Forse non tutti sanno che...

Forse non tutti sanno che, oltre ad essere il titolo di un'apprezzata rubrica di un settimanale di enigmistica, è anche, nel nostro caso, un dato di fatto: forse non tutti sanno che nell'organico della nostra Sezione esiste anche un Centro Studi. Certo, avendo voglia di cercare, di andare sul sito anaverona.it e iniziare un paziente lavoro di ricerca, o spulciando attentamente i numeri de “Il Montebaldo”, ecco che si scoprono i primi indizi, qualche riferimento in alcuni articoli, e per i più pazienti e curiosi anche la fortuna di capitare nella pagina che nel sito della Sezione è dedicata al Centro.

Certo, facile così si dirà, abbiamo scoperto questa cosa nuova. Ma cosa fa il Centro Studi? È solamente l'ennesima struttura, che serve per distribuire “careghe” e per dare un ruolo a qualcuno o ha un compito preciso da assolvere? E certo che il Centro ha un mandato preciso, ricevuto dalla Sezione, quello della riscoperta e della conservazione dell’immenso patrimonio storico e umano che sono le vicende dei nostri alpini in armi. Quindi il Centro si occupa di storia, che brutta parola! Ai più ricorderà la scuola, dove la storia era l'ennesima materia da studiare, per la quale, a differenza di altre, non vi erano inclinazioni naturali, bisognava solo aprire il libro. Ma per pochi aprire quel libro, ed immergersi nelle vicende di secoli passati era un piacere assoluto, pochi ancora inconsapevoli ma che già intuivano l'importanza di quella materia, perché come qualcuno canterà “la storia siamo noi”; un concetto semplice ma difficile, significa che ognuno di noi, ma anche ogni paese, ogni struttura, ogni associazione, è la propria storia, e per capire chi siamo non dobbiamo far altro che guardare indietro e ripercorrere il cammino fatto.

Bene, ma perché questo pistolotto? Semplice, perché il Centro ha bisogno di voi. 

Il Centro Studi sta portando avanti diversi progetti di ricerca, che stanno coprendo quasi tutta la vita operativa della specialità degli alpini, ma anche il recupero della storia dei caduti della grande guerra sepolti nel sacrario del cimitero monumentale di Verona. Tra questi progetti vi è il recupero della Storia, e delle storie, dei battaglioni alpini a reclutamento veronese nel corso del primo conflitto mondiale – i battaglioni Verona, Val d'Adige e Monte Baldo – con l'intenzione di produrre alcune pubblicazioni, ed ecco che siamo a chiedere il vostro aiuto. A voi alpini, a voi amici, ma anche ai Gruppi, alle zone: se avete, o se avete conoscenza che qualcuno ha materiale di interesse storico, come fotografie, memorie, diari, lettere, cartoline o qualsiasi altra cosa possa interessare la storia di questi tre battaglioni tra il 1915 ed il 1918, vi chiediamo di contattare il Centro e farcelo sapere; operativamente chiederemo solo di poter scansionare, o fotografare, il materiale (la tecnologia oggi ci consente cose impensabili fino a qualche anno fa) e l'autorizzazione ad una eventuale sua pubblicazione, ci teniamo a precisare che tutto il materiale rimarrà di proprietà del titolare (resta comunque valida la possibilità di “versarlo” in Sezione, dove sarà accuratamente conservato e valorizzato). 

Ma non chiediamo solamente, siamo anche disponibili “a dare”, se siete quindi intenti in una ricerca storica sulla vostra famiglia, su vostri avi alpini, provate a bussare anche alla porta del Centro. Non vi assicuriamo di sapervi dire con esattezza cosa il vostro antenato mangiò a pranzo il 15 ottobre del 1916, o dove un altro dormì la notta del 24 aprile 1941, ma l'esperienza dei ricercatori del Centro, che da anni frequentano archivi civili e militari e sono abituati ad immergersi nelle fonti storiche potrà senz'altro esservi d'aiuto. Luca Antonioli

Articolo presente sul nostro giornale sezionale "IlMontebaldo" https://www.anaverona.it/.../IlMonte.../IlMontebaldo2021.pdf

La storiografia novecentesca veronese s’è arricchita in questi anni d’un’interessante e documentatissima pubblicazione sulla vita della popolazione di Montorio durante l’occupazione tedesca del paese iniziata il 9 settembre 1943 e sui sanguinosi eventi che si consumarono tra Montorio, Ferrazze e S. Martino Buon Albergo il 26 aprile 1945 durante la ritirata delle ultime truppe tedesche e gli scontri con i partigiani. Una pagina di storia che in precedenza, scrive nella prefazione Roberto Buttura, era stata solo rievocata in modo frammentario e che invece gli autori dell’opera, Gabriele Alloro, Roberto Rubele e Cristian Albrigi, tre montoriesi appassionati di ricerche storiche, hanno voluto scandagliare e ricostruire dettagliatamente. Con l’ausilio di numerosi validi collaboratori e con una lunga e paziente ricerca avviata fin dalla fine degli anni novanta essi hanno consultato la bibliografia resistenziale esistente, scandagliato innumerevoli archivi pubblici e privati e raccolto, verificato ed esaminato innumerevoli preziose testimonianze di persone che furono dirette protagoniste di quei momenti. Ne è risultato un lavoro serio, metodologicamente corretto, equilibrato nei contenuti, nel quale hanno ricostruito con fedeltà documentaristica, arricchita di pathos e partecipazione emotiva, il succedersi degli eventi. Dopo l’8 settembre e la fine dell’alleanza con l’Italia regia i tedeschi, com’è noto, s’erano prontamente impadroniti dei centri vitali del nostro paese; s’erano insediati anche a Montorio, occupandone le strutture più importanti e creandovi poi le “baracche” della Todt; le Casermette erano la base del 40° reggimento GNR di Ciro di Carlo; la Corte Colombare divenne per qualche tempo sede d’un campo di concentramento per ebrei, contemporaneamente nell’area i partigiani s’organizzavano sotto la guida del dottor Andrea Montignani. La popolazione s’era adattata a sopravvivere accanto ai tedeschi: i validi, rastrellati per i lavori alla Todt; i giovani, nella contraerea per evitare la deportazione in Germania. Ma nell’aprile del 1945, con gli Alleati alle porte, le sorti della guerra erano ormai segnate e la sconfitta del nazifascismo imminente: i tedeschi, in ritirata verso nord, avevano abbandonato Montorio, ma il paese divenne luogo di transito d’altre truppe in ritirata. Arrivarono paracadutisti armati, ancora reattivi, braccati dai bombardamenti, timorosi delle presenze partigiane. Per Montorio fu la premessa del dramma: l’ultimo tedesco della colonna transitante in paese era in ritardo, qualcuno con “gesto insensato” gli sparò, ferendolo; pronta si scatenò la reazione violenta dei tedeschi che ingaggiarono un conflitto a fuoco con i partigiani; vari i morti; poi per rappresaglia i tedeschi rastrellarono tredici civili innocenti, li spinsero al villaggio Todt e li fucilarono presso il “morar”. La colonna tedesca proseguì poi verso Ferrazze e S. Martino Buon Albergo, seminando altri morti, altri drammi. In totale la zona pianse quel giorno una cinquantina di vittime. Il libro tutto narra, tutto descrive in modo scarno, non indugia su colpevolizzazioni o recriminazioni, fa parlare i fatti, rispecchia le ansie, le paure delle famiglie asserragliate in quei momenti nelle case, rifugiate nelle cantine, dà voce allo sbigottimento generale di fronte a quelle morti assurde. Quella tragica giornata si concluse con l’arrivo degli americani in Montorio. E proprio allora avvenne un particolare che ci coinvolge e commuove come alpini: tra quanti andarono incontro ai liberatori un’anziana donna stringeva tra le mani una giacca ed un mazzo di fiori: era Erminia, la “comare” del paese; la giacca tra le mani era stata di suo figlio Giovanni Montolli, studente universitario a Padova, tenente degli alpini, comandante del battaglione “Val Fassa”, caduto combattendo per la Resistenza contro i tedeschi l’11 settembre 1943 a Pianamaggio sul valico tra Massa e Carrara. La povera donna andò incontro ad un giovane ufficiale americano e gli donò il mazzo di fiori che teneva in casa accanto alla fotografia del figlio morto. V.S.G

Didascalia foto: Il tenente Giovanni Montolli (da collezione Antonio Pagangriso, digitalizzata dall’Associazione montorioveronese.it)

Dal Gruppo di Vago uno sguardo sul futuro dell’ANA. Il lavoro storico di Renzo Zerbato.

Dal dicembre scorso anche il gruppo alpini di Vago di Lavagno ha la sua storia: un bel volume di centotrentasei pagine, ricco di immagini, di dati storici e d’umanità. Ne è autore il vaghese Renzo Zerbato, attivissimo segretario del Gruppo, dirigente d’azienda in pensione, che nell’ultimo decennio ha dato alle stampe varie opere, affermandosi come artista poliedrico, scrittore e poeta fecondo, nonché ricercatore capace d’indagare la storia e interpretare l’anima della sua terra e della sua gente. La “Storia degli alpini di Vago”, cui hanno collaborato i capigruppo Cisamolo, Dal Colle, Lonardi, Montanari e Valbusa, è aperta dalla prefazione autorevole del dott. Alfonsino Ercole, già sindaco di Tregnago e presidente della Sezione Alpini di Verona, attuale vicepresidente vicario dell’ANA nazionale. Dopo brevi ma precisi cenni introduttivi sulla storia del Corpo degli Alpini e su alcuni interessanti aspetti della storia di Vago, l’autore ripercorre le tappe della vita del Gruppo, costituito per iniziativa di Leonardo Molinaroli , Roberto Cisamolo e altri l’11 aprile 1975; ricorda l’adunata di zona per l’inaugurazione del gagliardetto avvenuta il 26 ottobre successivo, la generosa partecipazione degli alpini di Vago nel 1976 alle operazioni di soccorso al Friuli devastato dal sisma ed i successivi crescenti impegni del Gruppo; riporta poi ampi e toccanti brani dell’esemplare raccolta di testimonianze dei reduci del paese avviata dal Gruppo nel 1978, che si concluse nel 1980 con un’interessantissima mostra ed una pubblicazione preziosa per i posteri. Zerbato passa poi a parlare delle tappe che portarono il Gruppo, inizialmente ospitato in sedi provvisorie, alla realizzazione della baita attuale, inaugurata solennemente nel 2009 e divenuta punto di riferimento per la protezione civile e l’intera comunità; egli si sofferma sulla monumentale storica lapide dedicata ai caduti nel 1921 e sul nuovo monumento realizzato nel 1992; rievoca alcuni luoghi e pagine eroiche della grande guerra, senza però dimenticare che in essa non mancarono segni d’umanità tra i combattenti sui fronti contrapposti; propone i profili di alcuni protagonisti del Gruppo, i nominativi dei capigruppo e consiglieri che lo guidarono e chiude con uno sguardo sul futuro dell’ANA e sulle conseguenze derivanti dalla sospensione dal 2005 del servizio di leva, cui potrà essere posto rimedio, a parere dell’autore, dando nuovo spazio e responsabilità ai soci aggregati. Tema, questo, da tempo all’attenzione della nostra Associazione: arduo e attualissimo, esso s’accompagna alla necessità di conciliare le esigenze crescenti di sicurezza pubblica, di sempre più specialistica professionalità degli operatori militari e di un ripristino per le nuove generazioni di valide iniziative di formazione ai valori civici e comunitari. V.S.G.

