Gli alpini come esempio

Erbezzo, provincia di Verona. Una manciata di case incastonate dentro uno scenario che lascia stupiti e senza parole. Dai suoi 1.118 metri di altezza sul mare, nelle giornate limpide si scorgono in lontananza gli Appennini. Più a Ovest il lago di Garda mentre, intorno, lo sguardo spazia, fino a perdersi a contemplare le montagne care al cuore degli alpini: Adamello, Pasubio, Carega… Qui, fino al 1918, correva il confine con l’Austria, e molte delle case, oggi restaurate, che fanno da filari alla via principale del paese, erano le abitazioni dei militari che qui vigilavano una terra di frontiera. Poco sopra, a pochi chilometri dal centro, l’andamento dolce dei Monti Lessini, si presenta come lo spazio ideale per l’alpeggio. Una fatica oggi messa a dura prova dalla presenza del lupo, refrattario a misurarsi con i cervi e i camosci e più incline a rifarsi su miti e indifesi vitelli. In questo scenario dove la violenza è circoscritta al mondo faunistico, un tempo correva la paura del nemico e della sua possibile invasione sulle terre veronesi. Andò diversamente, come ci insegna la storia, ma le trincee scavate, con tutto il loro intreccio di labirinti, sono lì a testimoniare tempi non lontani in cui bastava un passo per trovarsi faccia a faccia col nemico. Erbezzo, 800 abitanti sparsi in oltre 40 contrade, ma capace di diventare una cosa sola nello spirito degli alpini. Del resto viene da qui Luciano Bertagnoli, Presidente della Sezione veronese. Ed è qui che, negli anni Sessanta, Bepi Massella diede vita al locale gruppo alpini. Un seme buono, destinato a fruttificare nel tempo, anche nelle generazioni più piccole. Memorabile il cortometraggio girato dai ragazzi delle Medie sulla Grande Guerra. Premiata a livello nazionale la ricerca fatta su “Il Milite non più ignoto” da quelli delle elementari. Ed ora sono ancora questi ultimi a rubare la scena per una simpaticissima iniziativa che siamo qui a raccontare.

Trenta ragazzi in tutto, figli di alpini o loro parenti. Il “virus” delle penne nere l’hanno respirato in famiglia e amplificato a scuola grazie alla passione della maestra Barbara Massella, nipote del Bepi, fondatore del Gruppo locale. Insieme con l’insegnante di Educazione Artistica, la maestra Orietta Noventa e le altre maestre, si sono chieste come ammortizzare l’effetto pandemia sulle fragili coscienze dei bambini. Si sa che le migliori strategie nascono sempre dall’intelligenza e dal cuore. Da qui la domanda: e perché non combattere il Covid19 con le “armi” degli alpini? Dal dire al fare è stato un tutt’uno, ma il messaggio rimasto ce lo raccontano i bambini stessi, in un rincorrersi di pensieri metabolizzati, che però approdano tutti alle stesse conclusioni. «Siamo in guerra – ci dice Alberto Segala, faccia d’angelo e mani in tasca da bulletto – anche noi usiamo le mascherine e anche noi dobbiamo tenere le distanze per evitare il nemico». «E allora bisogna combattere – gli fa eco Angelo Prati di quarta – tenendo pulite le armi come fa il papà». Pensiero condiviso da Elia Bibbona il quale ricorda che il nonno portava i cannoni sulle montagne, mentre i nuovi cannoni oggi sono le regole che bisogna rispettare. Ma quali sono le armi degli alpini, chiediamo un po’ sorpresi da questo linguaggio militante? Non ha dubbi Ginevra Quintarelli: «Sono le regole. E se tutti le rispettiamo il virus se ne andrà. Però le regole bisogna ripassarle continuamente, cominciando dal dovere di lavarsi le mani, tenere le distanze di sicurezza ed evitare gli ammassamenti». Ma c’era bisogno di guardare proprio agli alpini, li provochiamo? Queste sono regole che valgono per tutti, o no?

Qui la risposta si fa corale, segno che il messaggio che si voleva far passare è ancora più grande della strategia per risolvere un problema contingente. Come una goccia di sapienza sedimentata per la vita. Gli alpini sono obbedienti, hanno spirito di sacrificio e sanno collaborare tra loro, ci rispondono. I bambini sanno che questo è vero, perché li hanno visti all’opera, ed ora hanno modo di prendere coscienza del motivo che sta dietro la loro grandezza e la stima di cui godono. Sono obbedienti, perché rispettano le regole che si danno e quelle richieste dalla convivenza civile, dando un grande segnale di rispetto per gli altri. Hanno spirito di sacrificio, perché sanno che senza di esso c’è posto solo per lo stare bene da soli. Sanno collaborare, perché senza gli altri il motore della vita non cammina. Del resto li hanno visti all’opera gli alpini del paese, a pulire sentieri, trincee, a cercare notizie sui Caduti, a darsi da fare sempre. Proprio così, conclude l’insegnante Orietta Noventa. «Il cappello alpino non è soltanto un oggetto. È il simbolo di un progetto ed uno scopo condiviso. Vivono lo spirito di Gruppo per un lavoro comune a vantaggio di tutti.

ErbezzoscuoleAlpini

È quello che con la maestra Barbara abbiamo voluto far passare e i ragazzi lo hanno perfettamente compreso». Stiamo riflettendo su queste considerazioni, quando si fa largo la voce timida di Linda Menegazzi, della classe prima. È figlia d’arte, perché il papà Giuliano, alpino, è un difensore innamorato e combattivo della sua terra. «Contro il virus ci vorrebbe l’Ippopotamo» ci dice Linda senza esitazione. La guardiamo un po’ stupiti. Nessuno sa cosa voglia dire. Ce lo dirà il papà mentre spartiamo un boccone dentro una baita. È passato qualche anno da quando le ho raccontato del cannone portato sull’Adamello che aveva questo nome. Evidentemente ciò che si semina nei ragazzi non muore. E questo è il motivo della speranza dei grandi.

Bruno Fasani

Articolo pubblicato sul numero Dicembre 2020 del giornale "L'Alpino"  https://www.ana.it/rivista/dicembre-2020/

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