Drammi nel Veneto occupato dagli austro-tedeschi dopo Caporetto

La Grande Guerra va ricordata non solo per le vicende militari, ma anche per i drammi che nel corso del suo svolgimento furono vissuti dalle popolazioni civili. Dimenticate a lungo sono state le sofferenze subite dalle popolazioni del Veneto nell’ultimo anno di guerra.

Nell’autunno scorso a Vittorio Veneto il CEDOS (Centro di documentazione storica sulla Grande Guerra) di San Polo di Piave(Treviso) ha organizzato una giornata di studio sui drammi vissuti dalle popolazioni venete sottoposte all’occupazione austro-tedesca dopo la rotta di Caporetto dall’ottobre 1917 all’ottobre 1918, periodo noto come “l’anno della fame”’: un tema questo particolarmente triste, trascurato in passato dalla storiografia ufficiale, ma emerso in anni recenti grazie all’impegno ed alle ricerche di studiosi di valore. A Vittorio Veneto sono intervenuti Paolo Pozzato, Gustavo Corni, Simone Menegaldo, Nicola De Toffol, Lucio De Bortoli, Matteo Ermacora, Aldo Toffoli, Chiara Polita e Alessandro Valenti. In particolare lo storico Gustavo Corni, docente universitario di vasta esperienza, ha ripreso il filone delle sue ricerche che lo avevano portato ad elaborare nel 1990 un saggio magistrale intitolato La società veneto-friulana durante l’occupazione militare austro-germanica 1917-1918, pubblicato in Inediti della Grande Guerra a cura di Bruno Collegher e Adriano Miolli, opera più volte poi ristampata. Sulla base di testimonianze e diari Corni vi ha spiegato che dopo Caporetto 20.000 chilometri quadrati d’Italia furono alla mercè delle soldataglie austro-tedesche, che si abbandonarono, soprattutto all’inizio, a saccheggi e violenze su una popolazione rimasta senza guide e senza autorità costituite. Erano restati al loro posto solo i parroci (ben 563 su 642), che per questa loro scelta di generosità responsabile poi furono addirittura accusati di austriacantismo. Animali uccisi, grano dato in pasto ai cavalli, cantine svuotate e vino lasciato scorrere a vuoto; e poi requisizioni d’ogni genere, violenze fisiche e uccisioni gratuite, lavoro coatto e stupri su donne d’ogni età, e fame, fame nera, tanto che fra la popolazione vi furono 10.000 morti per denutrizione e 12.500 per malattie conseguenti. Tutto questo dovettero subire circa 900.000 donne, vecchi e bambini delle terre occupate; altri trecentomila riuscirono a fuggire con le loro masserizie e divennero profughi in Italia, poi alloggiati, spesso val visti, in varie regioni. Sulla fuga dei civili dopo Caporetto ha scritto con ampia documentazione Daniele Ceschin nel saggio La fuga parallela: militari e civili dopo Caporetto (in AA.VV. Maledetta l’ora e il momento, 2008) e nel libro Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza 2014.

   Agli stupri sulle donne ha dedicato uno studio dai risvolti brutali ed angoscianti Michele Strazza (“Senza via di Scampo”, 2014), sulla base di ben 735 testimonianze; violenze barbare, come le definì il parroco di Latisana don Giovanni Battista Trombetta nel suo diario che pubblicò sul finire della guerra con il titolo Alla mercè dei barbari e che è stato ristampato  da Gaspari nel 2009.

Terminata la guerra a Portogruaro fu creato un orfanatrofio per i frutti di tante violenze, i figli della guerra. Dopo la guerra per iniziativa di Ugo Ojetti, addetto stampa presso il Comando supremo e consigliere di Diaz, fu aperta un’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti e creata una Commissione ad hoc, i cui risultati furono raccolti in 6 grossi volumi; drammi umani cui ha dedicato la sua attenzione  anche lo studioso Andrea Falconer in Gli orfani dei vivi (DEP, n. 10/ 2009.  Oltre a battaglie e armamenti, la Grande Guerra è stata anche tutto questo. V.S.G.

drammi nel veneto libro copertina

    

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