La montagna è esperienza spirituale, un luogo dell’anima. A mano a mano che saliamo, sentiamo che ci stiamo inoltrando nelle profondità della nostra anima. Riscopriamo di averne una. La spiritualità è una dimensione inalienabile dell’essere umano. Senza spiritualità siamo soltanto uomini-massa, numeri, marionette manovrate dal caso, dal potere o dalla pubblicità. Oggi solo il mercato sembra interessarsi ai giovani: per condurli, magari attraverso il divertimento, sulla via del consumo. Dove ciò che si consuma è la loro stessa vita, la quale, privata di interiorità, non riesce più a proiettarsi in un futuro… per accedere alla propria dimensione spirituale occorre avviare un dialogo con se stessi. E dunque imparare ad ascoltarsi. Ma per fare questo occorre silenzio… Il rumore ha un ruolo determinante nel processo di disumanizzazione in atto. Il rumore è aggressivo, genera un crescente nervosismo, una crescente disposizione all’intolleranza. Nel mondo attuale la montagna è l’ultimo rifugio naturale del trascendente. Luogo della lentezza, del silenzio, dell’ascolto. Simbolo di ascensione non solo fisica, ma spirituale, di uscita dalla folla, di elevazione dalle bassure e miserie dell’esistenza. In questo senso è assimilabile a un luogo sacro, di raccoglimento e preghiera, dove l’anima si libera e si apre, si rivela. Dobbiamo imparare a rispettare la montagna, a non farne una meta di massa, di consumo, uno stabilimento balneare, un parco divertimenti, una merce di scambio da sfruttare economicamente. Quando avremo permesso definitivamente ai motori di profanare la montagna; quando vi avremo portato lo stile cittadino, le casse acustiche, le sagre dell’abbuffata, le finzioni mediatiche, non avremo più un luogo sulla terra in cui metterci in comunicazione con la nostra interiorità, in cui rimanere a tu per tu con la consapevolezza della nostra finitudine… Non possiamo pensare di continuare ad arginare il malessere giovanile con accorgimenti occasionali o controlli di polizia. Il ragazzo che mette a repentaglio o addirittura si toglie la vita non lo fa perché la ripudia, ma perché gli manca. Gli manca una vita più vera, più autentica, in armonia con il mondo. Gli manca l’appagamento dello spirito. La vita per un giovane non può essere quella cosa povera e banale, quello spreco continuo dello spirito che si trova a vivere, quella vita che ha il vizio supremo della superficialità e dello sperpero. Se tu uccidi la bellezza intorno a te, tu la uccidi anche dentro di te, perché noi siamo belli della bellezza di cui sappiamo compenetrarci.

“Alta, magnifica, ampia
la vista che domina il mondo!
Da montagna a montagna
trascorre lo spirito eterno,
presago di eterna vita”. (Goethe)

“La montagna è una maestra muta che crea discepoli silenziosi”. (Goethe)

(passi tratti da “La montagna luogo dell’anima”, di Alberto Meschiari, pubblicato su Montagne360, agosto 2019)

 

Sabato 02 gennaio 2021 il Gruppo di Lugagnano è partito alla grande con la consegna sul territorio di Lugagnano del periodico comunale “IL NOSTRO COMUNE - COMUNICHIAMO CHIARO” a fronte di un contributo. Notevole l’adesione nella distribuzione, questo a dimostrazione che il Gruppo, nonostante le difficoltà del momento, ha saputo reagire facendo squadra, ma soprattutto abbiamo dimostrato che il gruppo è vivo e questo è molto importante. In tre ore, eravamo talmente in tanti, che abbiamo finito la consegna a tutte le famiglie del paese. Lo ritengo un segnale positivo, ma speriamo in una ripartenza delle attività del Gruppo! Un grazie anche ad alcuni componenti del coro “Amici della baita” che si sono resi disponibili. Grazie a tutti! Fausto Mazzi

Alle prime luci del 26 gennaio 1943, il Battaglione parte da Terinkina diretto a Nikolajewka, che si sa fortemente presidiata dai Russi, decisi a fermare per sempre la colonna della Tridentina nella sua marcia verso ovest e verso la salvezza. Le condizioni atmosferiche sono buone, ma il freddo è molto intenso.Dopo un'ora circa di faticoso cammino nella neve ghiacciata, si giunge al culmine di un vasto mammellone che degrada dolcemente verso un avvallamento, dall'andamento trasversale rispetto alla nostra direzione di marcia. In fondo all'ampia china nevosa corre un terrapieno ferrovia­rio protetto da staccionate para-neve, lungo il quale si nota verso destra, un sottopassaggio; al di là della scarpata vi è un breve tratto completamente gelato e poi il terreno sale lievemente verso un grosso abitato, al centro del quale troneggia una grande chiesa con le classiche torri campanarie con cupola a cipolla. Verso sinistra, oltre la linea ferro­viaria, si nota un grosso fabbricato in muratura di mattoni rossi costi­tuente la stazione ferroviaria.Tutti gli uomini validi del Battaglione, con tutte le armi disponibili, vengono riuniti in un solo reparto affidato al comando del Tenente Donà, unico comandante di Compagnia ancora incolume; si tratta di circa duecento uomini tra i quali vi sono gli addetti ai comandi, molti conducenti senza quadrupedi, attendenti, portaordini ed appartenenti alla 113" Compagnia A.A. ed alla Compagnia Comando Reggimentale. Il Comandante del Battaglione concorda con gli altri ufficiali superiori presenti il piano di attacco. Scrive Enno Donà al quale fu affidato il comando dell'azione condotta dal Verona:

Fummo sorpassati da una slitta sulla quale viaggiavano il Comandan­te del Val Chiese Ten. Col. Chierici che noi chiamavamo famigliarmente il "vecchio» ed il Ten. Col. Prat, "Felicin» per gli amici. Ero convinto che davanti ci fosse il Vestone, mentre ci accorgemmo di essere in testa a tutti con a fianco solo la 255' del Val Chiese che aveva pernottato in un gruppo di isbe vicino a noi. La 255' sfilava sul nostro fianco sinistro a poca distan­za e potei salutare Luciano Zani che trascinava avanti gli alpini con grida di incitamento; anzi ad un certo punto la 255' ci sopravanzò e pur su altra pista si portò avanti a noi. Ormai non eravamo più delle ombre nella notte perché la luce del giorno aveva vinto il buio ed a est il cielo si tingeva di rosso promettendo un sole pieno in una giornata serena. La marcia di avvicinamento a quel centro che poi sapemmo chiamarsi Niko­lajewka durò circa un'ora, poi ci fermammo. Sul colmo del costone c'era ferma la slitta di Chierici e di Prat. Il maggiore mi chiese di accompagnarlo e ci avvicinammo alla slitta per sentire se c'erano ordini circa la prosecuzione del movimento. Prat stava consultando la carta topografica e ci salutò con un cenno, mentre Chierici ci prese in disparte e ci orientò sugli ordini del nostro Colonnello che, come si disse, stava sopraggiungendo in testa al Vestone. Prat ci informò sulla situazione che si può così riassumere: una cicogna tedesca in osservazione aveva comunicato che il paese di Nikolajewka davanti a noi, in fondo ad un avvallamento, era in salda mano del nemico ed il 6° doveva attaccare perché quella era l'unica via possibile verso l'ovest. Probabilmente sarebbe stato l'ultimo sforzo da fare per raggiungere le linee tenute dai tedeschi e bisognava far presto prima che il nemico riuscisse a porre in atto uno sbarramento efficientemente organizzato. Ordinava pertanto a nome del Comandante la Tridentina di sferrare subito l'attacco con il Vestone al centro, al quale era commesso lo sforzo principale (era il battaglione più efficiente e poteva contare su 600 uomini). La 255' Cp. era già in posizione di partenza per l'attacco sulla sinistra e sarebbe stata seguita dalle altre due compagnie in arrivo (il Ten. Col. Chierici in quel momento non sapeva che le due compagnie erano state semidistrutte la notte ad Arnautowo). Il Verona doveva estendere l'azione sulla sinistra del Val Chiese per impegnare più forze nemiche che fosse possibile. L'attacco avrebbe avuto l'appoggio dell'aviazione tedesca che con gli Stukas avrebbe provveduto a battere i centri di resistenza russi dato che il bel tempo avrebbe permesso il decollo degli aerei dai campi ormai vicini... Il maggiore mi ordinò di chiamare a rapporto gli ufficiali e con poche parole se la cavò affidandomi la condotta dell'attacco. Poi ci augurò buona fortuna e tornò da Chierici e Prat... Ero l'unico ufficiale di carriera rimasto al Verona; avevo l'onere di comandare un manipolo di superstiti che avevamo tenuto uniti e saldi durante una serie di tremende vicissitudini; non conoscevo la consistenza delle forze russe che erano davanti a noi, anzi mi illudevo che fossero i soli-ti elementi che, dopo una certa resistenza, si sarebbero ritirati. E allora "Avanti, Verona" e che Dio ci protegga! Do gli ordini per la preparazione degli uomini: lasciare tutti i pesi super-flui e portare solo le armi efficienti, riequilibrare le dotazioni di munizioni con scambi tra gli alpini in modo che tutti abbiano almeno due bombe a mano e due caricatori del 91. Poi porto con me gli ufficiali ad affacciarsi sulla conca di Nikolajewka per un inquadramento operativo dell'azione e finalmente vediamo il palcoscenico sul quale il destino ci chiama a recitare la nostra parte di attori secondo una partitura approntata dal volere imperscrutabile di Dio... Il fondale era costituito da due colline rotondeggianti in sommità, poste a semicerchio avvolgente il grosso paese che vi giaceva ai piedi con ottima esposizione a levante. In mezzo alle due colline si notava una depressione, una specie di colle nevoso al quale arrivava una strada battuta in forte salita. Il paese era costituito da un grosso agglomerato di isbe e costruzioni in muratura, rinserrato tra le due colline ed il famigerato terrapieno della ferrovia su una specie di conoide il cui centro di figura era in corri­spondenza del colle sul quale sorgeva una grossa chiesa. Non notai il sotto­passaggio perché spostato alla nostra destra nel settore di attacco del Vesto-ne; da quella parte però si vedeva una grossa costruzione a 3 piani che emergeva dai tetti di paglia delle isbe. La nostra attenzione era partico­larmente attratta dalla fisionomia topografica nel settore dove dovevamo agire. Davanti a noi la lunga barra collinosa, sulla sommità della quale avevamo camminato quella mattina, digradava nella conca tagliata dal terrapieno della ferrovia: era come l'unghia di un grosso pollice puntato al centro del paese e noi eravamo sulla sinistra e non vedevamo cosa succe­deva al centro e sulla destra di tale unghia. Di fianco a sinistra un piccolo avvallamento che risaliva in dolce pendenza non poteva costituire appiglio tattico perché era parallelo alla direttrice di attacco. Davanti a noi, leg­germente spostata sulla sinistra vedevamo la stazione, costruzione di mat­toni rossicci che risaltava nel contesto delle isbe circostanti e nei cui parag­gi si notavano due vagoni merci e una locomotiva. Vicino alla stazione, verso destra, il solito serbatoio dell'acqua in cemento e mattoni dal quale, durante il combattimento, i russi ci annaffiarono di raffiche di mitra­gliatrice. Al di là della stazione un piazzale dal quale partiva un viale alberato risalente fino alla grossa chiesa a cui ho accennato. C'era un silenzio pauroso che disturbava quasi fisicamente.Notai che da molte isbe saliva lento, nella calma atmosfera, il fumo dei camini, segno evidente che nelle isbe c'era gente. Pensai che se i russi ci aspettavano su quel palcoscenico non avrebbero potuto trovare un posto migliore per darci una mazzata mortale. Schiacciata la testa del lungo millepiedi che avanzava da giorni nella bianca pianura, il corpo si sareb­be sfatto e sarebbe marcito da solo.Quella conca chiusa dalle colline poste a semicerchio era un'enorme ton­nara dove eravamo stati spinti da abili puntate sui fianchi ed in coda e dove si sarebbe svolta la mattanza! In quel momento non c'era tempo alle riflessioni. Bisognava agire. Gli ufficiali sono intorno a me a semicerchio e attendono gli ordini. Sono, e li ricordo con cuore grato e commosso: S. Ten. Eros da Ros C.te la 56^, S. Ten. Enzo Longobardi della 56^, S. Ten. Rober­to Mori C.te la 57^, S. Ten. Angelo Bernasconi della 57^, Ten. Emilio Bur­loni C.te la 58^, S. Ten. Riccardo Pessagno, S. Ten. Luigi Bressan della compagnia C.do di Btg., S. Ten. Giovanni Cortellini che comanda la Cp.Com.do Reggimentale data in rinforzo al Verona. Con noi è anche il S. Ten. Borgogno del 2° Art. alpina che avevo conosciuto nell'osservatorio della 20^Btr., sul Don. Lo assegno alla 58^ con Burloni...

