Una montagna per tutti o la montagna di tutti ? Riflessioni che competono anche agli alpini

L’estate 2020 non si può di certo archiviare confermando le previsioni di crisi che erano state preventivate a causa del covid-19, complice sicuramente la difficoltà ed il timore per diversi connazionali di programmare le proprie vacanze all’estero, come di fatto è sempre stato negli ultimi anni. E così per molti italiani quest’anno le vacanze sono state soprattutto all’insegna delle vacanze “in casa”, e mentre al mare spiagge e litorali della nostra penisola hanno mantenuto i valori, in termini di presenza di turisti, fatta qualche eccezione, per la montagna è stato invece un vero e proprio assalto, soprattutto nel mese di agosto.

Nei giorni di metà agosto sono diversi gli articoli presenti sui quotidiani locali ma soprattutto discussioni aperte sui social, che mettono in evidenza come le zone di villeggiatura di montagna siano state investite da numerose presenze.

Dolomiti prese d'assalto, dai laghi alle ferrate. In coda sui sentieri (spesso senza mascherina) per una montagna sempre più modello Rimini. (www.ildolomiti.it)

Assalto in montagna: in coda alla funivia e poi gli assembramenti lungo i sentieri. (www.ladige.it)

Allarme dal Vandelli: «Al lago del Sorapis movida intollerabile, mandate l’esercito». Il gestore del rifugio è esasperato dai turisti “cafoni”. «Lungo il sentiero abbandonano rifiuti di ogni tipo» (www.corrieredellealpi.it)

Le immagini che vengono postate dalle diverse località turistiche, mettono bene in risalto le contraddizioni di questa estate, passando da un periodo di preoccupazione per l’economia e l’occupazione nel settore turistico di montagna, al timore legati al rischio di contagi per i continui assembramenti in diverse località.

Si potrebbe pensare che il maggior numero di assembramenti fosse localizzato ai piedi delle funivie o delle seggiovie che portano i turisti ad ammirare paesaggi e panorami mozzafiato; in realtà assembramenti con lunghe code di attesa (in piedi) si sono registrate anche per attraversare il ponte tibetano in Val di Rabbi oppure sul sentiero che conduce al lago di Sorapis. Non è andata meglio nemmeno per le più classiche vie ferrate del Trentino e delle Dolomiti bellunesi ed ampezzane. Senza contare che spesso molti turisti affrontano vie e sentieri di montagna con una preparazione fisica insufficiente o con un equipaggiamento non idoneo. Sono infatti molti gli appelli che il soccorso alpino continua a lanciare per invitare ogni turista a prendere la montagna con sicurezza.

L’aumento di tante persone tutte concentrate nello stesso periodo e nei medesimi luoghi caratteristici, hanno anche di fatto modificato la poesia di questi posti incantati, non solo per gli schiamazzi, ma anche per i tanti rifiuti "nascosti" tra i mughi o disseminati lungo il sentiero. Tutto questo ha riacceso il dibattito sullo sviluppo in montagna e sui suoi frequentatori che ha di fatto creato due fronti contrapposti fra chi sostiene che gli impianti di risalita andrebbero chiusi, portando più persone sui sentieri che camminano e vivono davvero la montagna e chi sostiene il contrario o che andrebbero addirittura potenziati. Lo sa bene l’associazione “Mountain Wilderness” contraria da tempo al progetto del collegamento funiviario tra la Val d'Ayas e Cervinia, nel vallone Cime Bianche: non solo per l’inutilità dell’opera stessa ma perché le strutture a monte non sono adeguate per raccogliere un numero cosi elevato di turisti. Il rapporto diventa presto facile da fare: più impianti di risalita, più turisti, più strutture ricettive e più parcheggi.

