Il S.Tenente Luigi Turri.

Pubblichiamo parte di una minuziosa quanto importante ricerca storica di Marco Vesentini, sul veronese Luigi Turri, S.Ten di artiglieria alpina assegnato al Gruppo “Conegliano” Divisione alpina “Julia” nella Campagna di Grecia 1940-1941. Ricordando il S.Ten Turri vogliamo ricordare tutti i caduti ed in  particolare tutti i caduti veronesi di questa, spesso, dimenticata Campagna di Guerra.

Luigi Turri nasce a San Peretto di Negrar (Vr) il 04/09/1914, primo di 5 figli (4 maschi e 1 femmina) da Vittorio e Giuseppina Marchesini, famiglia di origini contadine!

Fin dall'inizio, a detta delle persone che lo hanno conosciuto, il bambino e poi ragazzo dimostra una serietà ed una propensione alla studio che lo portano dapprima a compiere il percorso scolastico elementare e delle medie nelle locali scuole del paese, per poi approdare al Liceo Scientifico Messedaglia di Verona dove si diploma nel 1934 (tali sue qualità sono sottolineate in un discorso commemorativo fatto da il Prof. Visentin, suo ex insegnate di liceo, in occasione dell'inaugurazione dell'anno scolastico 1959-1960, ricordando gli ex allievi caduti nel II° Conflitto Mondiale, e ricordando il Turri lo loda per l'impegno negli studi, la serietà, il grande attaccamento alla madre, la profonda religiosità e l'amore patrio); seguono poi l'iscrizione all'Università Cà Foscari di Venezia per poi passare all' Università di Padova dove frequenta il Corso di Laurea in Lingue Moderne.

Nel settembre del 1938 viene  “ammesso quale aspirante allievo ufficiale di complemento ai Corsi  per Allievi Ufficiali alla Scuola di Brà, arma  di artiglieria, specialità artiglieria alpina.

Il 12 dicembre dello stesso anno viene nominato S.Ten. ed aggregato alla 3^ Divisione Julia Artiglieria da Montagna.

Nel aprile 1939 assieme alla Julia sbarca a Durazzo e viene assegnato al Gruppo Conegliano, entra a far parte del Comando di Gruppo, del Ten. Col. Domenico Rossotto dove viene nominato responsabile “Pattuglia o.c. n.1(dal libro “Il Gruppo Conegliano nella Campagna di Grecia 1940-1941 pag. 103”).

Comincia qui l'addestramento militare e il Gruppo si acquartiera a Fusha Lumithit (Albania) dove  l'intero Gruppo , costituito dalla 13^, 14^ e 15^ batterie, Comando e salmerie cominciano a battere in lungo e largo il paese per conoscerne la reale conformazione.

Passa qui il periodo di servizio militare sino ad ottobre 1940, quando l'intera Divisione Julia viene mobilitata e comincia il trasferimento delle truppe in direzione del confine Greco, il Gruppo in attesa di ordini si attesta ad Erseke e nei giorni 26 e 27 ottobre del 1940 raggiunge il cippo n. 9 da dove il 28 ottobre, giorno della dichiarazione di guerra alla Grecia, alle 4 del mattino inizia la penetrazione in territorio Greco!

Le prime fasi del conflitto sono caratterizzate da un maltempo diffuso che non accenna a diminuire, con pioggia incessante e inizio di freddo inusuale per la stagione, di contro le truppe italiane, se pur rallentate dalle condizioni atmosferiche, con scarsezza di viveri e salmerie fortemente in ritardo per l'impraticabilità delle mulattiere e delle malconce strade avanzano senza trovare eccessiva resistenza.

Il giorno 1 novembre  giungono a Conitza prima e fondamentale tappa per raggiungere il passo di Metzovo, spartiacque nel territorio Greco che apre le porte per raggiungere il lago di Gianina e la pianura verso Salonicco ed Atene.

Da Conitza il Gruppo Conegliano si dirige verso la località di Briaza (Distraton) che viene raggiunta dal Cividale e dal Comando di Gruppo del Conegliano e dalla 13^ Batteria il giorno 3 novembre, mentre il Gemona e la 15^ batteria si attestano a Samarina sul fianco destro mentre la 14^ rimane in appoggio.

Briaza dista dal passo di Metzovo “un tiro di fucile” (come afferma nelle sue memorie il Ten. Col. Rossotto) e questo passo è l'obiettivo che il Comando Generale ha affidato alla Julia.

Qui inizia l'offensiva Greca che con ingenti forze blocca l'avanzata italiane e si giunge al fatidico e terribile giorno 05/11/1940, giorno nel quale per citare le parole del Col. Rossotto dal libro di  memorie “Il Gruppo Conegliano nella Campagna di Grecia 1940-1941” a pag. 13 fa questo inciso:” le Batterie del Gruppo riprendono la marcia; ma subito il nemico apre un fuoco intensissimo di mortai sulla colonna che in alcuni tratti del percorso è completamente esposta al tiro nemico. Gli artiglieri alpini avanzano ugualmente; cadono qui alcuni artiglieri e cade anche, mentre incita con esemplare  serenità i suoi uomini ad andare avanti a qualunque costo, il S. Ten. Luigi Turri del Comando di Gruppo (gli è stata conferita la Medaglia d'Argento al V.M.).

La ricerca parte ovviamente dai parenti stretti e consultando fra i ricordi dell'unica e ultima sorella  del Turri, deceduta recentemente, rinvengo una vecchia lettera  datata Pisa 03-03-1941 XIX, stilata su un foglio di carta intestata con il nome e l'indirizzo di un medico.

Leggendo la lettera mi rendo subito conto dell'importanza del documento!

Si tratta infatti della lettera di risposta che il medico invia a seguito di una richiesta da parte della madre di Luigi, inviata al fronte, che chiede informazioni sulle modalità del decesso del figlio.

Il medico che risponde alla lettera è niente poco di meno che il Capitano Comandante del 633° Ospedale da Campo che aveva stabilito il suo centro operativo  a Briaza e che il giorno 05/11/1940 aveva prestato soccorso ai feriti italiani durante il durissimo scontro e che purtroppo aveva prestato inutilmente le prime cure al S. Ten. Turri, vista la gravità delle ferite riportate purtroppo impotente lo aveva visto spirare!

Nella lettera il medico fa pure riferimento al Cappellano Militare Don Carlo Bolzan, religioso aggregato all'ospedale che provvide alla sommaria sepoltura della salma presso il cimitero Ortodosso di Briaza e descrive anche la drammaticità della situazione che vede l'abbandono precipitoso dell'avamposto il giorno 06/11/1940 a causa dell'incalzare dell'Esercito Greco che tenta di accerchiare la Julia ed il Gruppo Conegliano, che così si vede  costretto precipitosamente ad abbandonare i feriti intrasportabili alla pietà del nemico!

Nel concludere la lettera consiglia la madre, per avere maggiori informazioni sul seguito degli eventi, di rivolgersi al Cappellano Militare della Julia che volontariamente si era fermato a Briaza per assistere i feriti ed i morenti, senza però menzionarne il nome ma che purtroppo ora era prigioniero in mano nemica!

