome di Fioravante, il piccolo amato figlio di Selva di Progno, finalmente ricongiuntosi in spirito con i suoi cari. In quel silenzio ognuno ha compreso che il culto dei morti è il primo segno della civiltà di un popolo.  V.S.G.

A Caporetto onore caduto Fioravante Cisamolo

L’ex cimitero militare della frazione di San Valentino, nel comune di Brentonico, custodisce alcune lapidi recuperate nei piccoli cimiteri della grande guerra e disseminati nella zona. Tra queste lapidi, una in particolare riguarda gli alpini veronesi. Si tratta di un sasso inciso e raffigurante il fregio del 6° alpini, riportante grado militare e cognome. Il Caporale Della Valle Olindo ed i soldati: Conti Pietro, Santa Giuliana Lorenzo e Serpelloni Giovanni. Grazie alle ricerche condotte Dott. Dario Graziani ed ai dati che ha reso disponibili al Centro Studi ANA Verona, si è potuto risalire ai relativi fogli matricolari che riportano:


  • Caporale Dalla Valle Olindo di Alvise e Girelli Adelaide nato a Peschiera il 4.8.1892. Assegnato nel 6° rgt alpini 57° compagnia. Ucciso ore 4.16, anni 23 il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella di Campo per scoppio di proiettile d'artiglieria nemica.
  • Conti Pietro di Francesco e Cunego Angela nato a Cerro il 23.7.1884. Assegnato nel 6° reggimento alpini battaglione Verona 1905. Morto il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.
  • Santagiuliana Lorenzo di Santo e Tamellini Giustina nato a Bosco Chiesanuova il 28.12.1892. Assegnato nel 6° reggimento alpini, battaglione Verona 57° compagnia 21.9.1913. Ucciso, anni 23,  il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella Campo per scoppio di proiettile di artiglieria nemica. Sepolto a Sella Campo.
  • Serpelloni Giovanni Graziadio di Luigi e Silvestri Maria nato a Castel d’Azzano il 10.1.1894. Assegnato nel 6° reggimento alpini 13.11.1914. Ucciso il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.

Recentemente il Centro Studi ANA Verona ha potuto consultare i diari storici dei battaglioni alpini veronesi nella grande guerra presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e relativamente  al fatto citato sopra, che ha visto il decesso dei quattro giovani alpini, cita testualmente:

“23 Dicembre 1915 - La 58ª Compagnia da S. Giacomo si porta in avamposti a Doss Alto. Il Comando da M.te Varagna si trasferisce a Doss Casina. La 57ª Compagnia passa alla diretta dipendenza del Comando di Reggimento - Una granata da 105 colpisce una nostra baracca a Malga Campi, uccidendo 4 soldati della 57ª Compagnia e ferendone vari – la 57ª Compagnia si trasferisce a S. Giacomo.” Giorgio Sartori

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Lo stato maggiore austro-tedesco che guidava a Caporetto le armate che avrebbero prodotto una delle battaglie vittoriose più clamorose di tutta la grande guerra, poteva fare assegnamento su uno dei più brillanti ufficiali dell’Imperialregio Esercito austro-ungarico: il Gen. Alfred Krauss.

Il cinquantacinquenne ufficiale austriaco aveva il fisico e la mentalità del comandante di lingua tedesca che la memorialistica e l’iconografia ha tramandato ai posteri. Biondo, occhi azzurri, barba folta ma curata, fisico asciutto, sguardo severo, rigido con se stesso prima ancora che con i propri uomini, ma anche trascinatore di soldati. Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio, comandante nel giugno 1916 dell’Armata del Tirolo durante la Strafexpedition, aveva contribuito con i suoi studi sul campo ad innovare la strategia di guerra. Per primo aveva intuito che le battaglie in territorio alpino si potevano vincere senza dover occupare a tutti i costi le alte quote, ma anzi sfruttando le penetrazioni per fondovalle, costringendo a cadere per aggiramento le posizioni in montagna. Apprezzato per le sue idee dai comandi alleati germanici, durante l’offensiva Waffentreu, “fedeltà d’armi”, che portò le truppe austro-tedesche da Caporetto al Piave, al Gen. Krauss venne affidato il comando del I Corpo d’Armata formato dal meglio delle truppe asburgiche: la 3^ Divisione Edelweiss, la 22^ Schutzen, la 55^ A.U. formata da bosniaci, gli Jager tedeschi, truppe di montagna che operavano nell’alto settore dell’Isonzo, Rombon, Cukla, Sella Prevala, e che il 24 ottobre 1917 sfondavano la linea italiana a Plezzo.

