Stelutis Alpinis

Il mio maestro e amico Mario Biondani (1920-2000), fondatore nel 1946 e primo direttore del più vecchio coro “di montagna” veronese, mi raccontava un aneddoto avvenuto nei primissimi tempi di attività, mi sembra fosse il 1948, con la Compagnia Armonica Canti Alpini (poi mutata, per l’evidente cacofonia C.A.C.A. dell’acronimo, nel più nobile Coro Scaligero dell’Alpe).

Invitati a un programma radiofonico - non c’era ancora la televisione e tutto era chiaramente in diretta – attaccarono con emozione e difficoltà un improbo canto che aveva insegnato utilizzando una partitura scritta per coro misto, essendo questa l’unica allora circolante. La sua voce sicura e forte sorresse la melodia permettendo così ai coristi intimiditi dai grandi microfoni di riprendersi e portare a termine il canto con successo.

Quel canto era Stelutis alpinis.

Stelutis alpinis è uno fra i più celebri brani corali della tradizione italiana composto da Arturo Zardini detto Turo Mulinâr (1869-1923) nel periodo della Prima Guerra Mondiale. L’autore, un maestro di Pontebba, paese che allora si trovava sul confine italo-austriaco, era profugo a Firenze.

Forse proprio in Piazza della Signoria, leggendo sul giornale le notizie delle stragi che avvenivano al fronte, lo Zardini, commosso e rattristato per le violenze e distruzioni che avvenivano, trasse da quelle vicende l’ispirazione del testo e della musica e tramutò il suo istinto e sentimento in parole e musica, lasciando come patrimonio questo capolavoro di poesia e preghiera.

Il compositore friulano, una volta rientrato in Friuli, compose innumerevoli altri canti friulani, che conseguirono grande successo per la freschezza e la bellezza delle melodie. È quindi un canto d’autore, anche se da molti è ritenuto di origine popolare: caratteristica questa dei canti che nel testo e nella musica raggiungono livelli di alta poesia e che così diventano patrimonio di tutto il popolo.

Il lirismo e l’ispirazione di questo splendido motivo celebrano l'amore e l'estremo sacrificio della gente friulana. La narrazione rileva in modo essenziale ma appropriato il dramma quotidiano di un popolo in guerra: la scomparsa di un proprio caro. Melodia e testo si fondono all'unisono in un momento di grande essenza spirituale così da rendere questa canzone una delle pagine più belle del canto “popolare” italiano.

La canzone, in lingua friulana, esprime con grande sentimento l’anima della Piccola Patria. Da subito fu fatta propria dagli Alpini sia friulani sia di altre regioni e ancora oggi, all’età di novant’anni, rimane il canto simbolo delle truppe alpine e anche di tutto il popolo friulano.

Si richiama vagamente nella forma alla Villotta friulana in cui due parti superiori (soprani/contralti) procedono per moto parallelo e una o due parti inferiori (tenori/bassi) contrappuntano sui gradi fondamentali della scala, in questo caso di Re maggiore.

L'interpretazione migliore per questo brano è da intendersi "sottovoce" con alcuni piccoli crescendo per l'enfatizzazione di qualche parola.

È un caposaldo indiscusso della musica corale che gli estimatori del settore trattano come "una reliquia" proprio per la sacralità di un testo che, pur non facendo riferimenti espliciti a scritti religiosi o liturgici è considerato la vera preghiera de gli alpini che spesso cantano durante le celebrazioni liturgiche.

Sergio Piovesan, del Coro “Marmolada” di Venezia, ha compiuto un’appassionata ricerca sul testo da cui riporto qui di seguito alcune interessanti sottolineature.

“Con questa composizione la poesia e la forza dell’autore si sono manifestate nella loro pienezza raggiungendo l’apice, in un commovente sincretismo e tutte le umane sofferenze si sono compendiate con toccante espressività. Non sono necessarie molte parole: ci basta pensare al brivido che ci percorre nel cantare e nell’ascoltare «... Se tu vens cassù ta' cretis...», brivido che si trasforma in emozione violenta, da serrarci la gola. È un compendio di sofferenze, di dedizioni, di intimità, di affetti, di certezze. Non più canto, non villotta ma preghiera profonda e, nello stesso tempo, semplice e umana, come semplice e umano era ed è lo spirito di Zardini”.