Si tratta comunque del Cappellano Militare don Luigi Ferrari, dell'ordine dei Saveriani, che presente  a Briaza il giorno 05/11/1940 è pure testimone del ferimento mortale del S. Ten. Turri che descrive con queste parole che ho tratto dal suo libro di memorie “ La Croce sul Petto” a pagina  55 dice testualmente: “5 novembre........ le cose a Briaza cominciavano ad andare male. Alle 10 del mattino i nostri trimotori avevano gettato nel posto indicato sacchi di gallette e di scatole di carne. Più tardi, penso sia stato poco dopo mezzogiorno, alcuni muli delle salmerie del Gruppo Conegliano stavano lasciando Briaza per risalire il costone e raccogliere i viveri paracadutati. Il nemico dominava tutta la conca del Paese e certamente controllava tutti i nostri movimenti. Io mi trovavo proprio in quel momento davanti al gruppo Comando dell'Artiglieria e vidi tutta la scena. I greci spararono sulla colonna con i loro ottimi mortai 81: un primo colpo, esattissimo, centrò la colonna; un secondo, poi un terzo. Le schegge mi fischiavano attorno. Il comandante la colonna , il S.Ten. Turri, è colpito alla testa e muore in pochi minuti. Gli alpini si buttano a terra, ma si riprendono subito e cercano di aiutare il loro tenente.”

La salma del S. Ten. Luigi Turri è stata riesumata dal cimitero di Briaza, grazie alle indicazioni di Don L. Ferrari ed hanno fatto ritorno in Patria dove dal 01/08/1954 i suoi resti sono stati tumulati con gli onori militari nel cimitero di Negrar (Verona).

Nella foto:

15^ Batteria Gruppo Conegliano 3^ DIV. ART.da MONTAGNA JULIA, sfila per le vie di Scutari subito dopo lo sbarco proveniente da Ancona alla presenza dei superiori il 16/04/1939. Il S.Ten Luigi Turri è  il secondo da sinistra come contrassegnato dalla piccola freccia verde da lui posta. 

Marco Vesentini.

 

Il giorno 2 Luglio scorso ha posato a terra lo zaino andando avanti nel paradiso di Cantore l’ex capogruppo Arnoldo Cristini classe 1934, orgoglioso di aver fatto parte del gruppo Asiago. Prendere il suo posto nel lontano 2002 non è stato semplice, anche perché ha condotto il gruppo per ben 33 anni. Ho sempre avuto una ammirazione per Arnoldo fin dal giorno della mia iscrizione al gruppo di Lugagnano.

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RITORNO ALLA NORMALITA’.......

Vorrei iniziare questo mio pensiero ricordando chi ha perso la vita causa il coronavirus, la memoria va ad alcuni soci e a familiari di altri soci che non ce l’hanno fatta, non voglio fare elenchi per non dimenticare qualche nome, ma quando arrivava la notizia, ahimè, per il gruppo era un momento triste non poter essere presenti all’ultimo saluto. Ma sarà nostro impegno, appena l’emergenza terminerà in accordo con i gruppi della zona Mincio, fare una cerimonia in ricordo di tutti gli alpini ed amici che sono andati avanti. Da settimane le nostre vite sono sconvolte dalla pandemia, tutti i mezzi d’informazione non parlano d’altro e sicuramente nel prossimo futuro continueremo a subirne le conseguenze. Stiamo vivendo una delle peggiori tragedie degli ultimi anni, mai prima d’ora la nostra generazione si è trovata di fronte ad un evento così devastante che sicuramente ci porterà a cambiare radicalmente le nostre abitudini di vita, non voglio entrare nel merito dell’economia, della salute, della politica e delle relazioni, lascio le considerazioni agli esperti dei vari settori.

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Alpini in Lessinia nel 1915 -  Alla mattina c’era il caffè … ma senza latte