Il 14 novembre 1917 i soldati di Krauss, stanchi di giorni di combattimento e di marcia, con un tempo spesso inclemente, giungevano infine ad Arten e Fonzaso, ai piedi del Monte Grappa. Krauss non aveva dubbi: ordinava ai suoi comandanti di divisione, Gen. Muller e Gen. Wieden, di scendere il primo verso la Val Brenta, il secondo verso la Val Piave. In tal modo si aggirava l’ostacolo del Grappa e si poteva giungere rapidamente nella pianura veneta. Ma questo rimarrà solo un suo desiderio irrealizzato.

Ad opporsi al suo ordine erano proprio i suoi comandanti di divisione che, fedeli all’ortodossia militare e appurato che l’effetto sorpresa di Caporetto ormai era svanito, dirigevano le proprie truppe sul Grappa, convinti che solo l’occupazione del massiccio montuoso avrebbe portato alla caduta della linea difensiva italiana ormai attestata dietro il fiume Piave.

Sono trascorsi esattamente cento anni da quelle giornate nelle quali molti comandi militari italiani e anche parte della politica pensavano che ormai tutto stesse per finire, tutto stesse crollando. Ma Caporetto fu una sconfitta, non una disfatta.

Contro tutti i pronostici negativi, l’Esercito italiano non si arrese, pur dovendo dolorosamente abbandonare lembi di territorio nazionale.

Mentre dall’Isonzo i fanti italiani ripiegavano verso il Piave, sull’Altopiano dei Sette Comuni si assisteva impotenti ad una delle sconfitte più terribili dell’intero conflitto. Gli alpini che solo quattro mesi prima avevano lasciato gli uomini migliori sulla fredda pietra dell’Ortigara, erano costretti a ripiegare su una nuova e meno esposta linea difensiva che doveva collegarsi verso oriente con quella che si stava costruendo sul monte Grappa. A dividere le due regioni montane, un profondo solco scavato tra altissime pareti a picco, percorso da un fiume, il (la) Brenta, che univa geograficamente attraversandole due regioni e due stati: il Trentino asburgico ed il Veneto italiano.

Così sul versante orientale dell’Altopiano, gli alpini si aggrappavano letteralmente all’orlo che sprofonda in Val Brenta e, ugualmente, su quello occidentale del Grappa, i fanti occupavano le elevazioni che scendono a picco sugli ultimi piccoli centri abitati della Valsugana. Sul fondovalle invece, occorreva erigere una barriera insormontabile per difendere Bassano e la pianura veneta.

Avevano vissuto il ripiegamento dall’Ortigara gli alpini del Battaglione Verona, prima impiegati sulle Melette di Foza, nel tentativo di fermare qui i reparti imperiali che scendevano rinvigoriti dalla winterstellung, poi trasportati in Val Brenta a difendere lo sbarramento che chiudeva la vallata tra Valstagna e Carpanè.

In effetti, nel novembre 1917, quando ancora in Altopiano si difendevano le Melette e sul Grappa i reparti imperiali attaccavano i primi contrafforti settentrionali del Tomatico e del Roncone, la difesa della valle era stata affidata alla 52^ Divisione, ancora al comando del Gen. Como Dagna. Era la divisione alpina dell’Ortigara, che ora operava in Val Brenta, la cui particolare conformazione orografica ne fa ancora oggi un territorio di vocazione montana. Gli sbarramenti posti sulla strada e sulla linea ferroviaria che attraversavano il confine tra Trentino e Veneto, constavano soprattutto di reticolati e cavalli di Frisia, di postazioni di mitragliatrici, di centinaia di sacchetti di terra che si ergevano a formare trincee: il primo sbarramento era alla stretta di S. Marino, il secondo a Rivalta, il terzo a Valstagna e l’ultimo ad Oliero.

Tutti facevano sistema con le rocce che salivano sulle adiacenti pareti dell’Altopiano dei Sette Comuni e del massiccio del Grappa.

