Cent’anni fa, il 4 dicembre 1917, in uno dei momenti più difficili per l’Italia nel corso della Grande Guerra, dopo poco più di un mese dallo sfondamento delle nostre linee a Caporetto da parte delle truppe austro-tedesche, mentre si dedicava ad organizzare la ritirata e il ripiegamento dei reparti d’artiglieria della terza armata sul Tagliamento, venne colpito mortalmente sul Piave uno dei più eroici combattenti veronesi del nostro esercito, il giovanissimo maggiore d’artiglieria campale Carlo Ederle, noto come “la guida del Carso”. Primo di sei figli, di famiglia benestante, egli era nato il 2 dicembre 1892 da Albino e Adele Cavioli; fervente cattolico, s’era formato nelle scuole classiche veronesi e successivamente aveva seguito con esito brillante i corsi dell’Accademia militare di Torino, uscendone nel 1913 con le stellette di tenente. Pubblicò alcuni pregevoli studi d’argomento militare e venne assegnato all’80° reggimento d’artiglieria di stanza a Verona; nominato capitano nel 1915, allo scoppio della guerra combatté in Cadore; ma i Comandi, in considerazione della sua straordinaria preparazione tecnico-scientifica, lo destinarono al Centro Sperimentale d’Artiglieria di Ciriè (Torino). Ben presto, però, egli chiese di poter servire la patria tra i soldati combattendo al loro fianco.  Affabile, generoso, disponibile e sprezzante del pericolo, divenne capo degli osservatori d’artiglieria della terza Armata, fu ferito tre volte in combattimento e per il suo comportamento eroico sul campo di battaglia meritò tre medaglie d’argento e una croce di guerra francese. Ma quel 4 dicembre 1917, festa di Santa Barbara, patrona degli artiglieri, gli fu fatale: infatti, mentre a Zenson di Piave seguiva un’azione militare della fanteria, fu raggiunto da una pallottola di mitragliatrice che gli troncò la vita. Fu, come disse il Duca d’Aosta, un lutto per tutta la terza Armata e qualche settimana dopo il Re d’Italia motu proprio gli volle assegnare la medaglia d’oro al valor militare, oltre alla nomina a tenente colonnello. L’Università di Padova, presso la quale s’era iscritto alla facoltà di ingegneria, gli volle conferire la laurea ad honorem e ben presto la sua figura divenne simbolo ed esempio d’amor di patria e di dedizione eroica al dovere, tanto che in varie città e paesi vennero intitolate al suo nome vie, caserme, scuole, aule e gli vennero dedicati monumenti. A Verona opera la fondazione “Medaglia d’oro Carlo Ederle”, presieduta dal nipote dott. Andrea Ederle, la quale perpetua la memoria dell’eroe ed ha la propria sede presso il forte Biondella, ove è stato allestito un museo e dove nel 1952 venne collocata una bella statua opera dello scultore Egisto Zago. Vari scrittori, fra cui anche il fratello suo mons. Guglielmo Ederle, scrissero le sue note biografiche; artiglieri e alpini veronesi negli anni passati più volte resero onore a questo eroico concittadino di fama nazionale, la cui effigie compare nel Vittoriano a Roma; nel 1959 gli artiglieri in congedo donarono il monumento a lui dedicato in via Ederle e nel 2011 i gruppi alpini di Avesa e Parona celebrarono la sua memoria a Zenson. Quest’anno nel centenario della morte la Fondazione a lui intitolata ha organizzato il 10 settembre un pellegrinaggio a Zenson di Piave, in occasione del quale il nipote Andrea  ed il Comune di Verona, rappresentato dall’assessore Luca Zanotto, unitamente a sindaci della zona, parenti,  artiglieri, alpini ed altre rappresentanze d’arma hanno posato una targa commemorativa e deposto una corona. Il 21 settembre a Grezzana, paese d’origine della famiglia, s’è svolta un’articolata commemorazione di Carlo Ederle con l’intervento del dott. Andrea Ederle e del dott. Giordano Veronesi; infine il 3 dicembre l’Associazione Nazionale Artiglieri ha organizzato in suo onore una solenne cerimonia commemorativa nel Palazzo della Gran Guardia, con il patrocinio della Regione Veneto. L’auspicio è che tante iniziative facciano breccia nel cuore dei giovani ravvivando le loro conoscenze storiche e la coscienza d’identità nazionale.  V.S.G.

Nato il 23 agosto 1885 nella contrada Bernardi di Selva di Progno, nel cuore della Val d’Illasi, Fioravante Cisamolo aveva respirato e goduto in giovinezza la serena bellezza ed il quieto vivere della sua terra, là aveva il papà Amedeo, la mamma, fratelli e familiari, la moglie Caterina, il figlioletto Bruno, tanti sogni ed aspettative per la vita, e gli amici trombonieri, con i quali amava sparare i tradizionali trombini nelle feste della comunità. Ma la guerra, la Grande Guerra, gli distrusse tutto questo, lo allontanò senza pietà dalle persone care e lo condusse prima sull’Adamello, poi sul fronte orientale dove infuriava la battaglia, nel settore Plezzo, monte Rombon, rubandogli infine la vita in un sanguinoso combattimento sulle impervie pendici del Monte Cukla la mattina del 16 settembre 1916. Era quella, a detta del gen. Cadorna, la regione “forse più ingrata del nostro schieramento sul fronte alpino”, caratterizzata da dirupi e strapiombi.  Una vita, una delle tante, troppe giovani vite immolate sull’altare della patria. Dulce et decorum est pro patria mori, è dolce e decoroso morire per la patria, cantava il poeta latino Orazio, e tanti altri nel tempo gli fecero eco esaltando la bella eroica morte. Ma chissà se la pensavano così i milioni di morti inghiottiti dalle guerre del secolo scorso. Comunque Fioravante, caporale degli alpini, servì la patria con dignità, indossò con onore la divisa alpina della 250a  compagnia del battaglione “Val Camonica”, e il cappello con la nappina verde; il suo corpo fu sepolto nel cimiterino militare presso la cappelletta dell’Addolorata sul Cukla, nel 1921 fu trasferito nel cimitero di Plezzo e nel 1938 venne riesumato e traslocato nell’ossario di Caporetto, ora terra slovena. Di recente nella soffitta della casa avita, ben nascosto da oltre un secolo, i discendenti hanno ritrovato il prezioso trombino di Fioravante, il pronipote Franco lo ha ripulito e restaurato e, sull’onda delle memorie familiari e della commozione fatte rivivere da quel ritrovamento, è andato alla ricerca del prozio perduto, ha consultato carte d’archivio e con il sostegno degli alpini e dei combattenti e reduci del paese s’è spinto fino a Caporetto, odierna Kobarid. Qui, tra le oltre settemila pietre tombali raccolte nell’imponente e suggestiva mole piramidale a base ottagonale dell’ossario posto sul colle di S. Antonio, ha individuato quella di Fioravante. I gagliardetti hanno vegliato silenziosi dinanzi ad essa per rendergli l’onore delle armi; una commozione infinita ed il calore dei cuori e degli affetti familiari hanno riscaldato il gelido granito su cui è inciso il nome di Fioravante, il piccolo amato figlio di Selva di Progno, finalmente ricongiuntosi in spirito con i suoi cari. In quel silenzio ognuno ha compreso che il culto dei morti è il primo segno della civiltà di un popolo.  V.S.G.

A Caporetto onore caduto Fioravante Cisamolo

L’ex cimitero militare della frazione di San Valentino, nel comune di Brentonico, custodisce alcune lapidi recuperate nei piccoli cimiteri della grande guerra e disseminati nella zona. Tra queste lapidi, una in particolare riguarda gli alpini veronesi. Si tratta di un sasso inciso e raffigurante il fregio del 6° alpini, riportante grado militare e cognome. Il Caporale Della Valle Olindo ed i soldati: Conti Pietro, Santa Giuliana Lorenzo e Serpelloni Giovanni. Grazie alle ricerche condotte Dott. Dario Graziani ed ai dati che ha reso disponibili al Centro Studi ANA Verona, si è potuto risalire ai relativi fogli matricolari che riportano:


  • Caporale Dalla Valle Olindo di Alvise e Girelli Adelaide nato a Peschiera il 4.8.1892. Assegnato nel 6° rgt alpini 57° compagnia. Ucciso ore 4.16, anni 23 il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella di Campo per scoppio di proiettile d'artiglieria nemica.
  • Conti Pietro di Francesco e Cunego Angela nato a Cerro il 23.7.1884. Assegnato nel 6° reggimento alpini battaglione Verona 1905. Morto il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.
  • Santagiuliana Lorenzo di Santo e Tamellini Giustina nato a Bosco Chiesanuova il 28.12.1892. Assegnato nel 6° reggimento alpini, battaglione Verona 57° compagnia 21.9.1913. Ucciso, anni 23,  il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella Campo per scoppio di proiettile di artiglieria nemica. Sepolto a Sella Campo.
  • Serpelloni Giovanni Graziadio di Luigi e Silvestri Maria nato a Castel d’Azzano il 10.1.1894. Assegnato nel 6° reggimento alpini 13.11.1914. Ucciso il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.

Recentemente il Centro Studi ANA Verona ha potuto consultare i diari storici dei battaglioni alpini veronesi nella grande guerra presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e relativamente  al fatto citato sopra, che ha visto il decesso dei quattro giovani alpini, cita testualmente:

“23 Dicembre 1915 - La 58ª Compagnia da S. Giacomo si porta in avamposti a Doss Alto. Il Comando da M.te Varagna si trasferisce a Doss Casina. La 57ª Compagnia passa alla diretta dipendenza del Comando di Reggimento - Una granata da 105 colpisce una nostra baracca a Malga Campi, uccidendo 4 soldati della 57ª Compagnia e ferendone vari – la 57ª Compagnia si trasferisce a S. Giacomo.” Giorgio Sartori

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Lo stato maggiore austro-tedesco che guidava a Caporetto le armate che avrebbero prodotto una delle battaglie vittoriose più clamorose di tutta la grande guerra, poteva fare assegnamento su uno dei più brillanti ufficiali dell’Imperialregio Esercito austro-ungarico: il Gen. Alfred Krauss.

Il cinquantacinquenne ufficiale austriaco aveva il fisico e la mentalità del comandante di lingua tedesca che la memorialistica e l’iconografia ha tramandato ai posteri. Biondo, occhi azzurri, barba folta ma curata, fisico asciutto, sguardo severo, rigido con se stesso prima ancora che con i propri uomini, ma anche trascinatore di soldati. Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio, comandante nel giugno 1916 dell’Armata del Tirolo durante la Strafexpedition, aveva contribuito con i suoi studi sul campo ad innovare la strategia di guerra. Per primo aveva intuito che le battaglie in territorio alpino si potevano vincere senza dover occupare a tutti i costi le alte quote, ma anzi sfruttando le penetrazioni per fondovalle, costringendo a cadere per aggiramento le posizioni in montagna. Apprezzato per le sue idee dai comandi alleati germanici, durante l’offensiva Waffentreu, “fedeltà d’armi”, che portò le truppe austro-tedesche da Caporetto al Piave, al Gen. Krauss venne affidato il comando del I Corpo d’Armata formato dal meglio delle truppe asburgiche: la 3^ Divisione Edelweiss, la 22^ Schutzen, la 55^ A.U. formata da bosniaci, gli Jager tedeschi, truppe di montagna che operavano nell’alto settore dell’Isonzo, Rombon, Cukla, Sella Prevala, e che il 24 ottobre 1917 sfondavano la linea italiana a Plezzo.

