Forse non tutti sanno che...

Forse non tutti sanno che, oltre ad essere il titolo di un'apprezzata rubrica di un settimanale di enigmistica, è anche, nel nostro caso, un dato di fatto: forse non tutti sanno che nell'organico della nostra Sezione esiste anche un Centro Studi. Certo, avendo voglia di cercare, di andare sul sito anaverona.it e iniziare un paziente lavoro di ricerca, o spulciando attentamente i numeri de “Il Montebaldo”, ecco che si scoprono i primi indizi, qualche riferimento in alcuni articoli, e per i più pazienti e curiosi anche la fortuna di capitare nella pagina che nel sito della Sezione è dedicata al Centro.

Certo, facile così si dirà, abbiamo scoperto questa cosa nuova. Ma cosa fa il Centro Studi? È solamente l'ennesima struttura, che serve per distribuire “careghe” e per dare un ruolo a qualcuno o ha un compito preciso da assolvere? E certo che il Centro ha un mandato preciso, ricevuto dalla Sezione, quello della riscoperta e della conservazione dell’immenso patrimonio storico e umano che sono le vicende dei nostri alpini in armi. Quindi il Centro si occupa di storia, che brutta parola! Ai più ricorderà la scuola, dove la storia era l'ennesima materia da studiare, per la quale, a differenza di altre, non vi erano inclinazioni naturali, bisognava solo aprire il libro. Ma per pochi aprire quel libro, ed immergersi nelle vicende di secoli passati era un piacere assoluto, pochi ancora inconsapevoli ma che già intuivano l'importanza di quella materia, perché come qualcuno canterà “la storia siamo noi”; un concetto semplice ma difficile, significa che ognuno di noi, ma anche ogni paese, ogni struttura, ogni associazione, è la propria storia, e per capire chi siamo non dobbiamo far altro che guardare indietro e ripercorrere il cammino fatto.

Bene, ma perché questo pistolotto? Semplice, perché il Centro ha bisogno di voi. 

Il Centro Studi sta portando avanti diversi progetti di ricerca, che stanno coprendo quasi tutta la vita operativa della specialità degli alpini, ma anche il recupero della storia dei caduti della grande guerra sepolti nel sacrario del cimitero monumentale di Verona. Tra questi progetti vi è il recupero della Storia, e delle storie, dei battaglioni alpini a reclutamento veronese nel corso del primo conflitto mondiale – i battaglioni Verona, Val d'Adige e Monte Baldo – con l'intenzione di produrre alcune pubblicazioni, ed ecco che siamo a chiedere il vostro aiuto. A voi alpini, a voi amici, ma anche ai Gruppi, alle zone: se avete, o se avete conoscenza che qualcuno ha materiale di interesse storico, come fotografie, memorie, diari, lettere, cartoline o qualsiasi altra cosa possa interessare la storia di questi tre battaglioni tra il 1915 ed il 1918, vi chiediamo di contattare il Centro e farcelo sapere; operativamente chiederemo solo di poter scansionare, o fotografare, il materiale (la tecnologia oggi ci consente cose impensabili fino a qualche anno fa) e l'autorizzazione ad una eventuale sua pubblicazione, ci teniamo a precisare che tutto il materiale rimarrà di proprietà del titolare (resta comunque valida la possibilità di “versarlo” in Sezione, dove sarà accuratamente conservato e valorizzato). 

Ma non chiediamo solamente, siamo anche disponibili “a dare”, se siete quindi intenti in una ricerca storica sulla vostra famiglia, su vostri avi alpini, provate a bussare anche alla porta del Centro. Non vi assicuriamo di sapervi dire con esattezza cosa il vostro antenato mangiò a pranzo il 15 ottobre del 1916, o dove un altro dormì la notta del 24 aprile 1941, ma l'esperienza dei ricercatori del Centro, che da anni frequentano archivi civili e militari e sono abituati ad immergersi nelle fonti storiche potrà senz'altro esservi d'aiuto. Luca Antonioli

Articolo presente sul nostro giornale sezionale "IlMontebaldo" https://www.anaverona.it/.../IlMonte.../IlMontebaldo2021.pdf

Alle prime luci del 26 gennaio 1943, il Battaglione parte da Terinkina diretto a Nikolajewka, che si sa fortemente presidiata dai Russi, decisi a fermare per sempre la colonna della Tridentina nella sua marcia verso ovest e verso la salvezza. Le condizioni atmosferiche sono buone, ma il freddo è molto intenso.Dopo un'ora circa di faticoso cammino nella neve ghiacciata, si giunge al culmine di un vasto mammellone che degrada dolcemente verso un avvallamento, dall'andamento trasversale rispetto alla nostra direzione di marcia. In fondo all'ampia china nevosa corre un terrapieno ferrovia­rio protetto da staccionate para-neve, lungo il quale si nota verso destra, un sottopassaggio; al di là della scarpata vi è un breve tratto completamente gelato e poi il terreno sale lievemente verso un grosso abitato, al centro del quale troneggia una grande chiesa con le classiche torri campanarie con cupola a cipolla. Verso sinistra, oltre la linea ferro­viaria, si nota un grosso fabbricato in muratura di mattoni rossi costi­tuente la stazione ferroviaria.Tutti gli uomini validi del Battaglione, con tutte le armi disponibili, vengono riuniti in un solo reparto affidato al comando del Tenente Donà, unico comandante di Compagnia ancora incolume; si tratta di circa duecento uomini tra i quali vi sono gli addetti ai comandi, molti conducenti senza quadrupedi, attendenti, portaordini ed appartenenti alla 113" Compagnia A.A. ed alla Compagnia Comando Reggimentale. Il Comandante del Battaglione concorda con gli altri ufficiali superiori presenti il piano di attacco. Scrive Enno Donà al quale fu affidato il comando dell'azione condotta dal Verona:

Fummo sorpassati da una slitta sulla quale viaggiavano il Comandan­te del Val Chiese Ten. Col. Chierici che noi chiamavamo famigliarmente il "vecchio» ed il Ten. Col. Prat, "Felicin» per gli amici. Ero convinto che davanti ci fosse il Vestone, mentre ci accorgemmo di essere in testa a tutti con a fianco solo la 255' del Val Chiese che aveva pernottato in un gruppo di isbe vicino a noi. La 255' sfilava sul nostro fianco sinistro a poca distan­za e potei salutare Luciano Zani che trascinava avanti gli alpini con grida di incitamento; anzi ad un certo punto la 255' ci sopravanzò e pur su altra pista si portò avanti a noi. Ormai non eravamo più delle ombre nella notte perché la luce del giorno aveva vinto il buio ed a est il cielo si tingeva di rosso promettendo un sole pieno in una giornata serena. La marcia di avvicinamento a quel centro che poi sapemmo chiamarsi Niko­lajewka durò circa un'ora, poi ci fermammo. Sul colmo del costone c'era ferma la slitta di Chierici e di Prat. Il maggiore mi chiese di accompagnarlo e ci avvicinammo alla slitta per sentire se c'erano ordini circa la prosecuzione del movimento. Prat stava consultando la carta topografica e ci salutò con un cenno, mentre Chierici ci prese in disparte e ci orientò sugli ordini del nostro Colonnello che, come si disse, stava sopraggiungendo in testa al Vestone. Prat ci informò sulla situazione che si può così riassumere: una cicogna tedesca in osservazione aveva comunicato che il paese di Nikolajewka davanti a noi, in fondo ad un avvallamento, era in salda mano del nemico ed il 6° doveva attaccare perché quella era l'unica via possibile verso l'ovest. Probabilmente sarebbe stato l'ultimo sforzo da fare per raggiungere le linee tenute dai tedeschi e bisognava far presto prima che il nemico riuscisse a porre in atto uno sbarramento efficientemente organizzato. Ordinava pertanto a nome del Comandante la Tridentina di sferrare subito l'attacco con il Vestone al centro, al quale era commesso lo sforzo principale (era il battaglione più efficiente e poteva contare su 600 uomini). La 255' Cp. era già in posizione di partenza per l'attacco sulla sinistra e sarebbe stata seguita dalle altre due compagnie in arrivo (il Ten. Col. Chierici in quel momento non sapeva che le due compagnie erano state semidistrutte la notte ad Arnautowo). Il Verona doveva estendere l'azione sulla sinistra del Val Chiese per impegnare più forze nemiche che fosse possibile. L'attacco avrebbe avuto l'appoggio dell'aviazione tedesca che con gli Stukas avrebbe provveduto a battere i centri di resistenza russi dato che il bel tempo avrebbe permesso il decollo degli aerei dai campi ormai vicini... Il maggiore mi ordinò di chiamare a rapporto gli ufficiali e con poche parole se la cavò affidandomi la condotta dell'attacco. Poi ci augurò buona fortuna e tornò da Chierici e Prat... Ero l'unico ufficiale di carriera rimasto al Verona; avevo l'onere di comandare un manipolo di superstiti che avevamo tenuto uniti e saldi durante una serie di tremende vicissitudini; non conoscevo la consistenza delle forze russe che erano davanti a noi, anzi mi illudevo che fossero i soli-ti elementi che, dopo una certa resistenza, si sarebbero ritirati. E allora "Avanti, Verona" e che Dio ci protegga! Do gli ordini per la preparazione degli uomini: lasciare tutti i pesi super-flui e portare solo le armi efficienti, riequilibrare le dotazioni di munizioni con scambi tra gli alpini in modo che tutti abbiano almeno due bombe a mano e due caricatori del 91. Poi porto con me gli ufficiali ad affacciarsi sulla conca di Nikolajewka per un inquadramento operativo dell'azione e finalmente vediamo il palcoscenico sul quale il destino ci chiama a recitare la nostra parte di attori secondo una partitura approntata dal volere imperscrutabile di Dio... Il fondale era costituito da due colline rotondeggianti in sommità, poste a semicerchio avvolgente il grosso paese che vi giaceva ai piedi con ottima esposizione a levante. In mezzo alle due colline si notava una depressione, una specie di colle nevoso al quale arrivava una strada battuta in forte salita. Il paese era costituito da un grosso agglomerato di isbe e costruzioni in muratura, rinserrato tra le due colline ed il famigerato terrapieno della ferrovia su una specie di conoide il cui centro di figura era in corri­spondenza del colle sul quale sorgeva una grossa chiesa. Non notai il sotto­passaggio perché spostato alla nostra destra nel settore di attacco del Vesto-ne; da quella parte però si vedeva una grossa costruzione a 3 piani che emergeva dai tetti di paglia delle isbe. La nostra attenzione era partico­larmente attratta dalla fisionomia topografica nel settore dove dovevamo agire. Davanti a noi la lunga barra collinosa, sulla sommità della quale avevamo camminato quella mattina, digradava nella conca tagliata dal terrapieno della ferrovia: era come l'unghia di un grosso pollice puntato al centro del paese e noi eravamo sulla sinistra e non vedevamo cosa succe­deva al centro e sulla destra di tale unghia. Di fianco a sinistra un piccolo avvallamento che risaliva in dolce pendenza non poteva costituire appiglio tattico perché era parallelo alla direttrice di attacco. Davanti a noi, leg­germente spostata sulla sinistra vedevamo la stazione, costruzione di mat­toni rossicci che risaltava nel contesto delle isbe circostanti e nei cui parag­gi si notavano due vagoni merci e una locomotiva. Vicino alla stazione, verso destra, il solito serbatoio dell'acqua in cemento e mattoni dal quale, durante il combattimento, i russi ci annaffiarono di raffiche di mitra­gliatrice. Al di là della stazione un piazzale dal quale partiva un viale alberato risalente fino alla grossa chiesa a cui ho accennato. C'era un silenzio pauroso che disturbava quasi fisicamente.Notai che da molte isbe saliva lento, nella calma atmosfera, il fumo dei camini, segno evidente che nelle isbe c'era gente. Pensai che se i russi ci aspettavano su quel palcoscenico non avrebbero potuto trovare un posto migliore per darci una mazzata mortale. Schiacciata la testa del lungo millepiedi che avanzava da giorni nella bianca pianura, il corpo si sareb­be sfatto e sarebbe marcito da solo.Quella conca chiusa dalle colline poste a semicerchio era un'enorme ton­nara dove eravamo stati spinti da abili puntate sui fianchi ed in coda e dove si sarebbe svolta la mattanza! In quel momento non c'era tempo alle riflessioni. Bisognava agire. Gli ufficiali sono intorno a me a semicerchio e attendono gli ordini. Sono, e li ricordo con cuore grato e commosso: S. Ten. Eros da Ros C.te la 56^, S. Ten. Enzo Longobardi della 56^, S. Ten. Rober­to Mori C.te la 57^, S. Ten. Angelo Bernasconi della 57^, Ten. Emilio Bur­loni C.te la 58^, S. Ten. Riccardo Pessagno, S. Ten. Luigi Bressan della compagnia C.do di Btg., S. Ten. Giovanni Cortellini che comanda la Cp.Com.do Reggimentale data in rinforzo al Verona. Con noi è anche il S. Ten. Borgogno del 2° Art. alpina che avevo conosciuto nell'osservatorio della 20^Btr., sul Don. Lo assegno alla 58^ con Burloni...