Ordini per l'attacco (come li ricordo bene!): - obiettivo principale: la stazione di Nikolajewka - obiettivo eventuale: la chiesa in cima al paese - 58' avanzata sulla sinistra - 56 "avanzata sulla destra con la Compagnia Comando - 57"di rincalzo - Seguirò l'azione in testa alla 57; aggiungo che gli Stukas tedeschi ci «puliranno" il terreno davanti a noi (ma chi mi ha fatto raccontare quel-la fandonia!). Sulla china pelata e senza appigli non ci sarà la possibilità di effettuare degli sbalzi durante la fase di avvicinamento e quindi l'azione dovrà essere continua e accelerata al massimo. Gli ufficiali dovranno dare l'esempio, stando - sempre per la teoria che dice "meno si sta sotto la pioggia e meno ci si bagna" - in piedi in testa ai loro alpini e non potranno buttarsi a terra. Nessun ufficiale potrà allontanarsi dal combattimento se non su mia autorizzazione e per motivazione comprovata... Partì la 58^ sulla sinistra con in testa il Ten. Burloni unico ufficiale che conoscevo bene perché era stato con me in Albania, seguito da Cortellini con i suoi, partì la 56^ con Da Ros e Longobardi e la Compagnia Comando con i sottotenenti Bressan e Pessagno. Seguivo a poca distanza davanti alla 57^ con alle spalle, ma vicino, il S. Ten. Mori in testa alla 57^. Erano con me il mio portaordini ed il mio inseparabile Cap. Magg. Battistini, colui che mi ha sempre seguito come un'ombra in tutti i combattimenti. Non mi accorsi di essere seguito anche dal mio buon attendente Adelino Belli che aveva sentito il dovere di seguire il suo ufficiale fino alla morte: se me ne fossi accorto in tempo probabilmente l'avrei cacciato indietro... Procediamo decisi ed iniziamo la discesa. C'è un silenzio minaccioso e mi sembra impossibile che i russi non abbiano ancora iniziato il fuoco di sbarramento. Non un colpo e, laggiù nel paese, nessun movimento, tutto e immobile; un'immobilità assurda, fuori dal tempo. Sento solo le grida di incitamento degli ufficiali ed il fruscio delle scarpe trascinate sulla neve. Mi guardo in giro per vedere se tutto procede bene; sembra un'esercitazione fatta in tempo di pace davanti all'osservatorio degli alti papaveri; squadre aperte in fila, uomini distanziati 4-5 metri uno dall'altro. Non sembra una marcia verso la morte ma un addestramento di piazza d'armi. Alle mie spalle il Cap. Liut ha preso posizione con i suoi 47/32 in un piccolo avvallamento proprio di fronte alla stazione, ma praticamente è allo scoperto anche lui ed i russi staranno già "prendendogli le misure". Non so niente del Vestone che avevo visto venire avanti sul costone e che a quest'ora dovrebbe avere lasciato già le sue basi di partenza.

Guardo l'orologio: sono le 8,05 ed il sole sta già sbucando all'orizzonte.

Tratto da “Battaglione Verona – Cimì” di Vittorio Cristofoletti

Foto:In movimento verso Ovest (foto Roberto Cacchi)

 

30 Dicembre 1915 – La Battaglia di Malga Zurez

Nella notte fra il 30 e il 31 dicembre il Battaglione si lanciava all'attacco della munitissima posizione nemica, difesa da più ordini di reticolato. Questo l'obbiettivo delle varie compagnie: la 58ª Compagnia da Doss Alto doveva puntare ad est di Malga Zurez e prendere quota 700, la 73ª attaccare frontalmente la Malga, la 92ª la quota 167 ad ovest della posizione per richiamare le forze nemiche sulla destra, la 56ª e la 57ª erano di rincalzo e la 256ª compagnia del Battaglione Val d'Adige doveva appoggiare l'azione della 58ª attaccando la quota 700 da nord.

L'azione doveva essere preparata da una batteria di medio calibro appostata sul Monte Altissimo e sostenuta, durante lo svolgimento, da una batteria da montagna. Con magnifico slancio gli eroici alpini della 58ª compagnia raggiungevano l’obiettivo: quota 700, dopo che gli Arditi della compagnia al comando del S. Tenente Serena, erano riusciti a tagliare con i propri mezzi, malgrado il serratissimo fuoco del nemico, ben tre ordini di reticolato.

La 73ª compagnia trovava una più accanita resistenza: i guastatori del reparto, essendo completamente mancata l'azione dell'artiglieria, erano quasi tutti rimasti sui reticolati, che avevano cercato di tagliare con tenaglie e con piccozze , ma alla fine , dopo un eroico sforzo , anche questa compagnia assolveva il suo compito. Sul mezzo-giorno l' Aspirante Angheben Sig. Mario da Fiume prendeva col suo Plotone il trincerone principale della posizione nemica e penetrava nella Malga dove trovava, quasi a consacrare la propria conquista, morte gloriosa. Intanto la 92ª Compagnia procedeva verso Quota 167. Ma gli austriaci ingannati in un primo tempo dalla nostra manovra, riuscivano tosto ad orientare la loro preponderante difesa, contro la quale dolorosamente si infrangeva il valore dei nostri. Decimati dal fuoco che vomitavano i Forti dal Brione al Faè, privi di munizioni per l'impossibilità del rifornimento, nel pomeriggio dovevano lasciare Malga Zurez, rossa d' italico sangue, al nemico e ripiegare sulle posizioni di partenza, protetti dalle Compagnie di rincalzo.

Il bilancio complessivo di questo aspro combattimento per il Battaglione “Val d’Adige” fu di 3 ufficiali morti e 3 feriti più o meno gravemente, 8 uomini di truppa morti, 29 feriti e 4 dispersi. Più gravi ancora le perdite del Battaglione “Verona”: 4 ufficiali morti e 10 feriti, in gran parte trentini; e della truppa 42 alpini morti, 148 feriti e 30 dispersi.

Cesare Battisti a Malga Zurez il 30 dicembre 1915

Anche Cesare Battisti è a Malga Zurez, Sotto Tenente della 258ª compagnia del Battaglione Alpini “Val d’Adige” comandata dal Capitano veronese Aleardo Fronza ma non prende parte, con la sua compagnia, all'aspro combattimento, ma si trova assai vicino alla posizione di Malga Zurez, sicché può, se non assistervi, in qualche modo seguire le successive fasi dell'azione e apprendere, tra i primi, notizie sul ripiegamento finale, sulle gravi perdite sofferte, sulla fine gloriosa di non pochi suoi corregionali. Pochi giorno dopo scrive ad un amico : « ....Nell'azione caddero molti Trentini, ma il loro contegno fu eroico. Il Colonnello mi ha fatto or ora vedere l'ordine del giorno alle truppe, nel quale ricorda con speciale riconoscenza l'eroismo dei volontari trentini ». E in un'altra lettera di poco successiva : «Alle quattro di sera si combatteva ancora e quando né i nostri né gli austriaci, tutti tagliati fuori dalle retrovie pei torrenti di fuoco lanciati dalle opposte artiglierie (quella austriaca sparò sui nostri ben tremila colpi) non ebbero più munizioni, si combatté a sassate e col calcio del fucile ».

Tra questi i caduti alpini veronesi furono: Attilio Annecchini nato a Negrar, Virgilio Giovanni Arduini nato a Costermano, Leonello Azzolini nato a Sant’Ambrogio, Annibale Belligoli nato a Povegliano, Alessandro Bogoni nato a Monteforte, Plinio Bonfante nato a Nogara, Adelino Bongiovanni nato a Cavaion, Eugenio Bortola nato a Roverè V.se, Arturo Francesco Brugnoli nato a Bussolengo decorato di medaglia d’Argento al V.M, Giuseppe Caliari nato a Sona, Gelindo Capuzzo nato a Roveredo di Guà, Giacomo Ceradini nato a Dolcé, Battista Giovanni Ceresini nato a Boscochiesanuova decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Giacomo Giuseppe Chignola nato a Caprino, Luigi Cordioli nato a Villafranca, Beniamino De Biasi nato a Verona decorato di medaglia di Bronzo al V.M., S.Ten. Nereo Dentenato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, Luigi Erbice nato a Cazzano di Tramigna, Giuseppe Facchinetti nato a Soave, Giovanni Battista Filippini nato ad Oppeano, Fortunato Foroni nato a Valeggio, Lodovico Mario Gaspari nato a Caprino, Giovanni Gelmetti nato a Sant’Ambrogio, Felice Giacomazzi nato a Caprino, Pietro Guerra nato a Ronco all’Adige, Angelo Magnagnagno nato a Roncà decorato di medaglia di Bronzo al V.M.,Mario Masotti nato a Soave, Domenico Mazzi nato a Valeggio, Giuseppe Mazzurana nato a Costermano, Romeo Milani nato a Colognola ai Colli, Pio Olivieri nato a Pastrengo, Antonio Pelosato nato a Monteforte, Giacomo Peloso nato a Selva di Progno decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Pietro Poli nato a Grezzana, Prati Lucillo nato a Cerro, Riolfi Giovanni nato a San Pietro in Cariano, Rizzi Attilio nato a Bardolino, Salvaro Ernesto nato a San Bonifacio, Scandola Giovanni nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia d’Argento al V.M, Semprebon Angelo nato a Sant'Ambrogio, Francesco Sempreboni nato a San Pietro in Cariano decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Umberto Silvestrelli nato a Verona, Giulio Squaranti nato a Roverè decorato di medaglia d’Argento al V.M, Cesare Tommasi nato a Marano,

Ten. Ottavio Tonchia nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, Giulio Antonio Viviani nato a Cazzano di Tramigna, Augusto Zaffarisa nato a Montecchia di Crosara, Ernesto Zambelli nato a Bosco Chiesanuova, Benvenuto Zamboni nato a Lazise, Riccardo Zerbini nato a Rivoli.