Il 14 novembre 1917 i soldati di Krauss, stanchi di giorni di combattimento e di marcia, con un tempo spesso inclemente, giungevano infine ad Arten e Fonzaso, ai piedi del Monte Grappa. Krauss non aveva dubbi: ordinava ai suoi comandanti di divisione, Gen. Muller e Gen. Wieden, di scendere il primo verso la Val Brenta, il secondo verso la Val Piave. In tal modo si aggirava l’ostacolo del Grappa e si poteva giungere rapidamente nella pianura veneta. Ma questo rimarrà solo un suo desiderio irrealizzato.

Ad opporsi al suo ordine erano proprio i suoi comandanti di divisione che, fedeli all’ortodossia militare e appurato che l’effetto sorpresa di Caporetto ormai era svanito, dirigevano le proprie truppe sul Grappa, convinti che solo l’occupazione del massiccio montuoso avrebbe portato alla caduta della linea difensiva italiana ormai attestata dietro il fiume Piave.

Sono trascorsi esattamente cento anni da quelle giornate nelle quali molti comandi militari italiani e anche parte della politica pensavano che ormai tutto stesse per finire, tutto stesse crollando. Ma Caporetto fu una sconfitta, non una disfatta.

Contro tutti i pronostici negativi, l’Esercito italiano non si arrese, pur dovendo dolorosamente abbandonare lembi di territorio nazionale.

Mentre dall’Isonzo i fanti italiani ripiegavano verso il Piave, sull’Altopiano dei Sette Comuni si assisteva impotenti ad una delle sconfitte più terribili dell’intero conflitto. Gli alpini che solo quattro mesi prima avevano lasciato gli uomini migliori sulla fredda pietra dell’Ortigara, erano costretti a ripiegare su una nuova e meno esposta linea difensiva che doveva collegarsi verso oriente con quella che si stava costruendo sul monte Grappa. A dividere le due regioni montane, un profondo solco scavato tra altissime pareti a picco, percorso da un fiume, il (la) Brenta, che univa geograficamente attraversandole due regioni e due stati: il Trentino asburgico ed il Veneto italiano.

Così sul versante orientale dell’Altopiano, gli alpini si aggrappavano letteralmente all’orlo che sprofonda in Val Brenta e, ugualmente, su quello occidentale del Grappa, i fanti occupavano le elevazioni che scendono a picco sugli ultimi piccoli centri abitati della Valsugana. Sul fondovalle invece, occorreva erigere una barriera insormontabile per difendere Bassano e la pianura veneta.

Avevano vissuto il ripiegamento dall’Ortigara gli alpini del Battaglione Verona, prima impiegati sulle Melette di Foza, nel tentativo di fermare qui i reparti imperiali che scendevano rinvigoriti dalla winterstellung, poi trasportati in Val Brenta a difendere lo sbarramento che chiudeva la vallata tra Valstagna e Carpanè.

In effetti, nel novembre 1917, quando ancora in Altopiano si difendevano le Melette e sul Grappa i reparti imperiali attaccavano i primi contrafforti settentrionali del Tomatico e del Roncone, la difesa della valle era stata affidata alla 52^ Divisione, ancora al comando del Gen. Como Dagna. Era la divisione alpina dell’Ortigara, che ora operava in Val Brenta, la cui particolare conformazione orografica ne fa ancora oggi un territorio di vocazione montana. Gli sbarramenti posti sulla strada e sulla linea ferroviaria che attraversavano il confine tra Trentino e Veneto, constavano soprattutto di reticolati e cavalli di Frisia, di postazioni di mitragliatrici, di centinaia di sacchetti di terra che si ergevano a formare trincee: il primo sbarramento era alla stretta di S. Marino, il secondo a Rivalta, il terzo a Valstagna e l’ultimo ad Oliero.

Tutti facevano sistema con le rocce che salivano sulle adiacenti pareti dell’Altopiano dei Sette Comuni e del massiccio del Grappa.

E puntuale arrivava anche l’attacco austro-ungarico.

Il 23 novembre 1917, alle ore 6,30, un violento fuoco di artiglieria si abbatteva sulle trincee italiane dello sbarramento avanzato di S. Marino. Erano difese dagli alpini dei Battaglioni Vestone e Valtellina, in rincalzo lo Spluga, al comando il Capitano Tiburzi Rean, comandante del Vestone. Pronta arrivava la risposta delle batterie italiane, ma ben presto i contatti con il presidio avanzato erano interrotti e non si riusciva a sapere cosa succedeva. Solo dopo alcune ore si veniva a conoscenza che i difensori sulla riva sinistra Brenta erano stati fatti prigionieri perché aggirati da reparti austriaci scesi da Col Bonato (Grappa); due pezzi di artiglieria da montagna appostati nella galleria ferroviaria erano stati fatti saltare. Il presidio della riva destra invece era intatto.

Si ordinava di irrobustire il retrostante sbarramento Col Carpenedi-Grottella, a Rivalta, mentre venivano fatti avanzare verso la riva sinistra del Brenta gli alpini dei Battaglioni Valtellina e Monte Baldo.

Inevitabile giungeva l’ordine del XX Comando d’Armata di contrattaccare, compito affidato gli alpini dei Battaglioni Morbegno, Val d’Adige, Valtellina e Spluga, ma poiché a sera la situazione non migliorava, alle ore 3 di notte veniva dato l’ordine agli alpini di riva destra e a quelli contrattaccanti sulla sinistra di ripiegare verso La Grottella.

Le perdite erano elevate: 10 ufficiali feriti e 26 dispersi, 8 morti, 44 feriti e 504 dispersi tra la truppa.

L’occupazione dello sbarramento di La Grottella era rinforzato: sulla riva destra del Brenta con gli alpini dei Battaglioni Spluga e Vestone; sulla riva sinistra Brenta con gli alpini del Battaglione Verona. Sono tutti affiancati da compagnie mitragliatrici.

I lavori difensivi, grazie anche all’apporto del Genio, proseguivano alacremente, mentre l’offensiva austro-ungarica era per il momento sospesa: troppo alte le perdite e lo stesso Imperatore Carlo I ordinava di fermare l’attacco in Altopiano.

Ma ai primi di dicembre, su pressione del Gen. Conrad, comandante delle Truppe del Tirolo, riprendeva l’attacco imperiale contro le sovrastanti Melette con l’obiettivo di occuparle, scavalcarle e raggiungere la Val Vecchia, porta di ingresso verso la sottostante Valstagna e di conseguenza della Val Brenta.

Il 5 dicembre 1917 l’attacco austro-ungarico in Altopiano raggiungeva il suo apice: conquistate le Melette, le truppe imperiali dilagavano verso il basso. Mentre Foza bruciava, si occupavano le quote del San Francesco, del Sasso Rosso e del Cornone, ultime elevazioni a precipizio sulla Val Brenta. Nel pomeriggio, i reparti imperiali imboccavano in discesa la strada della Val Vecchia, dove però l’energico intervento del Gen. Andrea Graziani (comandante del I Raggruppamento Alpino) aveva arrestato il ripiegamento delle truppe italiane verso Valstagna ed era riuscito ad imbastire una nuova linea difensiva davanti la seconda galleria della rotabile: gli austriaci non passavano e la Val Brenta era salva.

Nella stessa giornata, l’attacco imperiale si era pronunciato anche in fondo Val Brenta contro lo sbarramento de La Grottella.

Verso le ore 11 del 5 dicembre l’ala sinistra dello sbarramento della Grottella veniva posto sotto il tiro dell’artiglieria austriaca, bombardamento che alle ore 15 diventava violentissimo specialmente verso La Grottella, dove erano in linea gli alpini del Battaglione Verona e due compagnie mitragliatrici, la 936^ e la 661^.

Alle 15,30 i fanti imperiali, infagottati nei loro ampi cappottoni grigi, avanzavano dall’abitato di Costa, ma venivano arrestati dal fuoco delle mitragliatrici italiane e dei piccoli calibri che accompagnavano gli alpini.

Alle 16, dopo un ulteriore violento bombardamento che spandeva fumo in tutta la valle impedendo la visuale della zona agli osservatori, ripartiva l’assalto imperiale, nuovamente arrestato dagli alpini del Verona. I comandi italiani, avendo scorto numerose riserve dietro S. Marino, ordinavano il bombardamento sui rincalzi austro-ungarici, procurando gravi perdite.

Alle ore 17 tutto era finito e la Val Brenta era ancora italiana. Anche la classe ’99 aveva sostenuto con onore il battesimo del fuoco.

Si dovevano però lamentare dolorose perdite:

Battaglione Verona 5 morti e 6 feriti, Battaglione Valtellina 1 morto e 7 feriti, Battaglione Vestone 1 morto e 4 feriti, Battaglione Spluga 4 morti e 15 feriti.

Ma la strada per Bassano era definitivamente chiusa ed il plauso del Gen. Graziani alle truppe sugellava una giornata difficile ma per certi versi vittoriosa.

La Val Brenta vedrà un’ultima battaglia l’11 dicembre successivo.

Per impegnare le truppe austriache in quel momento in attacco sul Grappa contro Col Caprile e Col della Berretta, il Comando del I Gruppo Alpino ordinava alle ore 10 di far uscire in avanscoperta delle forti pattuglie, formate dagli alpini del Battaglione Verona, del Battaglione Spluga e del Battaglione Vestone, che dovevano operare contro il settore di S. Marino al fine di simulare un attacco in Val Brenta.

L’artiglieria di ambo gli schieramenti faceva sentire la sua voce, mentre gli alpini del Verona attaccavano l’ala difensiva sinistra austriaca, all’imbocco della Val d’Asta, con lancio di bombe a mano e con intenso fuoco di fucileria contro i posti di guardia imperiali. Alle ore 13 l’azione terminava avendo conseguito il suo scopo.

Venivano proposti per ricompense al valore per il Battaglione Verona il Ten. Giovanni Alberti, i sergenti maggiori Gino Digiuno e Antonio Rossi, il caporale Eugenio Candotti, gli alpini Pietro Piccoli, Giuseppe Giorgioni, Giovanni Castellunga, Eugenio Baroni e Pietro Sampa.