Ordini per l'attacco (come li ricordo bene!): - obiettivo principale: la stazione di Nikolajewka - obiettivo eventuale: la chiesa in cima al paese - 58' avanzata sulla sinistra - 56 "avanzata sulla destra con la Compagnia Comando - 57"di rincalzo - Seguirò l'azione in testa alla 57; aggiungo che gli Stukas tedeschi ci «puliranno" il terreno davanti a noi (ma chi mi ha fatto raccontare quel-la fandonia!). Sulla china pelata e senza appigli non ci sarà la possibilità di effettuare degli sbalzi durante la fase di avvicinamento e quindi l'azione dovrà essere continua e accelerata al massimo. Gli ufficiali dovranno dare l'esempio, stando - sempre per la teoria che dice "meno si sta sotto la pioggia e meno ci si bagna" - in piedi in testa ai loro alpini e non potranno buttarsi a terra. Nessun ufficiale potrà allontanarsi dal combattimento se non su mia autorizzazione e per motivazione comprovata... Partì la 58^ sulla sinistra con in testa il Ten. Burloni unico ufficiale che conoscevo bene perché era stato con me in Albania, seguito da Cortellini con i suoi, partì la 56^ con Da Ros e Longobardi e la Compagnia Comando con i sottotenenti Bressan e Pessagno. Seguivo a poca distanza davanti alla 57^ con alle spalle, ma vicino, il S. Ten. Mori in testa alla 57^. Erano con me il mio portaordini ed il mio inseparabile Cap. Magg. Battistini, colui che mi ha sempre seguito come un'ombra in tutti i combattimenti. Non mi accorsi di essere seguito anche dal mio buon attendente Adelino Belli che aveva sentito il dovere di seguire il suo ufficiale fino alla morte: se me ne fossi accorto in tempo probabilmente l'avrei cacciato indietro... Procediamo decisi ed iniziamo la discesa. C'è un silenzio minaccioso e mi sembra impossibile che i russi non abbiano ancora iniziato il fuoco di sbarramento. Non un colpo e, laggiù nel paese, nessun movimento, tutto e immobile; un'immobilità assurda, fuori dal tempo. Sento solo le grida di incitamento degli ufficiali ed il fruscio delle scarpe trascinate sulla neve. Mi guardo in giro per vedere se tutto procede bene; sembra un'esercitazione fatta in tempo di pace davanti all'osservatorio degli alti papaveri; squadre aperte in fila, uomini distanziati 4-5 metri uno dall'altro. Non sembra una marcia verso la morte ma un addestramento di piazza d'armi. Alle mie spalle il Cap. Liut ha preso posizione con i suoi 47/32 in un piccolo avvallamento proprio di fronte alla stazione, ma praticamente è allo scoperto anche lui ed i russi staranno già "prendendogli le misure". Non so niente del Vestone che avevo visto venire avanti sul costone e che a quest'ora dovrebbe avere lasciato già le sue basi di partenza.

Guardo l'orologio: sono le 8,05 ed il sole sta già sbucando all'orizzonte.

Tratto da “Battaglione Verona – Cimì” di Vittorio Cristofoletti

Foto:In movimento verso Ovest (foto Roberto Cacchi)

 

30 Dicembre 1915 – La Battaglia di Malga Zurez

Nella notte fra il 30 e il 31 dicembre il Battaglione si lanciava all'attacco della munitissima posizione nemica, difesa da più ordini di reticolato. Questo l'obbiettivo delle varie compagnie: la 58ª Compagnia da Doss Alto doveva puntare ad est di Malga Zurez e prendere quota 700, la 73ª attaccare frontalmente la Malga, la 92ª la quota 167 ad ovest della posizione per richiamare le forze nemiche sulla destra, la 56ª e la 57ª erano di rincalzo e la 256ª compagnia del Battaglione Val d'Adige doveva appoggiare l'azione della 58ª attaccando la quota 700 da nord.

L'azione doveva essere preparata da una batteria di medio calibro appostata sul Monte Altissimo e sostenuta, durante lo svolgimento, da una batteria da montagna. Con magnifico slancio gli eroici alpini della 58ª compagnia raggiungevano l’obiettivo: quota 700, dopo che gli Arditi della compagnia al comando del S. Tenente Serena, erano riusciti a tagliare con i propri mezzi, malgrado il serratissimo fuoco del nemico, ben tre ordini di reticolato.

La 73ª compagnia trovava una più accanita resistenza: i guastatori del reparto, essendo completamente mancata l'azione dell'artiglieria, erano quasi tutti rimasti sui reticolati, che avevano cercato di tagliare con tenaglie e con piccozze , ma alla fine , dopo un eroico sforzo , anche questa compagnia assolveva il suo compito. Sul mezzo-giorno l' Aspirante Angheben Sig. Mario da Fiume prendeva col suo Plotone il trincerone principale della posizione nemica e penetrava nella Malga dove trovava, quasi a consacrare la propria conquista, morte gloriosa. Intanto la 92ª Compagnia procedeva verso Quota 167. Ma gli austriaci ingannati in un primo tempo dalla nostra manovra, riuscivano tosto ad orientare la loro preponderante difesa, contro la quale dolorosamente si infrangeva il valore dei nostri. Decimati dal fuoco che vomitavano i Forti dal Brione al Faè, privi di munizioni per l'impossibilità del rifornimento, nel pomeriggio dovevano lasciare Malga Zurez, rossa d' italico sangue, al nemico e ripiegare sulle posizioni di partenza, protetti dalle Compagnie di rincalzo.

Il bilancio complessivo di questo aspro combattimento per il Battaglione “Val d’Adige” fu di 3 ufficiali morti e 3 feriti più o meno gravemente, 8 uomini di truppa morti, 29 feriti e 4 dispersi. Più gravi ancora le perdite del Battaglione “Verona”: 4 ufficiali morti e 10 feriti, in gran parte trentini; e della truppa 42 alpini morti, 148 feriti e 30 dispersi.

Cesare Battisti a Malga Zurez il 30 dicembre 1915

Anche Cesare Battisti è a Malga Zurez, Sotto Tenente della 258ª compagnia del Battaglione Alpini “Val d’Adige” comandata dal Capitano veronese Aleardo Fronza ma non prende parte, con la sua compagnia, all'aspro combattimento, ma si trova assai vicino alla posizione di Malga Zurez, sicché può, se non assistervi, in qualche modo seguire le successive fasi dell'azione e apprendere, tra i primi, notizie sul ripiegamento finale, sulle gravi perdite sofferte, sulla fine gloriosa di non pochi suoi corregionali. Pochi giorno dopo scrive ad un amico : « ....Nell'azione caddero molti Trentini, ma il loro contegno fu eroico. Il Colonnello mi ha fatto or ora vedere l'ordine del giorno alle truppe, nel quale ricorda con speciale riconoscenza l'eroismo dei volontari trentini ». E in un'altra lettera di poco successiva : «Alle quattro di sera si combatteva ancora e quando né i nostri né gli austriaci, tutti tagliati fuori dalle retrovie pei torrenti di fuoco lanciati dalle opposte artiglierie (quella austriaca sparò sui nostri ben tremila colpi) non ebbero più munizioni, si combatté a sassate e col calcio del fucile ».

Tra questi i caduti alpini veronesi furono: Attilio Annecchini nato a Negrar, Virgilio Giovanni Arduini nato a Costermano, Leonello Azzolini nato a Sant’Ambrogio, Annibale Belligoli nato a Povegliano, Alessandro Bogoni nato a Monteforte, Plinio Bonfante nato a Nogara, Adelino Bongiovanni nato a Cavaion, Eugenio Bortola nato a Roverè V.se, Arturo Francesco Brugnoli nato a Bussolengo decorato di medaglia d’Argento al V.M, Giuseppe Caliari nato a Sona, Gelindo Capuzzo nato a Roveredo di Guà, Giacomo Ceradini nato a Dolcé, Battista Giovanni Ceresini nato a Boscochiesanuova decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Giacomo Giuseppe Chignola nato a Caprino, Luigi Cordioli nato a Villafranca, Beniamino De Biasi nato a Verona decorato di medaglia di Bronzo al V.M., S.Ten. Nereo Dentenato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, Luigi Erbice nato a Cazzano di Tramigna, Giuseppe Facchinetti nato a Soave, Giovanni Battista Filippini nato ad Oppeano, Fortunato Foroni nato a Valeggio, Lodovico Mario Gaspari nato a Caprino, Giovanni Gelmetti nato a Sant’Ambrogio, Felice Giacomazzi nato a Caprino, Pietro Guerra nato a Ronco all’Adige, Angelo Magnagnagno nato a Roncà decorato di medaglia di Bronzo al V.M.,Mario Masotti nato a Soave, Domenico Mazzi nato a Valeggio, Giuseppe Mazzurana nato a Costermano, Romeo Milani nato a Colognola ai Colli, Pio Olivieri nato a Pastrengo, Antonio Pelosato nato a Monteforte, Giacomo Peloso nato a Selva di Progno decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Pietro Poli nato a Grezzana, Prati Lucillo nato a Cerro, Riolfi Giovanni nato a San Pietro in Cariano, Rizzi Attilio nato a Bardolino, Salvaro Ernesto nato a San Bonifacio, Scandola Giovanni nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia d’Argento al V.M, Semprebon Angelo nato a Sant'Ambrogio, Francesco Sempreboni nato a San Pietro in Cariano decorato di medaglia di Bronzo al V.M., Umberto Silvestrelli nato a Verona, Giulio Squaranti nato a Roverè decorato di medaglia d’Argento al V.M, Cesare Tommasi nato a Marano,

Ten. Ottavio Tonchia nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, Giulio Antonio Viviani nato a Cazzano di Tramigna, Augusto Zaffarisa nato a Montecchia di Crosara, Ernesto Zambelli nato a Bosco Chiesanuova, Benvenuto Zamboni nato a Lazise, Riccardo Zerbini nato a Rivoli.


Gli alpini veronesi feriti il 30 Dicembre 1915 nella Battaglia di Malga Zurez

Adami Angelo nato a Soave. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Adamoli Carlo nato a Breonio Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco subita alla testa nel fatto d'armi di Malga Zurez 30.12.1915

Azzolini Marcello nato a San Massimo. Venne ferito alla spalla destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Baciga Giuseppe nato a Povegliano. Disperso a Malga Zurez 30.12.1915 e risultato poi prigioniero di guerra. Posto in congedo assoluto per ferita arma da fuoco all'occhio destro e coscia destra nel combattimento di Malga Zurez del 30.12.1915.

Bante Ettore nato a Illasi. Ferito in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Beccaletto Giuseppe nato a Casaleone. Venne ferito in combattimento a Malga Zurez il 30.12.1915.

Benedetti Quintino nato a Prun decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Essendo stato ferito gravemente alla coscia, continuava a combattere incitando i compagni con la voce e con l’esempio. Rimaneva poi ferito una seconda volta.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Bottura Giuseppe nato a Caprino. Venne ferito arma da fuoco alla gamba destra nel combattimento a Malga Zurez il 30.12.1915.

Sergente Capiotti Luigi nato a S. Michele Extra decorato di medaglia d’Argento al V.M. :” Portava con splendido coraggio, la sua squadra all’assalto della posizione nemica e, caduto gravemente ferito, rifiutava qualunque soccorso e persisteva a rimanere sulla linea del fuoco, incitando i suoi uomini a raggiungere l’obbiettivo assegnato.- Malga Zurez, 30.12.1915”. Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco al ventre nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Sergente Cinquetti Antonio nato a Sona decorato di medaglia d’Argento al V.M

Chiecchi Eugenio nato a Marcellise. Ferito al braccio sinistro nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915..

Dalla Paola Mario Giuseppe nato a Veronella. Encomiato perché con mirabile calma combatté ininterrottamente per parecchie ore nonostante fosse fatto segno a insistente fuoco nemico, esempio ai compagni di vero sangue freddo e sprezzo del pericolo. Azione di Malga Zurez, 30.12.1915.

Caporal Maggiore Dall’Ora Aldo nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Ferito nell’accorrere in rinforzo di altro plotone, persisteva con la sua squadra nell’avanzata fino a che, nuovamente ferito, fu impossibilitato a muoversi. Rifiutava ciononostante i soccorsi, ed ordinava ed incitava la sua squadra a raggiungere il posto assegnatole.- Malga Zurez, 30.12.1915”.                     

Fasoli Angelo nato a Cadidavid. Ferito arma da fuoco al braccio nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Ferrari Umberto nato a S. Ambrogio. Ferito nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Filippozzi Antonio nato a Vestenanova. Ferito arma da fuoco al braccio destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gallina Giuseppe nato a Villafranca. Ferito in combattimento da arma da fuoco al piede destro. Malga Zurez 30.12.1915.

Gandini Giulio nato a Roverè. In congedo assoluto per ferita subita al capo nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gherardi Angelo Andrea nato a Peschiera. Ferito arma da fuoco nella regione glutea nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Giardini Ernesto nato a San Massimo. Ferito arma da fuoco al piede destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Gottardi Angelo nato ad Avesa. Ricoverato in luogo di cura e posto in congedo temporaneo di anni 5 per ferita subita in combattimento a Malga Zurez 30 12.1915

Grezzani Andrea nato a San Bonifacio. Ferito arma da fuoco nella regione lombare destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Lavarini Andrea nato a Breonio. Ferito da arma da fuoco al pollice destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Magagna Angelo nato a San Massimo. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Maraia Angelo nato a Bussolengo. Ferito al fianco destro a Malga Zurez 30.12.1915.

Mazzi Vittorio nato ad Arcole. Ferito arma da fuoco in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Meneghello Carlo nato a Monteforte. Partito dal territorio di guerra per ferita subita a Malga Zurez e trasportato in luogo di cura 30.12.1915.

Modesti Luigi nato a Mezzane di Sotto. Ferito in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Nale Cesare Giuseppe nato a San Giovanni Lupatoto. Ferito arma da fuoco alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Oliboni Attilio nato a Illasi. Ferito arma da fuoco al ginocchio destro a Malga Zurez 30.12.1915.

