La montagna è esperienza spirituale, un luogo dell’anima. A mano a mano che saliamo, sentiamo che ci stiamo inoltrando nelle profondità della nostra anima. Riscopriamo di averne una. La spiritualità è una dimensione inalienabile dell’essere umano. Senza spiritualità siamo soltanto uomini-massa, numeri, marionette manovrate dal caso, dal potere o dalla pubblicità. Oggi solo il mercato sembra interessarsi ai giovani: per condurli, magari attraverso il divertimento, sulla via del consumo. Dove ciò che si consuma è la loro stessa vita, la quale, privata di interiorità, non riesce più a proiettarsi in un futuro… per accedere alla propria dimensione spirituale occorre avviare un dialogo con se stessi. E dunque imparare ad ascoltarsi. Ma per fare questo occorre silenzio… Il rumore ha un ruolo determinante nel processo di disumanizzazione in atto. Il rumore è aggressivo, genera un crescente nervosismo, una crescente disposizione all’intolleranza. Nel mondo attuale la montagna è l’ultimo rifugio naturale del trascendente. Luogo della lentezza, del silenzio, dell’ascolto. Simbolo di ascensione non solo fisica, ma spirituale, di uscita dalla folla, di elevazione dalle bassure e miserie dell’esistenza. In questo senso è assimilabile a un luogo sacro, di raccoglimento e preghiera, dove l’anima si libera e si apre, si rivela. Dobbiamo imparare a rispettare la montagna, a non farne una meta di massa, di consumo, uno stabilimento balneare, un parco divertimenti, una merce di scambio da sfruttare economicamente. Quando avremo permesso definitivamente ai motori di profanare la montagna; quando vi avremo portato lo stile cittadino, le casse acustiche, le sagre dell’abbuffata, le finzioni mediatiche, non avremo più un luogo sulla terra in cui metterci in comunicazione con la nostra interiorità, in cui rimanere a tu per tu con la consapevolezza della nostra finitudine… Non possiamo pensare di continuare ad arginare il malessere giovanile con accorgimenti occasionali o controlli di polizia. Il ragazzo che mette a repentaglio o addirittura si toglie la vita non lo fa perché la ripudia, ma perché gli manca. Gli manca una vita più vera, più autentica, in armonia con il mondo. Gli manca l’appagamento dello spirito. La vita per un giovane non può essere quella cosa povera e banale, quello spreco continuo dello spirito che si trova a vivere, quella vita che ha il vizio supremo della superficialità e dello sperpero. Se tu uccidi la bellezza intorno a te, tu la uccidi anche dentro di te, perché noi siamo belli della bellezza di cui sappiamo compenetrarci.

“Alta, magnifica, ampia
la vista che domina il mondo!
Da montagna a montagna
trascorre lo spirito eterno,
presago di eterna vita”. (Goethe)

“La montagna è una maestra muta che crea discepoli silenziosi”. (Goethe)

(passi tratti da “La montagna luogo dell’anima”, di Alberto Meschiari, pubblicato su Montagne360, agosto 2019)

 

La “via Verona”

Nel mondo stradale sappiamo bene cosa significhi una “via”, ma nel mondo dell’alpinismo ci sono tutta una serie di informazioni di tipo alpinistico che ne determinano passaggi, particolari rocciosi e diversi gradi di difficoltà. E gli alpinisti che hanno aperto queste vie fanno parte, a volte, di due mondi che si intrecciano e rincorro, quello alpino e quello dell’alpinismo con le rispettive associazioni che li rappresentano,  l’Associazione Nazionale  Alpini (A.N.A.) ed il Club Alpino Italiano (C.A.I.).

Siamo nel 1927. I vicentini G. Bortolan, A. Rossi e F. Padovan hanno appena tracciato la “via Vicenza” sulla parete Nord del Monte Baffelàn (Il Baffelàn è una montagna delle Alpi alta 1793 m, appartenente alla catena del Sengio Alto, nelle Piccole Dolomiti, ndr) che i veronesi Ugo Furlani, Mario Dalla Riva e Aleardo Zecchinelli ne aprono una parallela, la “via Verona” il 24 Agosto 1927. 