Per i friulani “Stelutis alpinis” è sì il canto dell’Alpino morto, ma è anche considerato quasi un inno, un inno al Friuli, un inno per quella terra che ha vissuto altre sofferenze: un’altra guerra, invasioni straniere, lotte fratricide e dolorose emigrazioni.

Esaminando il testo non si può far a meno di notare il largo uso dei diminutivi, o meglio dei vezzeggiativi, caratteristica abituale nel linguaggio scritto e parlato dei friulani; “stelutis”, “crosute”, “arbute” e “bussadute” non vanno tradotti con i relativi diminutivi in italiano anche perché, oltre a ridicolizzare il testo, non hanno proprio quel significato. È una forma che si può definire affettuosa nella descrizione di oggetti e azioni e, forse, è meglio tradurli con una perifrasi.   

“Stelùte” (al plurale “stelùtis”) è indicato nel Vocabolario Friulano (Pirona) come diminutivo, spesso come espressione affettiva, di “stele” (stella); lo stesso lemma manda a vedere “stèle alpine” che fra i sinonimi prevede anche “stele” soltanto; inoltre è citato come esempio il verso dello Zardini. La parola “crosute” è il diminutivo, sempre in forma affettiva, di “crôs”, croce, mentre “arbute” lo è di “arbe”, cioè erba, che però ha una forma più usata in “jarbe” col relativo diminutivo in “jarbute.

Infine, per finire con i diminutivi, o come meglio indicato, con i vezzeggiativi o espressioni affettive, “bussadùte” si collega a “bussàde” (sostantivo femminile), bacio, che può anche essere tradotto con il sostantivo maschile “bùs”, in realtà poco usato. Un altro termine interessante da esaminare è “cretis”; è il plurale di “crète” che vuol dire rupe, ma anche roccia, macigno, pendio roccioso, cresta o cima nuda di montagna. Se “crète” è un sostantivo femminile, troviamo anche “crèt”, sostantivo maschile, con lo stesso significato. Sinonimo di “crète” è anche “cròde” che si avvicina al significato di croda cioè cima rocciosa appuntita tipica delle Dolomiti.

Un termine che nel verso prende un significato esteso è “duàr”. Letteralmente significa “dormo” (in questo caso si tratta di sonno eterno) e la forma infinita è “duarmî”, ma anche “durmî”.

Altri potrebbero essere i termini da esaminare ma, per non annoiare il lettore, penso che quelli sopra citati siano sufficienti e i più interessanti soprattutto per una maggiore comprensione del testo poetico, che invito a leggere con attenzione sia in friulano e sia nelle due traduzioni.

La bellezza e la dolcezza del brano è stata avvalorata da esecuzioni splendide da parte di grandissimi cori come i Philippines Madrigal Singers di Manila (Filippine), di cui conservo gelosamente una registrazione della tournee italiana del 1994. Numerosi anche i compositori che hanno tenuto in considerazione la melodia del brano per una propria rivisitazione per coro maschile come ad esempio Antonio Pedrotti per il Coro della Sat di Trento, Efrem Casagrande, Mario Lanaro, Lamberto Pietropoli e moltissimi altri. Fra gli artisti che sono stati ispirati dal brano, vi è anche Francesco De Gregori che l'ha ripreso nel 1996 nell'album “Prendere e lasciare” con l’intenzione evidente di tentare un "ammodernamento" nella proposta che sia però rispettosa della natura intimista della poetica. Una versione con una delicata melodia raccolta e interiore a riprova del valore assoluto dei sentimenti che animano la versione originale.

“Quando risento il coro degli alpini che sulle indimenticabili note di Stelutis alpinis rinnova il sentimento dell’attesa dell'alba nel momento più buio della notte - come ha espresso nel saluto il Ministro della Difesa On. prof. Arturo Parisi in occasione della consegna delle onorificenze dell'Ordine Militare d'Italia a Roma il 4 novembre 2007 - mi sembra di sentire la voce sempre fresca e struggente dei ragazzi di allora, le migliaia dei nostri soldati alpini caduti. Noi rendiamo onore ai morti, ai Caduti, solo se, a partire dalla nostra consapevolezza attuale, sappiamo dare un futuro diverso, un significato nuovo al loro sacrificio.

Dobbiamo saper cogliere il presente e il futuro di ciò che è passato, dobbiamo saperlo trasformare in testimonianza positiva, in insegnamento, in ammonimento.