Breve storia della 57a Compagnia*

Si era verso la metà di maggio del 1915 e la 57a del “Verona”, già da qualche giorno si trovava dislocata in alcune malghe prossime al confine di M. Tomba sui Lessini, ove era giunta da Boscochiesanova. Si aspettava la guerra. Ed eran giornate di ansia gioiosa. Era nei nostri cuori l’ardore giovanile e nel sangue ci correva tutto l’amaro che da bambini e da ragazzi ci aveva fatto inghiottire l’allora inimica Austria con le sue persecuzioni verso i fratelli irredenti e con la sua tracotanza verso la nostra Patria. Ogni busta gialla che arrivava al Comando ci faceva balzare il cuore in petto. Ci siamo! Si dicevano i nostri occhi reciprocamente, e, dietro Soave, il caporal maggiore furiere, noi subalterni seguivamo la lettera nella fumosa e tetra fureria, ove, sulle cassette per galletta e sui colli per calzolaio e per sarto, troneggiava il capitano Buzzetti1, comandante la compagnia e veronese al cento per cento, come si direbbe ora. Buzzetti si alzava in piedi, convinto di compiere l’atteso rito e, la busta nella sinistra, ne pizzicava, dopo averla guardata in trasparenza, lo spigolo destro col pollice e l’indice dell’altra mano. Attendeva un attimo prima di strappare e, dietro i suoi occhiali obliqui, ci guardava. Anche i suoi occhi dicevano: “Ci siamo!” . Invece non c’eravamo mai. Purtroppo eran sempre scartoffie! L’ordine di inizio delle ostilità, quell’ordine per il quale ormai soltanto vivevamo, non ne voleva sapere di arrivare. E i giorni passavano nell’attesa. Galetto, piemontese dai baffi alla Guglielmo, era tenente in prima; Presti, il buono ed eroico Ottavio che i reticolati austriaci dell’Ortigara dovevano accogliere, quali materne braccia, con una palla in fronte2, era il tipico rappresentante di quella gioventù colta, sana, ardente, che la Scuola militare di Modena iniettava ogni anno nelle file dell’esercito; Falzi Babila3, sottotenente richiamato, segretario comunale di Boscochiesanova, rappresentava la gioventù borghese ed io, “el piccolo”, come mi chiamavano, pivello, fresco ancora di tutti gli insegnamenti che il tenente Franzini ci aveva rigidamente inculcati a Torino, al corso allievi ufficiali del Rubatto4, rappresentavo i bocia dell’ultima classe. Ci volevamo bene perché eravamo alpini. Ed eravamo sicuri l’un dell’altro. Durante il giorno ognuno di noi curava il suo plotone e, a mezzogiorno ed alla sera, la mensa ci riuniva. Il capitano, prima parlava di servizio e ci dava gli ordini per il pomeriggio o per l’indomani, poi, si dimenticava di essere capitano e ci parlava della sua fidanzata che era a Caprino Veronese e diventava ragazzo come noi. Aveva solo una quarantina d’anni, ma a me pareva fosse molto più vecchio: io ne avevo diciannove !! Galetto parlava della Libia e ci spiegava come sibilavano le pallottole quando passavano sopra la testa; Falzi, rubicondo e giulivo, “don Babila” lo chiamava Buzzetti, raccontava barzellette; Presti, pensieroso sempre, corrugava l’ampia fronte ed ascoltava; io tacevo, come per nostra norma ci aveva raccomandato Franzini nell’accomiatarci dal corso. A fine tavola si beveva “un goto”. “De quelo bon” diceva don Babila, che aveva provveduto a fornirne la piccola cantina. Il buon umore non mancava. Don Babila e Buzzetti si “sfottevamo” e a me, pivello, faceva una certa impressione. Ma c’era molta confidenza fra i due sin da prima che Falzi venisse richiamato. Una cosa sola ci mancava: il latte al mattino. La cosa non andava giù a Buzzetti, che naturalmente lanciava tutti i suoi strali sul direttore di mensa “don Babila”. “Lu sarà magara bon de far el segretario”, diceva, “ma no sa gnanca da che parte se scominzia a far el direttor de mensa !” . Ma Falzi esponeva le sue ragioni: nei dintorni non c’era che una sola malga abitata, laggiù, verso il fondo valle, e il latte delle poche bestie che i contadini avevano tenuto ancora vicino al confine veniva tutto trasformato in burro. Ecco perché il nostro caffè era sempre soltanto nero. Ma questo stato di cose Buzzetti non voleva sopportarlo e una sera, mentre si beveva il “goto” dopo cena, se la prese proprio sul serio con Falzi: “Mi no so proprio che rassa de direttor che ze lu; ma un giorno o l’altro, se stemo ancora qua ghe farò vedar mi come se fa a far el direttor de mensa!”. “Cossa vollo mai, sior capitano”, si scusava Falzi “nol vede che semo qua soli come cani? No posso mia andar mi de note a monzer el late a la malga …”. Un lampo passò negli occhi del capitano: “Sssst!- fece- ciò ze proprio una bona idea!” e intercalando le sue proposte con certi “to zio nudo!” che avrebbero fatto venire la pelle d’oca ai nostri zii lontani, se l’avessero sentito, ci convinse, o meglio si convinse che si sarebbe potuti andar noi stessi sino alla malga e mentre due avrebbero tenuto a bada i contadini, gli altri sarebbero andati nella stalla a mungere quel po’ di latte che le vacche ancora avevano. Presti, di servizio, sarebbe rimasto all’accampamento. E così fu fatto. “Lu, el picolo, vaga subito a tor una gavetta e vegna drio a nualtri”. E partimmo: in testa Buzzetti col suo passo spampanato, poi Galetto, indi Falzi ed io in giusta regressione gerarchica. Galetto rideva sotto i suoi baffoni, Falzi, un po’ miope, badava dove metteva i piedi; “el picolo” seguiva tanto pomposo corteo. Dopo circa mezz’ora di marcia si giunse alla malga: Galetto e Falzi, come d’intesa, entrarono; Buzzetti ed io, con far da niente, quasi dovessimo appartarci per ragioni personali idriche, girammo dietro ad essa dove era la porta della stalla. “Me daga quà- mormora Buzzetti- vedarà se lo trovo mi el latte!” Gli porsi la gavetta ed entrò. Sentivo di là Galetto e Falzi che rispondevano alle domande dei contadini sulla prossima guerra con lunghe frasi ed ampie circonlocuzioni. Tiravano evidentemente a guadagnar tempo e a distrarre gli interlocutori. Da due o tre minuti aspettavo, quando dalla stalla, la cui porta era rimasta semiaperta, unitamente ad un forte muggito, si udì una voce arrabbiata bestemmiare: “Porco can! Xe un bò!”. Nel buio della stalla, Buzzetti, aveva provato a mungere qualche cosa che non era precisamente la mammella di una vacca. Due giorni dopo era la guerra! Di latte non si parlò per un pezzo.

                                                                                                                          1° cap. Enea Giulio Anchisi    

*Proponiamo questo brano brioso di vita militare in Lessinia nel 1915, tratto da “L’Alpino”, febbraio 1935.

  1. 1. Ettore Buzzetti era figlio di Antonio, maggiore dell’esercito già combattente nelle guerre risorgimentali (1859, 1866), poi tenente colonnello collocato a riposo nel 1897. Ettore, nato a Verona il 13 dicembre 1875, aveva seguito le orme del padre e frequentato la scuola militare; nel 1908 era tenente del 6° Alpini; nel 1915 era capitano nel “Verona”; dal 10 dicembre 1915 al 3 settembre 1917, divenuto maggiore, comandò il battaglione alpino “Val Brenta” con il quale il 3 settembre 1916 meritò una medaglia d’argento su Monte Cauriol. Promosso tenente colonnello, dal settembre successivo fu comandante di vari reggimenti di fanteria (37°, 165°, 208° e del deposito di fanteria Parma sud-ovest).
  2. 2. Ottavio Presti era nato a Teramo il 15 maggio 1893 da Alfredo, un capitano di fanteria, e Camilla Rodriguez. Trasferitosi giovanissimo con la famiglia a Verona, aveva frequentato la scuola militare; allo scoppio della guerra si arruolò volontario negli alpini; assegnato al btg. “Verona” vi divenne poi capitano. Morì eroicamente sull’Ortigara il 23 luglio 1916, meritando il conferimento della medaglia d’argento V.M. alla memoria. Il suo nome è riportato sulla lapide che Teramo ha dedicato ai propri caduti.
  3. 3. Babila Falzi (1887-1977), allora segretario comunale di Boscochiesanuova, richiamato alle armi, sarà presidente della Sezione Alpini di Verona dal 1943 al 1945.
  4. 4. La caserma del “Rubatto” era stata edificata dopo la metà dell’Ottocento, su distrutte casermette napoleoniche, sulla riva destra del Po a Torino; era destinata al “Corpo del Treno d’Armata” (assicurava i trasporti militari di viveri e munizioni con carri e cavalli) e dotata di scuderie e palestra d’equitazione; dal 1872, anno di costituzione del corpo degli alpini, ne ospitò il 3° reggimento, che comprendeva anche il battaglione alpino  “Monti Lessini”. Successivamente fu denominata “Monte Nero”. Venne demolita nel 1963, sull’area fu edificata la scuola media “Ippolito Nievo”(notizie, come la foto, tratte da “Civico20News”). 

   

Una montagna per tutti o la montagna di tutti ? Riflessioni che competono anche agli alpini

L’estate 2020 non si può di certo archiviare confermando le previsioni di crisi che erano state preventivate a causa del covid-19, complice sicuramente la difficoltà ed il timore per diversi connazionali di programmare le proprie vacanze all’estero, come di fatto è sempre stato negli ultimi anni. E così per molti italiani quest’anno le vacanze sono state soprattutto all’insegna delle vacanze “in casa”, e mentre al mare spiagge e litorali della nostra penisola hanno mantenuto i valori, in termini di presenza di turisti, fatta qualche eccezione, per la montagna è stato invece un vero e proprio assalto, soprattutto nel mese di agosto.

Nei giorni di metà agosto sono diversi gli articoli presenti sui quotidiani locali ma soprattutto discussioni aperte sui social, che mettono in evidenza come le zone di villeggiatura di montagna siano state investite da numerose presenze.