Perantoni Egidio nato a Lazise. Nel combattimento di Malga Zurez venne ferito da arma da fuoco al ginocchio sinistro.

Piccoli Emilio nato a Illasi. Ferito al piede sinistro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915

Piccoli Giuseppe nato a Illasi. Il 30.12.1915 venne ferito da arma da fuoco alla testa nel combattimento di Malga Zurez.

Righetti Eugenio nato a Parona. Ferito arma da fuoco alla gamba sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Ronconi Bernardo nato a Breonio. Venne ferito da arma da fuoco al torace destro nel combattimento di Malga Zurez il 30.12.1915.

Alpino Giuseppe Scarpari nato a Isola della Scala decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Durante il combattimento lasciava l'appostamento, sotto violento fuoco, per catturare un nemico. Usciva una seconda volta, con lo stesso intento, rimanendo ferito. Caduto e sopraffatto da un ufficiale e quattro soldati avversari, si difendeva col calcio del fucile uccidendo l’ufficiale e mettendo in fuga gli altri, due dei quali rimanevano feriti. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”. Le ferite subite da arma da fuoco a Malga Zurez furono al braccio-spalla e addome.

Steccanella Attilio nato a Montecchia di Crosara. Ferito regione orbitale in combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Stoppele Palmino nato a Badia Calavena. Venne ferito arma da fuoco alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Caporal Maggiore Terragnoli Eugenio nato a Verona. Ferito arma da fuoco alla gamba destra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Terron Antonio nato a San Bonifacio. Venne ferito arma da fuoco nel combattimento di Malga Zurez alla spalla sinistra da pallottola di fucile 30.12.1915.

Tessari Mario nato a Monteforte. Ferito da scheggia di pietra proiettata da scoppio di granata al piede sinistro a Malga Zurez 30.12.1915.

Varalta Angelo nato a San Mauro Saline. Ferito da arma da fuoco all’avambraccio destro nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Venturini Antonio nato a Marano. Venne ferito alla coscia sinistra nel combattimento di Malga Zurez 30.12.1915.

Citazioni delle Medaglie al Valor Militare degli alpini veronesi nella battaglia di

Malga Zurez del 30 dicembre 1915

Quintino Benedetti nato a Prun decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Essendo stato ferito gravemente alla coscia, continuava a combattere incitando i compagni con la voce e con l’esempio. Rimaneva poi ferito una seconda volta.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Caporale Arturo Francesco Brugnoli nato a Bussolengo decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito gravemente continuava a combattere con mirabile valore finché le forze non gli vennero meno.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Caporale Battista Giovanni Ceresini nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontario per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee. Bell’esempio di fermezza, calma e coraggio. Cadeva sul campo. .- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Sergente Luigi Capiotti nato a S. Michele Extra decorato di medaglia d’Argento al V.M. :” Portava con splendido coraggio, la sua squadra all’assalto della posizione nemica e, caduto gravemente ferito, rifiutava qualunque soccorso e persisteva a rimanere sulla linea del fuoco, incitando i suoi uomini a raggiungere l’obbiettivo assegnato.- Malga Zurez, 30.12.1915”. Partito dal territorio di guerra per ferita arma da fuoco al ventre nel combattimento a Malga Zurez 30.12.1915.

Sergente Cinquetti Antonio nato a Sona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ammalato con oltre 39 gradi di febbre, insisteva per partecipare con il proprio plotone al taglio dei reticolati ed all’assalto. Esempio di coraggio, si esponeva per raccogliere le cartucce dei morti e dei feriti per distribuirle personalmente ai soldati della sua squadra; colpito alla testa non lasciava la linea di fuoco che in seguito ad ordine superiore, incitando alla più fiera resistenza. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Caporal Maggiore Dall’Ora Aldo nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Ferito nell’accorrere in rinforzo di altro plotone, persisteva con la sua squadra nell’avanzata fino a che, nuovamente ferito, fu impossibilitato a muoversi. Rifiutava ciononostante i soccorsi, ed ordinava ed incitava la sua squadra a raggiungere il posto assegnatole.- Malga Zurez, 30.12.1915”.     

Sottotenente di complemento Nereo Dente nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Comandante di un plotone, con brillante assalto conquistava una munita trincea nemica. Ferito, rimaneva sul posto, respingendo reiterati attacchi avversari: mirabile esempio di calma e coraggio durante ben dodici ore di furioso combattimento. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Il sottotenente Nereo Dente di Verona, trasportato in un ospedale della sua stessa città, vi morì pochi giorni dopo tra atroci sofferenze.

Caporal Maggiore Beniamino De Biasi nato a Verona decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Col suo fermo contegno rianimava i compagni scossi dall’intenso fuoco nemico e contrastava l’avanzata dell’avversario, continuando a combattere con calma, finché cadeva mortalmente colpito.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Caporal Maggiore Angelo Magnagnagno nato a Roncà decorato di medaglia di Bronzo al V.M., “Di sua iniziativa e colla propria squadra occupava una posizione fiancheggiante, e, raggiuntala, si batteva con un ufficiale nemico uccidendolo. Dava bell’esempio di coraggio, arditezza e criterio tattico.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”.  

Alpino Giacomo Peloso nato a Selva di Progno decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontariamente per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee, dando prova di fermezza, calma e coraggio fino a che non rimaneva ferito.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Alpino Giuseppe Scarpari nato a Isola della Scala decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Durante il combattimento lasciava l'appostamento, sotto violento fuoco, per catturare un nemico. Usciva una seconda volta, con lo stesso intento, rimanendo ferito. Caduto e sopraffatto da un ufficiale e quattro soldati avversari, si difendeva col calcio del fucile uccidendo l’ufficiale e mettendo in fuga gli altri, due dei quali rimanevano feriti. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Alpino Scandola Giovanni nato a Bosco Chiesanuova decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito ad una gamba fin dal principio dell’azione, rimaneva al suo posto e non si ritirava che a sera avanzata, trasportando sulle spalle un altro ferito, e ritornava poscia sulla linea di fuoco per proteggere il ripiegamento dei suoi compagni. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Alpino Francesco Sempreboni nato a San Pietro in Cariano decorato di medaglia di Bronzo al V.M., ”Si offriva volontariamente per il taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore riuscendo a tagliarne due linee, dando prova di fermezza, calma e coraggio fino a che non rimaneva ucciso.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Alpino Giulio Squaranti nato a Roverè decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Benché ferito gravemente, continuava a combattere con grande valore fino a quando vennero a mancargli le forze.- Malga Zurez 30 dicembre 1915”

Tenente Ottavio Tonchia nato a Verona decorato di medaglia d’Argento al V.M, “Alla testa del suo plotone riusciva ad aprire un varco nel reticolato ed attaccava, poi, arditamente il nemico, fugandolo. Ferito mortalmente non cessava di gridare: “Avanti, alpini - Viva l’Italia. - Malga Zurez 30 dicembre 1915”.

Caporale Zanotti Giuseppe nato a Pescantina decorato di medaglia di Bronzo al V.M,: “Si offriva volontariamente pel taglio dei reticolati tenacemente difesi dal nemico e persisteva nel suo compito per ben sei ore, riuscendo a tagliare due linee, con bello esempio di fermezza, calma e coraggio. Rimaneva ferito.- Malga Zurez, 30.12.1915”

Fonti consultate :

“Agli alpini del Verona” Masolini & C . Udine 1920

“Batt. Val d’Adige – Gli alpini di fronte al nemico” 10° regg. Alpini Editore Roma

“Giorgio Bini-Cima: la mia guerra” Milano, Edizioni Corbaccio 1932

“La Valle di Gresta e la valle del Cameras nella prima guerra mondiale” Giovanni Fioroni

Archivio storico di Stato

Archivio Dott. Dario Graziani

Istituto del Nastro Azzurro

Foto: Copyright: © Museo Civico del Risorgimento di Bologna - Fondo Paolo Bettini - Foto Isola di Clotilde (Lago di Loppio)

https://www.storiaememoriadibologna.it/prima-guerra-mondiale/collezioni-digitali/fondo-paolo-bettini/galleriafoto/26147?galid=2

Si presume, dalle date e della fotografia, che il cappellano che celebra la messa sia Don Silvio Aldrighetti da Arcè di Pescantina.

Il S.Tenente Luigi Turri.

Pubblichiamo parte di una minuziosa quanto importante ricerca storica di Marco Vesentini, sul veronese Luigi Turri, S.Ten di artiglieria alpina assegnato al Gruppo “Conegliano” Divisione alpina “Julia” nella Campagna di Grecia 1940-1941. Ricordando il S.Ten Turri vogliamo ricordare tutti i caduti ed in  particolare tutti i caduti veronesi di questa, spesso, dimenticata Campagna di Guerra.

Luigi Turri nasce a San Peretto di Negrar (Vr) il 04/09/1914, primo di 5 figli (4 maschi e 1 femmina) da Vittorio e Giuseppina Marchesini, famiglia di origini contadine!

Fin dall'inizio, a detta delle persone che lo hanno conosciuto, il bambino e poi ragazzo dimostra una serietà ed una propensione alla studio che lo portano dapprima a compiere il percorso scolastico elementare e delle medie nelle locali scuole del paese, per poi approdare al Liceo Scientifico Messedaglia di Verona dove si diploma nel 1934 (tali sue qualità sono sottolineate in un discorso commemorativo fatto da il Prof. Visentin, suo ex insegnate di liceo, in occasione dell'inaugurazione dell'anno scolastico 1959-1960, ricordando gli ex allievi caduti nel II° Conflitto Mondiale, e ricordando il Turri lo loda per l'impegno negli studi, la serietà, il grande attaccamento alla madre, la profonda religiosità e l'amore patrio); seguono poi l'iscrizione all'Università Cà Foscari di Venezia per poi passare all' Università di Padova dove frequenta il Corso di Laurea in Lingue Moderne.

Nel settembre del 1938 viene  “ammesso quale aspirante allievo ufficiale di complemento ai Corsi  per Allievi Ufficiali alla Scuola di Brà, arma  di artiglieria, specialità artiglieria alpina.

Il 12 dicembre dello stesso anno viene nominato S.Ten. ed aggregato alla 3^ Divisione Julia Artiglieria da Montagna.

Nel aprile 1939 assieme alla Julia sbarca a Durazzo e viene assegnato al Gruppo Conegliano, entra a far parte del Comando di Gruppo, del Ten. Col. Domenico Rossotto dove viene nominato responsabile “Pattuglia o.c. n.1(dal libro “Il Gruppo Conegliano nella Campagna di Grecia 1940-1941 pag. 103”).

Comincia qui l'addestramento militare e il Gruppo si acquartiera a Fusha Lumithit (Albania) dove  l'intero Gruppo , costituito dalla 13^, 14^ e 15^ batterie, Comando e salmerie cominciano a battere in lungo e largo il paese per conoscerne la reale conformazione.

Passa qui il periodo di servizio militare sino ad ottobre 1940, quando l'intera Divisione Julia viene mobilitata e comincia il trasferimento delle truppe in direzione del confine Greco, il Gruppo in attesa di ordini si attesta ad Erseke e nei giorni 26 e 27 ottobre del 1940 raggiunge il cippo n. 9 da dove il 28 ottobre, giorno della dichiarazione di guerra alla Grecia, alle 4 del mattino inizia la penetrazione in territorio Greco!

Le prime fasi del conflitto sono caratterizzate da un maltempo diffuso che non accenna a diminuire, con pioggia incessante e inizio di freddo inusuale per la stagione, di contro le truppe italiane, se pur rallentate dalle condizioni atmosferiche, con scarsezza di viveri e salmerie fortemente in ritardo per l'impraticabilità delle mulattiere e delle malconce strade avanzano senza trovare eccessiva resistenza.

Il giorno 1 novembre  giungono a Conitza prima e fondamentale tappa per raggiungere il passo di Metzovo, spartiacque nel territorio Greco che apre le porte per raggiungere il lago di Gianina e la pianura verso Salonicco ed Atene.

Da Conitza il Gruppo Conegliano si dirige verso la località di Briaza (Distraton) che viene raggiunta dal Cividale e dal Comando di Gruppo del Conegliano e dalla 13^ Batteria il giorno 3 novembre, mentre il Gemona e la 15^ batteria si attestano a Samarina sul fianco destro mentre la 14^ rimane in appoggio.

Briaza dista dal passo di Metzovo “un tiro di fucile” (come afferma nelle sue memorie il Ten. Col. Rossotto) e questo passo è l'obiettivo che il Comando Generale ha affidato alla Julia.

Qui inizia l'offensiva Greca che con ingenti forze blocca l'avanzata italiane e si giunge al fatidico e terribile giorno 05/11/1940, giorno nel quale per citare le parole del Col. Rossotto dal libro di  memorie “Il Gruppo Conegliano nella Campagna di Grecia 1940-1941” a pag. 13 fa questo inciso:” le Batterie del Gruppo riprendono la marcia; ma subito il nemico apre un fuoco intensissimo di mortai sulla colonna che in alcuni tratti del percorso è completamente esposta al tiro nemico. Gli artiglieri alpini avanzano ugualmente; cadono qui alcuni artiglieri e cade anche, mentre incita con esemplare  serenità i suoi uomini ad andare avanti a qualunque costo, il S. Ten. Luigi Turri del Comando di Gruppo (gli è stata conferita la Medaglia d'Argento al V.M.).

La ricerca parte ovviamente dai parenti stretti e consultando fra i ricordi dell'unica e ultima sorella  del Turri, deceduta recentemente, rinvengo una vecchia lettera  datata Pisa 03-03-1941 XIX, stilata su un foglio di carta intestata con il nome e l'indirizzo di un medico.