Anche grazie a questi piccoli ma significativi episodi, l’Esercito e i suoi Alpini potevano ora guardare con fiducia al futuro. Paolo Volpato

Olindo Ermini, alpino poeta

(V.S.G.) Gli alpini di Volon, capogruppo Tognettini in testa, ricordano con affetto e commozione la bella figura di Olindo Ermini, il capitano alpino che nei decenni scorsi fu poeta ufficiale della Sezione veronese e che in quella tranquilla frazione di Zevio amò vivere con la moglie Maria Damiani e la famiglia. Là egli aveva trovato la serenità e la quiete per il suo “vecio cor d’alpin”, come scrisse in una bella poesia dedicata al paese. Ai più giovani il suo nome è forse poco noto e proprio per questo ci pare opportuno parlare di lui in questa rubrica dedicata alla poesia alpina. Olindo era nato a Verona il 12 novembre 1897 da Ottavio, capitano alpino che fu richiamato nella grande guerra e vi aperse la vita. Olindo, partito volontario nella medesima guerra, ebbe il comando del plotone arditi del battaglione Monte Tonale, 5° Alpini, compì prodezze sull’Adamello, fu gravemente ferito e decorato al valor militare, rimanendo invalido. Divenuto funzionario statale, amò immortalare i sentimenti alpini in versi semplici e intensi, ora briosi, ora commoventi, che pubblicò nella raccolta Ciacole in rima del 1952, composta di 41 componimenti, dedicata al padre; nel 1972 ristampò la medesima raccolta, aggiungendovi 23 poesie nuove, con il titolo Rime scarpone, che dedicò al tenente colonnello Wilfredo Ambrosini. Si spense il 20 settembre 1976.

L’ultima raccolta fu impreziosita dalla presentazione del “vecio colonel” Guido Pasini, e dalla prefazione di Vittorio Bozzini; questi, da scrittore e letterato quale era, esaminò con acume la poesia di Ermini, nella quale, accanto al sorriso bonario, alla battuta scanzonata ed alla nota arguta, sottolineò  la presenza dell’ “attaccamento ancestrale della gente veronese agli affetti puri, forti, sacri per la casa, la terra, la Patria … un sentire fortemente gli ideali belli e santi della vita”.

Tra le poesie, accanto a quelle dedicate agli amici alpini ed a luoghi ed eventi notevoli per la storia delle penne nere, sono particolarmente conosciute ed apprezzate  quelle che tratteggiano con efficacia ancora attuale l’essenza dell’essere alpini consistente nel “volerse ben”, nel sentirsi una famiglia, nell’amare la vita,  i bambini, la Patria e nel sentirsi ringiovanire ogni volta che si indossa il cappello alpino. Di lui ricordiamo la notissima poesia L’alpin, in cui immagina un semplice e toccante colloquio tra nonno e nipotino sull’identità dell’alpino: il nonno spiega che l’alpin l’è el vero fiol de la montagna, che quando passa lui tuto un soriso diventa el mondo , che in guerra l’alpin l’è forte  e in pace l’alpin l’è oro, pronto a iutar l’Italia col lavoro, ed il bambino alla fine mostra d’aver capito tutto  affermando Sì, nono, mi lo so ci l’è l’alpin, / l’alpin l’è l’omo più vissin a Dio.  Chiudiamo questa breve rivisitazione di Ermini, riproponendo una poesia che nella sua semplicità può essere intesa come un lascito testamentario per ogni alpino e per ciascun uomo di buona volontà.

                                                                                                                             Volerse ben

Quando che se catemo tuti uniti,

par confidarse ciacole e pensieri:

“Volive ben, righè sempre driti”

el ne consiglia el nostro Balestrieri:

 

D’amarse e po’ d’andar sempre d’acordo

El ne ripete pura el Capelan:

a ste parole nessun l’è sordo

parché i è dite con el cor in man.

 

Bisognarìa però, che tuti quanti

I  fasesse così come i alpini,

che tuti quei che schei ghe n’à gran tanti

i ghe volesse ben ai più poarini.

 

Par questo mi ripeto volentieri

Ai veci, bocia e tuta l’altra gente

col Capelan, col nostro Balestrieri:

“Volerse ben, butei, no costa gnente!”

Ermini

Medico chirurgo forlivese con la passione della fotografia, Pio Bertini nel 1915 fu richiamato alle armi tra gli alpini del “Gemona” con il ruolo di medico della 71a compagnia e responsabile dei posti di medicazione avanzati e degli ospedali di prima linea in Val Dogna. Da quell’osservatorio privilegiato egli poté vedere e vivere il contesto ambientale, gli eventi bellici, i momenti di serenità, i drammi e le sofferenze che dovettero subire i nostri alpini e più in generale i soldati sul fronte carsico nella prima tremenda guerra totale che coinvolse l’intero popolo italiano. Tutto questo crogiuolo di un’umanità umile, semplice e sofferente egli immortalò con la sua macchina fotografica in centinaia di istantanee, che raccolse in un album acquerellato dal profugo Luigi Parolini, perché fosse crudo e commosso documento per i posteri. Rimaste a lungo inedite, tali immagini, restaurate e corredate da ampie e attente didascalie, sono venute finalmente alla luce  in bel volume curato dagli studiosi Luigi Melloni, Giovanni Vinci e Paolo Andrea De Monte e dato alle stampe quest’anno dall’editore Carta Bianca di Faenza (160 pagine, euro 20). L’opera, impreziosita dall’intensa presentazione del vescovo di Imola mons. Ghirelli, costituisce un eloquente documento della grande guerra, che parla agli occhi e all’anima; è arricchito dal breve diario del medico Bertini e dalle note autobiografiche del figlio suo Fernando, sottotenente alpino della “Julia”, ferito in Albania nella seconda guerra mondiale. La segnalazione dell’opera ci è giunta dal socio Renato Caloi, che ringraziamo. V.S.G.

Io resto qui

 

Titolo giusto, suggestivo e significativo per un libro dedicato al ricordo di morti e dispersi in Russia. Esso riprende l’esordio d’una famosa poesia, Frammento, dell’alpino Giuliano Penco, morto in Russia nel 1943, riportata in apertura del libro:

Io resto qui.

Stanotte mi coprirà la neve.

E voi che ritornate a casa

pensate qualche volta

a questo cielo di Certkowo.

Io resto qui

con gli amici

in questa terra.

E voi che ritornate a casa

sappiate che anche qui,

dove riposo

in questo campo

vicino al bosco di betulle,

verrà la primavera.

 

Si tratta di un libro di oltre settecento pagine che ricostruisce con lettere, testimonianze e fotografie il dramma di più di trecento soldati di tutte le regioni italiane scomparsi nelle nevi russe durante le battaglie e la ritirata nel 1943. Un’opera monumentale cui si sono dedicati con passione e tanta sensibilità Antonio e Maria Giovanna Respighi, sostenuti dal Gruppo alpini di Abbiategrasso, che l’ha editata nei mesi scorsi, e dalla Sezione ANA di Milano. Tutto nacque qualche anno fa in occasione d’un viaggio in Russia nell’area della sacca del Don. Riconosciuti come italiani, i fratelli Respighi furono contattati da un russo che mostrò loro dei piastrini di soldati italiani caduti in quei luoghi. Animati dal sacro sentimento di pietà per i fratelli italiani scomparsi nel dramma russo, i Respighi raccolsero più di trecento piastrini e, una volta tornati in Italia, si misero in contatto con Comuni e famiglie di tutta Italia, riuscendo a restituire volti, lettere legami affettivi ed umanità a quei nomi destinati altrimenti a scomparire nel nulla. Aiutato dalla sorella, Antonio Respighi, consigliere provinciale dell’ANA milanese, si meritò con lei l’appellativo di “angelo degli Alpini dispersi in Russia”. Il loro lavoro ha interessato anche la terra veronese. Tra quei piastrini, infatti, ben quindici erano appartenuti a soldati della nostra provincia, di ciascuno dei quali gli autori hanno tracciato un profilo, arricchito di quanto hanno potuto ottenere dalle famiglie. Essi sono Guerrino Accordini, classe 1916, artiere alpino di Rivoli, disperso; Giulio Andreetto, classe 1916, autiere di Ronco, deceduto; Pietro Bonometti, classe 1911, granatiere di Affi, disperso; Luigi Bottacini, classe 1914, artigliere di Verona, disperso; Giuseppe Castellani, classe 1921, bersagliere di Castelnuovo, morto in prigionia; Tranquillo Compri, classe 1914, fante di Cadidavid, morto in prigionia; Bruno Fanton, classe 1911, addetto ai lanciafiamme, Legnago, disperso; Luigi Magalini, classe 1911, artigliere motorizzato di Villafranca, morto in prigionia; Emilio Montresor, classe 1914, alpino di Pescantina, disperso; Bruno Novarin, classe 1914, alpino di S. Bonifacio, morto in prigionia; Ottorino Penazzi, classe 1922, reparto sanità, abitante a Caprino, disperso; Guido Pianalto, classe 1915, genio , Verona, disperso; Mario Ruffo, classe 1917, artigliere di Montorio, morto in prigionia; Aldo Salvetti, classe 1920, alpino di Cavaion, morto in prigionia e Oreste Trevenzuolo, classe 1916, fante di Palù, disperso. (V.S.G.)  

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Negli anni del centenario della Grande Guerra innumerevoli sono state e saranno le pubblicazioni, le mostre e le iniziative dedicate ai molteplici aspetti di essa. Essendo impossibile dar conto di tutte, è inevitabile fare delle scelte, fissando l’attenzione sulle più originali e significative. Tra queste rientra senz’altro il poderoso volume Chiese e popoli delle Venezie nella Grande Guerra, pubblicato nel 2016 dall’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa di Vicenza e curato da Francesco Bianchi e Giorgio Vecchio. In oltre 550 pagine sono raccolte le relazioni di due convegni sul tema svoltisi il primo a Trento l’8-9 aprile ed il secondo ad Asiago il 27-28 maggio del 2016. Elegante e corredato di numerose immagini inedite, il volume non affronta in modo analitico e descrittivo affronta non singoli eventi bellici, ma il complesso rapporto tra guerra e coscienza religiosa, tra le posizioni di papa Benedetto XV e quelle da lui non condivise dei cattolici nazionalisti, tra quanti vedevano la guerra come “castigo di Dio” e perciò ingiustificabile sul piano religioso e quanti più laicamente cercavano le motivazioni di giustizia delle parti in causa. Il testo spiega che la sacralizzazione della guerra non fu opera della Chiesa, bensì degli Stati; in esso si affronta il tema del ruolo e del comportamento di clero e cappellani nel conflitto e si illustrano le figure ed il travaglio interiore di alcuni di questi sacerdoti prestati alla guerra, da don Primo Mazzolari a don Annibale Carletti, l’eroe di Passo Buole, a don Giovanni Minozzi, che ideò e realizzò in Veneto un gran numero di “Case del soldato”; si seguono pure i difficili rapporti tra le autorità militari da un lato e contadini della montagna veneta e clero dall’altro, guardati spesso con diffidenza  e accusati di austriacantismo o disfattismo; ampia trattazione è riservata al ruolo svolto dal vescovo di Trento Endrici e da quello di Vicenza Rodolfi, entrambi decisamente sostenitori della causa italiana, ma impegnati a difendere le loro popolazioni e l’autonomia della Chiesa ; infine sono analizzati pure le peripezie vissute da suore, orfanelle e pazze nei territori occupati dall’Austria dopo lo sfondamento di Caporetto e il dramma dei profughi veneti dopo Caporetto, smistati in regioni italiane distanti, ove erano sopportati e malvisti dai residenti. Il volume, decisamente di livello accademico, fornisce per la tematica in oggetto un ricco e aggiornato apparato di indicazioni bibliografiche utili e preziose per quanti vogliano approfondire  le vicende delle popolazioni trivenete durante il conflitto. (V.S.G.)

