Il Piave mormorò...

Sabato 3 Novembre presso la baita degli alpini di Colognola ai Colli, a chiusura delle commemorazioni per il centenario dalla fine della Grande Guerra, verrà proiettato il film: "Il Piave mormorò..." di Angelo Rizzoli.Il film comincia dall'intervento in guerra dell'Italia (1914) per passare poi in rassegna i fatti più drammatici del lungo conflitto: Montenero, San Michele, Carso, Adamello, Gorizia, Podgora, Trentino, ecc. Seguono poi alcune sequenze dedicate alla traversata dell'Isonzo, quindi l'entrata in Gorizia, la guerra in Cadore, la battaglia della Bainsizza, la rotta di Caporetto, la ritirata sul Piave ed i successivi fatti d'arme, fino alla vittoriosa conclusione di Vittorio Veneto. Non mancano inserti dedicati, oltre che alle truppe di terra, all'attività bellica della marina e dell'aviazione. 

"1918: Dalla riscossa alla vittoria”

Commemorazioni prima Guerra Mondiale 2014/20 18

Venerdì 2 Novembre ore 21.00 presso la Chiesa di San Rocco - Quinzano verrà presentata la documentazione storica: "1918: Dalla riscossa alla vittoria" a cura del Ten.Col. Massimo Beccati, di Silvano Lugoboni dell’ Archivio di Stato di Verona e dal Coro Stella Alpina.

Sabato 3 Novembre commemorazione presso i monumenti ai caduti di Quinzano ore 18.45, Avesa ore 19.00 ritrovo ore 18.50 in baita e Parona ore 19.00, Domenica 4 Novembre ore 8.45 Alzabandiera e Commemorazione Piazza Vittorio Veneto - Borgo Trento, a cura dei Gruppi Alpini di Avesa, Parona, Valdonega e Verona Centro

Concerto corale con i canti di Bepi De Marzi organizzato dal gruppo alpini di Marcellise.

Il concerto corale verrà eseguito dal coro scaligero dell’Alpe e presentato dall’Autore Bepi De Marzi, nella Chiesa della Cattedra di San Pietro - Marcellise (VR)  Sabato 24 Novembre 2018 - ore 20,45

D - Day

Il gruppo alpini di Valeggio sul Mincio, in collaborazione con il comitato di gestione della Biblioteca, organizza una serata stotico/culturale, Venerdì 12 Ottobre 2018 - ore 20.45

Baita degli Alpini di Valeggio s.M. Via Baden Powel Ingresso gratuito

Il primo e unico documentario sulla presenza degli Italiani al D-Day - Un documentario creato, scritto e diretto da Mauro Vittorio Quattrina. Sarà presente l'autore.

Giornata in Grigio Verde

Domenica 9 Settembre ritorna l'annuale appuntamento con la storia, per rivivere la storia in una giornata in Grigio-Verde.

10.00 - Arrivo rievocatori in sfilata con divise d'epoca

dalle 10.30 alle 13.00 - VITA DI TRINCEA, con visite guidate all'interno del caposaldo di Malga Pidocchio e relativo sistema difensivo

12.30 - Rancio in trincea per i rievocatori

Dalle 14.30 alle 16.00 - VITA DI TRINCEA, con visite guidate all'interno del caposaldo di Malga Pidocchio e relativo sistema difensivo

All'interno del caposaldo saranno allestite delle piccole mostre dedicate con materiale originale dell'epoca, un posto comando ed un piccolo ospedale da campo illustrato da personale in divisa.