Leggendo la lettera mi rendo subito conto dell'importanza del documento!

Si tratta infatti della lettera di risposta che il medico invia a seguito di una richiesta da parte della madre di Luigi, inviata al fronte, che chiede informazioni sulle modalità del decesso del figlio.

Il medico che risponde alla lettera è niente poco di meno che il Capitano Comandante del 633° Ospedale da Campo che aveva stabilito il suo centro operativo  a Briaza e che il giorno 05/11/1940 aveva prestato soccorso ai feriti italiani durante il durissimo scontro e che purtroppo aveva prestato inutilmente le prime cure al S. Ten. Turri, vista la gravità delle ferite riportate purtroppo impotente lo aveva visto spirare!

Nella lettera il medico fa pure riferimento al Cappellano Militare Don Carlo Bolzan, religioso aggregato all'ospedale che provvide alla sommaria sepoltura della salma presso il cimitero Ortodosso di Briaza e descrive anche la drammaticità della situazione che vede l'abbandono precipitoso dell'avamposto il giorno 06/11/1940 a causa dell'incalzare dell'Esercito Greco che tenta di accerchiare la Julia ed il Gruppo Conegliano, che così si vede  costretto precipitosamente ad abbandonare i feriti intrasportabili alla pietà del nemico!

Nel concludere la lettera consiglia la madre, per avere maggiori informazioni sul seguito degli eventi, di rivolgersi al Cappellano Militare della Julia che volontariamente si era fermato a Briaza per assistere i feriti ed i morenti, senza però menzionarne il nome ma che purtroppo ora era prigioniero in mano nemica!

Si tratta comunque del Cappellano Militare don Luigi Ferrari, dell'ordine dei Saveriani, che presente  a Briaza il giorno 05/11/1940 è pure testimone del ferimento mortale del S. Ten. Turri che descrive con queste parole che ho tratto dal suo libro di memorie “ La Croce sul Petto” a pagina  55 dice testualmente: “5 novembre........ le cose a Briaza cominciavano ad andare male. Alle 10 del mattino i nostri trimotori avevano gettato nel posto indicato sacchi di gallette e di scatole di carne. Più tardi, penso sia stato poco dopo mezzogiorno, alcuni muli delle salmerie del Gruppo Conegliano stavano lasciando Briaza per risalire il costone e raccogliere i viveri paracadutati. Il nemico dominava tutta la conca del Paese e certamente controllava tutti i nostri movimenti. Io mi trovavo proprio in quel momento davanti al gruppo Comando dell'Artiglieria e vidi tutta la scena. I greci spararono sulla colonna con i loro ottimi mortai 81: un primo colpo, esattissimo, centrò la colonna; un secondo, poi un terzo. Le schegge mi fischiavano attorno. Il comandante la colonna , il S.Ten. Turri, è colpito alla testa e muore in pochi minuti. Gli alpini si buttano a terra, ma si riprendono subito e cercano di aiutare il loro tenente.”

La salma del S. Ten. Luigi Turri è stata riesumata dal cimitero di Briaza, grazie alle indicazioni di Don L. Ferrari ed hanno fatto ritorno in Patria dove dal 01/08/1954 i suoi resti sono stati tumulati con gli onori militari nel cimitero di Negrar (Verona).

Nella foto:

15^ Batteria Gruppo Conegliano 3^ DIV. ART.da MONTAGNA JULIA, sfila per le vie di Scutari subito dopo lo sbarco proveniente da Ancona alla presenza dei superiori il 16/04/1939. Il S.Ten Luigi Turri è  il secondo da sinistra come contrassegnato dalla piccola freccia verde da lui posta. 

Marco Vesentini.

 

Alpini in Lessinia nel 1915 -  Alla mattina c’era il caffè … ma senza latte

Breve storia della 57a Compagnia*

Si era verso la metà di maggio del 1915 e la 57a del “Verona”, già da qualche giorno si trovava dislocata in alcune malghe prossime al confine di M. Tomba sui Lessini, ove era giunta da Boscochiesanova. Si aspettava la guerra. Ed eran giornate di ansia gioiosa. Era nei nostri cuori l’ardore giovanile e nel sangue ci correva tutto l’amaro che da bambini e da ragazzi ci aveva fatto inghiottire l’allora inimica Austria con le sue persecuzioni verso i fratelli irredenti e con la sua tracotanza verso la nostra Patria. Ogni busta gialla che arrivava al Comando ci faceva balzare il cuore in petto. Ci siamo! Si dicevano i nostri occhi reciprocamente, e, dietro Soave, il caporal maggiore furiere, noi subalterni seguivamo la lettera nella fumosa e tetra fureria, ove, sulle cassette per galletta e sui colli per calzolaio e per sarto, troneggiava il capitano Buzzetti1, comandante la compagnia e veronese al cento per cento, come si direbbe ora. Buzzetti si alzava in piedi, convinto di compiere l’atteso rito e, la busta nella sinistra, ne pizzicava, dopo averla guardata in trasparenza, lo spigolo destro col pollice e l’indice dell’altra mano. Attendeva un attimo prima di strappare e, dietro i suoi occhiali obliqui, ci guardava. Anche i suoi occhi dicevano: “Ci siamo!” . Invece non c’eravamo mai. Purtroppo eran sempre scartoffie! L’ordine di inizio delle ostilità, quell’ordine per il quale ormai soltanto vivevamo, non ne voleva sapere di arrivare. E i giorni passavano nell’attesa. Galetto, piemontese dai baffi alla Guglielmo, era tenente in prima; Presti, il buono ed eroico Ottavio che i reticolati austriaci dell’Ortigara dovevano accogliere, quali materne braccia, con una palla in fronte2, era il tipico rappresentante di quella gioventù colta, sana, ardente, che la Scuola militare di Modena iniettava ogni anno nelle file dell’esercito; Falzi Babila3, sottotenente richiamato, segretario comunale di Boscochiesanova, rappresentava la gioventù borghese ed io, “el piccolo”, come mi chiamavano, pivello, fresco ancora di tutti gli insegnamenti che il tenente Franzini ci aveva rigidamente inculcati a Torino, al corso allievi ufficiali del Rubatto4, rappresentavo i bocia dell’ultima classe. Ci volevamo bene perché eravamo alpini. Ed eravamo sicuri l’un dell’altro. Durante il giorno ognuno di noi curava il suo plotone e, a mezzogiorno ed alla sera, la mensa ci riuniva. Il capitano, prima parlava di servizio e ci dava gli ordini per il pomeriggio o per l’indomani, poi, si dimenticava di essere capitano e ci parlava della sua fidanzata che era a Caprino Veronese e diventava ragazzo come noi. Aveva solo una quarantina d’anni, ma a me pareva fosse molto più vecchio: io ne avevo diciannove !! Galetto parlava della Libia e ci spiegava come sibilavano le pallottole quando passavano sopra la testa; Falzi, rubicondo e giulivo, “don Babila” lo chiamava Buzzetti, raccontava barzellette; Presti, pensieroso sempre, corrugava l’ampia fronte ed ascoltava; io tacevo, come per nostra norma ci aveva raccomandato Franzini nell’accomiatarci dal corso. A fine tavola si beveva “un goto”. “De quelo bon” diceva don Babila, che aveva provveduto a fornirne la piccola cantina. Il buon umore non mancava. Don Babila e Buzzetti si “sfottevamo” e a me, pivello, faceva una certa impressione. Ma c’era molta confidenza fra i due sin da prima che Falzi venisse richiamato. Una cosa sola ci mancava: il latte al mattino. La cosa non andava giù a Buzzetti, che naturalmente lanciava tutti i suoi strali sul direttore di mensa “don Babila”. “Lu sarà magara bon de far el segretario”, diceva, “ma no sa gnanca da che parte se scominzia a far el direttor de mensa !” . Ma Falzi esponeva le sue ragioni: nei dintorni non c’era che una sola malga abitata, laggiù, verso il fondo valle, e il latte delle poche bestie che i contadini avevano tenuto ancora vicino al confine veniva tutto trasformato in burro. Ecco perché il nostro caffè era sempre soltanto nero. Ma questo stato di cose Buzzetti non voleva sopportarlo e una sera, mentre si beveva il “goto” dopo cena, se la prese proprio sul serio con Falzi: “Mi no so proprio che rassa de direttor che ze lu; ma un giorno o l’altro, se stemo ancora qua ghe farò vedar mi come se fa a far el direttor de mensa!”. “Cossa vollo mai, sior capitano”, si scusava Falzi “nol vede che semo qua soli come cani? No posso mia andar mi de note a monzer el late a la malga …”. Un lampo passò negli occhi del capitano: “Sssst!- fece- ciò ze proprio una bona idea!” e intercalando le sue proposte con certi “to zio nudo!” che avrebbero fatto venire la pelle d’oca ai nostri zii lontani, se l’avessero sentito, ci convinse, o meglio si convinse che si sarebbe potuti andar noi stessi sino alla malga e mentre due avrebbero tenuto a bada i contadini, gli altri sarebbero andati nella stalla a mungere quel po’ di latte che le vacche ancora avevano. Presti, di servizio, sarebbe rimasto all’accampamento. E così fu fatto. “Lu, el picolo, vaga subito a tor una gavetta e vegna drio a nualtri”. E partimmo: in testa Buzzetti col suo passo spampanato, poi Galetto, indi Falzi ed io in giusta regressione gerarchica. Galetto rideva sotto i suoi baffoni, Falzi, un po’ miope, badava dove metteva i piedi; “el picolo” seguiva tanto pomposo corteo. Dopo circa mezz’ora di marcia si giunse alla malga: Galetto e Falzi, come d’intesa, entrarono; Buzzetti ed io, con far da niente, quasi dovessimo appartarci per ragioni personali idriche, girammo dietro ad essa dove era la porta della stalla. “Me daga quà- mormora Buzzetti- vedarà se lo trovo mi el latte!” Gli porsi la gavetta ed entrò. Sentivo di là Galetto e Falzi che rispondevano alle domande dei contadini sulla prossima guerra con lunghe frasi ed ampie circonlocuzioni. Tiravano evidentemente a guadagnar tempo e a distrarre gli interlocutori. Da due o tre minuti aspettavo, quando dalla stalla, la cui porta era rimasta semiaperta, unitamente ad un forte muggito, si udì una voce arrabbiata bestemmiare: “Porco can! Xe un bò!”. Nel buio della stalla, Buzzetti, aveva provato a mungere qualche cosa che non era precisamente la mammella di una vacca. Due giorni dopo era la guerra! Di latte non si parlò per un pezzo.

                                                                                                                          1° cap. Enea Giulio Anchisi    

*Proponiamo questo brano brioso di vita militare in Lessinia nel 1915, tratto da “L’Alpino”, febbraio 1935.

  1. 1. Ettore Buzzetti era figlio di Antonio, maggiore dell’esercito già combattente nelle guerre risorgimentali (1859, 1866), poi tenente colonnello collocato a riposo nel 1897. Ettore, nato a Verona il 13 dicembre 1875, aveva seguito le orme del padre e frequentato la scuola militare; nel 1908 era tenente del 6° Alpini; nel 1915 era capitano nel “Verona”; dal 10 dicembre 1915 al 3 settembre 1917, divenuto maggiore, comandò il battaglione alpino “Val Brenta” con il quale il 3 settembre 1916 meritò una medaglia d’argento su Monte Cauriol. Promosso tenente colonnello, dal settembre successivo fu comandante di vari reggimenti di fanteria (37°, 165°, 208° e del deposito di fanteria Parma sud-ovest).
  2. 2. Ottavio Presti era nato a Teramo il 15 maggio 1893 da Alfredo, un capitano di fanteria, e Camilla Rodriguez. Trasferitosi giovanissimo con la famiglia a Verona, aveva frequentato la scuola militare; allo scoppio della guerra si arruolò volontario negli alpini; assegnato al btg. “Verona” vi divenne poi capitano. Morì eroicamente sull’Ortigara il 23 luglio 1916, meritando il conferimento della medaglia d’argento V.M. alla memoria. Il suo nome è riportato sulla lapide che Teramo ha dedicato ai propri caduti.
  3. 3. Babila Falzi (1887-1977), allora segretario comunale di Boscochiesanuova, richiamato alle armi, sarà presidente della Sezione Alpini di Verona dal 1943 al 1945.
  4. 4. La caserma del “Rubatto” era stata edificata dopo la metà dell’Ottocento, su distrutte casermette napoleoniche, sulla riva destra del Po a Torino; era destinata al “Corpo del Treno d’Armata” (assicurava i trasporti militari di viveri e munizioni con carri e cavalli) e dotata di scuderie e palestra d’equitazione; dal 1872, anno di costituzione del corpo degli alpini, ne ospitò il 3° reggimento, che comprendeva anche il battaglione alpino  “Monti Lessini”. Successivamente fu denominata “Monte Nero”. Venne demolita nel 1963, sull’area fu edificata la scuola media “Ippolito Nievo”(notizie, come la foto, tratte da “Civico20News”). 