Un brano della loro descrizione: L’attacco si inizia su di una piramide per raggiungere uno spuntone posto sopra una piccola parete liscia con scarsità di appigli. Da questo si segue una fessura per passare poi ad un camino viscido e bagnato lungo circa 10 metri donde si esce sopra uno spigolo per rientrare subito dopo nello stesso camino che prosegue uniformemente per altri 10 metri. Ad un certo punto un sasso chiude internamento il camino e forma una finestra dalla quale bisogna passare per di sotto con una manovra precisa. Si entra in parete traversando in comoda salita sempre in direzione di sinistra; si supera un breve camino, si gira verso destra un masso in posizione esposta, e si incrocia la via entrando nel camino della via dei “magnagati”. (tratto dal libro di Bartolo Fracaroli, Un secolo di alpinismo veronese 1875-1975, CAI Verona 1976, pp.57-58)

Seguendo il sentiero che costeggia la parete est del Baffelàn in corrispondenza di un canalone, c’è una targa che riporta il nome del Capitano degli alpini Ugo Furlani, la targa viene ancora oggi presa da molti alpinisti come riferimento per l’attacco delle vie presenti in quella zona. Il pluridecorato Capitano è caduto tragicamente durante l’ascesa sulla parete del Monte Baffelàn il 1 Giugno del 1930, probabilmente nell’intento di sperimentare o aprire una nuova via. Nato a Verona il 6 Dicembre 1895 fu ufficiale del 6° Reggimento alpini come Sottotenente della sezione mitragliatrici e decorato di M.A.V.M (Cima Ortigara, 23 Luglio 1916), decorato poi di M.B.V.M. da Capitano sempre nel 6° Reggimento alpini (Monte Ortigara, 19 Giugno 1917). L’amicizia e l’amore per la montagna lo accomunava fraternamente al Capitano Pompeo Scalorbi e come riportato sul numero 4 del giornale “Il Montebaldo” del 1952 a pag. 2 : “Quella stalla invereconda di Podesteria è stata trasformata, ad opera della Cassa  di Risparmio (il Capitano Pompeo Scalorbi ne era dirigente all’epoca, ndr.) in accogliente e artistico rifugio, dedicato alla memoria del Capitano Ugo Furlani. Giorgio Sartori

Via-VicenzaVerona-BAFFELAN-www.nikobeta.net-R01_opt-1.pdf

 

Una montagna per tutti o la montagna di tutti ? Riflessioni che competono anche agli alpini

L’estate 2020 non si può di certo archiviare confermando le previsioni di crisi che erano state preventivate a causa del covid-19, complice sicuramente la difficoltà ed il timore per diversi connazionali di programmare le proprie vacanze all’estero, come di fatto è sempre stato negli ultimi anni. E così per molti italiani quest’anno le vacanze sono state soprattutto all’insegna delle vacanze “in casa”, e mentre al mare spiagge e litorali della nostra penisola hanno mantenuto i valori, in termini di presenza di turisti, fatta qualche eccezione, per la montagna è stato invece un vero e proprio assalto, soprattutto nel mese di agosto.

Nei giorni di metà agosto sono diversi gli articoli presenti sui quotidiani locali ma soprattutto discussioni aperte sui social, che mettono in evidenza come le zone di villeggiatura di montagna siano state investite da numerose presenze.

Dolomiti prese d'assalto, dai laghi alle ferrate. In coda sui sentieri (spesso senza mascherina) per una montagna sempre più modello Rimini. (www.ildolomiti.it)

Assalto in montagna: in coda alla funivia e poi gli assembramenti lungo i sentieri. (www.ladige.it)

Allarme dal Vandelli: «Al lago del Sorapis movida intollerabile, mandate l’esercito». Il gestore del rifugio è esasperato dai turisti “cafoni”. «Lungo il sentiero abbandonano rifiuti di ogni tipo» (www.corrieredellealpi.it)

Le immagini che vengono postate dalle diverse località turistiche, mettono bene in risalto le contraddizioni di questa estate, passando da un periodo di preoccupazione per l’economia e l’occupazione nel settore turistico di montagna, al timore legati al rischio di contagi per i continui assembramenti in diverse località.

Si potrebbe pensare che il maggior numero di assembramenti fosse localizzato ai piedi delle funivie o delle seggiovie che portano i turisti ad ammirare paesaggi e panorami mozzafiato; in realtà assembramenti con lunghe code di attesa (in piedi) si sono registrate anche per attraversare il ponte tibetano in Val di Rabbi oppure sul sentiero che conduce al lago di Sorapis. Non è andata meglio nemmeno per le più classiche vie ferrate del Trentino e delle Dolomiti bellunesi ed ampezzane. Senza contare che spesso molti turisti affrontano vie e sentieri di montagna con una preparazione fisica insufficiente o con un equipaggiamento non idoneo. Sono infatti molti gli appelli che il soccorso alpino continua a lanciare per invitare ogni turista a prendere la montagna con sicurezza.