Il Monte Vioz con i suoi 3645 m. fa parte della catena montuosa del Ortles Cevedale, nel Parco Nazionale dello Stelvio, sopra la Val di Pejo. Poco lontano dalla cima del Monte Vioz c’è Punta Linke, che con i suoi 3629 m di altitudine è stata una delle postazioni austro-ungariche più alte e più importanti dell’intero fronte durante la prima guerra mondiale. Dotata di un doppio impianto teleferico, era collegata da una parte al fondovalle di Pejo e dall’altra al “Coston delle barache brusade” verso il “Palon de la Mare”, nel cuore del ghiacciaio dei Forni. Con la fine della guerra, la postazione militare di Punta Linke venne abbandonata, ma il ghiaccio e le particolari condizioni climatiche ne hanno consentito la conservazione fino ai giorni nostri. Un progetto di ricerca e di recupero dei beni culturali della Provincia autonoma di Trento ha permesso il totale recupero della postazione e del materiale che ben si è conservato in tutti questi anni, trasformandola nel museo più alto d’Europa. Il percorso per raggiungere la cima del monte Vioz è piuttosto lungo e richiede una particolare attenzione, soprattutto per i suoi tratti esposti in alcuni punti del tracciato. Il punto di partenza dell'escursione per raggiungere la cima è la località "Doss dei cimbri" a quota 2306 m ed alpinisticamente viene classificato come: “EEA -Escursionisti Esperti Attrezzati”. La difficoltà è sicuramente gratificata dal fantastico panorama a 360° che vi si può ammirare nelle belle giornate di sole: il sottostante Ghiacciaio dei Forni, la Val di Pejo, le Dolomiti di Brenta, i Gruppi dell'Adamello, la Presanella, le Dolomiti, fino al Gruppo del Bernina. Poco sotto la cima si trova il rifugio “Città di Mantova” al Vioz, a m. 3535, che è il più alto rifugio delle Alpi centrali e orientali. Il primo rifugio Vioz fu costruito tra il 1909 e il 1911 dalla sezione del club alpino di Halle a.d. Salle (club alpino tedesco). Durante la prima guerra mondiale 1914-1918 la capanna Vioz era adibita a base militare Imperiale e nel 1921, a guerra finita, il rifugio venne assegnato alla S.A.T. Nei pressi del rifugio sorge la chiesetta in muratura più alta d'Europa dedicata alla Vergine Immacolata ed a S. Bernardo di Mentone. Fu costruita a perenne ricordo delle vittime della guerra. All’ingresso campeggia una lapide che parla di Verona: riporta il ricordo che gli alpinisti della Val di Sole dedicarono al socio mons. Angelo Grazioli, nato a Grezzana (Vr) nel 1883, canonico del Duomo di Verona, che fu presidente del comitato costruttore di quell’alto sacello. Giorgio Sartori

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La stele ai caduti di Santa Lucia Extra

S. Lucia Extra, il borgo situato fuori le mura di Verona, è denominato anche S. Lucia della Battaglia, a ricordo del fatto d’arme che qui si svolse il 6 maggio 1848 tra l’armata Sarda di Carlo Aberto di Savoia e le truppe di Radetzky, nella prima, sfortunata campagna risorgimentale. Proprio all’imbocco del vecchio ingresso del cimitero, teatro dei più aspri scontri di quella giornata, troviamo la stele ai caduti di S. Lucia. Venne inaugurata il 27 giugno del 1920, quando ancora si trovava nella primitiva locazione di via Mantovana n° 6. L’opera, scolpita dall’artista concittadino Ferruccio Recchia è composta da un bassorilievo di marmo bianco raffigurante una raffinata, quanto elegante figura femminile in abito classico. Il capo è leggermente chinato, rivolto verso il basso; qui, ai suoi lati, si trovano incisi i nomi dei caduti. Con la mano destra impugna la vittoria
alata che sostiene con le braccia alzate una corona di alloro ed i piedi gravanti su una sfera. La mano, a sua volta, poggia su un supporto scolpito a forma di libro richiuso. Il libro è il simbolo della scienza e della saggezza, ma richiuso rappresenta anche i limiti dell’uomo rispetto all’onniscienza di Dio. Con il braccio sinistro cinge uno scudo, l’Egida di greca memoria, sotto la cui protezione i nomi dei caduti sono posti. Le pieghe dell’abito, appena sostenute con la mano destra, come cascate d’acqua, scendono lungo la sua snella figura in un pianto di diramazioni, le quali, paiono quasi infrangersi a contatto con i loro nomi. In alto, sopra la testa troviamo la scritta: “S. Lucia, ai prodi suoi figli, caduti per la patria 1915 – 1918”. Due cornici angolari avvolgono la parte alto mediana dell’opera; quella di sinistra con foglie di alloro evocante la pace vittoriosa, quella di destra invece con foglie di quercia, simbolo della forza. In basso, sulla fronte del basamento posto ai suoi piedi, troviamo un’originale riproduzione dell’elmo Adrian costituito da tre segmenti in vetro riproducenti il tricolore. Ai suoi lati, fanno da scorta due daghe con fronde di quercia ed alloro. A questo punto ci sia concesso di aggiungere una precisazione non a tutti nota. Come si può vedere, a fianco della stele, nel 1991 è stata posta una piccola lapide a ricordo dei caduti austriaci tumulati nel cimitero che perirono nella battaglia del 6 maggio 1848. Ebbene, i caduti della parte austriaca erano sudditi di lingua italiana dell’Impero d’Austria, per di più facenti parte di un reparto reclutato nel veronese e nel rodigino: il 45° Reggimento Arciduca Sigismondo, e l’Arciduca era nipote di primo grado di Carlo Alberto stesso. In pratica i nonni di coloro che vengono ricordati sulla stele, erano caduti dall’altra parte nella prima campagna del nostro risorgimento; ma questa è un’altra storia. Luca Zanotti

Bibliografia consultata:
- A.A.V.V. – Un Borgo, Una storia: S. Lucia nel Risorgimento tra ‘700 e ‘800 - Associazione
festeggiamenti Santa Lucia – Verona, 1992. Vol. 3.
- A.A.V.V. – Un borgo, una storia: S. Lucia verso i nuovi quartieri, il 900 – Associazione
festeggiamenti Santa Lucia – Verona, 1994. Vol. 4.

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Stelutis Alpinis

Il mio maestro e amico Mario Biondani (1920-2000), fondatore nel 1946 e primo direttore del più vecchio coro “di montagna” veronese, mi raccontava un aneddoto avvenuto nei primissimi tempi di attività, mi sembra fosse il 1948, con la Compagnia Armonica Canti Alpini (poi mutata, per l’evidente cacofonia C.A.C.A. dell’acronimo, nel più nobile Coro Scaligero dell’Alpe).

Invitati a un programma radiofonico - non c’era ancora la televisione e tutto era chiaramente in diretta – attaccarono con emozione e difficoltà un improbo canto che aveva insegnato utilizzando una partitura scritta per coro misto, essendo questa l’unica allora circolante. La sua voce sicura e forte sorresse la melodia permettendo così ai coristi intimiditi dai grandi microfoni di riprendersi e portare a termine il canto con successo.

Quel canto era Stelutis alpinis.

Stelutis alpinis è uno fra i più celebri brani corali della tradizione italiana composto da Arturo Zardini detto Turo Mulinâr (1869-1923) nel periodo della Prima Guerra Mondiale. L’autore, un maestro di Pontebba, paese che allora si trovava sul confine italo-austriaco, era profugo a Firenze.

Forse proprio in Piazza della Signoria, leggendo sul giornale le notizie delle stragi che avvenivano al fronte, lo Zardini, commosso e rattristato per le violenze e distruzioni che avvenivano, trasse da quelle vicende l’ispirazione del testo e della musica e tramutò il suo istinto e sentimento in parole e musica, lasciando come patrimonio questo capolavoro di poesia e preghiera.

Il compositore friulano, una volta rientrato in Friuli, compose innumerevoli altri canti friulani, che conseguirono grande successo per la freschezza e la bellezza delle melodie. È quindi un canto d’autore, anche se da molti è ritenuto di origine popolare: caratteristica questa dei canti che nel testo e nella musica raggiungono livelli di alta poesia e che così diventano patrimonio di tutto il popolo.

Il lirismo e l’ispirazione di questo splendido motivo celebrano l'amore e l'estremo sacrificio della gente friulana. La narrazione rileva in modo essenziale ma appropriato il dramma quotidiano di un popolo in guerra: la scomparsa di un proprio caro. Melodia e testo si fondono all'unisono in un momento di grande essenza spirituale così da rendere questa canzone una delle pagine più belle del canto “popolare” italiano.

La canzone, in lingua friulana, esprime con grande sentimento l’anima della Piccola Patria. Da subito fu fatta propria dagli Alpini sia friulani sia di altre regioni e ancora oggi, all’età di novant’anni, rimane il canto simbolo delle truppe alpine e anche di tutto il popolo friulano.

Si richiama vagamente nella forma alla Villotta friulana in cui due parti superiori (soprani/contralti) procedono per moto parallelo e una o due parti inferiori (tenori/bassi) contrappuntano sui gradi fondamentali della scala, in questo caso di Re maggiore.

L'interpretazione migliore per questo brano è da intendersi "sottovoce" con alcuni piccoli crescendo per l'enfatizzazione di qualche parola.

È un caposaldo indiscusso della musica corale che gli estimatori del settore trattano come "una reliquia" proprio per la sacralità di un testo che, pur non facendo riferimenti espliciti a scritti religiosi o liturgici è considerato la vera preghiera de gli alpini che spesso cantano durante le celebrazioni liturgiche.

Sergio Piovesan, del Coro “Marmolada” di Venezia, ha compiuto un’appassionata ricerca sul testo da cui riporto qui di seguito alcune interessanti sottolineature.