Gli alpini veronesi feriti il 30 Dicembre 1915 nella Battaglia di Malga Zurez

Adami Angelo nato a Soave. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Adamoli Carlo nato a Breonio Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco subita alla testa nel fatto d'armi di Malga Zurez 30.12.1915

Azzolini Marcello nato a San Massimo. Venne ferito alla spalla destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Baciga Giuseppe nato a Povegliano. Disperso a Malga Zurez 30.12.1915 e risultato poi prigioniero di guerra. Posto in congedo assoluto per ferita arma da fuoco all'occhio destro e coscia destra nel combattimento di Malga Zurez del 30.12.1915.

Bante Ettore nato a Illasi. Ferito in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Beccaletto Giuseppe nato a Casaleone. Venne ferito in combattimento a Malga Zurez il 30.12.1915.

Benedetti Quintino nato a Prun decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Essendo stato ferito gravemente alla coscia, continuava a combattere incitando i compagni con la voce e con l’esempio. Rimaneva poi ferito una seconda volta.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Bottura Giuseppe nato a Caprino. Venne ferito arma da fuoco alla gamba destra nel combattimento a Malga Zurez il 30.12.1915.

Sergente Capiotti Luigi nato a S. Michele Extra decorato di medaglia d’Argento al V.M. :” Portava con splendido coraggio, la sua squadra all’assalto della posizione nemica e, caduto gravemente ferito, rifiutava qualunque soccorso e persisteva a rimanere sulla linea del fuoco, incitando i suoi uomini a raggiungere l’obbiettivo assegnato.- Malga Zurez, 30.12.1915”. Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco al ventre nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Sergente Cinquetti Antonio nato a Sona decorato di medaglia d’Argento al V.M

Chiecchi Eugenio nato a Marcellise. Ferito al braccio sinistro nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915..

Dalla Paola Mario Giuseppe nato a Veronella. Encomiato perché con mirabile calma combatté ininterrottamente per parecchie ore nonostante fosse fatto segno a insistente fuoco nemico, esempio ai compagni di vero sangue freddo e sprezzo del pericolo. Azione di Malga Zurez, 30.12.1915.

Caporal Maggiore Dall’Ora Aldo nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Ferito nell’accorrere in rinforzo di altro plotone, persisteva con la sua squadra nell’avanzata fino a che, nuovamente ferito, fu impossibilitato a muoversi. Rifiutava ciononostante i soccorsi, ed ordinava ed incitava la sua squadra a raggiungere il posto assegnatole.- Malga Zurez, 30.12.1915”.                     

Fasoli Angelo nato a Cadidavid. Ferito arma da fuoco al braccio nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Ferrari Umberto nato a S. Ambrogio. Ferito nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Filippozzi Antonio nato a Vestenanova. Ferito arma da fuoco al braccio destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gallina Giuseppe nato a Villafranca. Ferito in combattimento da arma da fuoco al piede destro. Malga Zurez 30.12.1915.

Gandini Giulio nato a Roverè. In congedo assoluto per ferita subita al capo nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gherardi Angelo Andrea nato a Peschiera. Ferito arma da fuoco nella regione glutea nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Giardini Ernesto nato a San Massimo. Ferito arma da fuoco al piede destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gottardi Angelo nato ad Avesa. Ricoverato in luogo di cura e posto in congedo temporaneo di anni 5 per ferita subita in combattimento a Malga Zurez 30 12.1915

Grezzani Andrea nato a San Bonifacio. Ferito arma da fuoco nella regione lombare destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Lavarini Andrea nato a Breonio. Ferito da arma da fuoco al pollice destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Magagna Angelo nato a San Massimo. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Maraia Angelo nato a Bussolengo. Ferito al fianco destro a Malga Zurez 30.12.1915.

Mazzi Vittorio nato ad Arcole. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Meneghello Carlo nato a Monteforte. Partito dal territorio di guerra per ferita subita a Malga Zurez e trasportato in luogo di cura 30.12.1915.

Modesti Luigi nato a Mezzane di Sotto. Ferito in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Nale Cesare Giuseppe nato a San Giovanni Lupatoto. Ferito arma da fuoco alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Oliboni Attilio nato a Illasi. Ferito arma da fuoco al ginocchio destro a Malga Zurez 30.12.1915.

Perantoni Egidio nato a Lazise. Nel combattimento di Malga Zurez venne ferito da arma da fuoco al ginocchio sinistro.

Piccoli Emilio nato a Illasi. Ferito al piede sinistro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Piccoli Giuseppe nato a Illasi. Il 30.12.1915 venne ferito da arma da fuoco alla testa nel combattimento di Malga Zurez.

Righetti Eugenio nato a Parona. Ferito arma da fuoco alla gamba sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Ronconi Bernardo nato a Breonio. Venne ferito da arma da fuoco al torace destro nel combattimento di Malga Zurez il 30.12.1915.

Alpino Giuseppe Scarpari nato a Isola della Scala decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Durante il combattimento lasciava l'appostamento, sotto violento fuoco, per catturare un nemico. Usciva una seconda volta, con lo stesso intento, rimanendo ferito. Caduto e sopraffatto da un ufficiale e quattro soldati avversari, si difendeva col calcio del fucile uccidendo l’ufficiale e mettendo in fuga gli altri, due dei quali rimanevano feriti. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”. Le ferite subite da arma da fuoco a Malga Zurez furono al braccio-spalla e addome.

Steccanella Attilio nato a Montecchia di Crosara. Ferito regione orbitale in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Stoppele Palmino nato a Badia Calavena. Venne ferito arma da fuoco alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Caporal Maggiore Terragnoli Eugenio nato a Verona. Ferito arma da fuoco alla gamba destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Terron Antonio nato a San Bonifacio. Venne ferito arma da fuoco nel combattimento di Malga Zurez alla spalla sinistra da pallottola di fucile 30.12.1915.

Tessari Mario nato a Monteforte. Ferito da scheggia di pietra proiettata da scoppio di granata al piede sinistro a Malga Zurez 30.12.1915.

Varalta Angelo nato a San Mauro Saline. Ferito da arma da fuoco all’avambraccio destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Venturini Antonio nato a Marano. Venne ferito alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Citazioni delle Medaglie al Valor Militare degli alpini veronesi nella battaglia di

Malga Zurez del 30 dicembre 1915

Quintino Benedetti nato a Prun decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Essendo stato ferito gravemente alla coscia, continuava a combattere incitando i compagni con la voce e con l’esempio. Rimaneva poi ferito una seconda volta.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Caporale Arturo Francesco Brugnoli nato a Bussolengo decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito gravemente continuava a combattere con mirabile valore finché le forze non gli vennero meno.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Caporale Battista Giovanni Ceresini nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontario per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee. Bell’esempio di fermezza, calma e coraggio. Cadeva sul campo. .- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Sergente Luigi Capiotti nato a S. Michele Extra decorato di medaglia d’Argento al V.M. :” Portava con splendido coraggio, la sua squadra all’assalto della posizione nemica e, caduto gravemente ferito, rifiutava qualunque soccorso e persisteva a rimanere sulla linea del fuoco, incitando i suoi uomini a raggiungere l’obbiettivo assegnato.- Malga Zurez, 30.12.1915”. Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco al ventre nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Sergente Cinquetti Antonio nato a Sona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ammalato con oltre 39 gradi di febbre, insisteva per partecipare con il proprio plotone al taglio dei reticolati ed all’assalto. Esempio di coraggio, si esponeva per raccogliere le cartucce dei morti e dei feriti per distribuirle personalmente ai soldati della sua squadra; colpito alla testa non lasciava la linea di fuoco che in seguito ad ordine superiore, incitando alla più fiera resistenza. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Caporal Maggiore Dall’Ora Aldo nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Ferito nell’accorrere in rinforzo di altro plotone, persisteva con la sua squadra nell’avanzata fino a che, nuovamente ferito, fu impossibilitato a muoversi. Rifiutava ciononostante i soccorsi, ed ordinava ed incitava la sua squadra a raggiungere il posto assegnatole.- Malga Zurez, 30.12.1915”.     

Sottotenente di complemento Nereo Dente nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Comandante di un plotone, con brillante assalto conquistava una munita trincea nemica. Ferito, rimaneva sul posto, respingendo reiterati attacchi avversari: mirabile esempio di calma e coraggio durante ben dodici ore di furioso combattimento. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Il sottotenente Nereo Dente di Verona, trasportato in un ospedale della sua stessa città, vi morì pochi giorni dopo tra atroci sofferenze.

Caporal Maggiore Beniamino De Biasi nato a Verona decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Col suo fermo contegno rianimava i compagni scossi dall’intenso fuoco nemico e contrastava l’avanzata dell’avversario, continuando a combattere con calma, finché cadeva mortalmente colpito.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Caporal Maggiore Angelo Magnagnagno nato a Roncà decorato di medaglia di Bronzo al V.M., “Di sua iniziativa e colla propria squadra occupava una posizione fiancheggiante, e, raggiuntala, si batteva con un ufficiale nemico uccidendolo. Dava bell’esempio di coraggio, arditezza e criterio tattico.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Alpino Giacomo Peloso nato a Selva di Progno decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontariamente per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee, dando prova di fermezza, calma e coraggio fino a che non rimaneva ferito.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Alpino Giuseppe Scarpari nato a Isola della Scala decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Durante il combattimento lasciava l'appostamento, sotto violento fuoco, per catturare un nemico. Usciva una seconda volta, con lo stesso intento, rimanendo ferito. Caduto e sopraffatto da un ufficiale e quattro soldati avversari, si difendeva col calcio del fucile uccidendo l’ufficiale e mettendo in fuga gli altri, due dei quali rimanevano feriti. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Alpino Scandola Giovanni nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito ad una gamba fin dal principio dell’azione, rimaneva al suo posto e non si ritirava che a sera avanzata, trasportando sulle spalle un altro ferito, e ritornava poscia sulla linea di fuoco per proteggere il ripiegamento dei suoi compagni. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Alpino Francesco Sempreboni nato a San Pietro in Cariano decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontariamente per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee, dando prova di fermezza, calma e coraggio fino a che non rimaneva ucciso.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Alpino Giulio Squaranti nato a Roverè decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito gravemente, continuava a combattere con grande valore fino a quando vennero a mancargli le forze.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Tenente Ottavio Tonchia nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Alla testa del suo plotone riusciva ad aprire un varco nel reticolato ed attaccava, poi, arditamente il nemico, fugandolo. Ferito mortalmente non cessava di gridare: “Avanti, alpini - Viva l’Italia. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Caporale Zanotti Giuseppe nato a Pescantina decorato di medaglia di Bronzo al V.M,: “Si offriva volontariamente pel taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore, riuscendo a tagliare due linee, con bello esempio di fermezza, calma e coraggio. Rimaneva ferito.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Fonti consultate :

“Agli alpini del Verona” Masolini & C . Udine 1920

“Batt. Val d’Adige – Gli alpini di fronte al nemico” 10° regg. Alpini Editore Roma

“Giorgio Bini-Cima: la mia guerra” Milano, Edizioni Corbaccio 1932

“La Valle di Gresta e la valle del Cameras nella prima guerra mondiale” Giovanni Fioroni

Archivio storico di Stato

Archivio Dott. Dario Graziani

Istituto del Nastro Azzurro

Foto: Copyright: © Museo Civico del Risorgimento di Bologna - Fondo Paolo Bettini - Foto Isola di Clotilde (Lago di Loppio)

https://www.storiaememoriadibologna.it/prima-guerra-mondiale/collezioni-digitali/fondo-paolo-bettini/galleriafoto/26147?galid=2

Si presume, dalle date e della fotografia, che il cappellano che celebra la messa sia Don Silvio Aldrighetti da Arcè di Pescantina.

