La storiografia novecentesca veronese s’è arricchita in questi anni d’un’interessante e documentatissima pubblicazione sulla vita della popolazione di Montorio durante l’occupazione tedesca del paese iniziata il 9 settembre 1943 e sui sanguinosi eventi che si consumarono tra Montorio, Ferrazze e S. Martino Buon Albergo il 26 aprile 1945 durante la ritirata delle ultime truppe tedesche e gli scontri con i partigiani. Una pagina di storia che in precedenza, scrive nella prefazione Roberto Buttura, era stata solo rievocata in modo frammentario e che invece gli autori dell’opera, Gabriele Alloro, Roberto Rubele e Cristian Albrigi, tre montoriesi appassionati di ricerche storiche, hanno voluto scandagliare e ricostruire dettagliatamente. Con l’ausilio di numerosi validi collaboratori e con una lunga e paziente ricerca avviata fin dalla fine degli anni novanta essi hanno consultato la bibliografia resistenziale esistente, scandagliato innumerevoli archivi pubblici e privati e raccolto, verificato ed esaminato innumerevoli preziose testimonianze di persone che furono dirette protagoniste di quei momenti. Ne è risultato un lavoro serio, metodologicamente corretto, equilibrato nei contenuti, nel quale hanno ricostruito con fedeltà documentaristica, arricchita di pathos e partecipazione emotiva, il succedersi degli eventi. Dopo l’8 settembre e la fine dell’alleanza con l’Italia regia i tedeschi, com’è noto, s’erano prontamente impadroniti dei centri vitali del nostro paese; s’erano insediati anche a Montorio, occupandone le strutture più importanti e creandovi poi le “baracche” della Todt; le Casermette erano la base del 40° reggimento GNR di Ciro di Carlo; la Corte Colombare divenne per qualche tempo sede d’un campo di concentramento per ebrei, contemporaneamente nell’area i partigiani s’organizzavano sotto la guida del dottor Andrea Montignani. La popolazione s’era adattata a sopravvivere accanto ai tedeschi: i validi, rastrellati per i lavori alla Todt; i giovani, nella contraerea per evitare la deportazione in Germania. Ma nell’aprile del 1945, con gli Alleati alle porte, le sorti della guerra erano ormai segnate e la sconfitta del nazifascismo imminente: i tedeschi, in ritirata verso nord, avevano abbandonato Montorio, ma il paese divenne luogo di transito d’altre truppe in ritirata. Arrivarono paracadutisti armati, ancora reattivi, braccati dai bombardamenti, timorosi delle presenze partigiane. Per Montorio fu la premessa del dramma: l’ultimo tedesco della colonna transitante in paese era in ritardo, qualcuno con “gesto insensato” gli sparò, ferendolo; pronta si scatenò la reazione violenta dei tedeschi che ingaggiarono un conflitto a fuoco con i partigiani; vari i morti; poi per rappresaglia i tedeschi rastrellarono tredici civili innocenti, li spinsero al villaggio Todt e li fucilarono presso il “morar”. La colonna tedesca proseguì poi verso Ferrazze e S. Martino Buon Albergo, seminando altri morti, altri drammi. In totale la zona pianse quel giorno una cinquantina di vittime. Il libro tutto narra, tutto descrive in modo scarno, non indugia su colpevolizzazioni o recriminazioni, fa parlare i fatti, rispecchia le ansie, le paure delle famiglie asserragliate in quei momenti nelle case, rifugiate nelle cantine, dà voce allo sbigottimento generale di fronte a quelle morti assurde. Quella tragica giornata si concluse con l’arrivo degli americani in Montorio. E proprio allora avvenne un particolare che ci coinvolge e commuove come alpini: tra quanti andarono incontro ai liberatori un’anziana donna stringeva tra le mani una giacca ed un mazzo di fiori: era Erminia, la “comare” del paese; la giacca tra le mani era stata di suo figlio Giovanni Montolli, studente universitario a Padova, tenente degli alpini, comandante del battaglione “Val Fassa”, caduto combattendo per la Resistenza contro i tedeschi l’11 settembre 1943 a Pianamaggio sul valico tra Massa e Carrara. La povera donna andò incontro ad un giovane ufficiale americano e gli donò il mazzo di fiori che teneva in casa accanto alla fotografia del figlio morto. V.S.G

Didascalia foto: Il tenente Giovanni Montolli (da collezione Antonio Pagangriso, digitalizzata dall’Associazione montorioveronese.it)

Dal Gruppo di Vago uno sguardo sul futuro dell’ANA. Il lavoro storico di Renzo Zerbato.