Dopo cento anni, qualcuno può portare un fiore sulle loro tombe. I parenti non sapevano dove fossero sepolti i bisnonni e i prozii caduti sul fronte della Grande Guerra nel 1917 tra cima Neutra e monte Cimone, sulle alture vicentine sopra il Comune di Arsiero. Ma una ricerca incrociata, tra i recuperanti del posto e il centro studi Ana di Verona ha permesso di ricostruire le loro storie e di portare sulle tombe di quei giovani i parenti di oggi. È accaduto alcuni giorni fa, al cimitero di cima Neutra. Un ex cimiterino di guerra inghiottito dalla natura che ha fatto il suo corso riparando le ferite della terra martoriata dalle deflagrazioni di quell’immane conflitto. Una sessantina di volontari hanno cercato quel luogo sepolto e scomparso nella vegetazione, lo hanno riportato alla luce, hanno ripristinato le croci che indicavano i luoghi di sepoltura dei soldati che al termine del conflitto furono traslati nel cimitero di Arsiero. Seicento ore di lavori condotti da Manuel Grotto, e l’ex cimitero è riemerso. E durante quella fatica è spuntato un cippo. Portava i dati di un soldato veronese del Sesto Alpini. I recuperanti hanno avvisato il centro studi Ana di Verona, di via del Pontiere, coordinato da Giorgio Sartori, che elaborando il lavoro di ricerca in questi anni condotto da Lucia Zampieri, lo storico Dario Graziani e Luciano Stocco, ha avvisato gli «archeologi» della Grande Guerra che gli Alpini del Sesto lassù erano 16, di cui 9 veronesi. I recuperanti hanno scavato ancora, riportando alla luce altri due cippi, riaprendo così la storia di Marino Zoppi, Pietro Speri e Agostino Bennati. Tra le pietre tombali c’era anche un cippo dedicato al 6° reggimento Alpini. Il ruolo del centro studi è stato determinante non solo nel ricostruire gli ultimi istanti di vita di quei soldati, ma anche per ritrovarne i parenti oggi, che avevano cercato invano i loro cari, girando di sacrario in sacrario, e che, con i recuperanti vicentini e gli alpini veronesi, sono saliti a cima Neutra dove, in una accorata cerimonia, hanno potuto ricordare i loro cari e poi raggiungerne le tombe: Zoppi e Bennati ad Arsiero ne hanno una individuale, probabilmente perché fu trovata la targhetta di riconoscimento. Gli altri sono sepolti nel sacrario collettivo. I tre sono appunto Agostino Bennati, del battaglione Val d’Adige e di Cazzano di Tramigna, alpino telefonista del quale oggi un pronipote porta il nome; il sergente Marino Zoppi, medaglia d’argento al valore militare, del battaglione Val d’Adige, nato a Monteforte d’Alpone, e di pari corpo e grado, di Pietro Speri, nativo di Negrar. Furono tre delle 150 vittime delle audaci azioni intraprese fra l’estate del 1916 e 1917 per respingere, dalle alture vicentine, l’offensiva austriaca e per riprendere monte Cimone. Lassù furono sepolti con altri sei veronesi. I sergenti Zoppi e Speri muoiono insieme il 30 giugno 1917 a località Redentore sul monte Cimone, entrambi medaglia d’argento al valor militare perché - addetti alla sezione mitragliatrice – per meglio colpire un riflettore nemico, si offrono volontari per trasportare l’arma in un luogo battuto dall’artiglieria nemica. Bennati, già ferito nel 1915 a malga Zures (altro luogo simbolo per gli alpini del Sesto), muore in località Cismon, sulle alture vicentine, il 3 agosto 1917. Ma lassù resta anche Battista Zanolli (nato nel 1893) di Bussolengo che cade a quota 1036 del Cimone vittima dello scoppio di una spoletta sotto un’intensa pioggia di artiglieria il 4 giugno 1917; cinque giorni dopo, mentre trasporta il rancio della mattina, lungo un camminamento che da cima Neutra porta al posto avanzato della sua compagnia, Ettore Marzari (1882) di Garda è ferito da un colpo di fucile e muore all’ospedaletto 09. Francesco Righetti (1891) di Marano, il 26 giugno 1917, chiude gli occhi nell’ospedale da campo 08 per le ferite riportate in combattimento. La vita di Giacomo Maccagnan(1897) di Bosco Chiesanuova è recisa dallo scoppio di alcune bombarde a Cason Brusà il 20 luglio dello stesso anno. Quattro giorni dopo cade Matteo Baltieri (1887) di Badia Calavena, a quota1056. Il 26 luglio, infine, lo raggiunge Domenico Bertaiola (1893) di Valeggio che spira all’ospedale da campo Sant’Orso ferito in assalto. Ora si può portare loro un fiore, negato dal tempo e recuperato grazie ai cinque anni di commemorazioni della Grande guerra e alla generosità di volontari che hanno restituito un posto nella storia alle loro storie.