Gli alpini come esempio

Erbezzo, provincia di Verona. Una manciata di case incastonate dentro uno scenario che lascia stupiti e senza parole. Dai suoi 1.118 metri di altezza sul mare, nelle giornate limpide si scorgono in lontananza gli Appennini. Più a Ovest il lago di Garda mentre, intorno, lo sguardo spazia, fino a perdersi a contemplare le montagne care al cuore degli alpini: Adamello, Pasubio, Carega… Qui, fino al 1918, correva il confine con l’Austria, e molte delle case, oggi restaurate, che fanno da filari alla via principale del paese, erano le abitazioni dei militari che qui vigilavano una terra di frontiera. Poco sopra, a pochi chilometri dal centro, l’andamento dolce dei Monti Lessini, si presenta come lo spazio ideale per l’alpeggio. Una fatica oggi messa a dura prova dalla presenza del lupo, refrattario a misurarsi con i cervi e i camosci e più incline a rifarsi su miti e indifesi vitelli. In questo scenario dove la violenza è circoscritta al mondo faunistico, un tempo correva la paura del nemico e della sua possibile invasione sulle terre veronesi. Andò diversamente, come ci insegna la storia, ma le trincee scavate, con tutto il loro intreccio di labirinti, sono lì a testimoniare tempi non lontani in cui bastava un passo per trovarsi faccia a faccia col nemico. Erbezzo, 800 abitanti sparsi in oltre 40 contrade, ma capace di diventare una cosa sola nello spirito degli alpini. Del resto viene da qui Luciano Bertagnoli, Presidente della Sezione veronese. Ed è qui che, negli anni Sessanta, Bepi Massella diede vita al locale gruppo alpini. Un seme buono, destinato a fruttificare nel tempo, anche nelle generazioni più piccole. Memorabile il cortometraggio girato dai ragazzi delle Medie sulla Grande Guerra. Premiata a livello nazionale la ricerca fatta su “Il Milite non più ignoto” da quelli delle elementari. Ed ora sono ancora questi ultimi a rubare la scena per una simpaticissima iniziativa che siamo qui a raccontare.

Trenta ragazzi in tutto, figli di alpini o loro parenti. Il “virus” delle penne nere l’hanno respirato in famiglia e amplificato a scuola grazie alla passione della maestra Barbara Massella, nipote del Bepi, fondatore del Gruppo locale. Insieme con l’insegnante di Educazione Artistica, la maestra Orietta Noventa e le altre maestre, si sono chieste come ammortizzare l’effetto pandemia sulle fragili coscienze dei bambini. Si sa che le migliori strategie nascono sempre dall’intelligenza e dal cuore. Da qui la domanda: e perché non combattere il Covid19 con le “armi” degli alpini? Dal dire al fare è stato un tutt’uno, ma il messaggio rimasto ce lo raccontano i bambini stessi, in un rincorrersi di pensieri metabolizzati, che però approdano tutti alle stesse conclusioni. «Siamo in guerra – ci dice Alberto Segala, faccia d’angelo e mani in tasca da bulletto – anche noi usiamo le mascherine e anche noi dobbiamo tenere le distanze per evitare il nemico». «E allora bisogna combattere – gli fa eco Angelo Prati di quarta – tenendo pulite le armi come fa il papà». Pensiero condiviso da Elia Bibbona il quale ricorda che il nonno portava i cannoni sulle montagne, mentre i nuovi cannoni oggi sono le regole che bisogna rispettare. Ma quali sono le armi degli alpini, chiediamo un po’ sorpresi da questo linguaggio militante? Non ha dubbi Ginevra Quintarelli: «Sono le regole. E se tutti le rispettiamo il virus se ne andrà. Però le regole bisogna ripassarle continuamente, cominciando dal dovere di lavarsi le mani, tenere le distanze di sicurezza ed evitare gli ammassamenti». Ma c’era bisogno di guardare proprio agli alpini, li provochiamo? Queste sono regole che valgono per tutti, o no?

Qui la risposta si fa corale, segno che il messaggio che si voleva far passare è ancora più grande della strategia per risolvere un problema contingente. Come una goccia di sapienza sedimentata per la vita. Gli alpini sono obbedienti, hanno spirito di sacrificio e sanno collaborare tra loro, ci rispondono. I bambini sanno che questo è vero, perché li hanno visti all’opera, ed ora hanno modo di prendere coscienza del motivo che sta dietro la loro grandezza e la stima di cui godono. Sono obbedienti, perché rispettano le regole che si danno e quelle richieste dalla convivenza civile, dando un grande segnale di rispetto per gli altri. Hanno spirito di sacrificio, perché sanno che senza di esso c’è posto solo per lo stare bene da soli. Sanno collaborare, perché senza gli altri il motore della vita non cammina. Del resto li hanno visti all’opera gli alpini del paese, a pulire sentieri, trincee, a cercare notizie sui Caduti, a darsi da fare sempre. Proprio così, conclude l’insegnante Orietta Noventa. «Il cappello alpino non è soltanto un oggetto. È il simbolo di un progetto ed uno scopo condiviso. Vivono lo spirito di Gruppo per un lavoro comune a vantaggio di tutti.

ErbezzoscuoleAlpini

È quello che con la maestra Barbara abbiamo voluto far passare e i ragazzi lo hanno perfettamente compreso». Stiamo riflettendo su queste considerazioni, quando si fa largo la voce timida di Linda Menegazzi, della classe prima. È figlia d’arte, perché il papà Giuliano, alpino, è un difensore innamorato e combattivo della sua terra. «Contro il virus ci vorrebbe l’Ippopotamo» ci dice Linda senza esitazione. La guardiamo un po’ stupiti. Nessuno sa cosa voglia dire. Ce lo dirà il papà mentre spartiamo un boccone dentro una baita. È passato qualche anno da quando le ho raccontato del cannone portato sull’Adamello che aveva questo nome. Evidentemente ciò che si semina nei ragazzi non muore. E questo è il motivo della speranza dei grandi.

Bruno Fasani

Articolo pubblicato sul numero Dicembre 2020 del giornale "L'Alpino"  https://www.ana.it/rivista/dicembre-2020/

Luciano Dal Cero, eroe della Resistenza, è figura luminosa ed esemplare nella storia veronese recente, cui nel 1975 venne intitolato l’Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore di San Bonifacio; di recente un gruppo di docenti e studenti di esso gli ha dedicato un’ampia ed approfondita ricerca storica, bibliografica e d’archivio, coronata dalla pubblicazione di uno splendido volume monografico, prezioso per dati, immagini e documenti inediti, che  va ad ampliare le conoscenze sul personaggio riproponendone la memoria ed arricchisce la bibliografia resistenziale veronese. Leggendolo scopriamo con commozione che Luciano Dal Cero, nato nel 1915, era il terzogenito di Guglielmo, un contadino di Monteforte, alpino del 6°, combattente nella Grande Guerra, rimasto poi vedovo della moglie Cecilia morta di spagnola e costretto a emigrare, affidando i quattro figli alle sorelle Giulia e Cristina. Il testo ripercorre i successivi trasferimenti della famiglia a Verona e Grezzana, gli studi universitari di Luciano a Padova con la sorella Lisetta, il suo precario stato di salute, le sue aspirazioni d’una cinematografia di valori, la sua produzione di cortometraggi, il trasferimento a Roma, la sua profonda fede religiosa, il suo impegno educativo per i giovani. La parte maggiore dell’opera, però, è dedicata alle vicende successive al 25 luglio 1943 e all’8 settembre, quando dopo caduta del governo di Mussolini, nascita del governo Badoglio, occupazione dell’Italia da parte tedesca, avanzata degli Alleati e spaccatura del territorio nazionale, iniziò la Resistenza e la fase bellica più difficile per tutti, compresi i nostri soldati. Luciano festeggiò a Roma la caduta del regime fascista, poi trovò rifugio in Vaticano, ma non esitò a scegliere con coraggio d’impegnarsi in prima persona per contribuire a costruire la nuova Italia: prese contatto con il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, figura di rilievo della Resistenza e futuro martire delle Fosse Ardeatine; da lui ricevette l’incarico di tornare a Verona per costituirvi i primi nuclei di resistenza. Luciano s’insediò a Sega di Ala, dove operava la zia Cristina, ed in breve creò con il CLN veronese una rete di soccorso e salvataggio di ex prigionieri e sbandati, coinvolgendo anche i propri familiari; ma, causa una delazione, finì arrestato con altri del CNL e condannato per attività sovversiva; seguirono il ricovero in ospedale a Soave, la fuga, la cattura, poi l’amnistia a fine settembre 1944 con confino a Roncà in contrada Campanari dove era sfollata la famiglia. Da qui, seppur “vigilato speciale”, non esitò a passare tra le fila partigiane, ove, con il nome di battaglia di “Paolo”, divenne comandante della brigata “Manara”, ispirando la sua attività clandestina a rigore, prudenza e onestà. Il testo riporta numerose testimonianze che confermano lo spirito di umanità e fede religiosa, scevra da ogni violenza, che guidava la sua opera. Sul finire d’aprile del 1945 la guerra stava ormai volgendo al termine, i tedeschi erano in ritirata, restavano pochi nuclei armati; e proprio con uno di questi il 29 di quel mese i partigiani di Dal Cero si scontrarono; il comandante fu ferito e ucciso. A lungo la sua morte venne attribuita alla sparatoria con i tedeschi, Luciano fu riconosciuto quale eroe della Resistenza, gli furono conferite la laurea honoris causa e una medaglia d’oro alla memoria. Qualche tempo dopo però su quella morte venne in luce la verità: il comandante Paolo era stato sì ferito in quell’ultimo scontro con i tedeschi, ma ad ucciderlo vilmente era stato un partigiano per squallidi motivi. Anche di questo triste epilogo della vita di Luciano il testo dà conto con ampiezza, ripercorrendo le fasi dell’inchiesta, che portò nel 1950 al rinvio a giudizio dell’uccisore, ma si concluse nel 1952 una stupefacente ed inimmaginabile sentenza di sua assoluzione. Il testo riserva anche notevole attenzione all’attività partigiana svolta dalla sorella di Luciano, Lisetta, che gli subentrò al comando della formazione, e divenne poi insegnante di matematica e preside dell’Istituto scolastico che a lui fu intitolato. Un libro decisamente interessante, che insegna come si fa storia e va ad onore dei docenti e degli studenti che l’hanno voluto e realizzato. Vasco Senatore Gondola.

«Alpini, scuola e Protezione Civile è un trittico perfetto, che ci piace molto e che intendiamo portare avanti negli anni a venire», spiega Luciano Bertagnoli, presidente dell’ANA Verona dopo aver firmato l’intesa tra l’Ufficio Scolastico Regionale e la Protezione Civile dell’ANA e a seguito dell’entusiasmo degli alunni presenti durante le giornate di attività con i volontari di protezione civile.

LAlternanza scuola-lavororinominata P.C.T.O.( Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento) ,  è una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi e/o con l’educazione alla cittadinanza.

L’Alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei compresi, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.