“Con questa composizione la poesia e la forza dell’autore si sono manifestate nella loro pienezza raggiungendo l’apice, in un commovente sincretismo e tutte le umane sofferenze si sono compendiate con toccante espressività. Non sono necessarie molte parole: ci basta pensare al brivido che ci percorre nel cantare e nell’ascoltare «... Se tu vens cassù ta' cretis...», brivido che si trasforma in emozione violenta, da serrarci la gola. È un compendio di sofferenze, di dedizioni, di intimità, di affetti, di certezze. Non più canto, non villotta ma preghiera profonda e, nello stesso tempo, semplice e umana, come semplice e umano era ed è lo spirito di Zardini”.

Per i friulani “Stelutis alpinis” è sì il canto dell’Alpino morto, ma è anche considerato quasi un inno, un inno al Friuli, un inno per quella terra che ha vissuto altre sofferenze: un’altra guerra, invasioni straniere, lotte fratricide e dolorose emigrazioni.

Esaminando il testo non si può far a meno di notare il largo uso dei diminutivi, o meglio dei vezzeggiativi, caratteristica abituale nel linguaggio scritto e parlato dei friulani; “stelutis”, “crosute”, “arbute” e “bussadute” non vanno tradotti con i relativi diminutivi in italiano anche perché, oltre a ridicolizzare il testo, non hanno proprio quel significato. È una forma che si può definire affettuosa nella descrizione di oggetti e azioni e, forse, è meglio tradurli con una perifrasi.   

“Stelùte” (al plurale “stelùtis”) è indicato nel Vocabolario Friulano (Pirona) come diminutivo, spesso come espressione affettiva, di “stele” (stella); lo stesso lemma manda a vedere “stèle alpine” che fra i sinonimi prevede anche “stele” soltanto; inoltre è citato come esempio il verso dello Zardini. La parola “crosute” è il diminutivo, sempre in forma affettiva, di “crôs”, croce, mentre “arbute” lo è di “arbe”, cioè erba, che però ha una forma più usata in “jarbe” col relativo diminutivo in “jarbute.

Infine, per finire con i diminutivi, o come meglio indicato, con i vezzeggiativi o espressioni affettive, “bussadùte” si collega a “bussàde” (sostantivo femminile), bacio, che può anche essere tradotto con il sostantivo maschile “bùs”, in realtà poco usato. Un altro termine interessante da esaminare è “cretis”; è il plurale di “crète” che vuol dire rupe, ma anche roccia, macigno, pendio roccioso, cresta o cima nuda di montagna. Se “crète” è un sostantivo femminile, troviamo anche “crèt”, sostantivo maschile, con lo stesso significato. Sinonimo di “crète” è anche “cròde” che si avvicina al significato di croda cioè cima rocciosa appuntita tipica delle Dolomiti.

Un termine che nel verso prende un significato esteso è “duàr”. Letteralmente significa “dormo” (in questo caso si tratta di sonno eterno) e la forma infinita è “duarmî”, ma anche “durmî”.

Altri potrebbero essere i termini da esaminare ma, per non annoiare il lettore, penso che quelli sopra citati siano sufficienti e i più interessanti soprattutto per una maggiore comprensione del testo poetico, che invito a leggere con attenzione sia in friulano e sia nelle due traduzioni.

La bellezza e la dolcezza del brano è stata avvalorata da esecuzioni splendide da parte di grandissimi cori come i Philippines Madrigal Singers di Manila (Filippine), di cui conservo gelosamente una registrazione della tournee italiana del 1994. Numerosi anche i compositori che hanno tenuto in considerazione la melodia del brano per una propria rivisitazione per coro maschile come ad esempio Antonio Pedrotti per il Coro della Sat di Trento, Efrem Casagrande, Mario Lanaro, Lamberto Pietropoli e moltissimi altri. Fra gli artisti che sono stati ispirati dal brano, vi è anche Francesco De Gregori che l'ha ripreso nel 1996 nell'album “Prendere e lasciare” con l’intenzione evidente di tentare un "ammodernamento" nella proposta che sia però rispettosa della natura intimista della poetica. Una versione con una delicata melodia raccolta e interiore a riprova del valore assoluto dei sentimenti che animano la versione originale.

“Quando risento il coro degli alpini che sulle indimenticabili note di Stelutis alpinis rinnova il sentimento dell’attesa dell'alba nel momento più buio della notte - come ha espresso nel saluto il Ministro della Difesa On. prof. Arturo Parisi in occasione della consegna delle onorificenze dell'Ordine Militare d'Italia a Roma il 4 novembre 2007 - mi sembra di sentire la voce sempre fresca e struggente dei ragazzi di allora, le migliaia dei nostri soldati alpini caduti. Noi rendiamo onore ai morti, ai Caduti, solo se, a partire dalla nostra consapevolezza attuale, sappiamo dare un futuro diverso, un significato nuovo al loro sacrificio.

Dobbiamo saper cogliere il presente e il futuro di ciò che è passato, dobbiamo saperlo trasformare in testimonianza positiva, in insegnamento, in ammonimento.

Stelutis Alpinis (2)

Purtroppo, come accade per i canti che diventano famosi, c’è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, pensando, con una discreta dose di superbia, di migliorare l’opera; nel nostro caso c’è stato chi ha pensato che il bellissimo testo di Zardini avesse bisogno di strofe in più ed ecco quindi un’aggiunta apocrifa:

Ma 'ne dì quant che la vuere / a' sara un lontan ricùard / tal to cûr, dulà ch'al jere / stele e amôr, dut sara muart. Restarà par me che stele / che 'l miò sanc a là nudrit / par che lusi simpri biele / su l'Italie a l'infinit. (Ma un giorno quando la guerra sarà un ricordo lontano, nel tuo cuore, dove c’erano la stella alpina e l’amore, tutto sarà morto. Per me resterà quella stella, che il mio sangue ha nutrito, perché luccichi sempre bella sull’Italia all’infinito.) “.

Sinonimi del termine “apocrifo” sono falso, fasullo e falsamente attribuito. Navigando in internet ho rilevato un’interessante discussione in “Wikipedia”, che ha stuzzicato la curiosità dell’amico Piovesan del Coro Marmolada di Venezia che ha trovato come si è arrivati a quest’ aggiunta.

Rocco Tedino e Mauro Unfer, autori della pubblicazione “Il tempio ossario di Timau”, scrivono: « … Poi qualcuno, non si saprà mai chi, ribattezza “Stelutis” il “canto dell’Alpino morto” e sancisce, senza volerlo, un atto di adozione ufficiale della canzone da parte degli Alpini che ne faranno la gemma più preziosa del loro repertorio. Nel 1921, ad esempio, l’A.N.A. di Milano ringrazia Zardini e la Società Filologica Friulana per aver ottenuto il permesso di inserire “Stelutis Alpinis” in un canzoniere Alpino che l’Associazione ha in animo di pubblicare quanto prima, assicurando “…che la riproduzione sarà eseguita in tutta cura ed esattezza e che senza fallo alcune copie del Canzoniere verranno inviate a suo tempo a codesta Società…”».

Nello stesso anno il colonnello Vincenzo Paladini di Udine, ricevuto l’incarico di sistemare il cimitero di guerra di Timau, ebbe l’idea di far incidere “Stelutis Alpinis” su una lapide di marmo, da collocare in posizione preminente fra le sepolture, perché rappresenti un degno completamento degli onori da tributare a quei valorosi Caduti per l’Italia. Però, secondo lui, a questo testo mancava qualcosa e cioè un chiaro riferimento alla Patria ed allora chiese allo Zardini di completare la sua composizione con altre strofe che esprimessero, chiaramente, questo sentimento. Ed allora il 29 luglio 1921 il Paladini scrisse allo Zardini questa lettera: “Illustre Signore, essendomi caduta sott’occhio la sua bellissima poesia “Stelutis alpinis”, avrei pensato di farla incidere su di una lapide per adornare uno dei nostri cimiteri di guerra in Carnia. Ma a ciò manca nelle mirabili strofe, così piene di sentimento, un accenno alla Patria, che le farebbe più appropriate alle tombe di soldati morti per essa. E’ ardimento soverchio il mio, senza che abbia nemmeno l’onore di conoscerLa di persona, di pregarLa a voler mutare quanto basti perché corrispondano allo scopo? Mi sia, ad ogni modo, di scusa l’ammirazione che ho per il suo impegno, e insieme il culto verso i nostri gloriosi Caduti, e gradisca i sensi della mia riconoscenza profonda e della mia alta osservanza”.

A questa richiesta lo Zardini rifiutò di dare seguito anche perché considerava la sua canzone ben riuscita così com’èra e non intendeva assolutamente modificarne il testo. Intervenne anche un suo compaesano coetaneo, Francesco Bierti, che già aveva collaborato scrivendo alcuni testi poi musicati dallo Zardini stesso, ed alla fine sembra, e sottolineo “sembra”,  che abbia ceduto lasciando che Bierti scrivesse le due quartine richieste dal Col.Paladini con lo specifico riferimento all’Italia.

Il 4 gennaio 1923 Arturo Zardini morì e, ad un anno dalla scomparsa, il fratello fece stampare un biglietto commemorativo che riportava il testo di “Stelutis alpinis” e, inspiegabilmente, anche con le due strofe del Bierti. Alle sdegnate rimostranze della vedova, signora Elisa, e degli amici, ritirò il biglietto e lo fece ristampare corretto.

Ma non era ancora finita! Nel 1948 alcuni personaggi espressero l’opinione di rimaneggiare il canto, anche nella parte musicale, perché “ … difetta di contrappunto ed armonia.”. Anche in questa occasione la vedova si fece sentire con una lettera ripresa dalla stampa. Un ultimo tentativo, o “castroneria”, come la definì la battagliera signora Elisa, vi fu nel 1952 quando, a seguito della commemorazione di Francesco Bierti  presso la Società Filologica Friulana, la stampa locale attribuì al defunto commemorato l’intera paternità di “Stelutis alpinis”.

Veniamo ai giorni nostri: il nipote di Zardini Giuliano Rui continua a “combattere”, giustamente, contro queste strofe apocrife perché c’è ancora chi continua ad ignorare che le ultime strofe non sono di Zardini.  Il tutto è, senz’altro, questione di ignoranza e di superficialità. (GV)

 La traduzione libera e una interpretazione del poeta friulano Chino Ermacora cosi come la scrisse nella rivista PICCOLA PATRIA nel 1928

Arturo Zardini

Arturo Zardini nacque a Pontebba il 9 novembre 1869, la famiglia era originaria di Pozzo di Codroipo, si era trapiantata a Cormòns e in seguito a Pontebba. Dal padre di professione mugnaio, secondo altri costruttore di mulini, Arturo ereditò il soprannome di Mulinâr col quale era chiamato dagli amici Turo Mulinâr.

Iniziò la sua formazione culturale a sette anni sotto la guida di Don Rodolfo Tessitori cappellano di Pontebba e maestro nelle scuole primarie comunali. Le basi della sua educazione musicale si devono invece al maestro Kolbe, direttore della banda di Pontebba, il quale, costatatane la passione e la sensibilità musicale lo chiamò nella sua banda come allievo cornettista.