E puntuale arrivava anche l’attacco austro-ungarico.

Il 23 novembre 1917, alle ore 6,30, un violento fuoco di artiglieria si abbatteva sulle trincee italiane dello sbarramento avanzato di S. Marino. Erano difese dagli alpini dei Battaglioni Vestone e Valtellina, in rincalzo lo Spluga, al comando il Capitano Tiburzi Rean, comandante del Vestone. Pronta arrivava la risposta delle batterie italiane, ma ben presto i contatti con il presidio avanzato erano interrotti e non si riusciva a sapere cosa succedeva. Solo dopo alcune ore si veniva a conoscenza che i difensori sulla riva sinistra Brenta erano stati fatti prigionieri perché aggirati da reparti austriaci scesi da Col Bonato (Grappa); due pezzi di artiglieria da montagna appostati nella galleria ferroviaria erano stati fatti saltare. Il presidio della riva destra invece era intatto.

Si ordinava di irrobustire il retrostante sbarramento Col Carpenedi-Grottella, a Rivalta, mentre venivano fatti avanzare verso la riva sinistra del Brenta gli alpini dei Battaglioni Valtellina e Monte Baldo.

Inevitabile giungeva l’ordine del XX Comando d’Armata di contrattaccare, compito affidato gli alpini dei Battaglioni Morbegno, Val d’Adige, Valtellina e Spluga, ma poiché a sera la situazione non migliorava, alle ore 3 di notte veniva dato l’ordine agli alpini di riva destra e a quelli contrattaccanti sulla sinistra di ripiegare verso La Grottella.

Le perdite erano elevate: 10 ufficiali feriti e 26 dispersi, 8 morti, 44 feriti e 504 dispersi tra la truppa.

L’occupazione dello sbarramento di La Grottella era rinforzato: sulla riva destra del Brenta con gli alpini dei Battaglioni Spluga e Vestone; sulla riva sinistra Brenta con gli alpini del Battaglione Verona. Sono tutti affiancati da compagnie mitragliatrici.

I lavori difensivi, grazie anche all’apporto del Genio, proseguivano alacremente, mentre l’offensiva austro-ungarica era per il momento sospesa: troppo alte le perdite e lo stesso Imperatore Carlo I ordinava di fermare l’attacco in Altopiano.

Ma ai primi di dicembre, su pressione del Gen. Conrad, comandante delle Truppe del Tirolo, riprendeva l’attacco imperiale contro le sovrastanti Melette con l’obiettivo di occuparle, scavalcarle e raggiungere la Val Vecchia, porta di ingresso verso la sottostante Valstagna e di conseguenza della Val Brenta.

Il 5 dicembre 1917 l’attacco austro-ungarico in Altopiano raggiungeva il suo apice: conquistate le Melette, le truppe imperiali dilagavano verso il basso. Mentre Foza bruciava, si occupavano le quote del San Francesco, del Sasso Rosso e del Cornone, ultime elevazioni a precipizio sulla Val Brenta. Nel pomeriggio, i reparti imperiali imboccavano in discesa la strada della Val Vecchia, dove però l’energico intervento del Gen. Andrea Graziani (comandante del I Raggruppamento Alpino) aveva arrestato il ripiegamento delle truppe italiane verso Valstagna ed era riuscito ad imbastire una nuova linea difensiva davanti la seconda galleria della rotabile: gli austriaci non passavano e la Val Brenta era salva.

Nella stessa giornata, l’attacco imperiale si era pronunciato anche in fondo Val Brenta contro lo sbarramento de La Grottella.

Verso le ore 11 del 5 dicembre l’ala sinistra dello sbarramento della Grottella veniva posto sotto il tiro dell’artiglieria austriaca, bombardamento che alle ore 15 diventava violentissimo specialmente verso La Grottella, dove erano in linea gli alpini del Battaglione Verona e due compagnie mitragliatrici, la 936^ e la 661^.

Alle 15,30 i fanti imperiali, infagottati nei loro ampi cappottoni grigi, avanzavano dall’abitato di Costa, ma venivano arrestati dal fuoco delle mitragliatrici italiane e dei piccoli calibri che accompagnavano gli alpini.