La protezione civile dell’ANA dopo aver firmato un protocollo d’Intesa con l’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto – Ufficio per l’Ambito Territoriale VII – Verona,  ha organizzato un progetto pilota con le scuole superiori  per consentire  una “promozione della cultura del volontariato, in particolare tra i giovani,anche attraverso apposite iniziative da svolgere nell'ambito delle strutture e delle attività scolastiche" e alla "valorizzazione delle diverse esperienze di volontariato,anche attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato nelle attività di promozione e di sensibilizzazione, e riconoscimento in ambito scolastico e lavorativo delle competenze acquisite dai volontari”.

I tempi di realizzazione del periodo di apprendimento  sono stati da fine agosto a metà ottobre nelle giornate di sabato e domenica. L’alpino Elio Maurizio  Marchesini  e  la prof.ssa Laura Agostini, docente di scienze, essendo entrambi  nella protezione civile ANA, hanno organizzato le esercitazioni con le squadre di protezione civile dell’ANA. Alunni del Liceo scientifico Copernico, del Liceo Scientifico Galilei e dell’Ites Einaudi hanno seguito le esercitazioni  presso Grezzana  in Valpantena per l’antincendio boschivo;  Monteforte Valdalpone  per il rischio  idrogeologico;  Quadrante Europa per gestione emergenze; gestione calamita' naturali e ricerca persone scomparse.  Per queste attività sono state coinvolte numerose squadre di tutta la Provincia di Verona. Il corso è finito a metà settembre. Gli alunni hanno partecipato al briefing degli interventi da realizzare, dove si sono descritti  i punti essenziali delle tecniche di intervento e della procedura da seguire durante l'esercitazione. Gli studenti, in seguito,  hanno partecipato come osservatori in affiancamento al personale della protezione civile.

Il commento di alcuni alunni del Liceo Galilei di Verona che hanno scelto di partecipare a questa esperienza di PCTO con la Protezione Civile:

“Questa esperienza aiuta a imparare come si lavora in gruppo e come gestire situazioni di pericolo, sensibilizza e fa riflettere molto sul tema della precauzione. L’esperienza in protezione civile aiuta a capire quanto sia importante saper risolvere i problemi in modo rapido servendosi delle proprie conoscenze e delle risorse disponibili sul momento. In questa esperienza abbiamo imparato a conoscere tutte le attività della protezione civile in quanto lavoratori volontari.​

Inoltre abbiamo riscontrato un maggior rispetto verso noi ragazzi rispetto all’ ambiente scolastico forse perché tra volontari anche chi ha un ruolo di maggior rilievo rispetto agli altri non si sente superiore quindi accetta tutte le proposte e si decide insieme la strategia migliore e non importa l’età o il ruolo che si riveste.

​Siamo contenti di aver partecipato a queste giornate perché ci hanno aiutato a crescere come persone, infatti il punto di forza di questi incontri è sicuramente il fatto di sensibilizzare giovani come noi su fatti che vengono spesso trascurati perché non si verificano spesso o si da’ importanza ad altre notizie e non si informa la popolazione su come possiamo salvarci o aiutare il prossimo in sicurezza.”  Laura Agostini

Una testimonianza preziosa - I giovani sanno scegliere, stiamo accanto a loro

"Buongiorno Professoressa, sono Benedetta Borruso. Ho partecipato un anno fa al progetto di PCTO da Lei organizzato in collaborazione con la Protezione Civile e l'A.N.A di Verona.

Per me è stato un progetto bellissimo e soprattutto illuminante. Infatti, ho concluso il progetto con una maggiore consapevolezza della realtà in cui vivo e delle persone che mi circondano. In più, grazie a quell'esperienza ho capito che nella mia vita volevo e intendo mettermi al servizio concreto delle persone. Ho portato con me nuovi valori come il sacrificio, il senso di unità, patria e famiglia.

Poi durante il quarto anno di liceo ho partecipato ad un master di orientamento nell'ambito delle Forze Armate e dei Corpi di Polizia. È stato il momento decisivo perché ho capito che volevo (e voglio) servire e difendere il Paese anche in armi, in particolare come pilota dell'Aeronautica Militare.

Sono state queste due esperienze, oltre alla mia voglia di mettermi in gioco, a spingermi ad accogliere l'opportunità che la Scuola dà di anticipare l'Esame di Stato in classe quarta per merito. In questo modo, avrei potuto "guadagnare" un anno in più per potermi dedicare al concorso per entrare in Accademia Aeronautica.

E così, nonostante le difficoltà poste dall'Emergenza Sanitaria, a giugno 2020 ho conseguito il diploma di maturità in modo anticipato con una votazione di 80/100!

Sono stata molto soddisfatta di aver superato questa sfida. 

Terminato l'Esame, mi sono avvicinata alla Protezione Civile del mio comune (San Martino Buon Albergo) per poter fare qualcosa di concreto per le persone e per il mio comune. Pensi che proprio ieri ho concluso come aspirante volontario un'attività di controllo e sorveglianza dei cimiteri della zona, durata quattro giorni. E presto, a gennaio dovrebbe partire il corso base per diventare volontario effettivo. Non vedo l'ora! 

Sempre a gennaio uscirà, emergenza permettendo, il bando di concorso per entrare in Accademia Aeronautica. 

Le scrivo questa mail per ringraziarLa infinitamente per aver proposto e attivato un progetto PCTO con la Protezione Civile e l'ANA, mi ha dato l'opportunità di capire quale sarebbe stata la mia strada e la mia "missione" dopo il Liceo. Benedetta Borruso

Grazie! "

La “via Verona”

Nel mondo stradale sappiamo bene cosa significhi una “via”, ma nel mondo dell’alpinismo ci sono tutta una serie di informazioni di tipo alpinistico che ne determinano passaggi, particolari rocciosi e diversi gradi di difficoltà. E gli alpinisti che hanno aperto queste vie fanno parte, a volte, di due mondi che si intrecciano e rincorro, quello alpino e quello dell’alpinismo con le rispettive associazioni che li rappresentano,  l’Associazione Nazionale  Alpini (A.N.A.) ed il Club Alpino Italiano (C.A.I.).

Siamo nel 1927. I vicentini G. Bortolan, A. Rossi e F. Padovan hanno appena tracciato la “via Vicenza” sulla parete Nord del Monte Baffelàn (Il Baffelàn è una montagna delle Alpi alta 1793 m, appartenente alla catena del Sengio Alto, nelle Piccole Dolomiti, ndr) che i veronesi Ugo Furlani, Mario Dalla Riva e Aleardo Zecchinelli ne aprono una parallela, la “via Verona” il 24 Agosto 1927. 

Un brano della loro descrizione: L’attacco si inizia su di una piramide per raggiungere uno spuntone posto sopra una piccola parete liscia con scarsità di appigli. Da questo si segue una fessura per passare poi ad un camino viscido e bagnato lungo circa 10 metri donde si esce sopra uno spigolo per rientrare subito dopo nello stesso camino che prosegue uniformemente per altri 10 metri. Ad un certo punto un sasso chiude internamento il camino e forma una finestra dalla quale bisogna passare per di sotto con una manovra precisa. Si entra in parete traversando in comoda salita sempre in direzione di sinistra; si supera un breve camino, si gira verso destra un masso in posizione esposta, e si incrocia la via entrando nel camino della via dei “magnagati”. (tratto dal libro di Bartolo Fracaroli, Un secolo di alpinismo veronese 1875-1975, CAI Verona 1976, pp.57-58)

Seguendo il sentiero che costeggia la parete est del Baffelàn in corrispondenza di un canalone, c’è una targa che riporta il nome del Capitano degli alpini Ugo Furlani, la targa viene ancora oggi presa da molti alpinisti come riferimento per l’attacco delle vie presenti in quella zona. Il pluridecorato Capitano è caduto tragicamente durante l’ascesa sulla parete del Monte Baffelàn il 1 Giugno del 1930, probabilmente nell’intento di sperimentare o aprire una nuova via. Nato a Verona il 6 Dicembre 1895 fu ufficiale del 6° Reggimento alpini come Sottotenente della sezione mitragliatrici e decorato di M.A.V.M (Cima Ortigara, 23 Luglio 1916), decorato poi di M.B.V.M. da Capitano sempre nel 6° Reggimento alpini (Monte Ortigara, 19 Giugno 1917). L’amicizia e l’amore per la montagna lo accomunava fraternamente al Capitano Pompeo Scalorbi e come riportato sul numero 4 del giornale “Il Montebaldo” del 1952 a pag. 2 : “Quella stalla invereconda di Podesteria è stata trasformata, ad opera della Cassa  di Risparmio (il Capitano Pompeo Scalorbi ne era dirigente all’epoca, ndr.) in accogliente e artistico rifugio, dedicato alla memoria del Capitano Ugo Furlani. Giorgio Sartori

Via-VicenzaVerona-BAFFELAN-www.nikobeta.net-R01_opt-1.pdf

 

Ancora fermi.... Carissimi alpini ed amici, ancora una volta il gruppo alpini di Lugagnano causa il covid ha dovuto fermarsi ed alzare bandiera bianca almeno fino al 3 dicembre, mai nella nostra lunga storia abbiamo avuto un così lungo distanziamento non solo fisico ma anche di affetti. Annullare tutte le attività, credetemi non è stato facile ma a fronte dei numeri della pandemia, bisogna essere coscienti e pensare prima di tutto alla nostra salute ma anche a quella degli altri.

Il S.Tenente Luigi Turri.

Pubblichiamo parte di una minuziosa quanto importante ricerca storica di Marco Vesentini, sul veronese Luigi Turri, S.Ten di artiglieria alpina assegnato al Gruppo “Conegliano” Divisione alpina “Julia” nella Campagna di Grecia 1940-1941. Ricordando il S.Ten Turri vogliamo ricordare tutti i caduti ed in  particolare tutti i caduti veronesi di questa, spesso, dimenticata Campagna di Guerra.

Luigi Turri nasce a San Peretto di Negrar (Vr) il 04/09/1914, primo di 5 figli (4 maschi e 1 femmina) da Vittorio e Giuseppina Marchesini, famiglia di origini contadine!

Fin dall'inizio, a detta delle persone che lo hanno conosciuto, il bambino e poi ragazzo dimostra una serietà ed una propensione alla studio che lo portano dapprima a compiere il percorso scolastico elementare e delle medie nelle locali scuole del paese, per poi approdare al Liceo Scientifico Messedaglia di Verona dove si diploma nel 1934 (tali sue qualità sono sottolineate in un discorso commemorativo fatto da il Prof. Visentin, suo ex insegnate di liceo, in occasione dell'inaugurazione dell'anno scolastico 1959-1960, ricordando gli ex allievi caduti nel II° Conflitto Mondiale, e ricordando il Turri lo loda per l'impegno negli studi, la serietà, il grande attaccamento alla madre, la profonda religiosità e l'amore patrio); seguono poi l'iscrizione all'Università Cà Foscari di Venezia per poi passare all' Università di Padova dove frequenta il Corso di Laurea in Lingue Moderne.

Nel settembre del 1938 viene  “ammesso quale aspirante allievo ufficiale di complemento ai Corsi  per Allievi Ufficiali alla Scuola di Brà, arma  di artiglieria, specialità artiglieria alpina.

Il 12 dicembre dello stesso anno viene nominato S.Ten. ed aggregato alla 3^ Divisione Julia Artiglieria da Montagna.

Nel aprile 1939 assieme alla Julia sbarca a Durazzo e viene assegnato al Gruppo Conegliano, entra a far parte del Comando di Gruppo, del Ten. Col. Domenico Rossotto dove viene nominato responsabile “Pattuglia o.c. n.1(dal libro “Il Gruppo Conegliano nella Campagna di Grecia 1940-1941 pag. 103”).