Gli anni dell'adolescenza furono dedicati al lavoro e oltre ad aiutare il padre nella conduzione del mulino, dovette per quattro o cinque stagioni recarsi in Austria come apprendista muratore. Nel 1888 si arruolò e fu assegnato quale allievo cornettista alla banda del 36° Reggimento di Fanteria "Pistoia" di stanza a Modena. Durante i 14 anni di permanenza sotto le armi ebbe modo di maturare una buona e regolare formazione musicale. Dal 1894 al 1898  fu mandato a studiare armonia e contrappunto sotto la guida del maestro Cicognani. Rientrato al suo reggimento, fu iscritto al corso annuale di perfezionamento al Liceo Musicale Rossini di Pesaro. ove il 15 agosto del 1899, esaminato dal maestro Giuseppe Perosi (padre di don Lorenzo) conseguì il diploma di Direttore di banda. Indi la nomina a Capo musica di banda militare presso il suo 36° Reggimento di Fanteria"Pistoia".

Nel 1901 in un concorso musicale indetto dalla Società Artistica Musicale Diritto e Giustizia di Palermo otteneva, quale riconoscimento delle sue doti di compositore, un diploma di I° grado con medaglia d'argento per una serenata a soli archi. L'anno seguente, congedatosi dal servizio militare rientrò a Pontebba ove costituì un coro a voci miste. Il Comune per dargli una sistemazione decorosa e sicura lo assunse nel 1903 tra i suoi dipendenti con la funzione d’applicato di concetto all'anagrafe e di maestro di banda. Qui sposò in seconde nozze Elisabetta Fantuzzi da cui ebbe tre figlie.

L'intervento in guerra dell'Italia nel maggio del 1915 lo costrinse ad abbandonare il paese natale. Profugo dapprima a Moggio Udinese, poi a Udine e infine a Firenze, poté rientrare nel suo devastato paese solamente alla fine del 1918 ed ivi riprendere le attività che aveva svolto prima della grande guerra. Ricostituì il coro e dal 1920 lo diresse - come lo ricordano- con toni entusiastici i giornali dell'epoca. Stimolato dal coro, intensificò l'attività compositiva dei canti friulani tanto che buona parte di essi vide la luce proprio in questi anni.

Il 5 febbraio 1922 fu premiato per la sua meritoria attività con la nomina di Cavaliere della Corona d'Italia. Morì il 4 gennaio 1923 per uremia all'Ospedale di Udine; la sua salma riposa nel cimitero di S. Rocco a Pontebba. (GV)

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‘’L’Albania? Un ciasso confronto alla Russia. Gh’era talmente fredo che i diei te podei tajarli ia tuti’’.

Lui è Amelio Corradi, 97 anni il 13 dicembre di quest’anno, portati magnificamente e ancora in salute.  Nato e cresciuto a Velo Veronese, Amelio venne arruolato nella Divisione Tridentina come autiere scelto e fu imbarcato per l’Albania. ‘’Là no gh’era niente, no gh’era strade. Doveimo morir ancora el primo giorno che erimo rivè là, parchè  i inglesi i ne bombardaa. Alora me son butà soto el camion, de drio ale rue, così se partea scheggie, me riparaa on poco’’. Dopo circa 7 mesi, venne rimpatriato, ma l’anno dopo ripartì per la Russia con l’Armir. Fu un inverno rigidissimo, dove si sfiorarono i 40 gradi sotto zero. Amelio, appena 23enne, venne accolto in un’isba dai coniugi Angelo e Maria con i loro due figli e fu trattato come uno di famiglia. Ricorda bene il giorno in cui un sergente maggiore ordinò la requisizione delle isbe per le truppe e Amelio, prontamente, disse che nell’isba di Angelo era meglio non andare, che si era accorto che continuavano a tossire, che forse erano tisici e il sergente maggiore gli credette. Una bugia che crebbe ulteriormente la stima verso Amelio, tanto che, quando la famiglia aveva notizie delle zone battute dai partigiani russi, lo avvisavano. Un patto di solidarietà reciproca, anche quando lui medicò la figlia maggiore ferita ad un dito con le garze e bende che Amelio costudiva nel suo camion o quando il russo Angelo gli riportò il moschetto dimenticato sotto il letto. ‘’I tedeschi? I era bestie. Par lori copar ‘na galina o un omo, l’era tanto stesso, i gavea el sangue ‘duro’ anca tra de lori’’.

Durante la ritirata, però, per un problema al camion che conduceva carico di feriti, dovette sdraiarsi nella neve e tentando di svitare il tappo del serbatoio, si congelò due dita della mano destra. In seguito a molte peripezie, fu ricoverato poi a Dresda per congelamento di secondo grado alle mani e piedi.

Fu catturato dai tedeschi durante la degenza a Verona, dopo l’8 settembre, e in modo rocambolesco, degno di una sceneggiatura di un film, riuscì a scappare, raggiungere la Lessinia e rimanere nascosto per un anno e mezzo fino alla liberazione.

Fece una promessa, un voto fatto alla Madonna della Corona durante il trasferimento sulla tradotta che lo portava al Brennero ad inizio della guerra:” Se tornerò a casa vivo, salirò a piedi scalzi fin lassù’’. Tornò e adempì a quella promessa: partì da solo da Velo, a piedi, ripercorrendo i vecchi sentieri che faceva con la nonna quando era ancora un bimbo.  Arrivato a Brentino, si tolse le scarpe e raggiunse scalzo il Santuario. Aggiunge:’’ Ma mi volarea narghe ancora a piè, ma me fiole no le vol’’. Un coraggio unico e straordinario.

Dopo 20 anni dalla fine del conflitto, ritornò in Russia, voleva tornare da quella famiglia per ringraziarla, ma fu fermato per il blocco che il regime russo imponeva.

Un inverno in quella famiglia, in quella terra lontana, il calore dell’umanità in uno dei momenti più tragici della storia, rimase scolpita per sempre nel cuore e nella memoria di Amelio, tutti ritratti in una foto bianca e nera da tramandare ai nipoti e da raccontare alle generazioni future.

Lucia Zampieri

Alpino Solve Raffaele

Le spoglie dell'alpino Solve Raffaele sono tumulate nel sacello della chiesetta di Costabella. La chiesetta è dedicata agli alpini ed agli alpinisti veronesi ed in seguito anche ai caduti e dispersi in Russia. Desiderio fu di Mons. Luigi Piccoli, cappellano della sezione ANA Verona, di poter avere i resti di un alpino reduce di Russia (Veronese), poi le vicende in realtà furono diverse ed arrivarono le spoglie dell'alpino Solve Raffaele, nato ad Attimis (UD) nel 1922 già sepolto nel cimitero russo di Gulubaja Krinitza, i cui resti furono rimpatriati nel 1992 e tumulati a Redipuglia, in seguito traslati nel 1994 nel sacello della chiesetta di Costabella. L'alpino Solve Raffaele faceva parte della 20a Compagnia del Battaglione alpini Cividale e nei giorni 4-5-6 Gennaio 1943, il battaglione fu interamente impegnato alla conquista di quota "Signal" 176,2 divenuta poi "quota Cividale", decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Solve Raffaele di Angelo e di Dush Caterina, da Attimis (Udine), classe 1922, alpino, 8° alpini, battaglione “Cividale” (alla memoria).  Appartenente ad un centro di fuoco isolato, resisteva con tenacia alla travolgente spinta avversaria. Caduti ad uno ad uno quasi tutti i compagni, continuava con altri due superstiti l’eroica disperata resistenza, fino a quando una raffica di mitragliatrice abbatteva gli ultimi difensori, che, col loro cosciente sacrificio, consentivano il risolutivo e tempestivo intervento dei rincalzi.

Nowo Kalitwa (Russia), 4 gennaio 1943 -  Decreto Presidenziale in data: 19.4.1956 – registrato alla Corte dei conti 25.5.1956- registro Esercito 24 – foglio 25 – B.U. anno 1956 – Dispensa 23a – pag. 2566.

La battaglia di "quota Cividale"

Nella notte sul 4 gennaio 1943 il "Cividale" dette il cambio al Battaglione "Gemona" e raggiunse le posizioni ai piedi della quota 176,2 tenuta da un reparto tedesco. Questa altura dai fianchi dolci e allungati, che si ergeva di poco sulle altre quote, avrebbe permesso ai russi, qualora l'avessero occupata, di controllare tutto lo schieramento difensivo ed i movimenti della "Julia"; pertanto doveva essere mantenuta a tutti i costi. All'alba del 4 gennaio i russi attaccarono la quota 176,2 e i tedeschi dovettero abbandonare precipitosamente la posizione. Il 1° plotone della 20^ Compagnia, comandata dal capitano Dario Chiaradia di Sacile, partì allora di slancio e rioccupò la collina nonostante il tiro delle mitragliatrici russe che falcidiarono gli alpini del 1° plotone al comando del tenente Benedini. Subito dopo i russi contrattaccarono e gli alpini, dopo una breve ma accanita resistenza, durante la quale si distinse l'alpino Pietro Lestani di Fagagna che rimase da solo a sparare imperterrito con il suo fucile mitragliatore fino all'esaurimento delle munizioni, ripiegarono trascinandosi indietro i compagni feriti.
Verso mezzogiorno la 16^ Compagnia, al comando del capitano Carlo Crosa, appoggiata dagli uomini della 20^, con un assalto temerario condotto dai plotoni che avanzarono in formazione spiegata sotto il diluviare delle cannonate e dei tiri di mortaio, riprese la collina al prezzo di gravi perdite, tra le quali il sergente maggiore Paolino Zucchi da Collato (Medaglia d'Oro).
Per tutta la giornata gli alpini rimasero abbarbicati alla quota sotto il continuo grandinare della granate e la posizione fu mantenuta assieme agli uomini della 20^ fino all'alba del giorno 5 quando i russi ritornarono all'assalto in massa costringendo gli alpini del "Cividale" a ripiegare. Immediatamente dopo gli alpini delle due compagnie, trascinati con coraggio e determinazione dai loro comandanti, ritornarono per l'ennesima volta al contrassalto e ripresero la posizione: il capitano Chiaradia fu ferito a morte e gli venne concessa la Medaglia d'Oro per il suo coraggio, e molti alpini giacevano immobili nella neve arrossata dal sangue dei corpi
straziati dalle granate. Verso sera, approfittando di una tempesta di neve, i russi attaccarono di nuovo e fecero ripiegare un piccolo reparto tedesco appostato sulla destra della quota e i superstiti della 16^ e della 20^ dovettero abbandonare la collina per non essere accerchiati. A questo punto il Comando di Battaglione fece serrare sotto la 76^ Compagnia (al comando del tenente friulano Aldo Maurich) che si trovava di rincalzo.
Il plotone del sottotenente Gavoglio tentò un colpo di mano, ma la sorpresa non riuscì e gli alpini furono quasi tutti massacrati dal tiro preciso delle armi automatiche russe. Anche il sottotenente Gavoglio rimase sul campo e gli venne conferita la Medaglia d'Oro per il suo comportamento. La notte tra il 5 ed il 6 gennaio trascorse nei preparativi per un nuovo attacco.
Alle 5.30 tutte le artiglierie italiane e tedesche del settore vomitarono un uragano di fuoco contro la collina maledetta che si trasformò in un vulcanoin eruzione.
Immediatamente dopo un plotone della 76^ Compagnia, al comando del sottotenente Ferruccio Ferrari, partì all'assalto appoggiato da lontano da due carri armati tedeschi. I russi superstiti però si difesero disperatamente e respinsero gli attaccanti facendo rimanere sul campo molti alpini, compreso il loro eroico comandante.
Verso le 8.00, i superstiti della 76^ Compagnia, praticamente solo pochi fucilieri e i mitraglieri rimasti, attaccarono di nuovo con slancio al comando del tenente udinese Franco Cattarruzzi ed appoggiati, questa volta più da vicino, dai due carri tedeschi. L'assalto disperato riuscì a prezzo di numerose vite e finalmente la collina maledetta fu conquistata definitivamente dagli alpini del Cividale. Per il valore dimostrato dagli uomini di questo Battaglione ed in onore ai tanti Caduti, il Comando tedesco e quello italiano ribattezzarono la quota 176,2 in "Quota Cividale". 110 furono i Caduti e circa 400 furono i feriti ed i congelati di quella battaglia durata incessantemente 3 giorni. La "Quota Cividale" venne mantenuta dagli alpini fino al 16 gennaio 1943 quando, in seguito al ripiegamento del Corpo d'Armata Alpino, anche la "Julia" dovette abbandonare le posizioni del Kalitwa così duramente contese
agli avversari. Per gli alpini del "Cividale" iniziò così la terribile ritirata di Russia che si concluse soltanto 16 giorni dopo e dalla quale moltissimi non tornarono.
Dei 1500 alpini del Battaglione partiti per la Russia, infatti, ben 1000 furono i Caduti e i Dispersi; queste righe per ricordarli e far si che la memoria del loro sacrificio non vada perduta, perché hanno combattuto con grande onore ed umanità una guerra più inutile delle altre. ( fonte: Guido Aviani Fulvio )

