Alla mattina c’era il caffè … ma senza latte

Alpini in Lessinia nel 1915 -  Alla mattina c’era il caffè … ma senza latte

Breve storia della 57a Compagnia*

Si era verso la metà di maggio del 1915 e la 57a del “Verona”, già da qualche giorno si trovava dislocata in alcune malghe prossime al confine di M. Tomba sui Lessini, ove era giunta da Boscochiesanova. Si aspettava la guerra. Ed eran giornate di ansia gioiosa. Era nei nostri cuori l’ardore giovanile e nel sangue ci correva tutto l’amaro che da bambini e da ragazzi ci aveva fatto inghiottire l’allora inimica Austria con le sue persecuzioni verso i fratelli irredenti e con la sua tracotanza verso la nostra Patria. Ogni busta gialla che arrivava al Comando ci faceva balzare il cuore in petto. Ci siamo! Si dicevano i nostri occhi reciprocamente, e, dietro Soave, il caporal maggiore furiere, noi subalterni seguivamo la lettera nella fumosa e tetra fureria, ove, sulle cassette per galletta e sui colli per calzolaio e per sarto, troneggiava il capitano Buzzetti1, comandante la compagnia e veronese al cento per cento, come si direbbe ora. Buzzetti si alzava in piedi, convinto di compiere l’atteso rito e, la busta nella sinistra, ne pizzicava, dopo averla guardata in trasparenza, lo spigolo destro col pollice e l’indice dell’altra mano. Attendeva un attimo prima di strappare e, dietro i suoi occhiali obliqui, ci guardava. Anche i suoi occhi dicevano: “Ci siamo!” . Invece non c’eravamo mai. Purtroppo eran sempre scartoffie! L’ordine di inizio delle ostilità, quell’ordine per il quale ormai soltanto vivevamo, non ne voleva sapere di arrivare. E i giorni passavano nell’attesa. Galetto, piemontese dai baffi alla Guglielmo, era tenente in prima; Presti, il buono ed eroico Ottavio che i reticolati austriaci dell’Ortigara dovevano accogliere, quali materne braccia, con una palla in fronte2, era il tipico rappresentante di quella gioventù colta, sana, ardente, che la Scuola militare di Modena iniettava ogni anno nelle file dell’esercito; Falzi Babila3, sottotenente richiamato, segretario comunale di Boscochiesanova, rappresentava la gioventù borghese ed io, “el piccolo”, come mi chiamavano, pivello, fresco ancora di tutti gli insegnamenti che il tenente Franzini ci aveva rigidamente inculcati a Torino, al corso allievi ufficiali del Rubatto4, rappresentavo i bocia dell’ultima classe. Ci volevamo bene perché eravamo alpini. Ed eravamo sicuri l’un dell’altro. Durante il giorno ognuno di noi curava il suo plotone e, a mezzogiorno ed alla sera, la mensa ci riuniva. Il capitano, prima parlava di servizio e ci dava gli ordini per il pomeriggio o per l’indomani, poi, si dimenticava di essere capitano e ci parlava della sua fidanzata che era a Caprino Veronese e diventava ragazzo come noi. Aveva solo una quarantina d’anni, ma a me pareva fosse molto più vecchio: io ne avevo diciannove !! Galetto parlava della Libia e ci spiegava come sibilavano le pallottole quando passavano sopra la testa; Falzi, rubicondo e giulivo, “don Babila” lo chiamava Buzzetti, raccontava barzellette; Presti, pensieroso sempre, corrugava l’ampia fronte ed ascoltava; io tacevo, come per nostra norma ci aveva raccomandato Franzini nell’accomiatarci dal corso. A fine tavola si beveva “un goto”. “De quelo bon” diceva don Babila, che aveva provveduto a fornirne la piccola cantina. Il buon umore non mancava. Don Babila e Buzzetti si “sfottevamo” e a me, pivello, faceva una certa impressione. Ma c’era molta confidenza fra i due sin da prima che Falzi venisse richiamato. Una cosa sola ci mancava: il latte al mattino. La cosa non andava giù a Buzzetti, che naturalmente lanciava tutti i suoi strali sul direttore di mensa “don Babila”. “Lu sarà magara bon de far el segretario”, diceva, “ma no sa gnanca da che parte se scominzia a far el direttor de mensa !” . Ma Falzi esponeva le sue ragioni: nei dintorni non c’era che una sola malga abitata, laggiù, verso il fondo valle, e il latte delle poche bestie che i contadini avevano tenuto ancora vicino al confine veniva tutto trasformato in burro. Ecco perché il nostro caffè era sempre soltanto nero. Ma questo stato di cose Buzzetti non voleva sopportarlo e una sera, mentre si beveva il “goto” dopo cena, se la prese proprio sul serio con Falzi: “Mi no so proprio che rassa de direttor che ze lu; ma un giorno o l’altro, se stemo ancora qua ghe farò vedar mi come se fa a far el direttor de mensa!”. “Cossa vollo mai, sior capitano”, si scusava Falzi “nol vede che semo qua soli come cani? No posso mia andar mi de note a monzer el late a la malga …”. Un lampo passò negli occhi del capitano: “Sssst!- fece- ciò ze proprio una bona idea!” e intercalando le sue proposte con certi “to zio nudo!” che avrebbero fatto venire la pelle d’oca ai nostri zii lontani, se l’avessero sentito, ci convinse, o meglio si convinse che si sarebbe potuti andar noi stessi sino alla malga e mentre due avrebbero tenuto a bada i contadini, gli altri sarebbero andati nella stalla a mungere quel po’ di latte che le vacche ancora avevano. Presti, di servizio, sarebbe rimasto all’accampamento. E così fu fatto. “Lu, el picolo, vaga subito a tor una gavetta e vegna drio a nualtri”. E partimmo: in testa Buzzetti col suo passo spampanato, poi Galetto, indi Falzi ed io in giusta regressione gerarchica. Galetto rideva sotto i suoi baffoni, Falzi, un po’ miope, badava dove metteva i piedi; “el picolo” seguiva tanto pomposo corteo. Dopo circa mezz’ora di marcia si giunse alla malga: Galetto e Falzi, come d’intesa, entrarono; Buzzetti ed io, con far da niente, quasi dovessimo appartarci per ragioni personali idriche, girammo dietro ad essa dove era la porta della stalla. “Me daga quà- mormora Buzzetti- vedarà se lo trovo mi el latte!” Gli porsi la gavetta ed entrò. Sentivo di là Galetto e Falzi che rispondevano alle domande dei contadini sulla prossima guerra con lunghe frasi ed ampie circonlocuzioni. Tiravano evidentemente a guadagnar tempo e a distrarre gli interlocutori. Da due o tre minuti aspettavo, quando dalla stalla, la cui porta era rimasta semiaperta, unitamente ad un forte muggito, si udì una voce arrabbiata bestemmiare: “Porco can! Xe un bò!”. Nel buio della stalla, Buzzetti, aveva provato a mungere qualche cosa che non era precisamente la mammella di una vacca. Due giorni dopo era la guerra! Di latte non si parlò per un pezzo.