L’aumento di tante persone tutte concentrate nello stesso periodo e nei medesimi luoghi caratteristici, hanno anche di fatto modificato la poesia di questi posti incantati, non solo per gli schiamazzi, ma anche per i tanti rifiuti "nascosti" tra i mughi o disseminati lungo il sentiero. Tutto questo ha riacceso il dibattito sullo sviluppo in montagna e sui suoi frequentatori che ha di fatto creato due fronti contrapposti fra chi sostiene che gli impianti di risalita andrebbero chiusi, portando più persone sui sentieri che camminano e vivono davvero la montagna e chi sostiene il contrario o che andrebbero addirittura potenziati. Lo sa bene l’associazione “Mountain Wilderness” contraria da tempo al progetto del collegamento funiviario tra la Val d'Ayas e Cervinia, nel vallone Cime Bianche: non solo per l’inutilità dell’opera stessa ma perché le strutture a monte non sono adeguate per raccogliere un numero cosi elevato di turisti. Il rapporto diventa presto facile da fare: più impianti di risalita, più turisti, più strutture ricettive e più parcheggi.

Molti sindaci delle più note località turistiche di montagna si stanno organizzando per risolvere al meglio questa situazione togliendo i parcheggi o limitandoli in prossimità dei luoghi più frequentati, obbligando gli ospiti a fermare le loro auto presso le strutture o le abitazioni ed a servirsi negli spostamenti solo dei mezzi pubblici. E dove necessario, imporre il numero chiuso, ai laghi, ai passi alle funivie e seggiovie.

Il turismo di massa in montagna insomma sta sempre più modificando le proprie esigenze diventando sempre più un turismo “della movida o del selfie più figo” più che naturalistico. Sarebbe nell'interesse economico delle località montane fornire ai turisti anche delle soluzioni più mirate e su misura, la nostra montagna (dalle Alpi agli Appennini) offre, fortunatamente, molte proposte ed opportunità anche per chi la frequenta nel proprio silenzio ricercando posti altrettanto incantanti e poco frequentati come il lago Benseya in Valpelline (AO) che per posizione e colori non ha nulla da invidiare al lago di Sorapis. Certo, per arrivarci serve un discreto allenamento su un tracciato di sentiero classificato come “E” escursionistico della durata di 3,5 ore circa, partendo dal parcheggio di Glacier (Ollomont); ma con un anno di tempo a disposizione ci si può allenare per bene e trovarsi cosi pronti per la prossima estate. Dimenticavo, non c’è nessuna funivia e nessun rifugio all’arrivo. Buona montagna a tutti ! - Giorgio Sartori

La campana del Monte Mulaz

Il Monte Mulaz, m 2906, isolato rispetto alle altre cime circo-stanti, ha una forma piuttosto arrotondata ed in forte contrasto con le vette aguzze dolomitiche delle Pale di S. Martino di Ca-strozza. La salita è possibile sia dal Passo Rolle, sia dalla Val Venegia, sia da Falcade. Per questa escur-sione, che nella scala di difficoltà del CAI è classificata come EEA (itinerario per escursionisti esper-ti con attrezzatura), è un percorso piuttosto lungo con un dislivello complessivo di quasi m 1.200. De-cidiamo quindi di salire da Falcade e di scendere poi dalla fiabesca Val Venegia. Da Passo Valles (q.2031) iniziamo risalendo il sentiero CAI 751 fino alla Forcella di Venegia (q.2217), dove una serie di cartelli ci indica a sinistra il proseguo del sentiero che ci interessa, il 751. Per-corriamo cosi un tratto di sentiero dell’Alta Via n. 2 fino al passo della Venegiota. Da qui in avanti abban-doneremo i verdi prati per entrare nel canalone dolomitico che ci por-terà sul versante est del monte Mu-laz e dopo aver percorso un discre-to tratto attrezzato con corda fissa, prendiamo fiato al pianoro di quo-ta 2540. La giornata promette bene, con un’ottima visibilità che lascia già intravvedere verso nord alcune cime e questo ci ricarica ulterior-mente per il raggiungimento della vetta. Ancora qualche centinaio di metri di dislivello, passando per il Sasso Arduini, e raggiungiamo l’affollato Rif. G. Volpi al Mulaz q. 2560. Breve ristoro e poi riprendia-mo il percorso verso il Passo del Mulaz e da li verso la cima con un percorso a zig-zag molto stretto e con una discreta pendenza fino ad un breve tratto pianeggiante ma non facile perché risulterà poi es-sere il tratto più impegnativo ed esposto di tutta l’escursione con un giro di circa 180°, aggrappati alla parete, proprio in corrispon-denza del sottostante rifugio. Su-perato questo tratto con estrema attenzione e sicurezza, risaliamo il sentiero a ridosso della parete nord-est della cima, ormai prossi-ma. La maestosità del panorama a 360° ci ripaga subito di tanta fatica con la vista a ovest sul Catinaccio e le Torri del Vajolet, il Sasso Piat-to e Sasso Lungo, la Marmolada a nord, il Pelmo e il Civetta a est, le cime delle Pale, ovviamente, Cima Vezzana e Cimòn della Pala verso sud. Corre d’obbligo una foto alla caratteristica “Croce con la campa-na” che ha un’incisione tutta par-ticolare e familiare: “AI CADUTIDELLA MONTAGNA ALPINI EALPINISTI - LA FAMIGLIA AL-PINISTICA DI VERONA, 10 Set-tembre 19 61”.Con il cuore gonfio di emozioni, la discesa verso la malga Venegiota sembra non finire mai, soprattut-to per la stanchezza che ormai si fa sentire sulle gambe. Uno sguar-do verso la cima del Mulaz che nel frattempo si è fatta tutta rossa per il riflesso dei colori del tramonto. Gli stessi colori e la stessa tavola di malga Venegiota, dove nel luglio ‘88 mi assaporavo una gustosa cena a base di caffellatte e pane biscotto a conclusione del campo estivo con l’allora capitano Basset, oggi gene-rale e direttore del Museo Naziona-le Storico degli Alpini, Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Giorgio Sartori