   

Cimitero di guerra a Bligny in Francia - garibaldini, alpini e tanti caduti italiani della Grande Guerra,

Nelle passate rievocazioni della Grande Guerra l’attenzione generale è stata giustamente rivolta soprattutto alle vicende italiane; non sono mancati, però, quanti hanno ricordato che durante il conflitto le armi italiane furono impegnate anche fuori d’Italia, in vari stati e località (Albania, Macedonia, Libia, Eritrea, Somalia, Palestina, Murmania, Estremo Oriente); in questo ambito lo sforzo maggiore gli italiani lo affrontarono sul fronte franco-tedesco in sostegno dell’esercitò francese.    La Francia, che già all’inizio grazie alla neutralità italiana aveva potuto concentrare le sue forze sul fronte tedesco, nel 1914, quando in Italia ancora si fronteggiavano interventisti e neutralisti, ricevette un doppio forte aiuto di volontari italiani: sia di quelli che si arruolarono nel 3° Régiment de Marche internazionale della Legione Straniera, che combatterono sulla Somme, sia soprattutto dei 2206 volontari garibaldini arruolati da Peppino Garibaldi (1880-1950), figlio di Ricciotti (1847-1924) e nipote di Giuseppe, l’eroe dei due mondi. Peppino, nominato tenente colonnello dalle autorità francesi, coinvolse nell’avventura anche i suoi fratelli Ricciotti junior (1881-1951), Sante (1885-1951), Ezio (1894-1969), Bruno (1892-1914) e Costante (1890-1914). Inquadrati come 4° Régiment de Marche della Legione Straniera, strutturato in tre battaglioni di quattro compagnie ciascuno, i garibaldini, dopo un breve addestramento furono schierati nelle Argonne, sui confini tra Belgio e Lussemburgo. Indossando sopra la camicia rossa il pastrano della legione straniera, meno appariscente, combatterono eroicamente contro i tedeschi a Bolante, a Courtes Chausses e Ravin des Meurissons, ottenendo successi cruenti che pagarono con 300 morti e dispersi (caddero anche Bruno e Costante Garibaldi), 400 feriti e 500 malati. In marzo il corpo fu sciolto. Fra quei garibaldini c’era anche il ventiduenne veronese Mario Casati (1892-1975), che soccorse Bruno Garibaldi morente e fu fra i sopravvissuti: a lui Bruno rivolse le ultime parole “andate avanti, io non posso più camminare”. La camicia rossa di Mario, conservata gelosamente in famiglia, è stata donata dal nipote, lo scrittore Franco Casati, al Museo di Caprino Veronese.

Nel 1917 dopo la rotta di Caporetto gli anglo-francesi intervennero a fianco degli italiani nella battaglia d’arresto ed i francesi furono determinanti nell’attacco alla dorsale Tomba-Monfenera. In cambio i comandi italiani nei primi mesi del 1918 inviarono in Francia, in vista dell’estremo attacco tedesco, prima un corpo di truppe ausiliarie di 60.000 uomini (TAIF) e successivamente il II Corpo d’Armata, di circa 40.000 uomini, comandato dal generale Alberico Albricci, che combatté in luglio nella seconda battaglia della Marna o battaglia di Bligny, riuscendo a bloccare l’offensiva su Epernay, occupando poi Soissons, partecipando in ottobre alla riconquista dello Chemin des Dames ed all’offensiva finale fino alla Mosa. Epici momenti, decisivi per l’esito della guerra, di cui lasciò testimonianza lo scrittore Curzio Malaparte che li visse da sottotenente volontario degli arditi e che meritarono l’elogio e la gratitudine del generale Pétain. Gravi le nostre perdite: oltre 4000 feriti e 5450 morti. Gran parte di essi, oltre ad una sessantina di garibaldini, riposano nel cimitero militare italiano eretto nel 1931 sulla collina di Bligny. In buona parte essi sono identificati; tra loro quarantatrè sono veronesi; di questi, otto sono alpini o artiglieri alpini: Luigi Baroni di Gennaro, classe 1891, di Illasi; Riccardo Bonetti di Giuseppe, classe 1888, di Lavagno; Giovanni Battista Cappelletti di Domenico, classe 1886, di Selva di Progno; Giuseppe Fiocco di Luigi, classe 1892, di Tregnago; Celestino Fraccaroli di Francesco, di Sona; Marco Peloso di Antonio, classe 1893, di Selva di Progno; Riccardo Solfa di Ognibene, classe 1884, di Mezzane di Sotto; Luciano Stocchero di Celestino, classe1897, di Velo. A tutti un mesto, commosso ricordo.

Vasco Senatore Gondola.

(Silvio Pozzani, I garibaldini nella foresta delle Argonne, “Camicia rossa”, A. XXIV, n.2; AA.VV., La Guerra delle Nazioni 1914-1918, Treves, 1931; Camillo Marabini, La rossa avanguardia dell’Argonna. Diario di un garibaldino alla guerra franco-tedesca (1914-15), Roma [1915?]; consmetz.esteri.it, I caduti italiani in Guerra in terra di Francia,14.02.2006; P.Baroni, Gli eroi di Bligny, Milano 2012.)

Il sacrario militare di Verona, all’interno del cimitero monumentale, apre le porte alla città. Ogni secondo fine settimana del mese, a partire da oggi, il sabato e la domenica dalle 9 alle 18 (le 17 in inverno), il monumento che custodisce le spoglie di 3.915 caduti della Grande Guerra sarà visitabile a chiunque voglia riscoprire questo luogo di memoria e conoscere la storia e le storie legate alla vita e alla morte di migliaia di giovani soldati, non solo veronesi.

L’apertura è resa possibile grazie ad un protocollo d’intesa siglato tra il Commissariato generale per le onoranze ai caduti e l’ANA nazionale.

“Questo nuovo impegno ci riempie di orgoglio. Il sacrario militare di Verona è un luogo che merita di essere riscoperto. Dagli studenti e dalle scolaresche che studiano questo periodo storico ma non solo. Il nostro obiettivo è far conoscere a tutti il sacrificio dei nostri soldati e commemorarli. Dopo tanti anni, finalmente, iniziamo con l’apertura continuativa del sito: per ora è fissata a due giorni al mese ma a seconda delle richieste valuteremo come e quando implementare l’offerta”, spiega il presidente dell’ANA Verona Luciano Bertagnoli presentando l’iniziativa.

“Ministero della Difesa e Commissariato generale per le onoranze ai caduti, Comune e partecipate, Associazione nazionale alpini  hanno operato in sinergia per valorizzare questo luogo sacro e i nostri caduti, per fare memoria e tenere aperto un monumento che altrimenti sarebbe accessibile solo a seguito di specifiche richieste”, plaude il tenente colonnello  Giuseppe Margoni del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. Luoghi di raccoglimento e commemorazione, i cimiteri e sacrari militari in Italia sono circa 1.400, complessivamente 1.700 in tutto il mondo. E si tratta di spazi che ancora oggi, a distanza di decenni, ancora accolgono nuove spoglie che riemergono dai terreni di battaglia. Da inizio anno, solo sull’altopiano di Asiago, a fronte di lavori o anche di semplici escursioni, la terra ha restituito i resti di sei soldati della Grande Guerra. “È nostro compito prenderli in carico, fare rientrare le salme che ancora emergono all’estero, in Russia ma non solo. E dare loro degna sepoltura con gli onori militari”, spiega Margoni.

Gli alpini volontari dell’ANA Verona si alterneranno al Sacrario Militare anche per custodirlo e curarne la manutenzione ordinaria e saranno presenti con materiale informativo durante l'apertura. Il centro studi dell’ANA Verona, presieduto da Giorgio Sartori, è da anni in prima linea nella riscoperta dell’immenso patrimonio storico e umano che il sito rappresenta. Grazie a queste ricerche, “oggi di quei nomi e cognomi incisi sulle lapidi conosciamo anche paternità, luogo e data di nascita, reparto di appartenenza, luogo e data di morte di quei soldati. Il censimento ha certificato come la prima causa di morte non sia stata la battaglia in sé, quanto le epidemie dovute a condizioni di vita estreme. L'87% delle circa 4mila vittime ricordate al Sacrario Militare, sono infatti decedute a causa di malattie nei vari ospedali e ospedaletti da campo allestiti tra città e provincia”, ricorda Sartori.

Dopo cento anni, qualcuno può portare un fiore sulle loro tombe. I parenti non sapevano dove fossero sepolti i bisnonni e i prozii caduti sul fronte della Grande Guerra nel 1917 tra cima Neutra e monte Cimone, sulle alture vicentine sopra il Comune di Arsiero. Ma una ricerca incrociata, tra i recuperanti del posto e il centro studi Ana di Verona ha permesso di ricostruire le loro storie e di portare sulle tombe di quei giovani i parenti di oggi. È accaduto alcuni giorni fa, al cimitero di cima Neutra. Un ex cimiterino di guerra inghiottito dalla natura che ha fatto il suo corso riparando le ferite della terra martoriata dalle deflagrazioni di quell’immane conflitto. Una sessantina di volontari hanno cercato quel luogo sepolto e scomparso nella vegetazione, lo hanno riportato alla luce, hanno ripristinato le croci che indicavano i luoghi di sepoltura dei soldati che al termine del conflitto furono traslati nel cimitero di Arsiero. Seicento ore di lavori condotti da Manuel Grotto, e l’ex cimitero è riemerso. E durante quella fatica è spuntato un cippo. Portava i dati di un soldato veronese del Sesto Alpini. I recuperanti hanno avvisato il centro studi Ana di Verona, di via del Pontiere, coordinato da Giorgio Sartori, che elaborando il lavoro di ricerca in questi anni condotto da Lucia Zampieri, lo storico Dario Graziani e Luciano Stocco, ha avvisato gli «archeologi» della Grande Guerra che gli Alpini del Sesto lassù erano 16, di cui 9 veronesi. I recuperanti hanno scavato ancora, riportando alla luce altri due cippi, riaprendo così la storia di Marino Zoppi, Pietro Speri e Agostino Bennati. Tra le pietre tombali c’era anche un cippo dedicato al 6° reggimento Alpini. Il ruolo del centro studi è stato determinante non solo nel ricostruire gli ultimi istanti di vita di quei soldati, ma anche per ritrovarne i parenti oggi, che avevano cercato invano i loro cari, girando di sacrario in sacrario, e che, con i recuperanti vicentini e gli alpini veronesi, sono saliti a cima Neutra dove, in una accorata cerimonia, hanno potuto ricordare i loro cari e poi raggiungerne le tombe: Zoppi e Bennati ad Arsiero ne hanno una individuale, probabilmente perché fu trovata la targhetta di riconoscimento. Gli altri sono sepolti nel sacrario collettivo. I tre sono appunto Agostino Bennati, del battaglione Val d’Adige e di Cazzano di Tramigna, alpino telefonista del quale oggi un pronipote porta il nome; il sergente Marino Zoppi, medaglia d’argento al valore militare, del battaglione Val d’Adige, nato a Monteforte d’Alpone, e di pari corpo e grado, di Pietro Speri, nativo di Negrar. Furono tre delle 150 vittime delle audaci azioni intraprese fra l’estate del 1916 e 1917 per respingere, dalle alture vicentine, l’offensiva austriaca e per riprendere monte Cimone. Lassù furono sepolti con altri sei veronesi. I sergenti Zoppi e Speri muoiono insieme il 30 giugno 1917 a località Redentore sul monte Cimone, entrambi medaglia d’argento al valor militare perché - addetti alla sezione mitragliatrice – per meglio colpire un riflettore nemico, si offrono volontari per trasportare l’arma in un luogo battuto dall’artiglieria nemica. Bennati, già ferito nel 1915 a malga Zures (altro luogo simbolo per gli alpini del Sesto), muore in località Cismon, sulle alture vicentine, il 3 agosto 1917. Ma lassù resta anche Battista Zanolli (nato nel 1893) di Bussolengo che cade a quota 1036 del Cimone vittima dello scoppio di una spoletta sotto un’intensa pioggia di artiglieria il 4 giugno 1917; cinque giorni dopo, mentre trasporta il rancio della mattina, lungo un camminamento che da cima Neutra porta al posto avanzato della sua compagnia, Ettore Marzari (1882) di Garda è ferito da un colpo di fucile e muore all’ospedaletto 09. Francesco Righetti (1891) di Marano, il 26 giugno 1917, chiude gli occhi nell’ospedale da campo 08 per le ferite riportate in combattimento. La vita di Giacomo Maccagnan(1897) di Bosco Chiesanuova è recisa dallo scoppio di alcune bombarde a Cason Brusà il 20 luglio dello stesso anno. Quattro giorni dopo cade Matteo Baltieri (1887) di Badia Calavena, a quota1056. Il 26 luglio, infine, lo raggiunge Domenico Bertaiola (1893) di Valeggio che spira all’ospedale da campo Sant’Orso ferito in assalto. Ora si può portare loro un fiore, negato dal tempo e recuperato grazie ai cinque anni di commemorazioni della Grande guerra e alla generosità di volontari che hanno restituito un posto nella storia alle loro storie.