Dolomiti prese d'assalto, dai laghi alle ferrate. In coda sui sentieri (spesso senza mascherina) per una montagna sempre più modello Rimini. (www.ildolomiti.it)

Assalto in montagna: in coda alla funivia e poi gli assembramenti lungo i sentieri. (www.ladige.it)

Allarme dal Vandelli: «Al lago del Sorapis movida intollerabile, mandate l’esercito». Il gestore del rifugio è esasperato dai turisti “cafoni”. «Lungo il sentiero abbandonano rifiuti di ogni tipo» (www.corrieredellealpi.it)

Le immagini che vengono postate dalle diverse località turistiche, mettono bene in risalto le contraddizioni di questa estate, passando da un periodo di preoccupazione per l’economia e l’occupazione nel settore turistico di montagna, al timore legati al rischio di contagi per i continui assembramenti in diverse località.

Si potrebbe pensare che il maggior numero di assembramenti fosse localizzato ai piedi delle funivie o delle seggiovie che portano i turisti ad ammirare paesaggi e panorami mozzafiato; in realtà assembramenti con lunghe code di attesa (in piedi) si sono registrate anche per attraversare il ponte tibetano in Val di Rabbi oppure sul sentiero che conduce al lago di Sorapis. Non è andata meglio nemmeno per le più classiche vie ferrate del Trentino e delle Dolomiti bellunesi ed ampezzane. Senza contare che spesso molti turisti affrontano vie e sentieri di montagna con una preparazione fisica insufficiente o con un equipaggiamento non idoneo. Sono infatti molti gli appelli che il soccorso alpino continua a lanciare per invitare ogni turista a prendere la montagna con sicurezza.

L’aumento di tante persone tutte concentrate nello stesso periodo e nei medesimi luoghi caratteristici, hanno anche di fatto modificato la poesia di questi posti incantati, non solo per gli schiamazzi, ma anche per i tanti rifiuti "nascosti" tra i mughi o disseminati lungo il sentiero. Tutto questo ha riacceso il dibattito sullo sviluppo in montagna e sui suoi frequentatori che ha di fatto creato due fronti contrapposti fra chi sostiene che gli impianti di risalita andrebbero chiusi, portando più persone sui sentieri che camminano e vivono davvero la montagna e chi sostiene il contrario o che andrebbero addirittura potenziati. Lo sa bene l’associazione “Mountain Wilderness” contraria da tempo al progetto del collegamento funiviario tra la Val d'Ayas e Cervinia, nel vallone Cime Bianche: non solo per l’inutilità dell’opera stessa ma perché le strutture a monte non sono adeguate per raccogliere un numero cosi elevato di turisti. Il rapporto diventa presto facile da fare: più impianti di risalita, più turisti, più strutture ricettive e più parcheggi.

Molti sindaci delle più note località turistiche di montagna si stanno organizzando per risolvere al meglio questa situazione togliendo i parcheggi o limitandoli in prossimità dei luoghi più frequentati, obbligando gli ospiti a fermare le loro auto presso le strutture o le abitazioni ed a servirsi negli spostamenti solo dei mezzi pubblici. E dove necessario, imporre il numero chiuso, ai laghi, ai passi alle funivie e seggiovie.

Il turismo di massa in montagna insomma sta sempre più modificando le proprie esigenze diventando sempre più un turismo “della movida o del selfie più figo” più che naturalistico. Sarebbe nell'interesse economico delle località montane fornire ai turisti anche delle soluzioni più mirate e su misura, la nostra montagna (dalle Alpi agli Appennini) offre, fortunatamente, molte proposte ed opportunità anche per chi la frequenta nel proprio silenzio ricercando posti altrettanto incantanti e poco frequentati come il lago Benseya in Valpelline (AO) che per posizione e colori non ha nulla da invidiare al lago di Sorapis. Certo, per arrivarci serve un discreto allenamento su un tracciato di sentiero classificato come “E” escursionistico della durata di 3,5 ore circa, partendo dal parcheggio di Glacier (Ollomont); ma con un anno di tempo a disposizione ci si può allenare per bene e trovarsi cosi pronti per la prossima estate. Dimenticavo, non c’è nessuna funivia e nessun rifugio all’arrivo. Buona montagna a tutti ! - Giorgio Sartori

Illuminante studio sul generale Alberto Pariani

Nel numero IV, 2019 degli “Studi veronesi”, la bella rivista culturale curata da Andrea e Pierpaolo Brugnoli, è comparso un ampio, ricco e dettagliato saggio del prof. Emanuele Luciani sulle vicende biografiche del generale degli alpini Alberto Pariani (1876-1955), un personaggio che ricoprì in passato incarichi militari di notevole rilievo a livello nazionale e che fu legato a Verona, al lago di Garda ed in particolare a Malcesine, dove fu sindaco e lasciò un profondo ricordo positivo. Luciani ha analizzato con acume i documenti raccolti nel fondo Pariani giacente nella Biblioteca Civica di Verona (ne esistono pure uno a Venezia ed un altro a Milano), cui nel 2015-16 aveva dedicato una tesi di laurea a Venezia Elena Boratto. Il fondo è costituito anche da circa seimila volumi, che testimoniano l’impegno culturale e la passione di collezionista del personaggio, del quale molti già  hanno scritto, tra cui lo studioso Giuseppe Trimeloni. Luciani spiega che Pariani, nato a Milano nel 1876 da padre ignoto (ma Trimeloni lo dice figlio di un Savoia), aveva vissuto la gioventù in vari collegi, ultimo quello militare di Milano dal 1889 al 1896, ed era poi passato all’Accademia di Modena divenendovi sottotenente degli alpini, assegnato al sesto reggimento di Verona. Il giovane ufficiale aveva poi partecipato con onore alla Grande Guerra sul Pasubio e sull’altopiano d’Asiago, conseguendovi due medaglie d’argento, indi era stato protagonista nel 1918 dell’armistizio con l’impero austro-ungarico e nel 1919 della definizione dei confini italiani. Negli anni successivi, ricorda Luciani, aveva conosciuto una brillante carriera come capo della Missione militare italiana in Albania dal 1927 al 1933; divenuto generale, era stato sottocapo di Stato Maggiore con Baistrocchi nel 1933, e dal 1936 al 1939 capo di Stato Maggiore dell’esercito e sottosegretario alla guerra; in tale ruolo era stato autore d’un discusso innovativo ordinamento delle forze armate (divisione binaria) varato con il decreto n. 2095 del 22 dicembre 1938. Ritiratosi a Malcesine, nel marzo del 1943 era stato nominato luogotenente in Albania e nel settembre di quello stesso anno ambasciatore a Berlino, nomina quest’ultima senza effetto a motivo del sopravvenuto armistizio afra Italia e Alleati. Luciani sottolinea l’autonomia e la capacità di giudizio di Pariani, che, come risulta da documenti del fondo, non aveva condiviso varie scelte del regime fascista. Malgrado ciò Pariani fu arrestato alla caduta del regime fascista, internato a Procida e finalmente assolto con formula piena nel 1947. Divenuto sindaco di Malcesine nel 1952, fu sensibile e generoso nei confronti della popolazione ed autore di scelte avvedute per il futuro del paese, prime fra tutte quelle della funivia del Baldo e del museo comunale. L’autore riporta taluni severi giudizi formulati da Pariani su scelte belliche del regime, decisamente interessanti sul piano storico, ripercorre le tappe della sua vicenda giudiziaria, riporta i giudizi di vari studiosi sulla sua riforma (divisione binaria) dell’esercito  e chiude sottolineando che Pariani si era sempre considerato ed era stato effettivamente “un militare totalmente dedito all’esercito e quindi alieno da sconfinamenti nella politica”, e che il suo rapporto con il fascismo era stato “di affinità e simpatia…e niente più”, come dimostra il fatto che avesse preso la tessera del partito ”solo a metà degli anni Trenta e su sollecitazione del capo di gabinetto del Ministero della Guerra”.  Malcesine lo ha voluto ricordare con gratitudine dopo la morte dedicandogli nel 1956 un busto nel museo del castello di Malcesine, opera dello scultore Albino Loro, ed intitolandogli la scuola materna del paese. V.S.G.