Comincia qui l'addestramento militare e il Gruppo si acquartiera a Fusha Lumithit (Albania) dove  l'intero Gruppo , costituito dalla 13^, 14^ e 15^ batterie, Comando e salmerie cominciano a battere in lungo e largo il paese per conoscerne la reale conformazione.

Passa qui il periodo di servizio militare sino ad ottobre 1940, quando l'intera Divisione Julia viene mobilitata e comincia il trasferimento delle truppe in direzione del confine Greco, il Gruppo in attesa di ordini si attesta ad Erseke e nei giorni 26 e 27 ottobre del 1940 raggiunge il cippo n. 9 da dove il 28 ottobre, giorno della dichiarazione di guerra alla Grecia, alle 4 del mattino inizia la penetrazione in territorio Greco!

Le prime fasi del conflitto sono caratterizzate da un maltempo diffuso che non accenna a diminuire, con pioggia incessante e inizio di freddo inusuale per la stagione, di contro le truppe italiane, se pur rallentate dalle condizioni atmosferiche, con scarsezza di viveri e salmerie fortemente in ritardo per l'impraticabilità delle mulattiere e delle malconce strade avanzano senza trovare eccessiva resistenza.

Il giorno 1 novembre  giungono a Conitza prima e fondamentale tappa per raggiungere il passo di Metzovo, spartiacque nel territorio Greco che apre le porte per raggiungere il lago di Gianina e la pianura verso Salonicco ed Atene.

Da Conitza il Gruppo Conegliano si dirige verso la località di Briaza (Distraton) che viene raggiunta dal Cividale e dal Comando di Gruppo del Conegliano e dalla 13^ Batteria il giorno 3 novembre, mentre il Gemona e la 15^ batteria si attestano a Samarina sul fianco destro mentre la 14^ rimane in appoggio.

Briaza dista dal passo di Metzovo “un tiro di fucile” (come afferma nelle sue memorie il Ten. Col. Rossotto) e questo passo è l'obiettivo che il Comando Generale ha affidato alla Julia.

Qui inizia l'offensiva Greca che con ingenti forze blocca l'avanzata italiane e si giunge al fatidico e terribile giorno 05/11/1940, giorno nel quale per citare le parole del Col. Rossotto dal libro di  memorie “Il Gruppo Conegliano nella Campagna di Grecia 1940-1941” a pag. 13 fa questo inciso:” le Batterie del Gruppo riprendono la marcia; ma subito il nemico apre un fuoco intensissimo di mortai sulla colonna che in alcuni tratti del percorso è completamente esposta al tiro nemico. Gli artiglieri alpini avanzano ugualmente; cadono qui alcuni artiglieri e cade anche, mentre incita con esemplare  serenità i suoi uomini ad andare avanti a qualunque costo, il S. Ten. Luigi Turri del Comando di Gruppo (gli è stata conferita la Medaglia d'Argento al V.M.).

La ricerca parte ovviamente dai parenti stretti e consultando fra i ricordi dell'unica e ultima sorella  del Turri, deceduta recentemente, rinvengo una vecchia lettera  datata Pisa 03-03-1941 XIX, stilata su un foglio di carta intestata con il nome e l'indirizzo di un medico.

Leggendo la lettera mi rendo subito conto dell'importanza del documento!

Si tratta infatti della lettera di risposta che il medico invia a seguito di una richiesta da parte della madre di Luigi, inviata al fronte, che chiede informazioni sulle modalità del decesso del figlio.

Il medico che risponde alla lettera è niente poco di meno che il Capitano Comandante del 633° Ospedale da Campo che aveva stabilito il suo centro operativo  a Briaza e che il giorno 05/11/1940 aveva prestato soccorso ai feriti italiani durante il durissimo scontro e che purtroppo aveva prestato inutilmente le prime cure al S. Ten. Turri, vista la gravità delle ferite riportate purtroppo impotente lo aveva visto spirare!

Nella lettera il medico fa pure riferimento al Cappellano Militare Don Carlo Bolzan, religioso aggregato all'ospedale che provvide alla sommaria sepoltura della salma presso il cimitero Ortodosso di Briaza e descrive anche la drammaticità della situazione che vede l'abbandono precipitoso dell'avamposto il giorno 06/11/1940 a causa dell'incalzare dell'Esercito Greco che tenta di accerchiare la Julia ed il Gruppo Conegliano, che così si vede  costretto precipitosamente ad abbandonare i feriti intrasportabili alla pietà del nemico!

Nel concludere la lettera consiglia la madre, per avere maggiori informazioni sul seguito degli eventi, di rivolgersi al Cappellano Militare della Julia che volontariamente si era fermato a Briaza per assistere i feriti ed i morenti, senza però menzionarne il nome ma che purtroppo ora era prigioniero in mano nemica!

Si tratta comunque del Cappellano Militare don Luigi Ferrari, dell'ordine dei Saveriani, che presente  a Briaza il giorno 05/11/1940 è pure testimone del ferimento mortale del S. Ten. Turri che descrive con queste parole che ho tratto dal suo libro di memorie “ La Croce sul Petto” a pagina  55 dice testualmente: “5 novembre........ le cose a Briaza cominciavano ad andare male. Alle 10 del mattino i nostri trimotori avevano gettato nel posto indicato sacchi di gallette e di scatole di carne. Più tardi, penso sia stato poco dopo mezzogiorno, alcuni muli delle salmerie del Gruppo Conegliano stavano lasciando Briaza per risalire il costone e raccogliere i viveri paracadutati. Il nemico dominava tutta la conca del Paese e certamente controllava tutti i nostri movimenti. Io mi trovavo proprio in quel momento davanti al gruppo Comando dell'Artiglieria e vidi tutta la scena. I greci spararono sulla colonna con i loro ottimi mortai 81: un primo colpo, esattissimo, centrò la colonna; un secondo, poi un terzo. Le schegge mi fischiavano attorno. Il comandante la colonna , il S.Ten. Turri, è colpito alla testa e muore in pochi minuti. Gli alpini si buttano a terra, ma si riprendono subito e cercano di aiutare il loro tenente.”

La salma del S. Ten. Luigi Turri è stata riesumata dal cimitero di Briaza, grazie alle indicazioni di Don L. Ferrari ed hanno fatto ritorno in Patria dove dal 01/08/1954 i suoi resti sono stati tumulati con gli onori militari nel cimitero di Negrar (Verona).

Nella foto:

15^ Batteria Gruppo Conegliano 3^ DIV. ART.da MONTAGNA JULIA, sfila per le vie di Scutari subito dopo lo sbarco proveniente da Ancona alla presenza dei superiori il 16/04/1939. Il S.Ten Luigi Turri è  il secondo da sinistra come contrassegnato dalla piccola freccia verde da lui posta. 

Marco Vesentini.

 

Il giorno 2 Luglio scorso ha posato a terra lo zaino andando avanti nel paradiso di Cantore l’ex capogruppo Arnoldo Cristini classe 1934, orgoglioso di aver fatto parte del gruppo Asiago. Prendere il suo posto nel lontano 2002 non è stato semplice, anche perché ha condotto il gruppo per ben 33 anni. Ho sempre avuto una ammirazione per Arnoldo fin dal giorno della mia iscrizione al gruppo di Lugagnano.

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RITORNO ALLA NORMALITA’.......

Vorrei iniziare questo mio pensiero ricordando chi ha perso la vita causa il coronavirus, la memoria va ad alcuni soci e a familiari di altri soci che non ce l’hanno fatta, non voglio fare elenchi per non dimenticare qualche nome, ma quando arrivava la notizia, ahimè, per il gruppo era un momento triste non poter essere presenti all’ultimo saluto. Ma sarà nostro impegno, appena l’emergenza terminerà in accordo con i gruppi della zona Mincio, fare una cerimonia in ricordo di tutti gli alpini ed amici che sono andati avanti. Da settimane le nostre vite sono sconvolte dalla pandemia, tutti i mezzi d’informazione non parlano d’altro e sicuramente nel prossimo futuro continueremo a subirne le conseguenze. Stiamo vivendo una delle peggiori tragedie degli ultimi anni, mai prima d’ora la nostra generazione si è trovata di fronte ad un evento così devastante che sicuramente ci porterà a cambiare radicalmente le nostre abitudini di vita, non voglio entrare nel merito dell’economia, della salute, della politica e delle relazioni, lascio le considerazioni agli esperti dei vari settori.

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Alpini in Lessinia nel 1915 -  Alla mattina c’era il caffè … ma senza latte