Cent’anni fa, il 4 dicembre 1917, in uno dei momenti più difficili per l’Italia nel corso della Grande Guerra, dopo poco più di un mese dallo sfondamento delle nostre linee a Caporetto da parte delle truppe austro-tedesche, mentre si dedicava ad organizzare la ritirata e il ripiegamento dei reparti d’artiglieria della terza armata sul Tagliamento, venne colpito mortalmente sul Piave uno dei più eroici combattenti veronesi del nostro esercito, il giovanissimo maggiore d’artiglieria campale Carlo Ederle, noto come “la guida del Carso”. Primo di sei figli, di famiglia benestante, egli era nato il 2 dicembre 1892 da Albino e Adele Cavioli; fervente cattolico, s’era formato nelle scuole classiche veronesi e successivamente aveva seguito con esito brillante i corsi dell’Accademia militare di Torino, uscendone nel 1913 con le stellette di tenente. Pubblicò alcuni pregevoli studi d’argomento militare e venne assegnato all’80° reggimento d’artiglieria di stanza a Verona; nominato capitano nel 1915, allo scoppio della guerra combatté in Cadore; ma i Comandi, in considerazione della sua straordinaria preparazione tecnico-scientifica, lo destinarono al Centro Sperimentale d’Artiglieria di Ciriè (Torino). Ben presto, però, egli chiese di poter servire la patria tra i soldati combattendo al loro fianco.  Affabile, generoso, disponibile e sprezzante del pericolo, divenne capo degli osservatori d’artiglieria della terza Armata, fu ferito tre volte in combattimento e per il suo comportamento eroico sul campo di battaglia meritò tre medaglie d’argento e una croce di guerra francese. Ma quel 4 dicembre 1917, festa di Santa Barbara, patrona degli artiglieri, gli fu fatale: infatti, mentre a Zenson di Piave seguiva un’azione militare della fanteria, fu raggiunto da una pallottola di mitragliatrice che gli troncò la vita. Fu, come disse il Duca d’Aosta, un lutto per tutta la terza Armata e qualche settimana dopo il Re d’Italia motu proprio gli volle assegnare la medaglia d’oro al valor militare, oltre alla nomina a tenente colonnello. L’Università di Padova, presso la quale s’era iscritto alla facoltà di ingegneria, gli volle conferire la laurea ad honorem e ben presto la sua figura divenne simbolo ed esempio d’amor di patria e di dedizione eroica al dovere, tanto che in varie città e paesi vennero intitolate al suo nome vie, caserme, scuole, aule e gli vennero dedicati monumenti. A Verona opera la fondazione “Medaglia d’oro Carlo Ederle”, presieduta dal nipote dott. Andrea Ederle, la quale perpetua la memoria dell’eroe ed ha la propria sede presso il forte Biondella, ove è stato allestito un museo e dove nel 1952 venne collocata una bella statua opera dello scultore Egisto Zago. Vari scrittori, fra cui anche il fratello suo mons. Guglielmo Ederle, scrissero le sue note biografiche; artiglieri e alpini veronesi negli anni passati più volte resero onore a questo eroico concittadino di fama nazionale, la cui effigie compare nel Vittoriano a Roma; nel 1959 gli artiglieri in congedo donarono il monumento a lui dedicato in via Ederle e nel 2011 i gruppi alpini di Avesa e Parona celebrarono la sua memoria a Zenson. Quest’anno nel centenario della morte la Fondazione a lui intitolata ha organizzato il 10 settembre un pellegrinaggio a Zenson di Piave, in occasione del quale il nipote Andrea  ed il Comune di Verona, rappresentato dall’assessore Luca Zanotto, unitamente a sindaci della zona, parenti,  artiglieri, alpini ed altre rappresentanze d’arma hanno posato una targa commemorativa e deposto una corona. Il 21 settembre a Grezzana, paese d’origine della famiglia, s’è svolta un’articolata commemorazione di Carlo Ederle con l’intervento del dott. Andrea Ederle e del dott. Giordano Veronesi; infine il 3 dicembre l’Associazione Nazionale Artiglieri ha organizzato in suo onore una solenne cerimonia commemorativa nel Palazzo della Gran Guardia, con il patrocinio della Regione Veneto. L’auspicio è che tante iniziative facciano breccia nel cuore dei giovani ravvivando le loro conoscenze storiche e la coscienza d’identità nazionale.  V.S.G.

Carlo Zinelli (1916-1974) è stato più volte ricordato nel ‘Montebaldo’, come è inevitabile che accada per ogni alpino diventato famoso. Carlo è, infatti, un raffinato pittore che ha raggiunto la celebrità nella seconda metà del secolo scorso: un vero maestro dell’art brut che nella raffigurazione pittorica del proprio mondo interiore ha trovato una ragione di vita. Il tempo trascorso con gli alpini ha lasciato nel suo animo palesi tracce: il cappello, innanzi tutto, ma anche i fucili, gli scoppi e i muli. Queste immagini del mondo visibile sono però proposte in maniera estremamente semplificata, ridotte all’essenziale. Si pensi al cappello, che con la penna esprime l’essenza della partecipazione alla famiglia alpina: nelle prime esperienze figurative di Carlo compare per lo più con la penna, ma poi viene progressivamente semplificato e ridotto ad un semicerchio che poggia su un triangolino. Tutte le sue immagini sono, insomma, ridotte all’essenziale, prive di profondità perché affiorano dal mondo del sogno in cui costantemente viveva. Ma nel sogno lo spazio e il tempo non si articolano come nella veglia: anzi, nel sogno il tempo non esiste e vissuti recenti si pongono accanto all’ombra di ricordi lontani come in un film che intende ignorare il prima e il dopo. Così nell’immaginario di Carlo i lontani vissuti della vita militare si intrecciano con quanto affiora dalla quotidianità corrente. Ed ancora, un’altra peculiarità del grafismo di questo alpino-pittore è data dalla ridondanza del numero quattro. Ogni oggetto, in altre parole, viene rappresentato all’insegna del numero quattro: un numero magico che ha plasmato tante teorie, anche scientifiche, ed appassionato non poche dottrine: quattro, in effetti, sono i punti cardinali che invitano ad ordinare e ad accostare immagini e ricordi su di una superficie piana ed omogenea che, alla maniera delle icone della spiritualità ortodossa, ignora quella profondità che è l’attributo connotante del tempo.

Ho conosciuto Carlo tanti anni or sono, quando viveva al S. Giacomo e preferiva fumare piuttosto che conversare.  Se si pensa a quanto sia rara la firma nei suoi quadri – quadri inimitabili – si ha la misura di quanto la parola gli fosse estranea. Delle sue eleganti tempere, ormai esposte in tutto il mondo, si sono occupati critici insigni e letterati illustri come Dino Buzzati. Una vera ricchezza per la storia dell’arte veronese ed italiana, movimentata dalle raffinate composizioni di questo alpino un po’ bizzarro.

Naturalmente, il fascino che sprigiona la sua pittura vive di vita propria e non ha più nulla da spartire con quelle traversie che movimentano le giornate di ogni essere umano. Del resto, sono veramente tanti gli uomini e le donne che, in qualche Atelier, si cimentano con pennelli e colori ma ben pochi elaborano immagini dal fascino magico che emana dai disegni e dalle tempere di Carlo. Luciano Bonuzzi

L’ex cimitero militare della frazione di San Valentino, nel comune di Brentonico, custodisce alcune lapidi recuperate nei piccoli cimiteri della grande guerra e disseminati nella zona. Tra queste lapidi, una in particolare riguarda gli alpini veronesi. Si tratta di un sasso inciso e raffigurante il fregio del 6° alpini, riportante grado militare e cognome. Il Caporale Della Valle Olindo ed i soldati: Conti Pietro, Santa Giuliana Lorenzo e Serpelloni Giovanni. Grazie alle ricerche condotte Dott. Dario Graziani ed ai dati che ha reso disponibili al Centro Studi ANA Verona, si è potuto risalire ai relativi fogli matricolari che riportano:


  • Caporale Dalla Valle Olindo di Alvise e Girelli Adelaide nato a Peschiera il 4.8.1892. Assegnato nel 6° rgt alpini 57° compagnia. Ucciso ore 4.16, anni 23 il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella di Campo per scoppio di proiettile d'artiglieria nemica.
  • Conti Pietro di Francesco e Cunego Angela nato a Cerro il 23.7.1884. Assegnato nel 6° reggimento alpini battaglione Verona 1905. Morto il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.
  • Santagiuliana Lorenzo di Santo e Tamellini Giustina nato a Bosco Chiesanuova il 28.12.1892. Assegnato nel 6° reggimento alpini, battaglione Verona 57° compagnia 21.9.1913. Ucciso, anni 23,  il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella Campo per scoppio di proiettile di artiglieria nemica. Sepolto a Sella Campo.
  • Serpelloni Giovanni Graziadio di Luigi e Silvestri Maria nato a Castel d’Azzano il 10.1.1894. Assegnato nel 6° reggimento alpini 13.11.1914. Ucciso il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.

Recentemente il Centro Studi ANA Verona ha potuto consultare i diari storici dei battaglioni alpini veronesi nella grande guerra presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e relativamente  al fatto citato sopra, che ha visto il decesso dei quattro giovani alpini, cita testualmente:

“23 Dicembre 1915 - La 58ª Compagnia da S. Giacomo si porta in avamposti a Doss Alto. Il Comando da M.te Varagna si trasferisce a Doss Casina. La 57ª Compagnia passa alla diretta dipendenza del Comando di Reggimento - Una granata da 105 colpisce una nostra baracca a Malga Campi, uccidendo 4 soldati della 57ª Compagnia e ferendone vari – la 57ª Compagnia si trasferisce a S. Giacomo.” Giorgio Sartori

malgacampo2

Nato il 23 agosto 1885 nella contrada Bernardi di Selva di Progno, nel cuore della Val d’Illasi, Fioravante Cisamolo aveva respirato e goduto in giovinezza la serena bellezza ed il quieto vivere della sua terra, là aveva il papà Amedeo, la mamma, fratelli e familiari, la moglie Caterina, il figlioletto Bruno, tanti sogni ed aspettative per la vita, e gli amici trombonieri, con i quali amava sparare i tradizionali trombini nelle feste della comunità. Ma la guerra, la Grande Guerra, gli distrusse tutto questo, lo allontanò senza pietà dalle persone care e lo condusse prima sull’Adamello, poi sul fronte orientale dove infuriava la battaglia, nel settore Plezzo, monte Rombon, rubandogli infine la vita in un sanguinoso combattimento sulle impervie pendici del Monte Cukla la mattina del 16 settembre 1916. Era quella, a detta del gen. Cadorna, la regione “forse più ingrata del nostro schieramento sul fronte alpino”, caratterizzata da dirupi e strapiombi.  Una vita, una delle tante, troppe giovani vite immolate sull’altare della patria. Dulce et decorum est pro patria mori, è dolce e decoroso morire per la patria, cantava il poeta latino Orazio, e tanti altri nel tempo gli fecero eco esaltando la bella eroica morte. Ma chissà se la pensavano così i milioni di morti inghiottiti dalle guerre del secolo scorso. Comunque Fioravante, caporale degli alpini, servì la patria con dignità, indossò con onore la divisa alpina della 250a  compagnia del battaglione “Val Camonica”, e il cappello con la nappina verde; il suo corpo fu sepolto nel cimiterino militare presso la cappelletta dell’Addolorata sul Cukla, nel 1921 fu trasferito nel cimitero di Plezzo e nel 1938 venne riesumato e traslocato nell’ossario di Caporetto, ora terra slovena. Di recente nella soffitta della casa avita, ben nascosto da oltre un secolo, i discendenti hanno ritrovato il prezioso trombino di Fioravante, il pronipote Franco lo ha ripulito e restaurato e, sull’onda delle memorie familiari e della commozione fatte rivivere da quel ritrovamento, è andato alla ricerca del prozio perduto, ha consultato carte d’archivio e con il sostegno degli alpini e dei combattenti e reduci del paese s’è spinto fino a Caporetto, odierna Kobarid. Qui, tra le oltre settemila pietre tombali raccolte nell’imponente e suggestiva mole piramidale a base ottagonale dell’ossario posto sul colle di S. Antonio, ha individuato quella di Fioravante. I gagliardetti hanno vegliato silenziosi dinanzi ad essa per rendergli l’onore delle armi; una commozione infinita ed il calore dei cuori e degli affetti familiari hanno riscaldato il gelido granito su cui è inciso il nome di Fioravante, il piccolo amato figlio di Selva di Progno, finalmente ricongiuntosi in spirito con i suoi cari. In quel silenzio ognuno ha compreso che il culto dei morti è il primo segno della civiltà di un popolo.  V.S.G.

A Caporetto onore caduto Fioravante Cisamolo

‘’L’Albania? Un ciasso confronto alla Russia. Gh’era talmente fredo che i diei te podei tajarli ia tuti’’.

Lui è Amelio Corradi, 97 anni il 13 dicembre di quest’anno, portati magnificamente e ancora in salute.  Nato e cresciuto a Velo Veronese, Amelio venne arruolato nella Divisione Tridentina come autiere scelto e fu imbarcato per l’Albania. ‘’Là no gh’era niente, no gh’era strade. Doveimo morir ancora el primo giorno che erimo rivè là, parchè  i inglesi i ne bombardaa. Alora me son butà soto el camion, de drio ale rue, così se partea scheggie, me riparaa on poco’’. Dopo circa 7 mesi, venne rimpatriato, ma l’anno dopo ripartì per la Russia con l’Armir. Fu un inverno rigidissimo, dove si sfiorarono i 40 gradi sotto zero. Amelio, appena 23enne, venne accolto in un’isba dai coniugi Angelo e Maria con i loro due figli e fu trattato come uno di famiglia. Ricorda bene il giorno in cui un sergente maggiore ordinò la requisizione delle isbe per le truppe e Amelio, prontamente, disse che nell’isba di Angelo era meglio non andare, che si era accorto che continuavano a tossire, che forse erano tisici e il sergente maggiore gli credette. Una bugia che crebbe ulteriormente la stima verso Amelio, tanto che, quando la famiglia aveva notizie delle zone battute dai partigiani russi, lo avvisavano. Un patto di solidarietà reciproca, anche quando lui medicò la figlia maggiore ferita ad un dito con le garze e bende che Amelio costudiva nel suo camion o quando il russo Angelo gli riportò il moschetto dimenticato sotto il letto. ‘’I tedeschi? I era bestie. Par lori copar ‘na galina o un omo, l’era tanto stesso, i gavea el sangue ‘duro’ anca tra de lori’’.