Dal dicembre scorso anche il gruppo alpini di Vago di Lavagno ha la sua storia: un bel volume di centotrentasei pagine, ricco di immagini, di dati storici e d’umanità. Ne è autore il vaghese Renzo Zerbato, attivissimo segretario del Gruppo, dirigente d’azienda in pensione, che nell’ultimo decennio ha dato alle stampe varie opere, affermandosi come artista poliedrico, scrittore e poeta fecondo, nonché ricercatore capace d’indagare la storia e interpretare l’anima della sua terra e della sua gente. La “Storia degli alpini di Vago”, cui hanno collaborato i capigruppo Cisamolo, Dal Colle, Lonardi, Montanari e Valbusa, è aperta dalla prefazione autorevole del dott. Alfonsino Ercole, già sindaco di Tregnago e presidente della Sezione Alpini di Verona, attuale vicepresidente vicario dell’ANA nazionale. Dopo brevi ma precisi cenni introduttivi sulla storia del Corpo degli Alpini e su alcuni interessanti aspetti della storia di Vago, l’autore ripercorre le tappe della vita del Gruppo, costituito per iniziativa di Leonardo Molinaroli , Roberto Cisamolo e altri l’11 aprile 1975; ricorda l’adunata di zona per l’inaugurazione del gagliardetto avvenuta il 26 ottobre successivo, la generosa partecipazione degli alpini di Vago nel 1976 alle operazioni di soccorso al Friuli devastato dal sisma ed i successivi crescenti impegni del Gruppo; riporta poi ampi e toccanti brani dell’esemplare raccolta di testimonianze dei reduci del paese avviata dal Gruppo nel 1978, che si concluse nel 1980 con un’interessantissima mostra ed una pubblicazione preziosa per i posteri. Zerbato passa poi a parlare delle tappe che portarono il Gruppo, inizialmente ospitato in sedi provvisorie, alla realizzazione della baita attuale, inaugurata solennemente nel 2009 e divenuta punto di riferimento per la protezione civile e l’intera comunità; egli si sofferma sulla monumentale storica lapide dedicata ai caduti nel 1921 e sul nuovo monumento realizzato nel 1992; rievoca alcuni luoghi e pagine eroiche della grande guerra, senza però dimenticare che in essa non mancarono segni d’umanità tra i combattenti sui fronti contrapposti; propone i profili di alcuni protagonisti del Gruppo, i nominativi dei capigruppo e consiglieri che lo guidarono e chiude con uno sguardo sul futuro dell’ANA e sulle conseguenze derivanti dalla sospensione dal 2005 del servizio di leva, cui potrà essere posto rimedio, a parere dell’autore, dando nuovo spazio e responsabilità ai soci aggregati. Tema, questo, da tempo all’attenzione della nostra Associazione: arduo e attualissimo, esso s’accompagna alla necessità di conciliare le esigenze crescenti di sicurezza pubblica, di sempre più specialistica professionalità degli operatori militari e di un ripristino per le nuove generazioni di valide iniziative di formazione ai valori civici e comunitari. V.S.G.

Luciano Dal Cero, eroe della Resistenza, è figura luminosa ed esemplare nella storia veronese recente, cui nel 1975 venne intitolato l’Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore di San Bonifacio; di recente un gruppo di docenti e studenti di esso gli ha dedicato un’ampia ed approfondita ricerca storica, bibliografica e d’archivio, coronata dalla pubblicazione di uno splendido volume monografico, prezioso per dati, immagini e documenti inediti, che  va ad ampliare le conoscenze sul personaggio riproponendone la memoria ed arricchisce la bibliografia resistenziale veronese. Leggendolo scopriamo con commozione che Luciano Dal Cero, nato nel 1915, era il terzogenito di Guglielmo, un contadino di Monteforte, alpino del 6°, combattente nella Grande Guerra, rimasto poi vedovo della moglie Cecilia morta di spagnola e costretto a emigrare, affidando i quattro figli alle sorelle Giulia e Cristina. Il testo ripercorre i successivi trasferimenti della famiglia a Verona e Grezzana, gli studi universitari di Luciano a Padova con la sorella Lisetta, il suo precario stato di salute, le sue aspirazioni d’una cinematografia di valori, la sua produzione di cortometraggi, il trasferimento a Roma, la sua profonda fede religiosa, il suo impegno educativo per i giovani. La parte maggiore dell’opera, però, è dedicata alle vicende successive al 25 luglio 1943 e all’8 settembre, quando dopo caduta del governo di Mussolini, nascita del governo Badoglio, occupazione dell’Italia da parte tedesca, avanzata degli Alleati e spaccatura del territorio nazionale, iniziò la Resistenza e la fase bellica più difficile per tutti, compresi i nostri soldati. Luciano festeggiò a Roma la caduta del regime fascista, poi trovò rifugio in Vaticano, ma non esitò a scegliere con coraggio d’impegnarsi in prima persona per contribuire a costruire la nuova Italia: prese contatto con il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, figura di rilievo della Resistenza e futuro martire delle Fosse Ardeatine; da lui ricevette l’incarico di tornare a Verona per costituirvi i primi nuclei di resistenza. Luciano s’insediò a Sega di Ala, dove operava la zia Cristina, ed in breve creò con il CLN veronese una rete di soccorso e salvataggio di ex prigionieri e sbandati, coinvolgendo anche i propri familiari; ma, causa una delazione, finì arrestato con altri del CNL e condannato per attività sovversiva; seguirono il ricovero in ospedale a Soave, la fuga, la cattura, poi l’amnistia a fine settembre 1944 con confino a Roncà in contrada Campanari dove era sfollata la famiglia. Da qui, seppur “vigilato speciale”, non esitò a passare tra le fila partigiane, ove, con il nome di battaglia di “Paolo”, divenne comandante della brigata “Manara”, ispirando la sua attività clandestina a rigore, prudenza e onestà. Il testo riporta numerose testimonianze che confermano lo spirito di umanità e fede religiosa, scevra da ogni violenza, che guidava la sua opera. Sul finire d’aprile del 1945 la guerra stava ormai volgendo al termine, i tedeschi erano in ritirata, restavano pochi nuclei armati; e proprio con uno di questi il 29 di quel mese i partigiani di Dal Cero si scontrarono; il comandante fu ferito e ucciso. A lungo la sua morte venne attribuita alla sparatoria con i tedeschi, Luciano fu riconosciuto quale eroe della Resistenza, gli furono conferite la laurea honoris causa e una medaglia d’oro alla memoria. Qualche tempo dopo però su quella morte venne in luce la verità: il comandante Paolo era stato sì ferito in quell’ultimo scontro con i tedeschi, ma ad ucciderlo vilmente era stato un partigiano per squallidi motivi. Anche di questo triste epilogo della vita di Luciano il testo dà conto con ampiezza, ripercorrendo le fasi dell’inchiesta, che portò nel 1950 al rinvio a giudizio dell’uccisore, ma si concluse nel 1952 una stupefacente ed inimmaginabile sentenza di sua assoluzione. Il testo riserva anche notevole attenzione all’attività partigiana svolta dalla sorella di Luciano, Lisetta, che gli subentrò al comando della formazione, e divenne poi insegnante di matematica e preside dell’Istituto scolastico che a lui fu intitolato. Un libro decisamente interessante, che insegna come si fa storia e va ad onore dei docenti e degli studenti che l’hanno voluto e realizzato. Vasco Senatore Gondola.