Il battaglione alpini "Verona" nella battaglia d'arresto del 1917

di Alfeo Guadagnin

Il Verona nei primi giorni di novembre occupa M. Palo, nel settore dell’Ortigara, ma con l’arretramento del XVIII Corpo d’Armata della IV Armata in seguito della rotta di Caporetto, anche il XX della VI Armata, di cui il Verona fa parte, ripiega sulle posizioni della zona delle Melette di Gallio- Melette di Foza. Il 9 novembre il battaglione si trova in linea sul M. Badenecche con le compagnie 56ª e 58ª. il giorno seguente il Verona al completo si porta a Val Piana, poi a sera arriva a Campanella, frazione che si trova sulla strada tra Gallio e Foza.
Neanche il tempo di sistemare le tende, che deve ripartire d’urgenza per raggiungere la Valle di Campo Mulo dove trova dei baraccamenti per passare la notte. Il mattino dell’11 l’artiglieria austro-ungarica inizia un bombardamento su tutto il settore che va da Gallio, M. Longara, Sisemol, Melette di Gallio ed il Verona deve abbandonare le baracche e portarsi al riparo tra i tanti roccioni che costellano la valle, poi verso sera un nuovo ordine lo riporta in Val dei Ronchi, ancora nei pressi di Campanella. Alle 2,00 del 12 novembre il battaglione deve partire immediatamente, raggiungere il M. Longara e mettersi a disposizione del comandante di settore, Tenente Colonnello Lamm Rusconi del 9° fanteria (Brigata Regina). Il M. Longara è tenuto da reparti del 9° fanteria e del 77° fanteria (Brigata Toscana) e da poche ore hanno perso un importante nodo difensivo, così alle 5,00 le compagnie 57ª e 73ª vengono lanciate all’attacco e dopo mezz’ora riprendono la trincea perduta catturando anche 17 prigionieri.
Alle 16,00 le due compagnie vengono rimpiazzate con una del 9° ed una del 77°, dopo circa un’ora il nemico inizia un fortissimo bombardamento ed alle 18,00 lancia la fanteria all’attacco delle posizioni italiane. Il battaglione Verona che in quel momento era di rincalzo, durante il bombardamento si era ricoverato nelle numerose caverne del monte in attesa di essere impiegato in combattimento, ma gli austriaci sfondavano il fronte in più punti e si rovesciavano sugli alpini.
Ogni caverna veniva attaccata con bombe a mano e mitragliatrici. Gli uomini del Verona venivano in parte uccisi, in parte catturati, le compagnie 57ª e 73ª che erano in riserva in prima linea venivano completamente annientate. Le altre compagnie, 56ª e 58ª riuscivano a sganciarsi con perdite contenute grazie alla loro posizione più defilata.
All’alba del 13 il Verona viene spostato a disposizione del 9° Gruppo Alpini in Val Capra. Nella battaglia del Longara ha perso 34 ufficiali e 505 uomini di truppa e il suo comandante, il Maggiore Feliciano Noli Dattarino è morto eroicamente tentando un colpo di mano, dapprima ferito da bomba a mano e poi finito da pallottola di fucile.
Il 15 durante un bombardamento sugli accantonamenti di Val Capra, viene colpito in pieno il deposito di munizioni del battaglione e la forte esplosione provoca la perdita di altri 14 soldati ed un ufficiale, di tutto il materiale di casermaggio e di fureria.
Il battaglione comandato dall’ufficiale più alto in grado rimasto, il Capitano Daniele Crespi, conta 13 ufficiali e 384 soldati..
Il 17 novembre viene mandato in rinforzo alla testata di Val Miela, tra le Melette di Gallio e quelle di Foza a disposizione del 129° fanteria della Brigata Perugina. La 56ª compagnia che è quella con l’organico migliore viene mandata in linea e disposta su terreno scoperto e privo di difese, dove scorto dalle truppe nemiche che dominano M. Meletta di Gallio, viene preso dal fuoco d’infilata.
Deve abbandonare la posizione lasciando tra morti, feriti e dispersi, un ufficiale e 73 uomini di truppa. Malgrado ormai il battaglione sia ridotto a pochi e malmessi soldati, viene ancora mandato a Malga Slapeur, sotto M. Fior ancora a disposizione del 129° fanteria. Protetto dalla 73ª compagnia (37 uomini) si dispone a difesa del settore poi il giorno seguente lascia la prima linea per raggiungere Valstagna ed il giorno dopo arriva a Bassano. Riceve immediatamente 690 complementi ed il 22 viene mandato in Val Brenta a presidio della galleria della Grottella, a sbarramento della valle dove si rafforza.

Il bollettino del 13 novembre: "Sull'altopiano di Asiago, la notte del 11-12, il nemico, con rinnovate e maggiori forze, ritentò l'attacco sul fronte Gallio Monte Longara-Melette di Gallio. Dopo aspra lotta, l'avversario in un definitivo contrattacco, fu respinto con gravissime perdite. Si distinsero per la grande bravura, validamente sostenuti dalle artiglierie di tutti i calibri, il 9° reggimento di fanteria (Brigata "Regina") e il battaglione alpini "Verona".

Il centro studi ANA Verona, grazie alle ricerce storiche del Dott. Dario Graziani, ha individuato alcuni alpini veronesi caduti proprio in quella battaglia.

Campagnari Ernesto di Giovanni e Tomelleri Maria nato a Pastrengo il 25.3.1897. Assegnato nel Deposito 6° rgt alpini truppe complementari centro Verona. Disperso in combattimento 12.11.1917. Risultato prigioniero di guerra 12.11.1917. Morto presso il nemico a Longare (Asiago) 12.11.1917.

Gardenato Zeffirino di Giuseppe e Pavoni Adelaide nato a Rivoli il 19.9.1898. Assegnato nel battaglione alpini “Verona” 57° compagnia 30.6.1917. disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917 risultato poi prigioniero di guerra (probabilmente catturato ferito). Morto presso il nemico 29.12.1917

Oliboni Giuseppe di Francesco e Gottardi Eugenia nato ad Avesa il 14.1.1898. Assegnato nel battaglione alpini Verona 30.6.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917.

Todeschini Giobatta di Filippo e Pellegrini Maria nato a Lavagno il 27.12.1898. Assegnato nel battaglione alpini Verona 73° compagnia 14.6.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917

Bressan Vittore di Giovanni e Venturi Anna nato a Soave l’8.5.1898. Aggregato nel battaglione alpini Verona, 73° compagnia 30.6.1917. Disperso nel combattimento regione Gallio 12.11.1917.

De Beni Ettore di Ernesto e Pellegrini Virginia nato a Costermano il 3.2.1898. Aggregato nel battaglione alpini Verona 27.5.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917

Battistoni Antonio di Francesco e Campetti Domitilla nato a Lazise il 25.8.1883. Assegnato nel Deposito 6° rgt alpini truppe complementari centro Verona 13.7.1916. Assegnato nel battaglione alpini Verona 20.10.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 17.11.1917.

Campagnari Salvino Carlo di Basilio e Gambini Elisa nato a Lazise il 7.7.1898. Aggregato nel battaglione alpini Verona 30.6.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 17.11.1917

Griso Andrea di Guglielmo e Campagna Veneranda nato a Selva di Progno il 24.6.1887. Aggregato nel battaglione Verona 20.10.1917. Disperso nel combattimento di Gallio 17.11.1917

Castelletti Francesco di Giobatta e Lorenzi Luigia nato a Brentino l'11.9.1898. Assegnato nel Deposito del 6° rgt alpini 3.3.1917. Aggregato nel battaglione alpini Verona 27.5.1917. Disperso in combattimento sul monte Longare 19.11.1917

Ricerca storica di Alfeo Guadagnin e del Dott. Dario Graziani.
Fonti consultate: Diario storico del battaglione verona "Agli alpini del Verona" e Diario storico militare del Battaglione Verona dal 19 Dicembre 1916 al 30 Novembre 1919.
Centro Studi ANA Verona

Sacrario Militare di Verona

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Centro Studi ANA Verona

OGGETTO: SACRARIO MILITARE, IL CENTRO STUDI DELLA SEZIONE VERONESE ANA E I RAGAZZI DELLA 5ª D E 5ª BSA DEL LICEO COPERNICO RIPORTANO ALLA LUCE LE STORIE DEI 4MILA CADUTI