Durante la ritirata, però, per un problema al camion che conduceva carico di feriti, dovette sdraiarsi nella neve e tentando di svitare il tappo del serbatoio, si congelò due dita della mano destra. In seguito a molte peripezie, fu ricoverato poi a Dresda per congelamento di secondo grado alle mani e piedi.

Fu catturato dai tedeschi durante la degenza a Verona, dopo l’8 settembre, e in modo rocambolesco, degno di una sceneggiatura di un film, riuscì a scappare, raggiungere la Lessinia e rimanere nascosto per un anno e mezzo fino alla liberazione.

Fece una promessa, un voto fatto alla Madonna della Corona durante il trasferimento sulla tradotta che lo portava al Brennero ad inizio della guerra:” Se tornerò a casa vivo, salirò a piedi scalzi fin lassù’’. Tornò e adempì a quella promessa: partì da solo da Velo, a piedi, ripercorrendo i vecchi sentieri che faceva con la nonna quando era ancora un bimbo.  Arrivato a Brentino, si tolse le scarpe e raggiunse scalzo il Santuario. Aggiunge:’’ Ma mi volarea narghe ancora a piè, ma me fiole no le vol’’. Un coraggio unico e straordinario.

Dopo 20 anni dalla fine del conflitto, ritornò in Russia, voleva tornare da quella famiglia per ringraziarla, ma fu fermato per il blocco che il regime russo imponeva.

Un inverno in quella famiglia, in quella terra lontana, il calore dell’umanità in uno dei momenti più tragici della storia, rimase scolpita per sempre nel cuore e nella memoria di Amelio, tutti ritratti in una foto bianca e nera da tramandare ai nipoti e da raccontare alle generazioni future.

Lucia Zampieri

Lo stato maggiore austro-tedesco che guidava a Caporetto le armate che avrebbero prodotto una delle battaglie vittoriose più clamorose di tutta la grande guerra, poteva fare assegnamento su uno dei più brillanti ufficiali dell’Imperialregio Esercito austro-ungarico: il Gen. Alfred Krauss.

Il cinquantacinquenne ufficiale austriaco aveva il fisico e la mentalità del comandante di lingua tedesca che la memorialistica e l’iconografia ha tramandato ai posteri. Biondo, occhi azzurri, barba folta ma curata, fisico asciutto, sguardo severo, rigido con se stesso prima ancora che con i propri uomini, ma anche trascinatore di soldati. Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio, comandante nel giugno 1916 dell’Armata del Tirolo durante la Strafexpedition, aveva contribuito con i suoi studi sul campo ad innovare la strategia di guerra. Per primo aveva intuito che le battaglie in territorio alpino si potevano vincere senza dover occupare a tutti i costi le alte quote, ma anzi sfruttando le penetrazioni per fondovalle, costringendo a cadere per aggiramento le posizioni in montagna. Apprezzato per le sue idee dai comandi alleati germanici, durante l’offensiva Waffentreu, “fedeltà d’armi”, che portò le truppe austro-tedesche da Caporetto al Piave, al Gen. Krauss venne affidato il comando del I Corpo d’Armata formato dal meglio delle truppe asburgiche: la 3^ Divisione Edelweiss, la 22^ Schutzen, la 55^ A.U. formata da bosniaci, gli Jager tedeschi, truppe di montagna che operavano nell’alto settore dell’Isonzo, Rombon, Cukla, Sella Prevala, e che il 24 ottobre 1917 sfondavano la linea italiana a Plezzo.

Il 14 novembre 1917 i soldati di Krauss, stanchi di giorni di combattimento e di marcia, con un tempo spesso inclemente, giungevano infine ad Arten e Fonzaso, ai piedi del Monte Grappa. Krauss non aveva dubbi: ordinava ai suoi comandanti di divisione, Gen. Muller e Gen. Wieden, di scendere il primo verso la Val Brenta, il secondo verso la Val Piave. In tal modo si aggirava l’ostacolo del Grappa e si poteva giungere rapidamente nella pianura veneta. Ma questo rimarrà solo un suo desiderio irrealizzato.

Ad opporsi al suo ordine erano proprio i suoi comandanti di divisione che, fedeli all’ortodossia militare e appurato che l’effetto sorpresa di Caporetto ormai era svanito, dirigevano le proprie truppe sul Grappa, convinti che solo l’occupazione del massiccio montuoso avrebbe portato alla caduta della linea difensiva italiana ormai attestata dietro il fiume Piave.

Sono trascorsi esattamente cento anni da quelle giornate nelle quali molti comandi militari italiani e anche parte della politica pensavano che ormai tutto stesse per finire, tutto stesse crollando. Ma Caporetto fu una sconfitta, non una disfatta.

Contro tutti i pronostici negativi, l’Esercito italiano non si arrese, pur dovendo dolorosamente abbandonare lembi di territorio nazionale.

Mentre dall’Isonzo i fanti italiani ripiegavano verso il Piave, sull’Altopiano dei Sette Comuni si assisteva impotenti ad una delle sconfitte più terribili dell’intero conflitto. Gli alpini che solo quattro mesi prima avevano lasciato gli uomini migliori sulla fredda pietra dell’Ortigara, erano costretti a ripiegare su una nuova e meno esposta linea difensiva che doveva collegarsi verso oriente con quella che si stava costruendo sul monte Grappa. A dividere le due regioni montane, un profondo solco scavato tra altissime pareti a picco, percorso da un fiume, il (la) Brenta, che univa geograficamente attraversandole due regioni e due stati: il Trentino asburgico ed il Veneto italiano.

Così sul versante orientale dell’Altopiano, gli alpini si aggrappavano letteralmente all’orlo che sprofonda in Val Brenta e, ugualmente, su quello occidentale del Grappa, i fanti occupavano le elevazioni che scendono a picco sugli ultimi piccoli centri abitati della Valsugana. Sul fondovalle invece, occorreva erigere una barriera insormontabile per difendere Bassano e la pianura veneta.

Avevano vissuto il ripiegamento dall’Ortigara gli alpini del Battaglione Verona, prima impiegati sulle Melette di Foza, nel tentativo di fermare qui i reparti imperiali che scendevano rinvigoriti dalla winterstellung, poi trasportati in Val Brenta a difendere lo sbarramento che chiudeva la vallata tra Valstagna e Carpanè.

In effetti, nel novembre 1917, quando ancora in Altopiano si difendevano le Melette e sul Grappa i reparti imperiali attaccavano i primi contrafforti settentrionali del Tomatico e del Roncone, la difesa della valle era stata affidata alla 52^ Divisione, ancora al comando del Gen. Como Dagna. Era la divisione alpina dell’Ortigara, che ora operava in Val Brenta, la cui particolare conformazione orografica ne fa ancora oggi un territorio di vocazione montana. Gli sbarramenti posti sulla strada e sulla linea ferroviaria che attraversavano il confine tra Trentino e Veneto, constavano soprattutto di reticolati e cavalli di Frisia, di postazioni di mitragliatrici, di centinaia di sacchetti di terra che si ergevano a formare trincee: il primo sbarramento era alla stretta di S. Marino, il secondo a Rivalta, il terzo a Valstagna e l’ultimo ad Oliero.

Tutti facevano sistema con le rocce che salivano sulle adiacenti pareti dell’Altopiano dei Sette Comuni e del massiccio del Grappa.

E puntuale arrivava anche l’attacco austro-ungarico.

Il 23 novembre 1917, alle ore 6,30, un violento fuoco di artiglieria si abbatteva sulle trincee italiane dello sbarramento avanzato di S. Marino. Erano difese dagli alpini dei Battaglioni Vestone e Valtellina, in rincalzo lo Spluga, al comando il Capitano Tiburzi Rean, comandante del Vestone. Pronta arrivava la risposta delle batterie italiane, ma ben presto i contatti con il presidio avanzato erano interrotti e non si riusciva a sapere cosa succedeva. Solo dopo alcune ore si veniva a conoscenza che i difensori sulla riva sinistra Brenta erano stati fatti prigionieri perché aggirati da reparti austriaci scesi da Col Bonato (Grappa); due pezzi di artiglieria da montagna appostati nella galleria ferroviaria erano stati fatti saltare. Il presidio della riva destra invece era intatto.

Si ordinava di irrobustire il retrostante sbarramento Col Carpenedi-Grottella, a Rivalta, mentre venivano fatti avanzare verso la riva sinistra del Brenta gli alpini dei Battaglioni Valtellina e Monte Baldo.

Inevitabile giungeva l’ordine del XX Comando d’Armata di contrattaccare, compito affidato gli alpini dei Battaglioni Morbegno, Val d’Adige, Valtellina e Spluga, ma poiché a sera la situazione non migliorava, alle ore 3 di notte veniva dato l’ordine agli alpini di riva destra e a quelli contrattaccanti sulla sinistra di ripiegare verso La Grottella.

Le perdite erano elevate: 10 ufficiali feriti e 26 dispersi, 8 morti, 44 feriti e 504 dispersi tra la truppa.

L’occupazione dello sbarramento di La Grottella era rinforzato: sulla riva destra del Brenta con gli alpini dei Battaglioni Spluga e Vestone; sulla riva sinistra Brenta con gli alpini del Battaglione Verona. Sono tutti affiancati da compagnie mitragliatrici.

I lavori difensivi, grazie anche all’apporto del Genio, proseguivano alacremente, mentre l’offensiva austro-ungarica era per il momento sospesa: troppo alte le perdite e lo stesso Imperatore Carlo I ordinava di fermare l’attacco in Altopiano.

Ma ai primi di dicembre, su pressione del Gen. Conrad, comandante delle Truppe del Tirolo, riprendeva l’attacco imperiale contro le sovrastanti Melette con l’obiettivo di occuparle, scavalcarle e raggiungere la Val Vecchia, porta di ingresso verso la sottostante Valstagna e di conseguenza della Val Brenta.

Il 5 dicembre 1917 l’attacco austro-ungarico in Altopiano raggiungeva il suo apice: conquistate le Melette, le truppe imperiali dilagavano verso il basso. Mentre Foza bruciava, si occupavano le quote del San Francesco, del Sasso Rosso e del Cornone, ultime elevazioni a precipizio sulla Val Brenta. Nel pomeriggio, i reparti imperiali imboccavano in discesa la strada della Val Vecchia, dove però l’energico intervento del Gen. Andrea Graziani (comandante del I Raggruppamento Alpino) aveva arrestato il ripiegamento delle truppe italiane verso Valstagna ed era riuscito ad imbastire una nuova linea difensiva davanti la seconda galleria della rotabile: gli austriaci non passavano e la Val Brenta era salva.

Nella stessa giornata, l’attacco imperiale si era pronunciato anche in fondo Val Brenta contro lo sbarramento de La Grottella.

Verso le ore 11 del 5 dicembre l’ala sinistra dello sbarramento della Grottella veniva posto sotto il tiro dell’artiglieria austriaca, bombardamento che alle ore 15 diventava violentissimo specialmente verso La Grottella, dove erano in linea gli alpini del Battaglione Verona e due compagnie mitragliatrici, la 936^ e la 661^.

Alle 15,30 i fanti imperiali, infagottati nei loro ampi cappottoni grigi, avanzavano dall’abitato di Costa, ma venivano arrestati dal fuoco delle mitragliatrici italiane e dei piccoli calibri che accompagnavano gli alpini.

Alle 16, dopo un ulteriore violento bombardamento che spandeva fumo in tutta la valle impedendo la visuale della zona agli osservatori, ripartiva l’assalto imperiale, nuovamente arrestato dagli alpini del Verona. I comandi italiani, avendo scorto numerose riserve dietro S. Marino, ordinavano il bombardamento sui rincalzi austro-ungarici, procurando gravi perdite.

Alle ore 17 tutto era finito e la Val Brenta era ancora italiana. Anche la classe ’99 aveva sostenuto con onore il battesimo del fuoco.

Si dovevano però lamentare dolorose perdite:

Battaglione Verona 5 morti e 6 feriti, Battaglione Valtellina 1 morto e 7 feriti, Battaglione Vestone 1 morto e 4 feriti, Battaglione Spluga 4 morti e 15 feriti.

Ma la strada per Bassano era definitivamente chiusa ed il plauso del Gen. Graziani alle truppe sugellava una giornata difficile ma per certi versi vittoriosa.

La Val Brenta vedrà un’ultima battaglia l’11 dicembre successivo.

Per impegnare le truppe austriache in quel momento in attacco sul Grappa contro Col Caprile e Col della Berretta, il Comando del I Gruppo Alpino ordinava alle ore 10 di far uscire in avanscoperta delle forti pattuglie, formate dagli alpini del Battaglione Verona, del Battaglione Spluga e del Battaglione Vestone, che dovevano operare contro il settore di S. Marino al fine di simulare un attacco in Val Brenta.

L’artiglieria di ambo gli schieramenti faceva sentire la sua voce, mentre gli alpini del Verona attaccavano l’ala difensiva sinistra austriaca, all’imbocco della Val d’Asta, con lancio di bombe a mano e con intenso fuoco di fucileria contro i posti di guardia imperiali. Alle ore 13 l’azione terminava avendo conseguito il suo scopo.

Venivano proposti per ricompense al valore per il Battaglione Verona il Ten. Giovanni Alberti, i sergenti maggiori Gino Digiuno e Antonio Rossi, il caporale Eugenio Candotti, gli alpini Pietro Piccoli, Giuseppe Giorgioni, Giovanni Castellunga, Eugenio Baroni e Pietro Sampa.