Illuminante studio sul generale Alberto Pariani

Nel numero IV, 2019 degli “Studi veronesi”, la bella rivista culturale curata da Andrea e Pierpaolo Brugnoli, è comparso un ampio, ricco e dettagliato saggio del prof. Emanuele Luciani sulle vicende biografiche del generale degli alpini Alberto Pariani (1876-1955), un personaggio che ricoprì in passato incarichi militari di notevole rilievo a livello nazionale e che fu legato a Verona, al lago di Garda ed in particolare a Malcesine, dove fu sindaco e lasciò un profondo ricordo positivo. Luciani ha analizzato con acume i documenti raccolti nel fondo Pariani giacente nella Biblioteca Civica di Verona (ne esistono pure uno a Venezia ed un altro a Milano), cui nel 2015-16 aveva dedicato una tesi di laurea a Venezia Elena Boratto. Il fondo è costituito anche da circa seimila volumi, che testimoniano l’impegno culturale e la passione di collezionista del personaggio, del quale molti già  hanno scritto, tra cui lo studioso Giuseppe Trimeloni. Luciani spiega che Pariani, nato a Milano nel 1876 da padre ignoto (ma Trimeloni lo dice figlio di un Savoia), aveva vissuto la gioventù in vari collegi, ultimo quello militare di Milano dal 1889 al 1896, ed era poi passato all’Accademia di Modena divenendovi sottotenente degli alpini, assegnato al sesto reggimento di Verona. Il giovane ufficiale aveva poi partecipato con onore alla Grande Guerra sul Pasubio e sull’altopiano d’Asiago, conseguendovi due medaglie d’argento, indi era stato protagonista nel 1918 dell’armistizio con l’impero austro-ungarico e nel 1919 della definizione dei confini italiani. Negli anni successivi, ricorda Luciani, aveva conosciuto una brillante carriera come capo della Missione militare italiana in Albania dal 1927 al 1933; divenuto generale, era stato sottocapo di Stato Maggiore con Baistrocchi nel 1933, e dal 1936 al 1939 capo di Stato Maggiore dell’esercito e sottosegretario alla guerra; in tale ruolo era stato autore d’un discusso innovativo ordinamento delle forze armate (divisione binaria) varato con il decreto n. 2095 del 22 dicembre 1938. Ritiratosi a Malcesine, nel marzo del 1943 era stato nominato luogotenente in Albania e nel settembre di quello stesso anno ambasciatore a Berlino, nomina quest’ultima senza effetto a motivo del sopravvenuto armistizio afra Italia e Alleati. Luciani sottolinea l’autonomia e la capacità di giudizio di Pariani, che, come risulta da documenti del fondo, non aveva condiviso varie scelte del regime fascista. Malgrado ciò Pariani fu arrestato alla caduta del regime fascista, internato a Procida e finalmente assolto con formula piena nel 1947. Divenuto sindaco di Malcesine nel 1952, fu sensibile e generoso nei confronti della popolazione ed autore di scelte avvedute per il futuro del paese, prime fra tutte quelle della funivia del Baldo e del museo comunale. L’autore riporta taluni severi giudizi formulati da Pariani su scelte belliche del regime, decisamente interessanti sul piano storico, ripercorre le tappe della sua vicenda giudiziaria, riporta i giudizi di vari studiosi sulla sua riforma (divisione binaria) dell’esercito  e chiude sottolineando che Pariani si era sempre considerato ed era stato effettivamente “un militare totalmente dedito all’esercito e quindi alieno da sconfinamenti nella politica”, e che il suo rapporto con il fascismo era stato “di affinità e simpatia…e niente più”, come dimostra il fatto che avesse preso la tessera del partito ”solo a metà degli anni Trenta e su sollecitazione del capo di gabinetto del Ministero della Guerra”.  Malcesine lo ha voluto ricordare con gratitudine dopo la morte dedicandogli nel 1956 un busto nel museo del castello di Malcesine, opera dello scultore Albino Loro, ed intitolandogli la scuola materna del paese. V.S.G.