Alle 16, dopo un ulteriore violento bombardamento che spandeva fumo in tutta la valle impedendo la visuale della zona agli osservatori, ripartiva l’assalto imperiale, nuovamente arrestato dagli alpini del Verona. I comandi italiani, avendo scorto numerose riserve dietro S. Marino, ordinavano il bombardamento sui rincalzi austro-ungarici, procurando gravi perdite.

Alle ore 17 tutto era finito e la Val Brenta era ancora italiana. Anche la classe ’99 aveva sostenuto con onore il battesimo del fuoco.

Si dovevano però lamentare dolorose perdite:

Battaglione Verona 5 morti e 6 feriti, Battaglione Valtellina 1 morto e 7 feriti, Battaglione Vestone 1 morto e 4 feriti, Battaglione Spluga 4 morti e 15 feriti.

Ma la strada per Bassano era definitivamente chiusa ed il plauso del Gen. Graziani alle truppe sugellava una giornata difficile ma per certi versi vittoriosa.

La Val Brenta vedrà un’ultima battaglia l’11 dicembre successivo.

Per impegnare le truppe austriache in quel momento in attacco sul Grappa contro Col Caprile e Col della Berretta, il Comando del I Gruppo Alpino ordinava alle ore 10 di far uscire in avanscoperta delle forti pattuglie, formate dagli alpini del Battaglione Verona, del Battaglione Spluga e del Battaglione Vestone, che dovevano operare contro il settore di S. Marino al fine di simulare un attacco in Val Brenta.

L’artiglieria di ambo gli schieramenti faceva sentire la sua voce, mentre gli alpini del Verona attaccavano l’ala difensiva sinistra austriaca, all’imbocco della Val d’Asta, con lancio di bombe a mano e con intenso fuoco di fucileria contro i posti di guardia imperiali. Alle ore 13 l’azione terminava avendo conseguito il suo scopo.

Venivano proposti per ricompense al valore per il Battaglione Verona il Ten. Giovanni Alberti, i sergenti maggiori Gino Digiuno e Antonio Rossi, il caporale Eugenio Candotti, gli alpini Pietro Piccoli, Giuseppe Giorgioni, Giovanni Castellunga, Eugenio Baroni e Pietro Sampa.

Anche grazie a questi piccoli ma significativi episodi, l’Esercito e i suoi Alpini potevano ora guardare con fiducia al futuro. Paolo Volpato

Olindo Ermini, alpino poeta

(V.S.G.) Gli alpini di Volon, capogruppo Tognettini in testa, ricordano con affetto e commozione la bella figura di Olindo Ermini, il capitano alpino che nei decenni scorsi fu poeta ufficiale della Sezione veronese e che in quella tranquilla frazione di Zevio amò vivere con la moglie Maria Damiani e la famiglia. Là egli aveva trovato la serenità e la quiete per il suo “vecio cor d’alpin”, come scrisse in una bella poesia dedicata al paese. Ai più giovani il suo nome è forse poco noto e proprio per questo ci pare opportuno parlare di lui in questa rubrica dedicata alla poesia alpina. Olindo era nato a Verona il 12 novembre 1897 da Ottavio, capitano alpino che fu richiamato nella grande guerra e vi aperse la vita. Olindo, partito volontario nella medesima guerra, ebbe il comando del plotone arditi del battaglione Monte Tonale, 5° Alpini, compì prodezze sull’Adamello, fu gravemente ferito e decorato al valor militare, rimanendo invalido. Divenuto funzionario statale, amò immortalare i sentimenti alpini in versi semplici e intensi, ora briosi, ora commoventi, che pubblicò nella raccolta Ciacole in rima del 1952, composta di 41 componimenti, dedicata al padre; nel 1972 ristampò la medesima raccolta, aggiungendovi 23 poesie nuove, con il titolo Rime scarpone, che dedicò al tenente colonnello Wilfredo Ambrosini. Si spense il 20 settembre 1976.

L’ultima raccolta fu impreziosita dalla presentazione del “vecio colonel” Guido Pasini, e dalla prefazione di Vittorio Bozzini; questi, da scrittore e letterato quale era, esaminò con acume la poesia di Ermini, nella quale, accanto al sorriso bonario, alla battuta scanzonata ed alla nota arguta, sottolineò  la presenza dell’ “attaccamento ancestrale della gente veronese agli affetti puri, forti, sacri per la casa, la terra, la Patria … un sentire fortemente gli ideali belli e santi della vita”.