Anche grazie a questi piccoli ma significativi episodi, l’Esercito e i suoi Alpini potevano ora guardare con fiducia al futuro. Paolo Volpato

Alpino Solve Raffaele

Le spoglie dell'alpino Solve Raffaele sono tumulate nel sacello della chiesetta di Costabella. La chiesetta è dedicata agli alpini ed agli alpinisti veronesi ed in seguito anche ai caduti e dispersi in Russia. Desiderio fu di Mons. Luigi Piccoli, cappellano della sezione ANA Verona, di poter avere i resti di un alpino reduce di Russia (Veronese), poi le vicende in realtà furono diverse ed arrivarono le spoglie dell'alpino Solve Raffaele, nato ad Attimis (UD) nel 1922 già sepolto nel cimitero russo di Gulubaja Krinitza, i cui resti furono rimpatriati nel 1992 e tumulati a Redipuglia, in seguito traslati nel 1994 nel sacello della chiesetta di Costabella. L'alpino Solve Raffaele faceva parte della 20a Compagnia del Battaglione alpini Cividale e nei giorni 4-5-6 Gennaio 1943, il battaglione fu interamente impegnato alla conquista di quota "Signal" 176,2 divenuta poi "quota Cividale", decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Solve Raffaele di Angelo e di Dush Caterina, da Attimis (Udine), classe 1922, alpino, 8° alpini, battaglione “Cividale” (alla memoria).  Appartenente ad un centro di fuoco isolato, resisteva con tenacia alla travolgente spinta avversaria. Caduti ad uno ad uno quasi tutti i compagni, continuava con altri due superstiti l’eroica disperata resistenza, fino a quando una raffica di mitragliatrice abbatteva gli ultimi difensori, che, col loro cosciente sacrificio, consentivano il risolutivo e tempestivo intervento dei rincalzi.

Nowo Kalitwa (Russia), 4 gennaio 1943 -  Decreto Presidenziale in data: 19.4.1956 – registrato alla Corte dei conti 25.5.1956- registro Esercito 24 – foglio 25 – B.U. anno 1956 – Dispensa 23a – pag. 2566.

La battaglia di "quota Cividale"

Nella notte sul 4 gennaio 1943 il "Cividale" dette il cambio al Battaglione "Gemona" e raggiunse le posizioni ai piedi della quota 176,2 tenuta da un reparto tedesco. Questa altura dai fianchi dolci e allungati, che si ergeva di poco sulle altre quote, avrebbe permesso ai russi, qualora l'avessero occupata, di controllare tutto lo schieramento difensivo ed i movimenti della "Julia"; pertanto doveva essere mantenuta a tutti i costi. All'alba del 4 gennaio i russi attaccarono la quota 176,2 e i tedeschi dovettero abbandonare precipitosamente la posizione. Il 1° plotone della 20^ Compagnia, comandata dal capitano Dario Chiaradia di Sacile, partì allora di slancio e rioccupò la collina nonostante il tiro delle mitragliatrici russe che falcidiarono gli alpini del 1° plotone al comando del tenente Benedini. Subito dopo i russi contrattaccarono e gli alpini, dopo una breve ma accanita resistenza, durante la quale si distinse l'alpino Pietro Lestani di Fagagna che rimase da solo a sparare imperterrito con il suo fucile mitragliatore fino all'esaurimento delle munizioni, ripiegarono trascinandosi indietro i compagni feriti.
Verso mezzogiorno la 16^ Compagnia, al comando del capitano Carlo Crosa, appoggiata dagli uomini della 20^, con un assalto temerario condotto dai plotoni che avanzarono in formazione spiegata sotto il diluviare delle cannonate e dei tiri di mortaio, riprese la collina al prezzo di gravi perdite, tra le quali il sergente maggiore Paolino Zucchi da Collato (Medaglia d'Oro).
Per tutta la giornata gli alpini rimasero abbarbicati alla quota sotto il continuo grandinare della granate e la posizione fu mantenuta assieme agli uomini della 20^ fino all'alba del giorno 5 quando i russi ritornarono all'assalto in massa costringendo gli alpini del "Cividale" a ripiegare. Immediatamente dopo gli alpini delle due compagnie, trascinati con coraggio e determinazione dai loro comandanti, ritornarono per l'ennesima volta al contrassalto e ripresero la posizione: il capitano Chiaradia fu ferito a morte e gli venne concessa la Medaglia d'Oro per il suo coraggio, e molti alpini giacevano immobili nella neve arrossata dal sangue dei corpi
straziati dalle granate. Verso sera, approfittando di una tempesta di neve, i russi attaccarono di nuovo e fecero ripiegare un piccolo reparto tedesco appostato sulla destra della quota e i superstiti della 16^ e della 20^ dovettero abbandonare la collina per non essere accerchiati. A questo punto il Comando di Battaglione fece serrare sotto la 76^ Compagnia (al comando del tenente friulano Aldo Maurich) che si trovava di rincalzo.
Il plotone del sottotenente Gavoglio tentò un colpo di mano, ma la sorpresa non riuscì e gli alpini furono quasi tutti massacrati dal tiro preciso delle armi automatiche russe. Anche il sottotenente Gavoglio rimase sul campo e gli venne conferita la Medaglia d'Oro per il suo comportamento. La notte tra il 5 ed il 6 gennaio trascorse nei preparativi per un nuovo attacco.
Alle 5.30 tutte le artiglierie italiane e tedesche del settore vomitarono un uragano di fuoco contro la collina maledetta che si trasformò in un vulcanoin eruzione.
Immediatamente dopo un plotone della 76^ Compagnia, al comando del sottotenente Ferruccio Ferrari, partì all'assalto appoggiato da lontano da due carri armati tedeschi. I russi superstiti però si difesero disperatamente e respinsero gli attaccanti facendo rimanere sul campo molti alpini, compreso il loro eroico comandante.
Verso le 8.00, i superstiti della 76^ Compagnia, praticamente solo pochi fucilieri e i mitraglieri rimasti, attaccarono di nuovo con slancio al comando del tenente udinese Franco Cattarruzzi ed appoggiati, questa volta più da vicino, dai due carri tedeschi. L'assalto disperato riuscì a prezzo di numerose vite e finalmente la collina maledetta fu conquistata definitivamente dagli alpini del Cividale. Per il valore dimostrato dagli uomini di questo Battaglione ed in onore ai tanti Caduti, il Comando tedesco e quello italiano ribattezzarono la quota 176,2 in "Quota Cividale". 110 furono i Caduti e circa 400 furono i feriti ed i congelati di quella battaglia durata incessantemente 3 giorni. La "Quota Cividale" venne mantenuta dagli alpini fino al 16 gennaio 1943 quando, in seguito al ripiegamento del Corpo d'Armata Alpino, anche la "Julia" dovette abbandonare le posizioni del Kalitwa così duramente contese
agli avversari. Per gli alpini del "Cividale" iniziò così la terribile ritirata di Russia che si concluse soltanto 16 giorni dopo e dalla quale moltissimi non tornarono.
Dei 1500 alpini del Battaglione partiti per la Russia, infatti, ben 1000 furono i Caduti e i Dispersi; queste righe per ricordarli e far si che la memoria del loro sacrificio non vada perduta, perché hanno combattuto con grande onore ed umanità una guerra più inutile delle altre. ( fonte: Guido Aviani Fulvio )

Giorgio Sartori (Centro Studi ANA Verona)

“Ero nella Guardia alla Frontiera e mi mandarono negli sciatori alpini. Mi chiesero se sapessi sciare e gli risposi di no, così mi mandarono in prigione, altrimenti ero destinato alla Russia. Avevo già perso mio fratello Silvino in quella terra e là non ci volevo andare anch’io”.

Cesare Mainenti, classe 1922 di Erbezzo, presidente dei Combattenti e reduci da più di 35 anni, prigioniero di guerra, dapprima catturato dai tedeschi e passato poi in mano ai russi, ne ha da raccontare.

“Mi trovavo a Resia ( Bolzano), quando il mio reparto si arrese dopo tre ore di resistenza contro i tedeschi, erano le 20. Ricordo i colpi di mitraglia. Mi ero nascosto; quando i tedeschi misero tutti i miei compagni allineati, uscìì e uno degli avversari, appena mi scorse,  tentò di uccidermi. Ma uno di loro, con cui avevo montato la guardia giorni prima, se ne accorse, mi spogliò di tutto, mi mise in fila e così facendo mi salvò la vita. Venni condotto in un campo di concentramento tedesco (ora Stargard, Polonia. ndr ). C’erano le guardie ai quattro angoli del campo, dovevamo restare distesi, altrimenti era un colpo di pistola alla testa. Da mangiare ci davano solo un brodo, verso le 15. Il Piero di S.Anna ( d’Alfaedo ndr ), non riusciva a saltar fuori dalla branda da tanto era indebolito dalla fame. Dopo circa un mese fui trasferito in un altro campo di prigionia tedesco. Un giorno arrivò un industriale germanico che costruiva baracche di legno, a cui servivano 20 uomini di fatica e pretese che fossero del nord Italia. Fui uno di quelli. La mia mansione era facchino, trasportavo il legname dalla fabbrica alla stazione e viceversa. Avevamo talmente fame che mangiavamo le bacche delle piante che trovavamo lungo il percorso. Mangiai anche la biada dei cavalli e lì rischiai la vita da quanto stetti male poi. Ricordo anche che un giorno venne un tedesco con la pistola a perquisire gli alloggi. Me la puntò la pistola addosso quando vide che sotto al materasso avevo una tenaglia e un filo di ferro, ma se ne andò quando lui capì che li usavo per legare le suole delle scarpe da tanto che erano fragili. Ci sono stati giorni in cui ci davano da scegliere se mangiare un paio di patate o avere due sigarette. Sceglievo le patate, ma ne avanzavo sempre e le nascondevo nei calzini puzzolenti, per dividerne poi col mio compagno che preferiva sempre le due sigarette. Dopo 18 mesi di prigionia, arrivarono i russi e i tedeschi fuggirono abbandonandoci, ma la nostra situazione peggiorò: non mangiammo per 20 giorni. Ricordo che un giorno i russi proiettarono un film come fossimo in un cinema. Accanto a me si sedette un russo:” Ah, italiano! Mussolini! Bravo Mussolini!” BANG! Lo vidi morire sotto i miei occhi: un suo compagno russo lo freddò perchè non sopportava che sostenesse il Duce. Per conto loro, trasportammo le munizioni e armamenti che avrebbero dovuto raggiungere il fronte. Finalmente raggiunsi la frontiera del Brennero il 22 ottobre del 1945, dopo quasi 4 anni lontano da casa di cui due in prigionia. Ma ghe ne sarea da contar..”

Racconta, Cesare, intervallando con momenti di commozione, quei ricordi: la famiglia, i fratelli al fronte, gli amici che con lui ritornarono, i patimenti, eppure sorride ancora.

“ Cesare- gli chiedo- ma è vero che non sapevi sciare?” “ Certo che sapevo sciare- risponde con un sorriso- ero sempre tra i primi”.

Quel ‘no’ che gli salvò, probabilmente, un’altra volta la vita.

Lucia Zampieri

Convegno Centro Studi Ana

Sabato 30 settembre 2017, la sezione ANA Verona, ospiterà il Convegno Nazionale del Centro Studi presso la sala conferenze del Palazzo della Gran Guardia (Piazza Bra, 1), gentilmente messo a disposizione dalla nostra amministrazione comunale.

Questi Gli argomenti che verranno trattati :

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario Grande Guerra 15/18:

  1.       Concorso Nazionale: "Milite non più ignoto" 2017-2018
  2.       3ª Conferenza a Padova del ciclo “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai…”
  3.       Valore alpino “Degni delle glorie dei nostri avi…” volume secondo 1916

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario dell’Ana 1919-2019:

  1. Borse di Studio
  2. Pubblicazione cofanetto 3 volumi sulla storia dell’Ana 1919/2019
  3. Digitalizzazione e indicizzazione dei numeri de L’Alpino dal 1919 e dei libri firma conservati presso il nostro Rifugio Contrin

Ristrutturazione Museo storico degli alpini al Doss Trent

  1. I Sacrari della Grande Guerra

Presentazione del libro “Dal Monte Ortigara a Villa Giusti” del gen. Tullio Vidulich

Cori Ana e coralità

Sistema Bibliowin e biblioteche Ana

Convegno Centro Studi Ana

Sabato 30 settembre 2017, la sezione ANA Verona, ospiterà il Convegno Nazionale del Centro Studi presso la sala conferenze del Palazzo della Gran Guardia (Piazza Bra, 1), gentilmente messo a disposizione dalla nostra amministrazione comunale.

Questi Gli argomenti che verranno trattati :

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario Grande Guerra 15/18:

  1.       Concorso Nazionale: "Milite non più ignoto" 2017-2018
  2.       3ª Conferenza a Padova del ciclo “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai…”
  3.       Valore alpino “Degni delle glorie dei nostri avi…” volume secondo 1916

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario dell’Ana 1919-2019:

  1. Borse di Studio
  2. Pubblicazione cofanetto 3 volumi sulla storia dell’Ana 1919/2019
  3. Digitalizzazione e indicizzazione dei numeri de L’Alpino dal 1919 e dei libri firma conservati presso il nostro Rifugio Contrin

Ristrutturazione Museo storico degli alpini al Doss Trent

  1. I Sacrari della Grande Guerra

Presentazione del libro “Dal Monte Ortigara a Villa Giusti” del gen. Tullio Vidulich

Cori Ana e coralità

Sistema Bibliowin e biblioteche Ana

Pagina 1 di 2

Sport

Pellegrinaggi

Solidarietà

Alpini