Arturo Andreoletti: storia di un uomo, storia dell’Ana
Tra le iniziative culturali di avvicinamento alla 92 a Adunata, dedicata al Centenario della fondazione dell’Associazione Nazionale Alpini, non poteva mancare la presentazione del libro intitolato al suo fondatore, il 7 maggio a Palazzo Marino. Fresco di stampa e con un suggestivo corredo di immagini in bianco e nero e a colori, il volume ARTURO ANDREOLETTI 1884-1977, pubblicato da Nomos Edizioni e promosso dal Museo del Risorgimento di Milano, è disponibile in libreria e online. Prezzo scontato per i soci Ana. E’ stato un gran lavoro ricostruire la figura carismatica ma anche complessa e sfaccettata di Arturo Andreoletti capitano degli Alpini, pioniere dell’esplorazione alpinistica, grande esperto dell’ambiente dolomitico, appassionato di fotografia, pluridecorato e fondatore dell’Ana- ma il risultato è eccezionale: il prestigioso volume fotografico ARTURO ANDREOLETTI 1884-1977, di 224 pagine, fortemente voluto dal Museo del Risorgimento di Milano e appena pubblicato da Nomos Edizioni, proprio nel Centenario dell’Associazione Nazionale Alpini. Il libro, accurato ed esaustivo, vuole presentare –sottolinea il Comune di Milano- Arturo Andreoletti non solo come Alpino, ma anche come impiegato della ragioneria municipale, fervente promotore dell’Archivio della Guerra presso il Museo del Risorgimento di Milano nel primo dopoguerra, capo di gabinetto del podestà di Milano nel biennio 1928-1929, personalità di rilievo nell’attività di finanziamento del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia tra il 1943 e il 1945, industriale di successo presso grandi aziende come S.N.I.A. Viscosa, nonché medaglia d’oro di benemerenza del Comune di Milano. Realizzato grazie a una rigorosa e approfondita ricerca condotta sulla base dei documenti inediti conservati negli archivi delle Civiche Raccolte Storiche di Milano e dell’Associazione Nazionale Alpini, è impreziosito da uno straordinario corredo iconografico, che comprende anche le spettacolari vedute dolomitiche scattate dallo stesso Andreoletti e che restituisce allo stesso tempo la suggestione dei luoghi e la memoria viva dei protagonisti. Il fondo fotografico, composto da oltre 1100 opere, è stato oggetto nel 2018 di un intervento di studio, digitalizzazione e catalogazione finalizzato alla consultazione on line sul portale fotografieincomune. Il volume, curato da Saverio Almini, ospita i contributi di Gregorio Taccola e Andrea Bianchi e le testimonianze di Orazio Andrich, Andrea Bianchi e Mariolina Cattaneo. Il volume -in vendita nelle librerie e online al prezzo di 24,90 euro (sconto per i soci Ana)- verrà presentato ufficialmente martedì 7 maggio, alle ore 17, nella Sala Alessi di Palazzo Marino (piazza della Scala, 2), alla presenza degli autori. Interverranno Filippo Del Corno (assessore alla Cultura), Mario Vanni (capo di gabinetto del Sindaco), Claudio A. M. Salsi (direttore Area Soprintendenza Castello Musei Archeologici e Musei Storici), Sebastiano Favero (presidente Associazione Nazionale Alpini) e Saverio Almini (curatore del volume).

Preti in battaglia

In teoria i cappellani in guerra avrebbero dovuto svolgere la loro opera al sicuro in qualche spiazzo per le celebrazioni religiose, o nei punti di medicazione e negli ospedaletti da campo in attesa che giungessero i feriti. In realtà, invece, per i cappellani il pensiero che ci fossero dei feriti che invocavano soccorso oltre i reticolati e che morivano senza nessuno vicino era insopportabile. Per questo, senza che nessuno l’avesse ordinato, molti di loro fin dall’estate-autunno 1915 non aspettavano l’arrivo delle barelle nei posti di medicazione, ma correvano tra gli scoppi delle granate, avvicinandosi sempre più alla linea di fuoco, lì dove serviva il loro soccorso, l’incitamento ai barellieri, l’organizzazione dello sgombero. Essi, notte o giorno che fosse, fidando nell’abito talare o nella croce cucita sulla divisa, non esitavano ad uscire dalle trincee a recuperare i corpi dei caduti; non esitavano a seguire le truppe all’assalto per poter subito raccogliere i feriti, e salvarli, e assistere i morenti, e salvarli: quei soldati erano giovani che avevano ancora l’ingenuità della gente semplice ed erano abbandonati nella terra di nessuno, assetati, invocanti la mamma. Soccorrerli anche solo per tenere loro la mano e offrire una parola di conforto era rispettare un dovere morale prima che religioso. Il coraggio di questi preti fu eroismo puro e raccontarlo per lo storico Paolo Gaspari è stato adempiere ad un imperativo di civiltà. Da ciò è nato il libro Preti in battaglia, che egli ha scritto con rigore di studioso e passione di italiano”.  V.S.G.

preti in battaglia gaspari

Per la stragrande maggioranza della popolazione, un’indagine dopo cent’anni dalla morte di un povero soldato, può apparire come un caso cui appassionarsi. Per chi invece vi si trova immerso quotidianamente, o quasi, può apparire l’ennesimo libro sulla Grande Guerra.

Tutto partì nel 1958, quando venne scoperta una salma sull’Ortigara, che, sulla base d’una lettera riposta nella giacca, inizialmente fu ritenuta essere quella del s.ten. Adolfo Ferrero, ma si scoprì poi essere del suo attendente. Qui inizia l’indagine storica più recente (2015) dei due autori che prendono in esame tutti i libri che sono stati scritti su questo “caso” e che porteranno a rivelare che… non è il caso che lo sveli io, ma vale la pena di leggerlo per le “coincidenze” che la Storia ogni volta ci propone.

Il lavoro degli autori non è da sottovalutare, anzi: anni passati a controllare ed incrociare dati sono un lavoro immenso, provare per credere. Forse l’unica pecca che traspare leggendolo, è di assistere a una continua corsa; che se da un lato è vera, dall’altro non lascia tranquillità e concentrazione che il libro dovrebbe concedere per l’argomento trattato, anche per tutti i fatti che vengono narrati.

I due autori sono Alberto Di Gilio, nato a Parma ma residente a Padova, ricercatore storico e Leonardo Pianezzola nato a Sandrigo (VI) e residente a Dueville (VI), anche lui ricercatore storico oltre ad essere esperto conoscitore della montagna vicentina dove organizza escursioni di varia difficoltà. Entrambi scrivono articoli e saggi per riviste del settore.