Tra le poesie, accanto a quelle dedicate agli amici alpini ed a luoghi ed eventi notevoli per la storia delle penne nere, sono particolarmente conosciute ed apprezzate  quelle che tratteggiano con efficacia ancora attuale l’essenza dell’essere alpini consistente nel “volerse ben”, nel sentirsi una famiglia, nell’amare la vita,  i bambini, la Patria e nel sentirsi ringiovanire ogni volta che si indossa il cappello alpino. Di lui ricordiamo la notissima poesia L’alpin, in cui immagina un semplice e toccante colloquio tra nonno e nipotino sull’identità dell’alpino: il nonno spiega che l’alpin l’è el vero fiol de la montagna, che quando passa lui tuto un soriso diventa el mondo , che in guerra l’alpin l’è forte  e in pace l’alpin l’è oro, pronto a iutar l’Italia col lavoro, ed il bambino alla fine mostra d’aver capito tutto  affermando Sì, nono, mi lo so ci l’è l’alpin, / l’alpin l’è l’omo più vissin a Dio.  Chiudiamo questa breve rivisitazione di Ermini, riproponendo una poesia che nella sua semplicità può essere intesa come un lascito testamentario per ogni alpino e per ciascun uomo di buona volontà.

                                                                                                                             Volerse ben

Quando che se catemo tuti uniti,

par confidarse ciacole e pensieri:

“Volive ben, righè sempre driti”

el ne consiglia el nostro Balestrieri:

 

D’amarse e po’ d’andar sempre d’acordo

El ne ripete pura el Capelan:

a ste parole nessun l’è sordo

parché i è dite con el cor in man.

 

Bisognarìa però, che tuti quanti

I  fasesse così come i alpini,

che tuti quei che schei ghe n’à gran tanti

i ghe volesse ben ai più poarini.

 

Par questo mi ripeto volentieri

Ai veci, bocia e tuta l’altra gente

col Capelan, col nostro Balestrieri:

“Volerse ben, butei, no costa gnente!”

Ermini

Medico chirurgo forlivese con la passione della fotografia, Pio Bertini nel 1915 fu richiamato alle armi tra gli alpini del “Gemona” con il ruolo di medico della 71a compagnia e responsabile dei posti di medicazione avanzati e degli ospedali di prima linea in Val Dogna. Da quell’osservatorio privilegiato egli poté vedere e vivere il contesto ambientale, gli eventi bellici, i momenti di serenità, i drammi e le sofferenze che dovettero subire i nostri alpini e più in generale i soldati sul fronte carsico nella prima tremenda guerra totale che coinvolse l’intero popolo italiano. Tutto questo crogiuolo di un’umanità umile, semplice e sofferente egli immortalò con la sua macchina fotografica in centinaia di istantanee, che raccolse in un album acquerellato dal profugo Luigi Parolini, perché fosse crudo e commosso documento per i posteri. Rimaste a lungo inedite, tali immagini, restaurate e corredate da ampie e attente didascalie, sono venute finalmente alla luce  in bel volume curato dagli studiosi Luigi Melloni, Giovanni Vinci e Paolo Andrea De Monte e dato alle stampe quest’anno dall’editore Carta Bianca di Faenza (160 pagine, euro 20). L’opera, impreziosita dall’intensa presentazione del vescovo di Imola mons. Ghirelli, costituisce un eloquente documento della grande guerra, che parla agli occhi e all’anima; è arricchito dal breve diario del medico Bertini e dalle note autobiografiche del figlio suo Fernando, sottotenente alpino della “Julia”, ferito in Albania nella seconda guerra mondiale. La segnalazione dell’opera ci è giunta dal socio Renato Caloi, che ringraziamo. V.S.G.

Io resto qui

 

Titolo giusto, suggestivo e significativo per un libro dedicato al ricordo di morti e dispersi in Russia. Esso riprende l’esordio d’una famosa poesia, Frammento, dell’alpino Giuliano Penco, morto in Russia nel 1943, riportata in apertura del libro:

Io resto qui.

Stanotte mi coprirà la neve.

E voi che ritornate a casa

pensate qualche volta

a questo cielo di Certkowo.

Io resto qui

con gli amici

in questa terra.