Galleria immagini

View the embedded image gallery online at:
https://www.anaverona.it/cultura#sigProIde11132749d

"Oltre la Grande Guerra...e oggi?"

All'Accademia dell'Agricoltura e delle Scienze, importante convegno organizzato in collaborazione con la Sezione Ana Verona, gli illustri relatori Paolo Volpato, il generale di Corpo d' Armata Amedeo Sperotto, il giornalista Stefano Verzè moderati dal professore e direttore de "Il Montebaldo" Vasco Senatore Gondola sul tema "Oltre la Grande Guerra...e oggi?"

Giornata con il gruppo “Primavera”

in Novembre si è tenuto il tradizionale appuntamento con il gruppo “Primavera“, ormai punto fermo del nostro calendario associativo e siamo orgogliosi di aver ospitato nella nostra baita un’associazione che considero una della più importanti della nostra comunità. Per noi alpini è stato un momento di riflessione, di verifica, ma aggiungo anche un dovere rimanere vicini ai nostri amici e a tutti i volontari facendo loro trascorrere un pomeriggio diverso, dove i ragazzi diventano i primi attori. Sicuramente per noi alpini è un valore aggiunto che consente una maggiore partecipazione alle attività sociali del gruppo. Un caloroso ringraziamento mi sento di rivolgerlo al presidente Stefano Zanoni e a tutti i volontari del gruppo Primavera che occupano le loro ore libere al sostegno di queste persone, compito difficile ma direi anche professionale, capaci di unirsi per affrontare un problema comune. Alla festa ha partecipato anche Don Pietro e alcune suore; numerose le testimonianze, come lettere e disegni dei ragazzi verso il nostro mondo alpino, alcune di queste molto forti anche dal punto di vista emotivo, la giornata si è conclusa con alcune cante alpine cantate assieme e nello spirito che anima la nostra associazione. Grazie Stefano e a tutti i volontari con un arrivederci a novembre. scarica il notiziario

Il gruppo alpini di Lugagnano organizza la serata culturale con la presentazione del documentario del regista e storico Mauro Vittorio Quattrina: "D-Day Lo Sbarco in Normandia, noi Italiani c'eravamo", Mercoledì 6 Giugno ore 20.45 presso la sede del gruppo alpini in Via Caduti del Lavoro,4 a Lugagnano.

Il gruppo alpini di Illasi e il Comune di Illasi organizzano per il 90° anno di fondazione la presentazione del documentario "D-Day lo sbarco in Normandia, noi Italiani c'eravamo" di Mauro Vittorio Quattrina. Sarà presente il regista.

Venerdì 27 Aprile alle ore 20.30 presso il giardino musicale di Illasi.

https://d-daynoiitalianiceravamo.jimdo.com/

 

In occasione del 70°anniversario di fondazione, il gruppo alpini Marcellise ha organizzato la serata culturale dal titolo: "PER NON DIMENTICARE ",

il giorno 16 marzo alle ore 21.00 presso il teatro E. PERONI in San Martino Buon Albergo.