Molti sindaci delle più note località turistiche di montagna si stanno organizzando per risolvere al meglio questa situazione togliendo i parcheggi o limitandoli in prossimità dei luoghi più frequentati, obbligando gli ospiti a fermare le loro auto presso le strutture o le abitazioni ed a servirsi negli spostamenti solo dei mezzi pubblici. E dove necessario, imporre il numero chiuso, ai laghi, ai passi alle funivie e seggiovie.

Il turismo di massa in montagna insomma sta sempre più modificando le proprie esigenze diventando sempre più un turismo “della movida o del selfie più figo” più che naturalistico. Sarebbe nell'interesse economico delle località montane fornire ai turisti anche delle soluzioni più mirate e su misura, la nostra montagna (dalle Alpi agli Appennini) offre, fortunatamente, molte proposte ed opportunità anche per chi la frequenta nel proprio silenzio ricercando posti altrettanto incantanti e poco frequentati come il lago Benseya in Valpelline (AO) che per posizione e colori non ha nulla da invidiare al lago di Sorapis. Certo, per arrivarci serve un discreto allenamento su un tracciato di sentiero classificato come “E” escursionistico della durata di 3,5 ore circa, partendo dal parcheggio di Glacier (Ollomont); ma con un anno di tempo a disposizione ci si può allenare per bene e trovarsi cosi pronti per la prossima estate. Dimenticavo, non c’è nessuna funivia e nessun rifugio all’arrivo. Buona montagna a tutti ! - Giorgio Sartori

La campana del Monte Mulaz

Il Monte Mulaz, m 2906, isolato rispetto alle altre cime circo-stanti, ha una forma piuttosto arrotondata ed in forte contrasto con le vette aguzze dolomitiche delle Pale di S. Martino di Ca-strozza. La salita è possibile sia dal Passo Rolle, sia dalla Val Venegia, sia da Falcade. Per questa escur-sione, che nella scala di difficoltà del CAI è classificata come EEA (itinerario per escursionisti esper-ti con attrezzatura), è un percorso piuttosto lungo con un dislivello complessivo di quasi m 1.200. De-cidiamo quindi di salire da Falcade e di scendere poi dalla fiabesca Val Venegia. Da Passo Valles (q.2031) iniziamo risalendo il sentiero CAI 751 fino alla Forcella di Venegia (q.2217), dove una serie di cartelli ci indica a sinistra il proseguo del sentiero che ci interessa, il 751. Per-corriamo cosi un tratto di sentiero dell’Alta Via n. 2 fino al passo della Venegiota. Da qui in avanti abban-doneremo i verdi prati per entrare nel canalone dolomitico che ci por-terà sul versante est del monte Mu-laz e dopo aver percorso un discre-to tratto attrezzato con corda fissa, prendiamo fiato al pianoro di quo-ta 2540. La giornata promette bene, con un’ottima visibilità che lascia già intravvedere verso nord alcune cime e questo ci ricarica ulterior-mente per il raggiungimento della vetta. Ancora qualche centinaio di metri di dislivello, passando per il Sasso Arduini, e raggiungiamo l’affollato Rif. G. Volpi al Mulaz q. 2560. Breve ristoro e poi riprendia-mo il percorso verso il Passo del Mulaz e da li verso la cima con un percorso a zig-zag molto stretto e con una discreta pendenza fino ad un breve tratto pianeggiante ma non facile perché risulterà poi es-sere il tratto più impegnativo ed esposto di tutta l’escursione con un giro di circa 180°, aggrappati alla parete, proprio in corrispon-denza del sottostante rifugio. Su-perato questo tratto con estrema attenzione e sicurezza, risaliamo il sentiero a ridosso della parete nord-est della cima, ormai prossi-ma. La maestosità del panorama a 360° ci ripaga subito di tanta fatica con la vista a ovest sul Catinaccio e le Torri del Vajolet, il Sasso Piat-to e Sasso Lungo, la Marmolada a nord, il Pelmo e il Civetta a est, le cime delle Pale, ovviamente, Cima Vezzana e Cimòn della Pala verso sud. Corre d’obbligo una foto alla caratteristica “Croce con la campa-na” che ha un’incisione tutta par-ticolare e familiare: “AI CADUTIDELLA MONTAGNA ALPINI EALPINISTI - LA FAMIGLIA AL-PINISTICA DI VERONA, 10 Set-tembre 19 61”.Con il cuore gonfio di emozioni, la discesa verso la malga Venegiota sembra non finire mai, soprattut-to per la stanchezza che ormai si fa sentire sulle gambe. Uno sguar-do verso la cima del Mulaz che nel frattempo si è fatta tutta rossa per il riflesso dei colori del tramonto. Gli stessi colori e la stessa tavola di malga Venegiota, dove nel luglio ‘88 mi assaporavo una gustosa cena a base di caffellatte e pane biscotto a conclusione del campo estivo con l’allora capitano Basset, oggi gene-rale e direttore del Museo Naziona-le Storico degli Alpini, Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Giorgio Sartori