Ecco perché il libro può inoltre essere usato come una specie di guida dell’Ortigara e zone limitrofe per chi non ha tanta dimestichezza con tali luoghi.

Un libro che impone una profonda riflessione sul valore e l’importanza del culto della memoria dei cari, che oggigiorno sta scemando sempre più.

Giulio Tommasi

lettera svelata copertina2

La Grande Guerra va ricordata non solo per le vicende militari, ma anche per i drammi che nel corso del suo svolgimento furono vissuti dalle popolazioni civili. Dimenticate a lungo sono state le sofferenze subite dalle popolazioni del Veneto nell’ultimo anno di guerra.

Nell’autunno scorso a Vittorio Veneto il CEDOS (Centro di documentazione storica sulla Grande Guerra) di San Polo di Piave(Treviso) ha organizzato una giornata di studio sui drammi vissuti dalle popolazioni venete sottoposte all’occupazione austro-tedesca dopo la rotta di Caporetto dall’ottobre 1917 all’ottobre 1918, periodo noto come “l’anno della fame”’: un tema questo particolarmente triste, trascurato in passato dalla storiografia ufficiale, ma emerso in anni recenti grazie all’impegno ed alle ricerche di studiosi di valore. A Vittorio Veneto sono intervenuti Paolo Pozzato, Gustavo Corni, Simone Menegaldo, Nicola De Toffol, Lucio De Bortoli, Matteo Ermacora, Aldo Toffoli, Chiara Polita e Alessandro Valenti. In particolare lo storico Gustavo Corni, docente universitario di vasta esperienza, ha ripreso il filone delle sue ricerche che lo avevano portato ad elaborare nel 1990 un saggio magistrale intitolato La società veneto-friulana durante l’occupazione militare austro-germanica 1917-1918, pubblicato in Inediti della Grande Guerra a cura di Bruno Collegher e Adriano Miolli, opera più volte poi ristampata. Sulla base di testimonianze e diari Corni vi ha spiegato che dopo Caporetto 20.000 chilometri quadrati d’Italia furono alla mercè delle soldataglie austro-tedesche, che si abbandonarono, soprattutto all’inizio, a saccheggi e violenze su una popolazione rimasta senza guide e senza autorità costituite. Erano restati al loro posto solo i parroci (ben 563 su 642), che per questa loro scelta di generosità responsabile poi furono addirittura accusati di austriacantismo. Animali uccisi, grano dato in pasto ai cavalli, cantine svuotate e vino lasciato scorrere a vuoto; e poi requisizioni d’ogni genere, violenze fisiche e uccisioni gratuite, lavoro coatto e stupri su donne d’ogni età, e fame, fame nera, tanto che fra la popolazione vi furono 10.000 morti per denutrizione e 12.500 per malattie conseguenti. Tutto questo dovettero subire circa 900.000 donne, vecchi e bambini delle terre occupate; altri trecentomila riuscirono a fuggire con le loro masserizie e divennero profughi in Italia, poi alloggiati, spesso val visti, in varie regioni. Sulla fuga dei civili dopo Caporetto ha scritto con ampia documentazione Daniele Ceschin nel saggio La fuga parallela: militari e civili dopo Caporetto (in AA.VV. Maledetta l’ora e il momento, 2008) e nel libro Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza 2014.

   Agli stupri sulle donne ha dedicato uno studio dai risvolti brutali ed angoscianti Michele Strazza (“Senza via di Scampo”, 2014), sulla base di ben 735 testimonianze; violenze barbare, come le definì il parroco di Latisana don Giovanni Battista Trombetta nel suo diario che pubblicò sul finire della guerra con il titolo Alla mercè dei barbari e che è stato ristampato  da Gaspari nel 2009.

Terminata la guerra a Portogruaro fu creato un orfanatrofio per i frutti di tante violenze, i figli della guerra. Dopo la guerra per iniziativa di Ugo Ojetti, addetto stampa presso il Comando supremo e consigliere di Diaz, fu aperta un’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti e creata una Commissione ad hoc, i cui risultati furono raccolti in 6 grossi volumi; drammi umani cui ha dedicato la sua attenzione  anche lo studioso Andrea Falconer in Gli orfani dei vivi (DEP, n. 10/ 2009.  Oltre a battaglie e armamenti, la Grande Guerra è stata anche tutto questo. V.S.G.

drammi nel veneto libro copertina

    