 

Serata culturale presso la sede degli alpini di Lugagnano Giovedì 22 Marzo 2018 Ore 20.45 Baita Alpini di Lugagnano Via Caduti del Lavoro, 4

Dispersi e caduti del comune di Sona sul fronte russo 1941-1943

Relatori: Silvano Lugoboni (Archivio di Stato di Verona), Renato Salvei (Storico)

Una statua che parla. E che racconta la storia e il dramma di un intero paese. Una comunità che ha visto i suoi giovani partire per il fronte e non li ha più visti tornare. Perché dietro agli elenchi di nomi incisi nel marmo delle lapidi, si nascondono vite di intere famiglie travolte dal dramma di una guerra. Anzi, della Grande Guerra.

Proprio come hanno dimostrato gli alunni della scuola media dell'Istituto Comprensivo di Mozzecane, vincitori regionali del concorso «Il milite non più ignoto» organizzato dall'Associazione Nazionale Alpini in occasione del Centenario del conflitto mondiale. Gli studenti delle classi terze dell'anno scolastico 2016/2017, coordinati dalla professoressa Maria Scattolini, hanno deciso di partecipare presentando un progetto innovativo di ricerca e studio del monumento ai caduti di via Montanari, proprio di fronte alla chiesa del paese. 
E questa mattina, in teatro, sono stati premiati dal presidente sezionale dell'Ana Verona Luciano Bertagnoli che ha consegnato alla scuola un assegno da 500 euro. «Siamo veramente orgogliosi di poter premiare una scuola veronese - ha detto Bertagnoli -.L'obiettivo è quello di costruire un continuo e incessante dialogo con le scuole e gli alunni per portare alla luce la nostra Storia. Posso dire con orgoglio che in questi anni stanno emergendo lavori molto interessanti grazie a un'attenta analisi dei monumenti presenti sul nostro territorio. E mi auguro che questo risultato ottenuto dai ragazzi della scuola di Mozzecane sia da esempio agli altri istituti della nostra provincia che desiderino intraprendere questa sfida». Il prossimo bando, infatti, scade il 31 marzo ed è possibile ancora presentare i progetti collegandosi al sito internet www.milite.ana.it.

A Verona, il Centro Studi della sezione Ana presieduto da Giorgio Sartori è a disposizione per assistere professori e ragazzi nel lavoro di ricerca.
«Non sapevamo nulla e pochi giorni fa siamo stati avvisati della vittoria - ha rivelato la professoressa Scattolini -. L'idea di partecipare al concorso era nata in occasione delle celebrazioni del 4 Novembre 2016, quando il gruppo alpini di Mozzecane ci ha consegnato un depliant dell'iniziativa. Spesso purtroppo i monumenti ai caduti rischiano di restare "invisibili" agli occhi dei più giovani. Noi ci siamo posti la domanda di come riuscire a ricostruire un racconto collettivo partendo da un elenco di nomi presenti sul monumento».

Grazie all'aiuto di Giuseppe Ruffini, «memoria storica» del paese, studenti e professori hanno iniziato a cercare notizie su quelle persone partite da Mozzecane per combattere e mai più tornate a casa. «Abbiamo recuperato materiale storico come medaglie e lettere, ma le cose più interessanti sono emerse dalle interviste fatte dagli alunni ai loro nonni e alle persone anziane del paese» ha proseguito la docente. Inoltre, è stata studiata la storia del monumento in sé, scoprendo anche la poesia letta da una bambina in occasione dell'inaugurazione.

I ragazzi, con la supervisione degli insegnanti Manuela Longhini, Serenella Cordioli, Cristina Faldi, Stefano Zanon e Alessandro Esposito hanno rielaborato artisticamente il monumento con una serie di riproduzioni particolarmente apprezzate dalla giuria dell'ANA Nazionale.