Stelutis Alpinis (2)

Purtroppo, come accade per i canti che diventano famosi, c’è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, pensando, con una discreta dose di superbia, di migliorare l’opera; nel nostro caso c’è stato chi ha pensato che il bellissimo testo di Zardini avesse bisogno di strofe in più ed ecco quindi un’aggiunta apocrifa:

Ma 'ne dì quant che la vuere / a' sara un lontan ricùard / tal to cûr, dulà ch'al jere / stele e amôr, dut sara muart. Restarà par me che stele / che 'l miò sanc a là nudrit / par che lusi simpri biele / su l'Italie a l'infinit. (Ma un giorno quando la guerra sarà un ricordo lontano, nel tuo cuore, dove c’erano la stella alpina e l’amore, tutto sarà morto. Per me resterà quella stella, che il mio sangue ha nutrito, perché luccichi sempre bella sull’Italia all’infinito.) “.

Sinonimi del termine “apocrifo” sono falso, fasullo e falsamente attribuito. Navigando in internet ho rilevato un’interessante discussione in “Wikipedia”, che ha stuzzicato la curiosità dell’amico Piovesan del Coro Marmolada di Venezia che ha trovato come si è arrivati a quest’ aggiunta.

Rocco Tedino e Mauro Unfer, autori della pubblicazione “Il tempio ossario di Timau”, scrivono: « … Poi qualcuno, non si saprà mai chi, ribattezza “Stelutis” il “canto dell’Alpino morto” e sancisce, senza volerlo, un atto di adozione ufficiale della canzone da parte degli Alpini che ne faranno la gemma più preziosa del loro repertorio. Nel 1921, ad esempio, l’A.N.A. di Milano ringrazia Zardini e la Società Filologica Friulana per aver ottenuto il permesso di inserire “Stelutis Alpinis” in un canzoniere Alpino che l’Associazione ha in animo di pubblicare quanto prima, assicurando “…che la riproduzione sarà eseguita in tutta cura ed esattezza e che senza fallo alcune copie del Canzoniere verranno inviate a suo tempo a codesta Società…”».

Nello stesso anno il colonnello Vincenzo Paladini di Udine, ricevuto l’incarico di sistemare il cimitero di guerra di Timau, ebbe l’idea di far incidere “Stelutis Alpinis” su una lapide di marmo, da collocare in posizione preminente fra le sepolture, perché rappresenti un degno completamento degli onori da tributare a quei valorosi Caduti per l’Italia. Però, secondo lui, a questo testo mancava qualcosa e cioè un chiaro riferimento alla Patria ed allora chiese allo Zardini di completare la sua composizione con altre strofe che esprimessero, chiaramente, questo sentimento. Ed allora il 29 luglio 1921 il Paladini scrisse allo Zardini questa lettera: “Illustre Signore, essendomi caduta sott’occhio la sua bellissima poesia “Stelutis alpinis”, avrei pensato di farla incidere su di una lapide per adornare uno dei nostri cimiteri di guerra in Carnia. Ma a ciò manca nelle mirabili strofe, così piene di sentimento, un accenno alla Patria, che le farebbe più appropriate alle tombe di soldati morti per essa. E’ ardimento soverchio il mio, senza che abbia nemmeno l’onore di conoscerLa di persona, di pregarLa a voler mutare quanto basti perché corrispondano allo scopo? Mi sia, ad ogni modo, di scusa l’ammirazione che ho per il suo impegno, e insieme il culto verso i nostri gloriosi Caduti, e gradisca i sensi della mia riconoscenza profonda e della mia alta osservanza”.

A questa richiesta lo Zardini rifiutò di dare seguito anche perché considerava la sua canzone ben riuscita così com’èra e non intendeva assolutamente modificarne il testo. Intervenne anche un suo compaesano coetaneo, Francesco Bierti, che già aveva collaborato scrivendo alcuni testi poi musicati dallo Zardini stesso, ed alla fine sembra, e sottolineo “sembra”,  che abbia ceduto lasciando che Bierti scrivesse le due quartine richieste dal Col.Paladini con lo specifico riferimento all’Italia.

Il 4 gennaio 1923 Arturo Zardini morì e, ad un anno dalla scomparsa, il fratello fece stampare un biglietto commemorativo che riportava il testo di “Stelutis alpinis” e, inspiegabilmente, anche con le due strofe del Bierti. Alle sdegnate rimostranze della vedova, signora Elisa, e degli amici, ritirò il biglietto e lo fece ristampare corretto.