                                                                                                                          1° cap. Enea Giulio Anchisi    

*Proponiamo questo brano brioso di vita militare in Lessinia nel 1915, tratto da “L’Alpino”, febbraio 1935.

  1. 1. Ettore Buzzetti era figlio di Antonio, maggiore dell’esercito già combattente nelle guerre risorgimentali (1859, 1866), poi tenente colonnello collocato a riposo nel 1897. Ettore, nato a Verona il 13 dicembre 1875, aveva seguito le orme del padre e frequentato la scuola militare; nel 1908 era tenente del 6° Alpini; nel 1915 era capitano nel “Verona”; dal 10 dicembre 1915 al 3 settembre 1917, divenuto maggiore, comandò il battaglione alpino “Val Brenta” con il quale il 3 settembre 1916 meritò una medaglia d’argento su Monte Cauriol. Promosso tenente colonnello, dal settembre successivo fu comandante di vari reggimenti di fanteria (37°, 165°, 208° e del deposito di fanteria Parma sud-ovest).
  2. 2. Ottavio Presti era nato a Teramo il 15 maggio 1893 da Alfredo, un capitano di fanteria, e Camilla Rodriguez. Trasferitosi giovanissimo con la famiglia a Verona, aveva frequentato la scuola militare; allo scoppio della guerra si arruolò volontario negli alpini; assegnato al btg. “Verona” vi divenne poi capitano. Morì eroicamente sull’Ortigara il 23 luglio 1916, meritando il conferimento della medaglia d’argento V.M. alla memoria. Il suo nome è riportato sulla lapide che Teramo ha dedicato ai propri caduti.
  3. 3. Babila Falzi (1887-1977), allora segretario comunale di Boscochiesanuova, richiamato alle armi, sarà presidente della Sezione Alpini di Verona dal 1943 al 1945.
  4. 4. La caserma del “Rubatto” era stata edificata dopo la metà dell’Ottocento, su distrutte casermette napoleoniche, sulla riva destra del Po a Torino; era destinata al “Corpo del Treno d’Armata” (assicurava i trasporti militari di viveri e munizioni con carri e cavalli) e dotata di scuderie e palestra d’equitazione; dal 1872, anno di costituzione del corpo degli alpini, ne ospitò il 3° reggimento, che comprendeva anche il battaglione alpino  “Monti Lessini”. Successivamente fu denominata “Monte Nero”. Venne demolita nel 1963, sull’area fu edificata la scuola media “Ippolito Nievo”(notizie, come la foto, tratte da “Civico20News”). 

   

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