Preti in battaglia

In teoria i cappellani in guerra avrebbero dovuto svolgere la loro opera al sicuro in qualche spiazzo per le celebrazioni religiose, o nei punti di medicazione e negli ospedaletti da campo in attesa che giungessero i feriti. In realtà, invece, per i cappellani il pensiero che ci fossero dei feriti che invocavano soccorso oltre i reticolati e che morivano senza nessuno vicino era insopportabile. Per questo, senza che nessuno l’avesse ordinato, molti di loro fin dall’estate-autunno 1915 non aspettavano l’arrivo delle barelle nei posti di medicazione, ma correvano tra gli scoppi delle granate, avvicinandosi sempre più alla linea di fuoco, lì dove serviva il loro soccorso, l’incitamento ai barellieri, l’organizzazione dello sgombero. Essi, notte o giorno che fosse, fidando nell’abito talare o nella croce cucita sulla divisa, non esitavano ad uscire dalle trincee a recuperare i corpi dei caduti; non esitavano a seguire le truppe all’assalto per poter subito raccogliere i feriti, e salvarli, e assistere i morenti, e salvarli: quei soldati erano giovani che avevano ancora l’ingenuità della gente semplice ed erano abbandonati nella terra di nessuno, assetati, invocanti la mamma. Soccorrerli anche solo per tenere loro la mano e offrire una parola di conforto era rispettare un dovere morale prima che religioso. Il coraggio di questi preti fu eroismo puro e raccontarlo per lo storico Paolo Gaspari è stato adempiere ad un imperativo di civiltà. Da ciò è nato il libro Preti in battaglia, che egli ha scritto con rigore di studioso e passione di italiano”.  V.S.G.

preti in battaglia gaspari

A Verona non mancarono poeti che vissero con passione la Grande Guerra, sia nella fase preparatoria del 1914, caratterizzata dallo scontro tra neutralisti e interventisti, sia durante il conflitto, dando voce a sentimenti di orgoglio nazionale, ma anche di trepidazione e di dolore per i lutti portati dalla guerra. Il pensiero va innanzitutto a Giovanni Ceriotto (1883-1968), che nel primo ventennio del Novecento fu figura di spicco della vita letteraria veronese e del settimanale “El Can da la Scala”, di cui fu direttore nel 1916 e su cui si firmava con lo pseudonimo di “Cericane”. Egli partecipò alla Grande Guerra come tenente del genio pontieri e combattè sul Grappa. Pubblicò in più edizioni, a partire dal 1903, la raccolta “Quaranta sonetti in dialetto veronese”, confluiti in “Poesie veronesi” e in “Nel cor de Verona” nel 1916 (riedite nel 2000). Nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia, il tema patriottico si fece in lui più pressante; il poeta percorse buona parte d’Italia proponendo l’ultima sua opera, “El poema de l’Adese”, un poema pervaso da “patriottismo caldo e impetuoso”e da un “fremito di epopea nazionale”; in esso egli trasformava il Monte Baldo in consapevole testimone del moto di liberazione nazionale iniziato nel Risorgimento sugli spalti mantovani di Belfiore, consacrati dal martirio di Carlo Montanari, e destinato a riportare alla patria italiana Trento e Trieste, “ Avanti Italia, che l’è tera tua! / No te senti che i parla el to dialeto? / No te senti che gusto e che saor / come che ride e siga el puteleto / che el ciama mama e el se taca al cor? / E le done de Trento e de Trieste / che le par quele che gh’è zo a Verona, /…No te senti el parlar a l’italiana, / co la parola che va fin in fondo, / la parola de Dante fresca e sana, / semensa semenada in cao al mondo? /… E zo dal Baldo tuti sti pensieri, / carghi de poesia e de passion, / sercando de ciapar tuti i sentieri / i và sul pian in santa procession”. Ceriotto sostenne con i suoi versi la campagna di raccolta di lana per i soldati italiani (“Lana, lana”), cantò il poeta patriota di Trieste Riccardo Pitteri, pianse con versi commossi le vittime del bombardamento austriaco su Verona che il 14 novembre 1915 provocò innumerevoli morti tra i civili, e seguì le vicende della campana del Grappa salvata sotto i tiri dell’artiglieria nemica, trasportata a Verona ed ivi custodita dal CAI fino al maggio del 1918, quando potè tornare a suonare gioiosa sulla sua montagna. Dopo la guerra Ceriotto partecipò alla campagna antiblasfema e nel 1949 pubblicò “Faville dell’anima”, una serie di racconti edificanti dedicati alla gioventù italiana.