Cimitero di guerra a Bligny in Francia - garibaldini, alpini e tanti caduti italiani della Grande Guerra,

Nelle passate rievocazioni della Grande Guerra l’attenzione generale è stata giustamente rivolta soprattutto alle vicende italiane; non sono mancati, però, quanti hanno ricordato che durante il conflitto le armi italiane furono impegnate anche fuori d’Italia, in vari stati e località (Albania, Macedonia, Libia, Eritrea, Somalia, Palestina, Murmania, Estremo Oriente); in questo ambito lo sforzo maggiore gli italiani lo affrontarono sul fronte franco-tedesco in sostegno dell’esercitò francese.    La Francia, che già all’inizio grazie alla neutralità italiana aveva potuto concentrare le sue forze sul fronte tedesco, nel 1914, quando in Italia ancora si fronteggiavano interventisti e neutralisti, ricevette un doppio forte aiuto di volontari italiani: sia di quelli che si arruolarono nel 3° Régiment de Marche internazionale della Legione Straniera, che combatterono sulla Somme, sia soprattutto dei 2206 volontari garibaldini arruolati da Peppino Garibaldi (1880-1950), figlio di Ricciotti (1847-1924) e nipote di Giuseppe, l’eroe dei due mondi. Peppino, nominato tenente colonnello dalle autorità francesi, coinvolse nell’avventura anche i suoi fratelli Ricciotti junior (1881-1951), Sante (1885-1951), Ezio (1894-1969), Bruno (1892-1914) e Costante (1890-1914). Inquadrati come 4° Régiment de Marche della Legione Straniera, strutturato in tre battaglioni di quattro compagnie ciascuno, i garibaldini, dopo un breve addestramento furono schierati nelle Argonne, sui confini tra Belgio e Lussemburgo. Indossando sopra la camicia rossa il pastrano della legione straniera, meno appariscente, combatterono eroicamente contro i tedeschi a Bolante, a Courtes Chausses e Ravin des Meurissons, ottenendo successi cruenti che pagarono con 300 morti e dispersi (caddero anche Bruno e Costante Garibaldi), 400 feriti e 500 malati. In marzo il corpo fu sciolto. Fra quei garibaldini c’era anche il ventiduenne veronese Mario Casati (1892-1975), che soccorse Bruno Garibaldi morente e fu fra i sopravvissuti: a lui Bruno rivolse le ultime parole “andate avanti, io non posso più camminare”. La camicia rossa di Mario, conservata gelosamente in famiglia, è stata donata dal nipote, lo scrittore Franco Casati, al Museo di Caprino Veronese.

Nel 1917 dopo la rotta di Caporetto gli anglo-francesi intervennero a fianco degli italiani nella battaglia d’arresto ed i francesi furono determinanti nell’attacco alla dorsale Tomba-Monfenera. In cambio i comandi italiani nei primi mesi del 1918 inviarono in Francia, in vista dell’estremo attacco tedesco, prima un corpo di truppe ausiliarie di 60.000 uomini (TAIF) e successivamente il II Corpo d’Armata, di circa 40.000 uomini, comandato dal generale Alberico Albricci, che combatté in luglio nella seconda battaglia della Marna o battaglia di Bligny, riuscendo a bloccare l’offensiva su Epernay, occupando poi Soissons, partecipando in ottobre alla riconquista dello Chemin des Dames ed all’offensiva finale fino alla Mosa. Epici momenti, decisivi per l’esito della guerra, di cui lasciò testimonianza lo scrittore Curzio Malaparte che li visse da sottotenente volontario degli arditi e che meritarono l’elogio e la gratitudine del generale Pétain. Gravi le nostre perdite: oltre 4000 feriti e 5450 morti. Gran parte di essi, oltre ad una sessantina di garibaldini, riposano nel cimitero militare italiano eretto nel 1931 sulla collina di Bligny. In buona parte essi sono identificati; tra loro quarantatrè sono veronesi; di questi, otto sono alpini o artiglieri alpini: Luigi Baroni di Gennaro, classe 1891, di Illasi; Riccardo Bonetti di Giuseppe, classe 1888, di Lavagno; Giovanni Battista Cappelletti di Domenico, classe 1886, di Selva di Progno; Giuseppe Fiocco di Luigi, classe 1892, di Tregnago; Celestino Fraccaroli di Francesco, di Sona; Marco Peloso di Antonio, classe 1893, di Selva di Progno; Riccardo Solfa di Ognibene, classe 1884, di Mezzane di Sotto; Luciano Stocchero di Celestino, classe1897, di Velo. A tutti un mesto, commosso ricordo.

Vasco Senatore Gondola.

(Silvio Pozzani, I garibaldini nella foresta delle Argonne, “Camicia rossa”, A. XXIV, n.2; AA.VV., La Guerra delle Nazioni 1914-1918, Treves, 1931; Camillo Marabini, La rossa avanguardia dell’Argonna. Diario di un garibaldino alla guerra franco-tedesca (1914-15), Roma [1915?]; consmetz.esteri.it, I caduti italiani in Guerra in terra di Francia,14.02.2006; P.Baroni, Gli eroi di Bligny, Milano 2012.)

"Sono entrata nel campo profughi e ho smesso di essere bambina, non sono stata più capace di giocare". Marina Smaila.

Inoccasione della giornata del ricordo Valeggio sul Mincio ospita Marina Smaila, esule fiumana dell' ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia).

Sarà presente anche Gualtiero Manganotto Vice Presidente della  ANVGD

Martedì 11 Febbraio 2020 alle ore 20.30 presso la baita degli alpini di Valeggio sul Mincio in via Baden Powell.

 

“La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini” (Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern)

Il 16 gennaio 1943 viene diramato l'ordine di ripiegamento del Battaglione Verona n. 130/Op. Fu l'ultimo ordine scritto emanato in Russia dal Comando del Verona.
Il 17 gennaio inizia il ripiegamento delle truppe italiane sul fronte orientale: per l’ARMIR è la dolorosa ritirata di Russia. In 10 giorni i soldati percorreranno 120km a piedi nella neve, in condizioni climatiche atroci.