E voi che ritornate a casa

sappiate che anche qui,

dove riposo

in questo campo

vicino al bosco di betulle,

verrà la primavera.

 

Si tratta di un libro di oltre settecento pagine che ricostruisce con lettere, testimonianze e fotografie il dramma di più di trecento soldati di tutte le regioni italiane scomparsi nelle nevi russe durante le battaglie e la ritirata nel 1943. Un’opera monumentale cui si sono dedicati con passione e tanta sensibilità Antonio e Maria Giovanna Respighi, sostenuti dal Gruppo alpini di Abbiategrasso, che l’ha editata nei mesi scorsi, e dalla Sezione ANA di Milano. Tutto nacque qualche anno fa in occasione d’un viaggio in Russia nell’area della sacca del Don. Riconosciuti come italiani, i fratelli Respighi furono contattati da un russo che mostrò loro dei piastrini di soldati italiani caduti in quei luoghi. Animati dal sacro sentimento di pietà per i fratelli italiani scomparsi nel dramma russo, i Respighi raccolsero più di trecento piastrini e, una volta tornati in Italia, si misero in contatto con Comuni e famiglie di tutta Italia, riuscendo a restituire volti, lettere legami affettivi ed umanità a quei nomi destinati altrimenti a scomparire nel nulla. Aiutato dalla sorella, Antonio Respighi, consigliere provinciale dell’ANA milanese, si meritò con lei l’appellativo di “angelo degli Alpini dispersi in Russia”. Il loro lavoro ha interessato anche la terra veronese. Tra quei piastrini, infatti, ben quindici erano appartenuti a soldati della nostra provincia, di ciascuno dei quali gli autori hanno tracciato un profilo, arricchito di quanto hanno potuto ottenere dalle famiglie. Essi sono Guerrino Accordini, classe 1916, artiere alpino di Rivoli, disperso; Giulio Andreetto, classe 1916, autiere di Ronco, deceduto; Pietro Bonometti, classe 1911, granatiere di Affi, disperso; Luigi Bottacini, classe 1914, artigliere di Verona, disperso; Giuseppe Castellani, classe 1921, bersagliere di Castelnuovo, morto in prigionia; Tranquillo Compri, classe 1914, fante di Cadidavid, morto in prigionia; Bruno Fanton, classe 1911, addetto ai lanciafiamme, Legnago, disperso; Luigi Magalini, classe 1911, artigliere motorizzato di Villafranca, morto in prigionia; Emilio Montresor, classe 1914, alpino di Pescantina, disperso; Bruno Novarin, classe 1914, alpino di S. Bonifacio, morto in prigionia; Ottorino Penazzi, classe 1922, reparto sanità, abitante a Caprino, disperso; Guido Pianalto, classe 1915, genio , Verona, disperso; Mario Ruffo, classe 1917, artigliere di Montorio, morto in prigionia; Aldo Salvetti, classe 1920, alpino di Cavaion, morto in prigionia e Oreste Trevenzuolo, classe 1916, fante di Palù, disperso. (V.S.G.)  