A Verona non mancarono poeti che vissero con passione la Grande Guerra, sia nella fase preparatoria del 1914, caratterizzata dallo scontro tra neutralisti e interventisti, sia durante il conflitto, dando voce a sentimenti di orgoglio nazionale, ma anche di trepidazione e di dolore per i lutti portati dalla guerra. Il pensiero va innanzitutto a Giovanni Ceriotto (1883-1968), che nel primo ventennio del Novecento fu figura di spicco della vita letteraria veronese e del settimanale “El Can da la Scala”, di cui fu direttore nel 1916 e su cui si firmava con lo pseudonimo di “Cericane”. Egli partecipò alla Grande Guerra come tenente del genio pontieri e combattè sul Grappa. Pubblicò in più edizioni, a partire dal 1903, la raccolta “Quaranta sonetti in dialetto veronese”, confluiti in “Poesie veronesi” e in “Nel cor de Verona” nel 1916 (riedite nel 2000). Nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia, il tema patriottico si fece in lui più pressante; il poeta percorse buona parte d’Italia proponendo l’ultima sua opera, “El poema de l’Adese”, un poema pervaso da “patriottismo caldo e impetuoso”e da un “fremito di epopea nazionale”; in esso egli trasformava il Monte Baldo in consapevole testimone del moto di liberazione nazionale iniziato nel Risorgimento sugli spalti mantovani di Belfiore, consacrati dal martirio di Carlo Montanari, e destinato a riportare alla patria italiana Trento e Trieste, “ Avanti Italia, che l’è tera tua! / No te senti che i parla el to dialeto? / No te senti che gusto e che saor / come che ride e siga el puteleto / che el ciama mama e el se taca al cor? / E le done de Trento e de Trieste / che le par quele che gh’è zo a Verona, /…No te senti el parlar a l’italiana, / co la parola che va fin in fondo, / la parola de Dante fresca e sana, / semensa semenada in cao al mondo? /… E zo dal Baldo tuti sti pensieri, / carghi de poesia e de passion, / sercando de ciapar tuti i sentieri / i và sul pian in santa procession”. Ceriotto sostenne con i suoi versi la campagna di raccolta di lana per i soldati italiani (“Lana, lana”), cantò il poeta patriota di Trieste Riccardo Pitteri, pianse con versi commossi le vittime del bombardamento austriaco su Verona che il 14 novembre 1915 provocò innumerevoli morti tra i civili, e seguì le vicende della campana del Grappa salvata sotto i tiri dell’artiglieria nemica, trasportata a Verona ed ivi custodita dal CAI fino al maggio del 1918, quando potè tornare a suonare gioiosa sulla sua montagna. Dopo la guerra Ceriotto partecipò alla campagna antiblasfema e nel 1949 pubblicò “Faville dell’anima”, una serie di racconti edificanti dedicati alla gioventù italiana.

Durante la guerra comparivano sulla stampa con regolarità poesie patriottiche dalla vena più intimistica e riflessiva scritte da un autore anonimo che si nascondeva dietro lo pseudonimo di “Matteo Signorio”; si trattava in realtà di Ferruccio Visentini (1878-1933), un impiegato comunale appassionato di poesia, i cui versi furono pubblicati nella raccolta postuma “Aqua minuda” uscita nel 1934 con la prefazione di Antonio Avena. Oggi nessuno più ricorda questo poeta delicato e sensibile, che invece meriterebbe di essere riscoperto. Di lui vi proponiamo una delle sue poesie più profonde e belle, “I nostri morti”, un toccante e umanissimo omaggio ai nostri ragazzi caduti in guerra, fatto di dolore e di orgoglio a un tempo, che non può non commuoverci anche oggi e che proponiamo come il nostro ricordo del loro sacrificio per la patria italiana.

 

“Vecie campane, che g’avì nel cor

‘na ruda de sospiri e de passione

con tute le promesse del Signor

vecie campane, tanto, tanto bone

sonè … disighe el nostro amor a lori,

disighe tute quante le orassione

più bele al nostro sangue, ai nostri pori

soldadi morti via lontan in guera

e forsi, -Dio lo sa- con quai dolori!

Morti de là de i mari, in altra tera

dopo averse batù sensa paura

come leoni streti a la bandiera,

pieni de gloria e l’anima sicura.

Morti, Italia, par ti … par ti i è ’ndadi

prima del tempo drento in sepoltura:

l’Angelo de l’Amor l’à compagnadi

con ’na bela corona de pensieri,

quel de la Morte via el se i à portadi

e tanti, tanti … Dio! Ma me par ieri

-e gh’era in strucacor tuta Verona-

quando ho visto partir i bersaglieri …

Ne la recia ’na musica me sona,

quela vecia canson ci no la sente?

“vualtri che g’avì la gamba bona …”

Sonè, bone campane! O gente, o gente,

dir de quei morti là, de là dai mari,

poco la val la me parola, gnente …

Par quei ricordi che i g’avea più cari,

con la fede de lori, stessa stessa,

come i santi che gh’emo sui altari

preghemoli … fasendo la promessa,

el giuramento d’esser pronti a tuto

par l’onor de l’Italia, la grandessa

parchè el gran Sogno nol ne sia distruto.  

aquaminuda copertina

Negli anni del centenario della Grande Guerra innumerevoli sono state e saranno le pubblicazioni, le mostre e le iniziative dedicate ai molteplici aspetti di essa. Essendo impossibile dar conto di tutte, è inevitabile fare delle scelte, fissando l’attenzione sulle più originali e significative. Tra queste rientra senz’altro il poderoso volume Chiese e popoli delle Venezie nella Grande Guerra, pubblicato nel 2016 dall’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa di Vicenza e curato da Francesco Bianchi e Giorgio Vecchio. In oltre 550 pagine sono raccolte le relazioni di due convegni sul tema svoltisi il primo a Trento l’8-9 aprile ed il secondo ad Asiago il 27-28 maggio del 2016. Elegante e corredato di numerose immagini inedite, il volume non affronta in modo analitico e descrittivo affronta non singoli eventi bellici, ma il complesso rapporto tra guerra e coscienza religiosa, tra le posizioni di papa Benedetto XV e quelle da lui non condivise dei cattolici nazionalisti, tra quanti vedevano la guerra come “castigo di Dio” e perciò ingiustificabile sul piano religioso e quanti più laicamente cercavano le motivazioni di giustizia delle parti in causa. Il testo spiega che la sacralizzazione della guerra non fu opera della Chiesa, bensì degli Stati; in esso si affronta il tema del ruolo e del comportamento di clero e cappellani nel conflitto e si illustrano le figure ed il travaglio interiore di alcuni di questi sacerdoti prestati alla guerra, da don Primo Mazzolari a don Annibale Carletti, l’eroe di Passo Buole, a don Giovanni Minozzi, che ideò e realizzò in Veneto un gran numero di “Case del soldato”; si seguono pure i difficili rapporti tra le autorità militari da un lato e contadini della montagna veneta e clero dall’altro, guardati spesso con diffidenza  e accusati di austriacantismo o disfattismo; ampia trattazione è riservata al ruolo svolto dal vescovo di Trento Endrici e da quello di Vicenza Rodolfi, entrambi decisamente sostenitori della causa italiana, ma impegnati a difendere le loro popolazioni e l’autonomia della Chiesa ; infine sono analizzati pure le peripezie vissute da suore, orfanelle e pazze nei territori occupati dall’Austria dopo lo sfondamento di Caporetto e il dramma dei profughi veneti dopo Caporetto, smistati in regioni italiane distanti, ove erano sopportati e malvisti dai residenti. Il volume, decisamente di livello accademico, fornisce per la tematica in oggetto un ricco e aggiornato apparato di indicazioni bibliografiche utili e preziose per quanti vogliano approfondire  le vicende delle popolazioni trivenete durante il conflitto. (V.S.G.)