Romolo Ragnoli, reduce del Battaglione Verona, così scrive: "Il giorno 16 gennaio ricevo dal Comando di Battaglione il preavviso di ripiegamento su nuove posizioni che dovrebbero costituire una nuova difesa a Nord di Podgornoje. Questo ordine mi svela in tutto il suo tragico significato i motivi dell'agire degli ungheresi. Ore 12 del 17 gennaio. Il preavviso diventa esecutivo: ripiegare lasciando sulla linea un velo di copertura costituito da tre plotoni (uno per ciascuna delle tre compagnie) al comando di tre Ufficiali subalterni, distruggere i materiali ed il munizionamento non trasportabile. Ore 17.30 del 17 gennaio. Inizio del ripiegamento. Povero Verona tra due giorni salirai il tuo Calvario, per consumare il tuo Sacrificio! Dopo pochi chilometri inizia il rito di passione. La morsa del gelo, resa ancor più rigida da un vento impetuoso che fa penetrare la polvere di neve in tutte le pieghe più recondite del corpo, la marcia estenuante nella neve, la paura, la disperazione che per i più deboli si avvicina ai confini della follia, il buio infinito in cui sembrano cadute le nostre esistenze, fanno le prime vittime. Gli alpini che cadono non fai in tempo a rialzarli. Sono già un pezzo di ghiaccio. Non puoi nemmeno riporli in una fossa perchè la terra si rifiuta di accoglierli. Solo la neve ha compassione di loro e li copre del suo manto grigio. Addio amici!" . (tratto dal libro "Battaglione Verona- Cimì")

Prevenzione e cura dei tumori femminili in Benin (Africa)

Sabato sera 23 Novembre 2019 ci siamo trovati assai numerosi presso la Baita del Gruppo Alpini di Lugagnano di Sona. Con la loro proverbiale ospitalità, gli alpini ci hanno accolti per una serata di presentazione di un progetto sanitario a scopo benefico, promosso ancora lo scorso anno 2018, presso l’ospedale di Bembèrèkè (Benin) in Africa Occidentale, su iniziativa della ginecologa Dr.ssa Paola Pomini di Verona. Finalità della serata, da parte della Dr.ssa Pomini e di alcuni suoi collaboratori, era di proiettare e illustrare un breve video che desse l’idea del notevole stato di precarietà sociale e sanitaria del Progetto che stanno accompagnando, con la novità per questo Dicembre 2019 di programmare un secondo intervento, sempre a titolo di puro volontariato, di circa dieci giorni. All’ospedale di Bembèrèkè li stanno aspettando a braccia aperte, soprattutto le donne a rischio di tumori genitali. Ciò detto, la serata di Sabato 23 novembre è stata una occasione provvidenziale per raccogliere fondi tra i presenti, che consentano il viaggio della squadra di quest’anno e l’approvvigionamento di farmaci e attrezzature sanitarie indispensabili. A conclusione dell’incontro, conoscenti e simpatizzanti hanno potuto intrattenersi e dialogare amichevolmente con la Dr.ssa Paola Pomini e anche con i colleghi e collaboratori che andranno questa volta con lei o la appoggeranno qui da Verona: Dr. Davide Lombardi, Dr. Luca Bertolaso, Dr. Andrea Lupi, Dr.ssa Stefania Marocco e la coordinatrice Anna Rosa Fioretta. Al rientro dal loro viaggio di solidarietà nel Benin, contiamo di parlare con i nostri compaesani di Lugagnano che hanno promosso il sostegno a questo Progetto, per essere informati degli esiti ottenuti. I sostenitori del Progetto Sanitario del Benin.

Ritorno nella terra delle Aquile

Sabato 22 giugno 2019 il gruppo legato alla missione in Albania per la ristrutturazione del ponte sul fiume Kiri è ritornato a Scutari per mettere una targa in ricordo di quanto fatto nel giugno del 2018. La comitiva formata da Ferrari Giglio, Luca Cordioli, Ilario Bombieri, Ilario Peraro, Umberto Zanon, Fiore Costantino, Fortunato Gastaldelli e Fausto Mazzi, è partita dall’aeroporto di Villafranca con il volo delle 14,25 diretto a Tirana; all’arrivo ad attenderci abbiamo trovato suor Bardha e suor Fatjona, sono stati momenti di vera commozione con le sorelle, suffragati da un abbraccio intenso a conferma del grande legame. Ma il motivo più importante di quel fine settimana è stata la visita all’associazione “PROGETTO SPERANZA” di Scutari che ha il compito di assistere 60 casi di disabilità diverse, comprendente ragazzi abbandonati e con deficit psichici.

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Il sacrario militare di Verona, all’interno del cimitero monumentale, apre le porte alla città. Ogni secondo fine settimana del mese, a partire da oggi, il sabato e la domenica dalle 9 alle 18 (le 17 in inverno), il monumento che custodisce le spoglie di 3.915 caduti della Grande Guerra sarà visitabile a chiunque voglia riscoprire questo luogo di memoria e conoscere la storia e le storie legate alla vita e alla morte di migliaia di giovani soldati, non solo veronesi.

L’apertura è resa possibile grazie ad un protocollo d’intesa siglato tra il Commissariato generale per le onoranze ai caduti e l’ANA nazionale.

“Questo nuovo impegno ci riempie di orgoglio. Il sacrario militare di Verona è un luogo che merita di essere riscoperto. Dagli studenti e dalle scolaresche che studiano questo periodo storico ma non solo. Il nostro obiettivo è far conoscere a tutti il sacrificio dei nostri soldati e commemorarli. Dopo tanti anni, finalmente, iniziamo con l’apertura continuativa del sito: per ora è fissata a due giorni al mese ma a seconda delle richieste valuteremo come e quando implementare l’offerta”, spiega il presidente dell’ANA Verona Luciano Bertagnoli presentando l’iniziativa.

“Ministero della Difesa e Commissariato generale per le onoranze ai caduti, Comune e partecipate, Associazione nazionale alpini  hanno operato in sinergia per valorizzare questo luogo sacro e i nostri caduti, per fare memoria e tenere aperto un monumento che altrimenti sarebbe accessibile solo a seguito di specifiche richieste”, plaude il tenente colonnello  Giuseppe Margoni del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. Luoghi di raccoglimento e commemorazione, i cimiteri e sacrari militari in Italia sono circa 1.400, complessivamente 1.700 in tutto il mondo. E si tratta di spazi che ancora oggi, a distanza di decenni, ancora accolgono nuove spoglie che riemergono dai terreni di battaglia. Da inizio anno, solo sull’altopiano di Asiago, a fronte di lavori o anche di semplici escursioni, la terra ha restituito i resti di sei soldati della Grande Guerra. “È nostro compito prenderli in carico, fare rientrare le salme che ancora emergono all’estero, in Russia ma non solo. E dare loro degna sepoltura con gli onori militari”, spiega Margoni.

Gli alpini volontari dell’ANA Verona si alterneranno al Sacrario Militare anche per custodirlo e curarne la manutenzione ordinaria e saranno presenti con materiale informativo durante l'apertura. Il centro studi dell’ANA Verona, presieduto da Giorgio Sartori, è da anni in prima linea nella riscoperta dell’immenso patrimonio storico e umano che il sito rappresenta. Grazie a queste ricerche, “oggi di quei nomi e cognomi incisi sulle lapidi conosciamo anche paternità, luogo e data di nascita, reparto di appartenenza, luogo e data di morte di quei soldati. Il censimento ha certificato come la prima causa di morte non sia stata la battaglia in sé, quanto le epidemie dovute a condizioni di vita estreme. L'87% delle circa 4mila vittime ricordate al Sacrario Militare, sono infatti decedute a causa di malattie nei vari ospedali e ospedaletti da campo allestiti tra città e provincia”, ricorda Sartori.