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Negli anni del centenario della Grande Guerra innumerevoli sono state e saranno le pubblicazioni, le mostre e le iniziative dedicate ai molteplici aspetti di essa. Essendo impossibile dar conto di tutte, è inevitabile fare delle scelte, fissando l’attenzione sulle più originali e significative. Tra queste rientra senz’altro il poderoso volume Chiese e popoli delle Venezie nella Grande Guerra, pubblicato nel 2016 dall’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa di Vicenza e curato da Francesco Bianchi e Giorgio Vecchio. In oltre 550 pagine sono raccolte le relazioni di due convegni sul tema svoltisi il primo a Trento l’8-9 aprile ed il secondo ad Asiago il 27-28 maggio del 2016. Elegante e corredato di numerose immagini inedite, il volume non affronta in modo analitico e descrittivo affronta non singoli eventi bellici, ma il complesso rapporto tra guerra e coscienza religiosa, tra le posizioni di papa Benedetto XV e quelle da lui non condivise dei cattolici nazionalisti, tra quanti vedevano la guerra come “castigo di Dio” e perciò ingiustificabile sul piano religioso e quanti più laicamente cercavano le motivazioni di giustizia delle parti in causa. Il testo spiega che la sacralizzazione della guerra non fu opera della Chiesa, bensì degli Stati; in esso si affronta il tema del ruolo e del comportamento di clero e cappellani nel conflitto e si illustrano le figure ed il travaglio interiore di alcuni di questi sacerdoti prestati alla guerra, da don Primo Mazzolari a don Annibale Carletti, l’eroe di Passo Buole, a don Giovanni Minozzi, che ideò e realizzò in Veneto un gran numero di “Case del soldato”; si seguono pure i difficili rapporti tra le autorità militari da un lato e contadini della montagna veneta e clero dall’altro, guardati spesso con diffidenza  e accusati di austriacantismo o disfattismo; ampia trattazione è riservata al ruolo svolto dal vescovo di Trento Endrici e da quello di Vicenza Rodolfi, entrambi decisamente sostenitori della causa italiana, ma impegnati a difendere le loro popolazioni e l’autonomia della Chiesa ; infine sono analizzati pure le peripezie vissute da suore, orfanelle e pazze nei territori occupati dall’Austria dopo lo sfondamento di Caporetto e il dramma dei profughi veneti dopo Caporetto, smistati in regioni italiane distanti, ove erano sopportati e malvisti dai residenti. Il volume, decisamente di livello accademico, fornisce per la tematica in oggetto un ricco e aggiornato apparato di indicazioni bibliografiche utili e preziose per quanti vogliano approfondire  le vicende delle popolazioni trivenete durante il conflitto. (V.S.G.)

Il Monte Vioz con i suoi 3645 m. fa parte della catena montuosa del Ortles Cevedale, nel Parco Nazionale dello Stelvio, sopra la Val di Pejo. Poco lontano dalla cima del Monte Vioz c’è Punta Linke, che con i suoi 3629 m di altitudine è stata una delle postazioni austro-ungariche più alte e più importanti dell’intero fronte durante la prima guerra mondiale. Dotata di un doppio impianto teleferico, era collegata da una parte al fondovalle di Pejo e dall’altra al “Coston delle barache brusade” verso il “Palon de la Mare”, nel cuore del ghiacciaio dei Forni. Con la fine della guerra, la postazione militare di Punta Linke venne abbandonata, ma il ghiaccio e le particolari condizioni climatiche ne hanno consentito la conservazione fino ai giorni nostri. Un progetto di ricerca e di recupero dei beni culturali della Provincia autonoma di Trento ha permesso il totale recupero della postazione e del materiale che ben si è conservato in tutti questi anni, trasformandola nel museo più alto d’Europa. Il percorso per raggiungere la cima del monte Vioz è piuttosto lungo e richiede una particolare attenzione, soprattutto per i suoi tratti esposti in alcuni punti del tracciato. Il punto di partenza dell'escursione per raggiungere la cima è la località "Doss dei cimbri" a quota 2306 m ed alpinisticamente viene classificato come: “EEA -Escursionisti Esperti Attrezzati”. La difficoltà è sicuramente gratificata dal fantastico panorama a 360° che vi si può ammirare nelle belle giornate di sole: il sottostante Ghiacciaio dei Forni, la Val di Pejo, le Dolomiti di Brenta, i Gruppi dell'Adamello, la Presanella, le Dolomiti, fino al Gruppo del Bernina. Poco sotto la cima si trova il rifugio “Città di Mantova” al Vioz, a m. 3535, che è il più alto rifugio delle Alpi centrali e orientali. Il primo rifugio Vioz fu costruito tra il 1909 e il 1911 dalla sezione del club alpino di Halle a.d. Salle (club alpino tedesco). Durante la prima guerra mondiale 1914-1918 la capanna Vioz era adibita a base militare Imperiale e nel 1921, a guerra finita, il rifugio venne assegnato alla S.A.T. Nei pressi del rifugio sorge la chiesetta in muratura più alta d'Europa dedicata alla Vergine Immacolata ed a S. Bernardo di Mentone. Fu costruita a perenne ricordo delle vittime della guerra. All’ingresso campeggia una lapide che parla di Verona: riporta il ricordo che gli alpinisti della Val di Sole dedicarono al socio mons. Angelo Grazioli, nato a Grezzana (Vr) nel 1883, canonico del Duomo di Verona, che fu presidente del comitato costruttore di quell’alto sacello. Giorgio Sartori

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