Durante la guerra comparivano sulla stampa con regolarità poesie patriottiche dalla vena più intimistica e riflessiva scritte da un autore anonimo che si nascondeva dietro lo pseudonimo di “Matteo Signorio”; si trattava in realtà di Ferruccio Visentini (1878-1933), un impiegato comunale appassionato di poesia, i cui versi furono pubblicati nella raccolta postuma “Aqua minuda” uscita nel 1934 con la prefazione di Antonio Avena. Oggi nessuno più ricorda questo poeta delicato e sensibile, che invece meriterebbe di essere riscoperto. Di lui vi proponiamo una delle sue poesie più profonde e belle, “I nostri morti”, un toccante e umanissimo omaggio ai nostri ragazzi caduti in guerra, fatto di dolore e di orgoglio a un tempo, che non può non commuoverci anche oggi e che proponiamo come il nostro ricordo del loro sacrificio per la patria italiana.

 

“Vecie campane, che g’avì nel cor

‘na ruda de sospiri e de passione

con tute le promesse del Signor

vecie campane, tanto, tanto bone

sonè … disighe el nostro amor a lori,

disighe tute quante le orassione

più bele al nostro sangue, ai nostri pori

soldadi morti via lontan in guera

e forsi, -Dio lo sa- con quai dolori!

Morti de là de i mari, in altra tera

dopo averse batù sensa paura

come leoni streti a la bandiera,

pieni de gloria e l’anima sicura.

Morti, Italia, par ti … par ti i è ’ndadi

prima del tempo drento in sepoltura:

l’Angelo de l’Amor l’à compagnadi

con ’na bela corona de pensieri,

quel de la Morte via el se i à portadi

e tanti, tanti … Dio! Ma me par ieri

-e gh’era in strucacor tuta Verona-

quando ho visto partir i bersaglieri …

Ne la recia ’na musica me sona,

quela vecia canson ci no la sente?

“vualtri che g’avì la gamba bona …”

Sonè, bone campane! O gente, o gente,

dir de quei morti là, de là dai mari,

poco la val la me parola, gnente …

Par quei ricordi che i g’avea più cari,

con la fede de lori, stessa stessa,

come i santi che gh’emo sui altari

preghemoli … fasendo la promessa,

el giuramento d’esser pronti a tuto

par l’onor de l’Italia, la grandessa

parchè el gran Sogno nol ne sia distruto.  

aquaminuda copertina

La Grande Guerra va ricordata non solo per le vicende militari, ma anche per i drammi che nel corso del suo svolgimento furono vissuti dalle popolazioni civili. Dimenticate a lungo sono state le sofferenze subite dalle popolazioni del Veneto nell’ultimo anno di guerra.