Serata culturale presso la sede del gruppo alpini di Lugagnao Giovediì 19 Settembre ore 20.30

Via Caduti del Lavoro, 4

Il Gen. Maurizio Lazzaro de Castiglioni

Ingresso gratuito.

UN ALPINO DALLA GUERRA DI LIBIA ALLA GUERRA FREDDA
Conduce la serata: Ten. Col. Massimo Beccati

INFO: 045 984396  www.analugagnanovr.it email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Al termine della serata il Gruppo Alpini offrirà un gustoso piatto a tutti i presenti

Sezione di Verona
Gruppo Lugagnano

Associazione Museo Storico
"Baita Monte Baldo" Con il patrocinio del Comune di Sona

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In Gran Guardia “essere nemici”, lo spettacolo di musica e parole dedicato a Vittorio Bozzini, alpino reduce di russia e autore di “neve rossa”, nel decennale della morte.

Uno sfondo scuro su cui risaltavano le luci del Tricolore. Le voci calde del coro degli alpini, le note a tratti vivaci, a tratti dure dell’orchestra, passi di danza popolare e le parole toccanti dei brani più intensi di “Neve Rossa” di Vittorio Bozzini, a perenne ricordo della tragedia di Nikolajevka. Nel decennale della morte, l’ANA Verona e la città hanno voluto rendere a Bozzini con lo spettacolo di musica e parole – le sue, intense e talvolta strazianti ma mai banali – “Eravamo Nemici”, che ieri sera ha visto alternarsi sul palco oltre una trentina di artisti, diretti dal Maestro Vladimir Belonojkine, direttore artistico dello spettacolo nonché fondatore dell’associazione culturale “Vittorio Bozzini” Bella Musica.

Per celebrare l’alpino, il reduce di Russia nonché lo scrittore, preside e sindaco di Lazise Bozzini, l’evento ha arruolato le più belle melodie russe e italiane del tempo della seconda guerra mondiale per commemorare anche i molti giovani che sono partiti per quel fronte insidioso e gelido senza fare ritorno.

Sul palco si sono esibiti le voci del coro di Costabella dirette dal maestro Stefano Rigo, le ballerine in costumi tradizionali della compagnia Russiyana e i musicisti della Dixiebell Orchestra. La lettura di alcune pagine di “Neve Rossa” è stata invece affidata all’attore Michelangelo Brunelli.

“Nel decennale della morte di Bozzini, la sezione di Verona e gli alpini tutti hanno voluto ricordare l’Uomo e l’Alpino. Chi ha conosciuto Vittorio l’ha poi amato per il suo impeto, per il suo carisma, e per la sua passione alpina”, ha commentato il presidente dell’ANA Verona Luciano Bertagnoli seduto in platea a fianco dell’assessore al Decentramento Marco Padovani. “La nostra esistenza nell’ANA è merito di chi ci ha preceduto, e riteniamo di averne colto lo spirito e l’ardore. Nel tragico vissuto di Bozzini, possiamo ancora una volta comprendere la sofferenza, il dolore, e il valore degli affetti umani, ma possiamo anche carpirne l’essenza e lo slancio, per  coltivare sempre la memoria, ed essere veramente degni dei nostri avi”, ha aggiunto Bertagnoli.

“Non è facile parlare di mio papà Vittorio ma la sua personalità è rimasta nel cuore di chi lo ha conosciuto apprezzandone la bontà d’animo, l’attaccamento ai valori e alla sacralità della famiglia. Inoltre la devozione per tutti gli alpini che non sono più tornati a “baita””, ha ricordato la figlia Elena.

Bozzini partì per il fronte russo appena ventenne, nel luglio del ’42, inquadrato nella Divisione Alpina “Tridentina”, 5° Reggimento Alpini, Battaglione “Edolo”, 52ma Compagnia, al comando di una squadra di assaltatori. Il 19 gennaio 1943, in uno scontro a fuoco presso Scororib, rimase ferito ad una gamba e il successivo 2 febbraio, nella periferia di Karkov, fu catturato dai russi. Trascorse interminabili e dolorosi mesi di prigionia, per più di tre anni costretto a lavorare in condizioni disumane, nei campi di cotone, al sud della Russia, e nelle miniere di carbone in Siberia. Riuscì a riuscì a sopravvivere e fece infine ritorno in Italia: era il 31 Marzo 1946 quando giunse a Lazise. Nel’ 61 gli venne conferita la Croce al merito di guerra. Fu scrittore, poeta, docente e preside della Scuola Media Statale “Nazario Sauro” di Lazise, sindaco di Lazise dal ’64 al ’70 e il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, lo nominò Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica.

In occasione dello spettacolo-evento “Eravamo nemici”, patrocinato dal Comune di Verona, l’ANA Verona ha fatto ristampare il libro “Neve rossa”.

Le celebrazioni per il decennale della scomparsa sono proseguite a Lazise dove è stata intitolata a Bozzini una piazzetta.

I ragazzi delle scuole medie, una visita gratificante!

Una sfida per il nostro museo, al giorno d’oggi, è quella di attirare gli adolescenti. Essi hanno bisogno di attenzioni particolari, apposite metodologie, azioni didattiche mirate, per questo motivo noi alpini offriamo visite guidate concordate con gli insegnanti su argomentazioni e programmi con loro condivisi. Nel mese di aprile due classi della terza media della Scuola Anna Frank, accompagnate da alcuni insegnanti, sono venute a far visita al nostro Museo. I ragazzi hanno trascorso circa due ore della loro mattinata, ore in cui hanno potuto ammirare i reperti di un mondo istruttivo, e grazie anche al nostro aiuto hanno potuto scoprire nozioni e curiosità a loro sconosciute. In particolar modo ad attrarre i ragazzi sono stati i reperti bellici e le radio militari, mentre le ragazze hanno preferito la zona ove sono raggruppati gli attrezzi agricoli, la parte con oggetti della vecchia chiesa e le vetrine dedicate alle macchine da cucire di un tempo. La visita al museo ha rappresentato per i ragazzi un’ottima occasione per trascorrere un po’ del loro tempo in modo istruttivo, l’ambiente museale ha offerto un’esperienza di apprendimento ed approfondimento di materie spesso a loro sconosciute e diverse dall’abitudinario scolastico, alcuni di loro si sono promessi di ripetere la visita al museo con le proprie famiglie. Sarebbe importante per i ragazzi visitare il museo con i propri cari, con genitori e nonni che si trasformerebbero in formidabili guide nel riscoprire le cose che avevano conosciuto da giovani nella convinzione che fossero andate perdute.  Albino Turata

VERONA – Palazzo della Gran Guardia Sabato 22 Giugno  (ore 21,00) - Gli alpini ricordano Vittorio Trento Bozzini (entrata libera)

E' andato avanti il 19 aprile del 2009. A 10 anni di distanza gli alpini della sezione ANA Verona vogliono ricordare con lui, tutti i reduci della Campagna di Russia.