Breve storia della 57a Compagnia*

Si era verso la metà di maggio del 1915 e la 57a del “Verona”, già da qualche giorno si trovava dislocata in alcune malghe prossime al confine di M. Tomba sui Lessini, ove era giunta da Boscochiesanova. Si aspettava la guerra. Ed eran giornate di ansia gioiosa. Era nei nostri cuori l’ardore giovanile e nel sangue ci correva tutto l’amaro che da bambini e da ragazzi ci aveva fatto inghiottire l’allora inimica Austria con le sue persecuzioni verso i fratelli irredenti e con la sua tracotanza verso la nostra Patria. Ogni busta gialla che arrivava al Comando ci faceva balzare il cuore in petto. Ci siamo! Si dicevano i nostri occhi reciprocamente, e, dietro Soave, il caporal maggiore furiere, noi subalterni seguivamo la lettera nella fumosa e tetra fureria, ove, sulle cassette per galletta e sui colli per calzolaio e per sarto, troneggiava il capitano Buzzetti1, comandante la compagnia e veronese al cento per cento, come si direbbe ora. Buzzetti si alzava in piedi, convinto di compiere l’atteso rito e, la busta nella sinistra, ne pizzicava, dopo averla guardata in trasparenza, lo spigolo destro col pollice e l’indice dell’altra mano. Attendeva un attimo prima di strappare e, dietro i suoi occhiali obliqui, ci guardava. Anche i suoi occhi dicevano: “Ci siamo!” . Invece non c’eravamo mai. Purtroppo eran sempre scartoffie! L’ordine di inizio delle ostilità, quell’ordine per il quale ormai soltanto vivevamo, non ne voleva sapere di arrivare. E i giorni passavano nell’attesa. Galetto, piemontese dai baffi alla Guglielmo, era tenente in prima; Presti, il buono ed eroico Ottavio che i reticolati austriaci dell’Ortigara dovevano accogliere, quali materne braccia, con una palla in fronte2, era il tipico rappresentante di quella gioventù colta, sana, ardente, che la Scuola militare di Modena iniettava ogni anno nelle file dell’esercito; Falzi Babila3, sottotenente richiamato, segretario comunale di Boscochiesanova, rappresentava la gioventù borghese ed io, “el piccolo”, come mi chiamavano, pivello, fresco ancora di tutti gli insegnamenti che il tenente Franzini ci aveva rigidamente inculcati a Torino, al corso allievi ufficiali del Rubatto4, rappresentavo i bocia dell’ultima classe. Ci volevamo bene perché eravamo alpini. Ed eravamo sicuri l’un dell’altro. Durante il giorno ognuno di noi curava il suo plotone e, a mezzogiorno ed alla sera, la mensa ci riuniva. Il capitano, prima parlava di servizio e ci dava gli ordini per il pomeriggio o per l’indomani, poi, si dimenticava di essere capitano e ci parlava della sua fidanzata che era a Caprino Veronese e diventava ragazzo come noi. Aveva solo una quarantina d’anni, ma a me pareva fosse molto più vecchio: io ne avevo diciannove !! Galetto parlava della Libia e ci spiegava come sibilavano le pallottole quando passavano sopra la testa; Falzi, rubicondo e giulivo, “don Babila” lo chiamava Buzzetti, raccontava barzellette; Presti, pensieroso sempre, corrugava l’ampia fronte ed ascoltava; io tacevo, come per nostra norma ci aveva raccomandato Franzini nell’accomiatarci dal corso. A fine tavola si beveva “un goto”. “De quelo bon” diceva don Babila, che aveva provveduto a fornirne la piccola cantina. Il buon umore non mancava. Don Babila e Buzzetti si “sfottevamo” e a me, pivello, faceva una certa impressione. Ma c’era molta confidenza fra i due sin da prima che Falzi venisse richiamato. Una cosa sola ci mancava: il latte al mattino. La cosa non andava giù a Buzzetti, che naturalmente lanciava tutti i suoi strali sul direttore di mensa “don Babila”. “Lu sarà magara bon de far el segretario”, diceva, “ma no sa gnanca da che parte se scominzia a far el direttor de mensa !” . Ma Falzi esponeva le sue ragioni: nei dintorni non c’era che una sola malga abitata, laggiù, verso il fondo valle, e il latte delle poche bestie che i contadini avevano tenuto ancora vicino al confine veniva tutto trasformato in burro. Ecco perché il nostro caffè era sempre soltanto nero. Ma questo stato di cose Buzzetti non voleva sopportarlo e una sera, mentre si beveva il “goto” dopo cena, se la prese proprio sul serio con Falzi: “Mi no so proprio che rassa de direttor che ze lu; ma un giorno o l’altro, se stemo ancora qua ghe farò vedar mi come se fa a far el direttor de mensa!”. “Cossa vollo mai, sior capitano”, si scusava Falzi “nol vede che semo qua soli come cani? No posso mia andar mi de note a monzer el late a la malga …”. Un lampo passò negli occhi del capitano: “Sssst!- fece- ciò ze proprio una bona idea!” e intercalando le sue proposte con certi “to zio nudo!” che avrebbero fatto venire la pelle d’oca ai nostri zii lontani, se l’avessero sentito, ci convinse, o meglio si convinse che si sarebbe potuti andar noi stessi sino alla malga e mentre due avrebbero tenuto a bada i contadini, gli altri sarebbero andati nella stalla a mungere quel po’ di latte che le vacche ancora avevano. Presti, di servizio, sarebbe rimasto all’accampamento. E così fu fatto. “Lu, el picolo, vaga subito a tor una gavetta e vegna drio a nualtri”. E partimmo: in testa Buzzetti col suo passo spampanato, poi Galetto, indi Falzi ed io in giusta regressione gerarchica. Galetto rideva sotto i suoi baffoni, Falzi, un po’ miope, badava dove metteva i piedi; “el picolo” seguiva tanto pomposo corteo. Dopo circa mezz’ora di marcia si giunse alla malga: Galetto e Falzi, come d’intesa, entrarono; Buzzetti ed io, con far da niente, quasi dovessimo appartarci per ragioni personali idriche, girammo dietro ad essa dove era la porta della stalla. “Me daga quà- mormora Buzzetti- vedarà se lo trovo mi el latte!” Gli porsi la gavetta ed entrò. Sentivo di là Galetto e Falzi che rispondevano alle domande dei contadini sulla prossima guerra con lunghe frasi ed ampie circonlocuzioni. Tiravano evidentemente a guadagnar tempo e a distrarre gli interlocutori. Da due o tre minuti aspettavo, quando dalla stalla, la cui porta era rimasta semiaperta, unitamente ad un forte muggito, si udì una voce arrabbiata bestemmiare: “Porco can! Xe un bò!”. Nel buio della stalla, Buzzetti, aveva provato a mungere qualche cosa che non era precisamente la mammella di una vacca. Due giorni dopo era la guerra! Di latte non si parlò per un pezzo.

                                                                                                                          1° cap. Enea Giulio Anchisi    

*Proponiamo questo brano brioso di vita militare in Lessinia nel 1915, tratto da “L’Alpino”, febbraio 1935.

  1. 1. Ettore Buzzetti era figlio di Antonio, maggiore dell’esercito già combattente nelle guerre risorgimentali (1859, 1866), poi tenente colonnello collocato a riposo nel 1897. Ettore, nato a Verona il 13 dicembre 1875, aveva seguito le orme del padre e frequentato la scuola militare; nel 1908 era tenente del 6° Alpini; nel 1915 era capitano nel “Verona”; dal 10 dicembre 1915 al 3 settembre 1917, divenuto maggiore, comandò il battaglione alpino “Val Brenta” con il quale il 3 settembre 1916 meritò una medaglia d’argento su Monte Cauriol. Promosso tenente colonnello, dal settembre successivo fu comandante di vari reggimenti di fanteria (37°, 165°, 208° e del deposito di fanteria Parma sud-ovest).
  2. 2. Ottavio Presti era nato a Teramo il 15 maggio 1893 da Alfredo, un capitano di fanteria, e Camilla Rodriguez. Trasferitosi giovanissimo con la famiglia a Verona, aveva frequentato la scuola militare; allo scoppio della guerra si arruolò volontario negli alpini; assegnato al btg. “Verona” vi divenne poi capitano. Morì eroicamente sull’Ortigara il 23 luglio 1916, meritando il conferimento della medaglia d’argento V.M. alla memoria. Il suo nome è riportato sulla lapide che Teramo ha dedicato ai propri caduti.
  3. 3. Babila Falzi (1887-1977), allora segretario comunale di Boscochiesanuova, richiamato alle armi, sarà presidente della Sezione Alpini di Verona dal 1943 al 1945.
  4. 4. La caserma del “Rubatto” era stata edificata dopo la metà dell’Ottocento, su distrutte casermette napoleoniche, sulla riva destra del Po a Torino; era destinata al “Corpo del Treno d’Armata” (assicurava i trasporti militari di viveri e munizioni con carri e cavalli) e dotata di scuderie e palestra d’equitazione; dal 1872, anno di costituzione del corpo degli alpini, ne ospitò il 3° reggimento, che comprendeva anche il battaglione alpino  “Monti Lessini”. Successivamente fu denominata “Monte Nero”. Venne demolita nel 1963, sull’area fu edificata la scuola media “Ippolito Nievo”(notizie, come la foto, tratte da “Civico20News”). 

   

Una montagna per tutti o la montagna di tutti ? Riflessioni che competono anche agli alpini

L’estate 2020 non si può di certo archiviare confermando le previsioni di crisi che erano state preventivate a causa del covid-19, complice sicuramente la difficoltà ed il timore per diversi connazionali di programmare le proprie vacanze all’estero, come di fatto è sempre stato negli ultimi anni. E così per molti italiani quest’anno le vacanze sono state soprattutto all’insegna delle vacanze “in casa”, e mentre al mare spiagge e litorali della nostra penisola hanno mantenuto i valori, in termini di presenza di turisti, fatta qualche eccezione, per la montagna è stato invece un vero e proprio assalto, soprattutto nel mese di agosto.

Nei giorni di metà agosto sono diversi gli articoli presenti sui quotidiani locali ma soprattutto discussioni aperte sui social, che mettono in evidenza come le zone di villeggiatura di montagna siano state investite da numerose presenze.

Dolomiti prese d'assalto, dai laghi alle ferrate. In coda sui sentieri (spesso senza mascherina) per una montagna sempre più modello Rimini. (www.ildolomiti.it)

Assalto in montagna: in coda alla funivia e poi gli assembramenti lungo i sentieri. (www.ladige.it)

Allarme dal Vandelli: «Al lago del Sorapis movida intollerabile, mandate l’esercito». Il gestore del rifugio è esasperato dai turisti “cafoni”. «Lungo il sentiero abbandonano rifiuti di ogni tipo» (www.corrieredellealpi.it)

Le immagini che vengono postate dalle diverse località turistiche, mettono bene in risalto le contraddizioni di questa estate, passando da un periodo di preoccupazione per l’economia e l’occupazione nel settore turistico di montagna, al timore legati al rischio di contagi per i continui assembramenti in diverse località.

Si potrebbe pensare che il maggior numero di assembramenti fosse localizzato ai piedi delle funivie o delle seggiovie che portano i turisti ad ammirare paesaggi e panorami mozzafiato; in realtà assembramenti con lunghe code di attesa (in piedi) si sono registrate anche per attraversare il ponte tibetano in Val di Rabbi oppure sul sentiero che conduce al lago di Sorapis. Non è andata meglio nemmeno per le più classiche vie ferrate del Trentino e delle Dolomiti bellunesi ed ampezzane. Senza contare che spesso molti turisti affrontano vie e sentieri di montagna con una preparazione fisica insufficiente o con un equipaggiamento non idoneo. Sono infatti molti gli appelli che il soccorso alpino continua a lanciare per invitare ogni turista a prendere la montagna con sicurezza.

L’aumento di tante persone tutte concentrate nello stesso periodo e nei medesimi luoghi caratteristici, hanno anche di fatto modificato la poesia di questi posti incantati, non solo per gli schiamazzi, ma anche per i tanti rifiuti "nascosti" tra i mughi o disseminati lungo il sentiero. Tutto questo ha riacceso il dibattito sullo sviluppo in montagna e sui suoi frequentatori che ha di fatto creato due fronti contrapposti fra chi sostiene che gli impianti di risalita andrebbero chiusi, portando più persone sui sentieri che camminano e vivono davvero la montagna e chi sostiene il contrario o che andrebbero addirittura potenziati. Lo sa bene l’associazione “Mountain Wilderness” contraria da tempo al progetto del collegamento funiviario tra la Val d'Ayas e Cervinia, nel vallone Cime Bianche: non solo per l’inutilità dell’opera stessa ma perché le strutture a monte non sono adeguate per raccogliere un numero cosi elevato di turisti. Il rapporto diventa presto facile da fare: più impianti di risalita, più turisti, più strutture ricettive e più parcheggi.

Molti sindaci delle più note località turistiche di montagna si stanno organizzando per risolvere al meglio questa situazione togliendo i parcheggi o limitandoli in prossimità dei luoghi più frequentati, obbligando gli ospiti a fermare le loro auto presso le strutture o le abitazioni ed a servirsi negli spostamenti solo dei mezzi pubblici. E dove necessario, imporre il numero chiuso, ai laghi, ai passi alle funivie e seggiovie.

Il turismo di massa in montagna insomma sta sempre più modificando le proprie esigenze diventando sempre più un turismo “della movida o del selfie più figo” più che naturalistico. Sarebbe nell'interesse economico delle località montane fornire ai turisti anche delle soluzioni più mirate e su misura, la nostra montagna (dalle Alpi agli Appennini) offre, fortunatamente, molte proposte ed opportunità anche per chi la frequenta nel proprio silenzio ricercando posti altrettanto incantanti e poco frequentati come il lago Benseya in Valpelline (AO) che per posizione e colori non ha nulla da invidiare al lago di Sorapis. Certo, per arrivarci serve un discreto allenamento su un tracciato di sentiero classificato come “E” escursionistico della durata di 3,5 ore circa, partendo dal parcheggio di Glacier (Ollomont); ma con un anno di tempo a disposizione ci si può allenare per bene e trovarsi cosi pronti per la prossima estate. Dimenticavo, non c’è nessuna funivia e nessun rifugio all’arrivo. Buona montagna a tutti ! - Giorgio Sartori

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