Morire a ventun anni di malattia, a oltre mille chilometri di distanza da casa. Possono sembrare drammi di un passato remoto, ma succedeva appena cento anni fa proprio a Verona, in uno dei tanti ospedaletti da campo allestiti dall'esercito impegnato a combattere nella Grande Guerra. Un conflitto su cui sono stati puntati i fari dell'Associazione Nazionale Alpini, in occasione delle commemorazioni del Centenario. Anche quest'anno, dopo il successo delle due precedenti edizioni, l'ANA ha lanciato il concorso «Il milite non più ignoto» rivolto agli studenti delle scuole di tutta Italia. Gli studenti possono «adottare» un monumento ai Caduti presente nel proprio territorio e attraverso il recupero dei dati e delle informazioni dei nomi incisi sulle lapidi, partecipare al bando con una propria ricerca storica. C'è tempo fino al 31 marzo 2018 per partecipare e gli interessati possono trovare tutte le informazioni all'indirizzo internet www.milite.ana.it.
A Verona, il Centro Studi della sezione Ana presieduto da Giorgio Sartori è a disposizione per assistere professori e ragazzi. Proprio come accaduto per il progetto che ha interessato gli alunni della 5ª D e 5ª BSA del liceo Copernico con le professoresse Barbara Barana e Katia Menegolo. «Abbiamo voluto riportare alla luce il patrimonio di immenso valore storico del Sacrario Militare del Cimitero Monumentale - spiega Sartori -. Un sacrario che raccoglie le spoglie di 3.915 caduti della Grande Guerra». Storie che i ragazzi del liceo Copernico e i volontari del Centro Studi hanno recuperato attraverso un paziente e certosino lavoro di ricerca. Partendo da informazioni davvero scarne: le incisioni sulle lapidi che riportano esclusivamente grado, cognome e nome. «Oggi conosciamo anche paternità, luogo e data di nascita, reparto di appartenenza, luogo e data di morte di quei soldati - racconta con orgoglio Sartori -. Un censimento che ha certificato come la prima causa di morte non sia stata la battaglia in sé, quanto le epidemie dovute a condizioni di vita estreme». L'87% delle circa 4mila vittime ricordate al Sacrario Militare, sono infatti decedute a causa di malattie nei vari ospedali e ospedaletti da campo allestiti tra città e provincia, da Gazzo a Custoza, da Santa Maria di Zevio a Legnago. «La nostra ricerca proseguirà per conoscere ancor più nel dettaglio ubicazione e dimensione di queste strutture sanitarie» rivela il presidente del Centro Studi. Nel Sacrario veronese riposano soldati provenienti da tutta Italia, in particolare ragazzi siciliani, calabresi e sardi, ma anche toscani, emiliani e piemontesi. Come Luigi Cordera, nato ad Aidone in provincia di Enna il 7 dicembre 1897, soldato del 6° Reggimento di Fanteria morto il 28 febbraio del 1918 in un ospedale da campo in città a seguito di una malattia. O Dante Masciarelli, soldato abruzzese del 18° Reggimento Artiglieria, spirato in un letto di ospedale la sera della vigilia di Natale del 1918, a soli 35 anni. O ancora, Ubaldo Terzano, fante piemontese, morto per le ferite riportate in un combattimento il 19 luglio del 1916. Il più giovane soldato è Vitaliano Binidi nato a Mergo in provincia di Ancona il 27 Ottobre del 1900 appartenente al 79° Reggimento di Fanteria, morto a Verona il 20 Aprile 1918 per malattia. «Circa il 70% dei soldati censiti è morto nel 1918 - conclude Sartori -. Il nostro Centro Studi renderà pubblici questi dati a breve sul sito della sezione (www.anaverona.it) per allargare ulteriormente la ricerca. Il nostro sogno è quello di permettere ai parenti di questi caduti per la patria di poter mettere un fiore sulla loro lapide».

Con gli alpini gli studenti del “Copernico” riscrivono la storia con amore.

Gli studenti di due classi del liceo “Copernico” di Verona, la 5D e la 5BSA, una cinquantina in tutto, guidati dalle insegnanti Barbara Barana e Katia Menegolo, hanno aderito con entusiasmo alla proposta del Centro Studi della Sezione ANA di partecipare all’iniziativa “Il milite … non più ignoto” con una ricerca nuova ed originale. Si è trattato di dare un’identità storica ed umana che andasse oltre il semplice nome e cognome dei 3915 soldati che sono stati tumulati nel Sacrario militare esistente presso il Cimitero Monumentale della città. Sono state così riportate alla luce storie e vicende commoventi, accostate con sensibilità, profondo rispetto e tanta umanità. Un modo nuovo, senz’altro efficace, di insegnare e studiare storia che ha permesso a studenti e insegnanti di divenire essi stessi scopritori di realtà storiche umanamente preziose, ma spesso trascurate dalla storiografia ufficiale che si ferma solo ai grandi personaggi ed ai grandi eventi. Ma anche i piccoli uomini, gli uomini della quotidianità hanno vissuto, hanno sofferto, hanno avuto sentimenti, hanno partecipato alle vicende della patria. Gli studenti del “Copernico” si sono immedesimati nelle vicende dei tanti loro coetanei giunti da ogni parte d’Italia e morti a Verona per lo più di malattia o di ferite negli anni del primo conflitto mondiale. Con la loro opera essi hanno contribuito a dimostrare che i nostri giovani, debitamente motivati, hanno doti straordinarie di sensibilità e umanità, che costituiscono un patrimonio di valori e di potenzialità per la nostra Patria e per la cultura. L’auspicio è che l’esempio degli studenti del “Copernico” sia seguito da tanti altri, così che rinasca nei cuori e nelle menti dei giovani la consapevolezza della continuità tra le generazioni, del legame che unisce il passato con il presente, nella prospettiva di creare un futuro più umano e più giusto. Il Centro Studi dell’ANA veronese, guidato da Giorgio Sartori, ha  accompagnato e seguito il lavoro degli studenti, fornendo tutti i dati in suo possesso e darà pubblicazione ai risultati della ricerca, che parteciperà al concorso “Il milite … non più ignoto” bandito a livello nazionale dall’Associazione Alpini. V.S.G.

“Ero nella Guardia alla Frontiera e mi mandarono negli sciatori alpini. Mi chiesero se sapessi sciare e gli risposi di no, così mi mandarono in prigione, altrimenti ero destinato alla Russia. Avevo già perso mio fratello Silvino in quella terra e là non ci volevo andare anch’io”.

Cesare Mainenti, classe 1922 di Erbezzo, presidente dei Combattenti e reduci da più di 35 anni, prigioniero di guerra, dapprima catturato dai tedeschi e passato poi in mano ai russi, ne ha da raccontare.

“Mi trovavo a Resia ( Bolzano), quando il mio reparto si arrese dopo tre ore di resistenza contro i tedeschi, erano le 20. Ricordo i colpi di mitraglia. Mi ero nascosto; quando i tedeschi misero tutti i miei compagni allineati, uscìì e uno degli avversari, appena mi scorse,  tentò di uccidermi. Ma uno di loro, con cui avevo montato la guardia giorni prima, se ne accorse, mi spogliò di tutto, mi mise in fila e così facendo mi salvò la vita. Venni condotto in un campo di concentramento tedesco (ora Stargard, Polonia. ndr ). C’erano le guardie ai quattro angoli del campo, dovevamo restare distesi, altrimenti era un colpo di pistola alla testa. Da mangiare ci davano solo un brodo, verso le 15. Il Piero di S.Anna ( d’Alfaedo ndr ), non riusciva a saltar fuori dalla branda da tanto era indebolito dalla fame. Dopo circa un mese fui trasferito in un altro campo di prigionia tedesco. Un giorno arrivò un industriale germanico che costruiva baracche di legno, a cui servivano 20 uomini di fatica e pretese che fossero del nord Italia. Fui uno di quelli. La mia mansione era facchino, trasportavo il legname dalla fabbrica alla stazione e viceversa. Avevamo talmente fame che mangiavamo le bacche delle piante che trovavamo lungo il percorso. Mangiai anche la biada dei cavalli e lì rischiai la vita da quanto stetti male poi. Ricordo anche che un giorno venne un tedesco con la pistola a perquisire gli alloggi. Me la puntò la pistola addosso quando vide che sotto al materasso avevo una tenaglia e un filo di ferro, ma se ne andò quando lui capì che li usavo per legare le suole delle scarpe da tanto che erano fragili. Ci sono stati giorni in cui ci davano da scegliere se mangiare un paio di patate o avere due sigarette. Sceglievo le patate, ma ne avanzavo sempre e le nascondevo nei calzini puzzolenti, per dividerne poi col mio compagno che preferiva sempre le due sigarette. Dopo 18 mesi di prigionia, arrivarono i russi e i tedeschi fuggirono abbandonandoci, ma la nostra situazione peggiorò: non mangiammo per 20 giorni. Ricordo che un giorno i russi proiettarono un film come fossimo in un cinema. Accanto a me si sedette un russo:” Ah, italiano! Mussolini! Bravo Mussolini!” BANG! Lo vidi morire sotto i miei occhi: un suo compagno russo lo freddò perchè non sopportava che sostenesse il Duce. Per conto loro, trasportammo le munizioni e armamenti che avrebbero dovuto raggiungere il fronte. Finalmente raggiunsi la frontiera del Brennero il 22 ottobre del 1945, dopo quasi 4 anni lontano da casa di cui due in prigionia. Ma ghe ne sarea da contar..”

Racconta, Cesare, intervallando con momenti di commozione, quei ricordi: la famiglia, i fratelli al fronte, gli amici che con lui ritornarono, i patimenti, eppure sorride ancora.

“ Cesare- gli chiedo- ma è vero che non sapevi sciare?” “ Certo che sapevo sciare- risponde con un sorriso- ero sempre tra i primi”.

Quel ‘no’ che gli salvò, probabilmente, un’altra volta la vita.

Lucia Zampieri

Convegno Centro Studi Ana

Sabato 30 settembre 2017, la sezione ANA Verona, ospiterà il Convegno Nazionale del Centro Studi presso la sala conferenze del Palazzo della Gran Guardia (Piazza Bra, 1), gentilmente messo a disposizione dalla nostra amministrazione comunale.

Questi Gli argomenti che verranno trattati :

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario Grande Guerra 15/18:

  1.       Concorso Nazionale: "Milite non più ignoto" 2017-2018
  2.       3ª Conferenza a Padova del ciclo “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai…”
  3.       Valore alpino “Degni delle glorie dei nostri avi…” volume secondo 1916

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario dell’Ana 1919-2019:

  1. Borse di Studio
  2. Pubblicazione cofanetto 3 volumi sulla storia dell’Ana 1919/2019
  3. Digitalizzazione e indicizzazione dei numeri de L’Alpino dal 1919 e dei libri firma conservati presso il nostro Rifugio Contrin

Ristrutturazione Museo storico degli alpini al Doss Trent

  1. I Sacrari della Grande Guerra

Presentazione del libro “Dal Monte Ortigara a Villa Giusti” del gen. Tullio Vidulich

Cori Ana e coralità

Sistema Bibliowin e biblioteche Ana

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Sport

Pellegrinaggi

Solidarietà

Alpini