Vittorio Bozzini ,“El Trento”, era nato il 4 dicembre 1921 e fu uno dei pochi alpini che riuscirono a tornare “a baita” dopo la tremenda tragedia di Nikolajewka. Alpino del 5°, fu fatto prigioniero dai russi nel febbraio 1943.

Lo salvarono la sua tenacia, la pietà delle donne ucraine, la Speranza e la Fede in Dio, cui non mollò mai, ed il pensiero della mamma.

Ha raccontato la sua prigionia, il suo destino, la traversie impossibili della sua esistenza fra i ghiacci e la temperatura e meno -40 gradi, fra le miniere ucraine ed i còlcos siberiani nel libro Neve Rossa.

Ma Vittorio Bozzini è stato sindaco nella sua Lazise e preside della locale Scuola media, uno dei fondatori della sezione Avis per la donazione del sangue.

Nel decennale della morte di Vittorio Bozzini la sezione di Verona e gli alpini tutti desiderano ricordare l’Uomo e l’Alpino. Vittorio, chi l’ha conosciuto l’ha poi amato per il suo impeto, per il suo carisma, e per la sua passione alpina. La nostra esistenza nell’ANA è merito di chi ci ha preceduto, e riteniamo di averne colto lo spirito e l’ardore. Nel tragico vissuto di Bozzini, possiamo ancora una volta comprendere la sofferenza,il dolore, e il valore degli affetti umani, ma possiamo anche carpirne l’essenza e lo slancio, per coltivare sempre la memoria, ed essere veramente degni dei nostri avi.

Il presidente sez. ANA Verona
Luciano Bertagnoli

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(Fonte: L'Arena.it) "Il Milite non più ignoto": vincono gli alunni di Erbezzo

Hanno raccontato nei pochi minuti del video «In memoria di..» la vita degli alpini nella grande guerra e nel gioco delle trasposizioni fra la storia e l’attualità, sono entrati a pieno titolo da protagonisti i piccoli alunni della scuola primaria di Erbezzo, vincendo i 500 euro messi in palio dal concorso nazionale «Il milite non più ignoto», promosso dall’Associazione nazionale alpini in collaborazione con il ministero della difesa.

Nella cerimonia di consegna, svoltasi nel teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova, oltre ai sindaci Lucio Campedelli e Claudio Melotti, c’erano il presidente di Ana Verona Luciano Bertagnoli, il vicario nazionale Alfonsino Ercole e i dirigenti scolastici di Bosco Chiesanuova Alessio Perpolli e dell’Istituto Cangrande Sara Agostini, perché anche gli studenti della scuola superiore hanno mostrato il video del lavoro di rilievo delle trincee della Lessinia condotto sotto la guida del professore Aldo Romanelli e dell’ideatore del loro recupero Flavio Melotti. I canti del coro La Sengia della Lessinia di Stallavena e la presenza del gruppo storico del battaglione Verona con il gagliardetto della sezione hanno dato solennità all’evento.

L’insegnante Barbara Massella, a nome di tutti i colleghi, si è detta emozionata ed orgogliosa del lavoro svolto insieme ai bambini, un viaggio alla ricerca della memoria, partito da un questionario che gli alunni hanno affidato a genitori e nonni e che ha portato allo scoperto informazioni, lettere, oggetti, sui quali è stato facile costruire una storia su tematiche anche impegnative, in una continua trasposizione fra il presente e il passato, in cui i giovanissimi studenti sono diventati artefici in prima persona della cultura della memoria. V.Z.

https://www.larena.it/territori/lessinia/erbezzo/il-milite-non-pi%C3%B9-ignoto-vincono-gli-alunni-di-erbezzo-1.7339933

http://video.larena.it/video-server/media/video/175401.mp4

 

 

Arturo Andreoletti: storia di un uomo, storia dell’Ana
Tra le iniziative culturali di avvicinamento alla 92 a Adunata, dedicata al Centenario della fondazione dell’Associazione Nazionale Alpini, non poteva mancare la presentazione del libro intitolato al suo fondatore, il 7 maggio a Palazzo Marino. Fresco di stampa e con un suggestivo corredo di immagini in bianco e nero e a colori, il volume ARTURO ANDREOLETTI 1884-1977, pubblicato da Nomos Edizioni e promosso dal Museo del Risorgimento di Milano, è disponibile in libreria e online. Prezzo scontato per i soci Ana. E’ stato un gran lavoro ricostruire la figura carismatica ma anche complessa e sfaccettata di Arturo Andreoletti capitano degli Alpini, pioniere dell’esplorazione alpinistica, grande esperto dell’ambiente dolomitico, appassionato di fotografia, pluridecorato e fondatore dell’Ana- ma il risultato è eccezionale: il prestigioso volume fotografico ARTURO ANDREOLETTI 1884-1977, di 224 pagine, fortemente voluto dal Museo del Risorgimento di Milano e appena pubblicato da Nomos Edizioni, proprio nel Centenario dell’Associazione Nazionale Alpini. Il libro, accurato ed esaustivo, vuole presentare –sottolinea il Comune di Milano- Arturo Andreoletti non solo come Alpino, ma anche come impiegato della ragioneria municipale, fervente promotore dell’Archivio della Guerra presso il Museo del Risorgimento di Milano nel primo dopoguerra, capo di gabinetto del podestà di Milano nel biennio 1928-1929, personalità di rilievo nell’attività di finanziamento del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia tra il 1943 e il 1945, industriale di successo presso grandi aziende come S.N.I.A. Viscosa, nonché medaglia d’oro di benemerenza del Comune di Milano. Realizzato grazie a una rigorosa e approfondita ricerca condotta sulla base dei documenti inediti conservati negli archivi delle Civiche Raccolte Storiche di Milano e dell’Associazione Nazionale Alpini, è impreziosito da uno straordinario corredo iconografico, che comprende anche le spettacolari vedute dolomitiche scattate dallo stesso Andreoletti e che restituisce allo stesso tempo la suggestione dei luoghi e la memoria viva dei protagonisti. Il fondo fotografico, composto da oltre 1100 opere, è stato oggetto nel 2018 di un intervento di studio, digitalizzazione e catalogazione finalizzato alla consultazione on line sul portale fotografieincomune. Il volume, curato da Saverio Almini, ospita i contributi di Gregorio Taccola e Andrea Bianchi e le testimonianze di Orazio Andrich, Andrea Bianchi e Mariolina Cattaneo. Il volume -in vendita nelle librerie e online al prezzo di 24,90 euro (sconto per i soci Ana)- verrà presentato ufficialmente martedì 7 maggio, alle ore 17, nella Sala Alessi di Palazzo Marino (piazza della Scala, 2), alla presenza degli autori. Interverranno Filippo Del Corno (assessore alla Cultura), Mario Vanni (capo di gabinetto del Sindaco), Claudio A. M. Salsi (direttore Area Soprintendenza Castello Musei Archeologici e Musei Storici), Sebastiano Favero (presidente Associazione Nazionale Alpini) e Saverio Almini (curatore del volume).

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