Ma non era ancora finita! Nel 1948 alcuni personaggi espressero l’opinione di rimaneggiare il canto, anche nella parte musicale, perché “ … difetta di contrappunto ed armonia.”. Anche in questa occasione la vedova si fece sentire con una lettera ripresa dalla stampa. Un ultimo tentativo, o “castroneria”, come la definì la battagliera signora Elisa, vi fu nel 1952 quando, a seguito della commemorazione di Francesco Bierti  presso la Società Filologica Friulana, la stampa locale attribuì al defunto commemorato l’intera paternità di “Stelutis alpinis”.

Veniamo ai giorni nostri: il nipote di Zardini Giuliano Rui continua a “combattere”, giustamente, contro queste strofe apocrife perché c’è ancora chi continua ad ignorare che le ultime strofe non sono di Zardini.  Il tutto è, senz’altro, questione di ignoranza e di superficialità. (GV)

 La traduzione libera e una interpretazione del poeta friulano Chino Ermacora cosi come la scrisse nella rivista PICCOLA PATRIA nel 1928

Arturo Zardini

Arturo Zardini nacque a Pontebba il 9 novembre 1869, la famiglia era originaria di Pozzo di Codroipo, si era trapiantata a Cormòns e in seguito a Pontebba. Dal padre di professione mugnaio, secondo altri costruttore di mulini, Arturo ereditò il soprannome di Mulinâr col quale era chiamato dagli amici Turo Mulinâr.

Iniziò la sua formazione culturale a sette anni sotto la guida di Don Rodolfo Tessitori cappellano di Pontebba e maestro nelle scuole primarie comunali. Le basi della sua educazione musicale si devono invece al maestro Kolbe, direttore della banda di Pontebba, il quale, costatatane la passione e la sensibilità musicale lo chiamò nella sua banda come allievo cornettista.

Gli anni dell'adolescenza furono dedicati al lavoro e oltre ad aiutare il padre nella conduzione del mulino, dovette per quattro o cinque stagioni recarsi in Austria come apprendista muratore. Nel 1888 si arruolò e fu assegnato quale allievo cornettista alla banda del 36° Reggimento di Fanteria "Pistoia" di stanza a Modena. Durante i 14 anni di permanenza sotto le armi ebbe modo di maturare una buona e regolare formazione musicale. Dal 1894 al 1898  fu mandato a studiare armonia e contrappunto sotto la guida del maestro Cicognani. Rientrato al suo reggimento, fu iscritto al corso annuale di perfezionamento al Liceo Musicale Rossini di Pesaro. ove il 15 agosto del 1899, esaminato dal maestro Giuseppe Perosi (padre di don Lorenzo) conseguì il diploma di Direttore di banda. Indi la nomina a Capo musica di banda militare presso il suo 36° Reggimento di Fanteria"Pistoia".

Nel 1901 in un concorso musicale indetto dalla Società Artistica Musicale Diritto e Giustizia di Palermo otteneva, quale riconoscimento delle sue doti di compositore, un diploma di I° grado con medaglia d'argento per una serenata a soli archi. L'anno seguente, congedatosi dal servizio militare rientrò a Pontebba ove costituì un coro a voci miste. Il Comune per dargli una sistemazione decorosa e sicura lo assunse nel 1903 tra i suoi dipendenti con la funzione d’applicato di concetto all'anagrafe e di maestro di banda. Qui sposò in seconde nozze Elisabetta Fantuzzi da cui ebbe tre figlie.

L'intervento in guerra dell'Italia nel maggio del 1915 lo costrinse ad abbandonare il paese natale. Profugo dapprima a Moggio Udinese, poi a Udine e infine a Firenze, poté rientrare nel suo devastato paese solamente alla fine del 1918 ed ivi riprendere le attività che aveva svolto prima della grande guerra. Ricostituì il coro e dal 1920 lo diresse - come lo ricordano- con toni entusiastici i giornali dell'epoca. Stimolato dal coro, intensificò l'attività compositiva dei canti friulani tanto che buona parte di essi vide la luce proprio in questi anni.

Il 5 febbraio 1922 fu premiato per la sua meritoria attività con la nomina di Cavaliere della Corona d'Italia. Morì il 4 gennaio 1923 per uremia all'Ospedale di Udine; la sua salma riposa nel cimitero di S. Rocco a Pontebba. (GV)

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