Nell’autunno scorso a Vittorio Veneto il CEDOS (Centro di documentazione storica sulla Grande Guerra) di San Polo di Piave(Treviso) ha organizzato una giornata di studio sui drammi vissuti dalle popolazioni venete sottoposte all’occupazione austro-tedesca dopo la rotta di Caporetto dall’ottobre 1917 all’ottobre 1918, periodo noto come “l’anno della fame”’: un tema questo particolarmente triste, trascurato in passato dalla storiografia ufficiale, ma emerso in anni recenti grazie all’impegno ed alle ricerche di studiosi di valore. A Vittorio Veneto sono intervenuti Paolo Pozzato, Gustavo Corni, Simone Menegaldo, Nicola De Toffol, Lucio De Bortoli, Matteo Ermacora, Aldo Toffoli, Chiara Polita e Alessandro Valenti. In particolare lo storico Gustavo Corni, docente universitario di vasta esperienza, ha ripreso il filone delle sue ricerche che lo avevano portato ad elaborare nel 1990 un saggio magistrale intitolato La società veneto-friulana durante l’occupazione militare austro-germanica 1917-1918, pubblicato in Inediti della Grande Guerra a cura di Bruno Collegher e Adriano Miolli, opera più volte poi ristampata. Sulla base di testimonianze e diari Corni vi ha spiegato che dopo Caporetto 20.000 chilometri quadrati d’Italia furono alla mercè delle soldataglie austro-tedesche, che si abbandonarono, soprattutto all’inizio, a saccheggi e violenze su una popolazione rimasta senza guide e senza autorità costituite. Erano restati al loro posto solo i parroci (ben 563 su 642), che per questa loro scelta di generosità responsabile poi furono addirittura accusati di austriacantismo. Animali uccisi, grano dato in pasto ai cavalli, cantine svuotate e vino lasciato scorrere a vuoto; e poi requisizioni d’ogni genere, violenze fisiche e uccisioni gratuite, lavoro coatto e stupri su donne d’ogni età, e fame, fame nera, tanto che fra la popolazione vi furono 10.000 morti per denutrizione e 12.500 per malattie conseguenti. Tutto questo dovettero subire circa 900.000 donne, vecchi e bambini delle terre occupate; altri trecentomila riuscirono a fuggire con le loro masserizie e divennero profughi in Italia, poi alloggiati, spesso val visti, in varie regioni. Sulla fuga dei civili dopo Caporetto ha scritto con ampia documentazione Daniele Ceschin nel saggio La fuga parallela: militari e civili dopo Caporetto (in AA.VV. Maledetta l’ora e il momento, 2008) e nel libro Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza 2014.

   Agli stupri sulle donne ha dedicato uno studio dai risvolti brutali ed angoscianti Michele Strazza (“Senza via di Scampo”, 2014), sulla base di ben 735 testimonianze; violenze barbare, come le definì il parroco di Latisana don Giovanni Battista Trombetta nel suo diario che pubblicò sul finire della guerra con il titolo Alla mercè dei barbari e che è stato ristampato  da Gaspari nel 2009.

Terminata la guerra a Portogruaro fu creato un orfanatrofio per i frutti di tante violenze, i figli della guerra. Dopo la guerra per iniziativa di Ugo Ojetti, addetto stampa presso il Comando supremo e consigliere di Diaz, fu aperta un’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti e creata una Commissione ad hoc, i cui risultati furono raccolti in 6 grossi volumi; drammi umani cui ha dedicato la sua attenzione  anche lo studioso Andrea Falconer in Gli orfani dei vivi (DEP, n. 10/ 2009.  Oltre a battaglie e armamenti, la Grande Guerra è stata anche tutto questo. V.S.G.

drammi nel veneto libro copertina

    

Per la stragrande maggioranza della popolazione, un’indagine dopo cent’anni dalla morte di un povero soldato, può apparire come un caso cui appassionarsi. Per chi invece vi si trova immerso quotidianamente, o quasi, può apparire l’ennesimo libro sulla Grande Guerra.

Tutto partì nel 1958, quando venne scoperta una salma sull’Ortigara, che, sulla base d’una lettera riposta nella giacca, inizialmente fu ritenuta essere quella del s.ten. Adolfo Ferrero, ma si scoprì poi essere del suo attendente. Qui inizia l’indagine storica più recente (2015) dei due autori che prendono in esame tutti i libri che sono stati scritti su questo “caso” e che porteranno a rivelare che… non è il caso che lo sveli io, ma vale la pena di leggerlo per le “coincidenze” che la Storia ogni volta ci propone.

Il lavoro degli autori non è da sottovalutare, anzi: anni passati a controllare ed incrociare dati sono un lavoro immenso, provare per credere. Forse l’unica pecca che traspare leggendolo, è di assistere a una continua corsa; che se da un lato è vera, dall’altro non lascia tranquillità e concentrazione che il libro dovrebbe concedere per l’argomento trattato, anche per tutti i fatti che vengono narrati.