Il Monte Vioz con i suoi 3645 m. fa parte della catena montuosa del Ortles Cevedale, nel Parco Nazionale dello Stelvio, sopra la Val di Pejo. Poco lontano dalla cima del Monte Vioz c’è Punta Linke, che con i suoi 3629 m di altitudine è stata una delle postazioni austro-ungariche più alte e più importanti dell’intero fronte durante la prima guerra mondiale. Dotata di un doppio impianto teleferico, era collegata da una parte al fondovalle di Pejo e dall’altra al “Coston delle barache brusade” verso il “Palon de la Mare”, nel cuore del ghiacciaio dei Forni. Con la fine della guerra, la postazione militare di Punta Linke venne abbandonata, ma il ghiaccio e le particolari condizioni climatiche ne hanno consentito la conservazione fino ai giorni nostri. Un progetto di ricerca e di recupero dei beni culturali della Provincia autonoma di Trento ha permesso il totale recupero della postazione e del materiale che ben si è conservato in tutti questi anni, trasformandola nel museo più alto d’Europa. Il percorso per raggiungere la cima del monte Vioz è piuttosto lungo e richiede una particolare attenzione, soprattutto per i suoi tratti esposti in alcuni punti del tracciato. Il punto di partenza dell'escursione per raggiungere la cima è la località "Doss dei cimbri" a quota 2306 m ed alpinisticamente viene classificato come: “EEA -Escursionisti Esperti Attrezzati”. La difficoltà è sicuramente gratificata dal fantastico panorama a 360° che vi si può ammirare nelle belle giornate di sole: il sottostante Ghiacciaio dei Forni, la Val di Pejo, le Dolomiti di Brenta, i Gruppi dell'Adamello, la Presanella, le Dolomiti, fino al Gruppo del Bernina. Poco sotto la cima si trova il rifugio “Città di Mantova” al Vioz, a m. 3535, che è il più alto rifugio delle Alpi centrali e orientali. Il primo rifugio Vioz fu costruito tra il 1909 e il 1911 dalla sezione del club alpino di Halle a.d. Salle (club alpino tedesco). Durante la prima guerra mondiale 1914-1918 la capanna Vioz era adibita a base militare Imperiale e nel 1921, a guerra finita, il rifugio venne assegnato alla S.A.T. Nei pressi del rifugio sorge la chiesetta in muratura più alta d'Europa dedicata alla Vergine Immacolata ed a S. Bernardo di Mentone. Fu costruita a perenne ricordo delle vittime della guerra. All’ingresso campeggia una lapide che parla di Verona: riporta il ricordo che gli alpinisti della Val di Sole dedicarono al socio mons. Angelo Grazioli, nato a Grezzana (Vr) nel 1883, canonico del Duomo di Verona, che fu presidente del comitato costruttore di quell’alto sacello. Giorgio Sartori

MonsAngeloGrazioli

Sport

Pellegrinaggi

Solidarietà

Alpini