Io resto qui

 

Titolo giusto, suggestivo e significativo per un libro dedicato al ricordo di morti e dispersi in Russia. Esso riprende l’esordio d’una famosa poesia, Frammento, dell’alpino Giuliano Penco, morto in Russia nel 1943, riportata in apertura del libro:

Io resto qui.

Stanotte mi coprirà la neve.

E voi che ritornate a casa

pensate qualche volta

a questo cielo di Certkowo.

Io resto qui

con gli amici

in questa terra.

E voi che ritornate a casa

sappiate che anche qui,

dove riposo

in questo campo

vicino al bosco di betulle,

verrà la primavera.

 

Si tratta di un libro di oltre settecento pagine che ricostruisce con lettere, testimonianze e fotografie il dramma di più di trecento soldati di tutte le regioni italiane scomparsi nelle nevi russe durante le battaglie e la ritirata nel 1943. Un’opera monumentale cui si sono dedicati con passione e tanta sensibilità Antonio e Maria Giovanna Respighi, sostenuti dal Gruppo alpini di Abbiategrasso, che l’ha editata nei mesi scorsi, e dalla Sezione ANA di Milano. Tutto nacque qualche anno fa in occasione d’un viaggio in Russia nell’area della sacca del Don. Riconosciuti come italiani, i fratelli Respighi furono contattati da un russo che mostrò loro dei piastrini di soldati italiani caduti in quei luoghi. Animati dal sacro sentimento di pietà per i fratelli italiani scomparsi nel dramma russo, i Respighi raccolsero più di trecento piastrini e, una volta tornati in Italia, si misero in contatto con Comuni e famiglie di tutta Italia, riuscendo a restituire volti, lettere legami affettivi ed umanità a quei nomi destinati altrimenti a scomparire nel nulla. Aiutato dalla sorella, Antonio Respighi, consigliere provinciale dell’ANA milanese, si meritò con lei l’appellativo di “angelo degli Alpini dispersi in Russia”. Il loro lavoro ha interessato anche la terra veronese. Tra quei piastrini, infatti, ben quindici erano appartenuti a soldati della nostra provincia, di ciascuno dei quali gli autori hanno tracciato un profilo, arricchito di quanto hanno potuto ottenere dalle famiglie. Essi sono Guerrino Accordini, classe 1916, artiere alpino di Rivoli, disperso; Giulio Andreetto, classe 1916, autiere di Ronco, deceduto; Pietro Bonometti, classe 1911, granatiere di Affi, disperso; Luigi Bottacini, classe 1914, artigliere di Verona, disperso; Giuseppe Castellani, classe 1921, bersagliere di Castelnuovo, morto in prigionia; Tranquillo Compri, classe 1914, fante di Cadidavid, morto in prigionia; Bruno Fanton, classe 1911, addetto ai lanciafiamme, Legnago, disperso; Luigi Magalini, classe 1911, artigliere motorizzato di Villafranca, morto in prigionia; Emilio Montresor, classe 1914, alpino di Pescantina, disperso; Bruno Novarin, classe 1914, alpino di S. Bonifacio, morto in prigionia; Ottorino Penazzi, classe 1922, reparto sanità, abitante a Caprino, disperso; Guido Pianalto, classe 1915, genio , Verona, disperso; Mario Ruffo, classe 1917, artigliere di Montorio, morto in prigionia; Aldo Salvetti, classe 1920, alpino di Cavaion, morto in prigionia e Oreste Trevenzuolo, classe 1916, fante di Palù, disperso. (V.S.G.)  

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Medico chirurgo forlivese con la passione della fotografia, Pio Bertini nel 1915 fu richiamato alle armi tra gli alpini del “Gemona” con il ruolo di medico della 71a compagnia e responsabile dei posti di medicazione avanzati e degli ospedali di prima linea in Val Dogna. Da quell’osservatorio privilegiato egli poté vedere e vivere il contesto ambientale, gli eventi bellici, i momenti di serenità, i drammi e le sofferenze che dovettero subire i nostri alpini e più in generale i soldati sul fronte carsico nella prima tremenda guerra totale che coinvolse l’intero popolo italiano. Tutto questo crogiuolo di un’umanità umile, semplice e sofferente egli immortalò con la sua macchina fotografica in centinaia di istantanee, che raccolse in un album acquerellato dal profugo Luigi Parolini, perché fosse crudo e commosso documento per i posteri. Rimaste a lungo inedite, tali immagini, restaurate e corredate da ampie e attente didascalie, sono venute finalmente alla luce  in bel volume curato dagli studiosi Luigi Melloni, Giovanni Vinci e Paolo Andrea De Monte e dato alle stampe quest’anno dall’editore Carta Bianca di Faenza (160 pagine, euro 20). L’opera, impreziosita dall’intensa presentazione del vescovo di Imola mons. Ghirelli, costituisce un eloquente documento della grande guerra, che parla agli occhi e all’anima; è arricchito dal breve diario del medico Bertini e dalle note autobiografiche del figlio suo Fernando, sottotenente alpino della “Julia”, ferito in Albania nella seconda guerra mondiale. La segnalazione dell’opera ci è giunta dal socio Renato Caloi, che ringraziamo. V.S.G.