Il Monte Vioz con i suoi 3645 m. fa parte della catena montuosa del Ortles Cevedale, nel Parco Nazionale dello Stelvio, sopra la Val di Pejo. Poco lontano dalla cima del Monte Vioz c’è Punta Linke, che con i suoi 3629 m di altitudine è stata una delle postazioni austro-ungariche più alte e più importanti dell’intero fronte durante la prima guerra mondiale. Dotata di un doppio impianto teleferico, era collegata da una parte al fondovalle di Pejo e dall’altra al “Coston delle barache brusade” verso il “Palon de la Mare”, nel cuore del ghiacciaio dei Forni. Con la fine della guerra, la postazione militare di Punta Linke venne abbandonata, ma il ghiaccio e le particolari condizioni climatiche ne hanno consentito la conservazione fino ai giorni nostri. Un progetto di ricerca e di recupero dei beni culturali della Provincia autonoma di Trento ha permesso il totale recupero della postazione e del materiale che ben si è conservato in tutti questi anni, trasformandola nel museo più alto d’Europa. Il percorso per raggiungere la cima del monte Vioz è piuttosto lungo e richiede una particolare attenzione, soprattutto per i suoi tratti esposti in alcuni punti del tracciato. Il punto di partenza dell'escursione per raggiungere la cima è la località "Doss dei cimbri" a quota 2306 m ed alpinisticamente viene classificato come: “EEA -Escursionisti Esperti Attrezzati”. La difficoltà è sicuramente gratificata dal fantastico panorama a 360° che vi si può ammirare nelle belle giornate di sole: il sottostante Ghiacciaio dei Forni, la Val di Pejo, le Dolomiti di Brenta, i Gruppi dell'Adamello, la Presanella, le Dolomiti, fino al Gruppo del Bernina. Poco sotto la cima si trova il rifugio “Città di Mantova” al Vioz, a m. 3535, che è il più alto rifugio delle Alpi centrali e orientali. Il primo rifugio Vioz fu costruito tra il 1909 e il 1911 dalla sezione del club alpino di Halle a.d. Salle (club alpino tedesco). Durante la prima guerra mondiale 1914-1918 la capanna Vioz era adibita a base militare Imperiale e nel 1921, a guerra finita, il rifugio venne assegnato alla S.A.T. Nei pressi del rifugio sorge la chiesetta in muratura più alta d'Europa dedicata alla Vergine Immacolata ed a S. Bernardo di Mentone. Fu costruita a perenne ricordo delle vittime della guerra. All’ingresso campeggia una lapide che parla di Verona: riporta il ricordo che gli alpinisti della Val di Sole dedicarono al socio mons. Angelo Grazioli, nato a Grezzana (Vr) nel 1883, canonico del Duomo di Verona, che fu presidente del comitato costruttore di quell’alto sacello. Giorgio Sartori

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