I due autori sono Alberto Di Gilio, nato a Parma ma residente a Padova, ricercatore storico e Leonardo Pianezzola nato a Sandrigo (VI) e residente a Dueville (VI), anche lui ricercatore storico oltre ad essere esperto conoscitore della montagna vicentina dove organizza escursioni di varia difficoltà. Entrambi scrivono articoli e saggi per riviste del settore.

Ecco perché il libro può inoltre essere usato come una specie di guida dell’Ortigara e zone limitrofe per chi non ha tanta dimestichezza con tali luoghi.

Un libro che impone una profonda riflessione sul valore e l’importanza del culto della memoria dei cari, che oggigiorno sta scemando sempre più.

Giulio Tommasi

lettera svelata copertina2

Carlo Zinelli (1916-1974) è stato più volte ricordato nel ‘Montebaldo’, come è inevitabile che accada per ogni alpino diventato famoso. Carlo è, infatti, un raffinato pittore che ha raggiunto la celebrità nella seconda metà del secolo scorso: un vero maestro dell’art brut che nella raffigurazione pittorica del proprio mondo interiore ha trovato una ragione di vita. Il tempo trascorso con gli alpini ha lasciato nel suo animo palesi tracce: il cappello, innanzi tutto, ma anche i fucili, gli scoppi e i muli. Queste immagini del mondo visibile sono però proposte in maniera estremamente semplificata, ridotte all’essenziale. Si pensi al cappello, che con la penna esprime l’essenza della partecipazione alla famiglia alpina: nelle prime esperienze figurative di Carlo compare per lo più con la penna, ma poi viene progressivamente semplificato e ridotto ad un semicerchio che poggia su un triangolino. Tutte le sue immagini sono, insomma, ridotte all’essenziale, prive di profondità perché affiorano dal mondo del sogno in cui costantemente viveva. Ma nel sogno lo spazio e il tempo non si articolano come nella veglia: anzi, nel sogno il tempo non esiste e vissuti recenti si pongono accanto all’ombra di ricordi lontani come in un film che intende ignorare il prima e il dopo. Così nell’immaginario di Carlo i lontani vissuti della vita militare si intrecciano con quanto affiora dalla quotidianità corrente. Ed ancora, un’altra peculiarità del grafismo di questo alpino-pittore è data dalla ridondanza del numero quattro. Ogni oggetto, in altre parole, viene rappresentato all’insegna del numero quattro: un numero magico che ha plasmato tante teorie, anche scientifiche, ed appassionato non poche dottrine: quattro, in effetti, sono i punti cardinali che invitano ad ordinare e ad accostare immagini e ricordi su di una superficie piana ed omogenea che, alla maniera delle icone della spiritualità ortodossa, ignora quella profondità che è l’attributo connotante del tempo.

Ho conosciuto Carlo tanti anni or sono, quando viveva al S. Giacomo e preferiva fumare piuttosto che conversare.  Se si pensa a quanto sia rara la firma nei suoi quadri – quadri inimitabili – si ha la misura di quanto la parola gli fosse estranea. Delle sue eleganti tempere, ormai esposte in tutto il mondo, si sono occupati critici insigni e letterati illustri come Dino Buzzati. Una vera ricchezza per la storia dell’arte veronese ed italiana, movimentata dalle raffinate composizioni di questo alpino un po’ bizzarro.

Naturalmente, il fascino che sprigiona la sua pittura vive di vita propria e non ha più nulla da spartire con quelle traversie che movimentano le giornate di ogni essere umano. Del resto, sono veramente tanti gli uomini e le donne che, in qualche Atelier, si cimentano con pennelli e colori ma ben pochi elaborano immagini dal fascino magico che emana dai disegni e dalle tempere di Carlo. Luciano Bonuzzi

Pagina 1 di 4

Sport

Pellegrinaggi

Solidarietà

Alpini