la coperta di neve

L’odissea di un reduce della Russia L’avventura di un uomo: il matrimonio, i figli, la Grecia, la Russia, la ritirata, la prigionia e il ritorno a casa. ELISEO FERRARI .  Pagg. 297 – euro 10,00 - per informazioni rivolgersi alla sezione di Verona – tel. 045/8002546.

Il gruppo alpini di Povegliano ha recentemente reso omaggio al proprio concittadino Giuseppe Favaro classe 1920 inquadrato nel 6° Reggimento Alpini Battaglione Verona , pubblicando il libro "Memorie". La trascrizione a cura dei figli Luigi e Antonietta delle annotazioni, degli appunti e dei ricordi del loro Padre Giuseppe. Ricordi della Seconda Guerra Mondiale combattuta sui fronti: Grecia, Albania, Russia, Italia e per finire nei campi di prigonia in Germania. Per volere e concessione dei famigliari e del gruppo alpini di Povegliano, pubblichiamo in allegato il file in pdf del libro, affinchè chiunque possa leggere questa preziosa testimonianza. 

tra luci e ombre

Tra luci e ombre, un libro per non dimenticare. Nella serata del 27 settembre u.s. in Sala Civica a San Bonifacio, è stato presentato il libro «Luci e ombre» di Gianni Storari, edito dal Gruppo Alpini di Prova. Un libro che riporta diari, memoriali di guerra e prigionia di giovani sambonifacesi e dell’est veronese, in particolare le storie vissute di Vittorio Benati, reduce di Nikolajewka e di Alessio Facchin prigioniero all’8 settembre ‘43, al compimento dei vent’anni. Storie che fanno riflettere sui sacrifici fatti da tanti giovani alpini veronesi chiamati alle armi, andati in guerra e, molti, non più tornati.Il libro esce ricordando i 70 anni dall'8 settembre '43, che è il punto centrale, la chiave del racconto, preceduto delle campagne militari e poi seguito dalla prigionia. Sono citate le storie di molti protagonisti sambonifacesi ed è privilegiata la pubblicazione, parziale o totale, di testi scritti, di lettere, di memoriali. Vi è un lungo capitolo dedicato alla guerra nei cieli d'Africa, spesso dimenticata. «Il titolo "Tra luci e ombre" vuole sottolineare», dice Storari, «il fatto che parlando di quegli anni, al di là di tanti episodi di eroismo, atti di solidarietà e momenti di sacrificio, bisogna anche avere il coraggio di sottolineare i passaggi oscuri, scandalosi, l'impreparazione dell'esercito, la disorganizzazione delle operazioni militari». L'occasione del libro è data dal memoriale di Alessio Facchin nato a Prova nel 1923 che, a vent'anni non ancora compiuti, viene assegnato al Sesto Reggimento Alpini, Battaglione Verona, in attesa di partire per il fronte russo. Ma nella primavera del '43 i reduci di quel fronte ritornano in patria e lui incontra alcuni paesani che gli parlano di quella immensa tragedia, in particolare Vittorio Benati e Giovanni Saccomani. L'8 settembre viene catturato dai tedeschi e internato in Germania; ritornerà due anni dopo. Anche Vittorio Benati, pure lui di Prova, ha scritto un memoriale relativo alla prigionia in Germania, che però ha il pregio di riportare il racconto alle prime fasi della guerra, la campagna di Francia, poi la Grecia, infine la Russia; a Nikolajewka. Alessio e Vittorio hanno voluto scrivere le loro memorie, assieme a tantissime altre vicende assai simili di sambonifacesi che hanno lasciato qualche memoria delle loro vicende, foto, lettere , come Aurelio Zago, Ernesto Pasini di Lobia, Umberto Tadiello di Locara, Angelo Rossato, Guerrino Storari, Virgilio Righetti, Mario Zantedeschi; allargando lo sguardo nei paesi del circondario, Giovanni Ambrosini di Cologna Veneta, Nino Agenore Bertagna di San Martino Buon Albergo, Arturo Peruzzi di San Michele Extra, Mario Pigozzi di Tregnago, Bruno Bigini di Minerbe; e ancora don Alessio Saccomani di San Pietro di Morubio, cappellano militare, Olmes Ognibene di Reggio Emilia, Armando Gandini di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, Rino Albertini e Giovanni Carletto, dispersi in Russia; Sergio Malgarise e Mario Scarsetto, prigionieri in Russia; Giuseppe Bonturi di Soave e Luigi Perazzolo di Roncà, partigiani; Mario Danese di San Bonifacio, condannato al confino. G.B.

La casa illuminata

"la casa illuminata" di Sandro Baganzani (1889-1950) Poeta, giornalista, professore, uomo politico, ufficiale degli alpini Medaglia al V.M. durante la prima Guerra Mondiale a cura di Giancarlo Volpato.  Per informazioni rivolgersi alla segreteria  ANA Verona - 045.8002546

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