Il gruppo alpini di Illasi e il Comune di Illasi organizzano per il 90° anno di fondazione la presentazione del documentario "D-Day lo sbarco in Normandia, noi Italiani c'eravamo" di Mauro Vittorio Quattrina. Sarà presente il regista.

Venerdì 27 Aprile alle ore 20.30 presso il giardino musicale di Illasi.

https://d-daynoiitalianiceravamo.jimdo.com/

 

Serata culturale presso la sede degli alpini di Lugagnano Giovedì 22 Marzo 2018 Ore 20.45 Baita Alpini di Lugagnano Via Caduti del Lavoro, 4

Dispersi e caduti del comune di Sona sul fronte russo 1941-1943

Relatori: Silvano Lugoboni (Archivio di Stato di Verona), Renato Salvei (Storico)

In occasione del 70°anniversario di fondazione, il gruppo alpini Marcellise ha organizzato la serata culturale dal titolo: "PER NON DIMENTICARE ",

il giorno 16 marzo alle ore 21.00 presso il teatro E. PERONI in San Martino Buon Albergo.

 

Una statua che parla. E che racconta la storia e il dramma di un intero paese. Una comunità che ha visto i suoi giovani partire per il fronte e non li ha più visti tornare. Perché dietro agli elenchi di nomi incisi nel marmo delle lapidi, si nascondono vite di intere famiglie travolte dal dramma di una guerra. Anzi, della Grande Guerra.

Proprio come hanno dimostrato gli alunni della scuola media dell'Istituto Comprensivo di Mozzecane, vincitori regionali del concorso «Il milite non più ignoto» organizzato dall'Associazione Nazionale Alpini in occasione del Centenario del conflitto mondiale. Gli studenti delle classi terze dell'anno scolastico 2016/2017, coordinati dalla professoressa Maria Scattolini, hanno deciso di partecipare presentando un progetto innovativo di ricerca e studio del monumento ai caduti di via Montanari, proprio di fronte alla chiesa del paese. 
E questa mattina, in teatro, sono stati premiati dal presidente sezionale dell'Ana Verona Luciano Bertagnoli che ha consegnato alla scuola un assegno da 500 euro. «Siamo veramente orgogliosi di poter premiare una scuola veronese - ha detto Bertagnoli -.L'obiettivo è quello di costruire un continuo e incessante dialogo con le scuole e gli alunni per portare alla luce la nostra Storia. Posso dire con orgoglio che in questi anni stanno emergendo lavori molto interessanti grazie a un'attenta analisi dei monumenti presenti sul nostro territorio. E mi auguro che questo risultato ottenuto dai ragazzi della scuola di Mozzecane sia da esempio agli altri istituti della nostra provincia che desiderino intraprendere questa sfida». Il prossimo bando, infatti, scade il 31 marzo ed è possibile ancora presentare i progetti collegandosi al sito internet www.milite.ana.it.

A Verona, il Centro Studi della sezione Ana presieduto da Giorgio Sartori è a disposizione per assistere professori e ragazzi nel lavoro di ricerca.
«Non sapevamo nulla e pochi giorni fa siamo stati avvisati della vittoria - ha rivelato la professoressa Scattolini -. L'idea di partecipare al concorso era nata in occasione delle celebrazioni del 4 Novembre 2016, quando il gruppo alpini di Mozzecane ci ha consegnato un depliant dell'iniziativa. Spesso purtroppo i monumenti ai caduti rischiano di restare "invisibili" agli occhi dei più giovani. Noi ci siamo posti la domanda di come riuscire a ricostruire un racconto collettivo partendo da un elenco di nomi presenti sul monumento».

Grazie all'aiuto di Giuseppe Ruffini, «memoria storica» del paese, studenti e professori hanno iniziato a cercare notizie su quelle persone partite da Mozzecane per combattere e mai più tornate a casa. «Abbiamo recuperato materiale storico come medaglie e lettere, ma le cose più interessanti sono emerse dalle interviste fatte dagli alunni ai loro nonni e alle persone anziane del paese» ha proseguito la docente. Inoltre, è stata studiata la storia del monumento in sé, scoprendo anche la poesia letta da una bambina in occasione dell'inaugurazione.

I ragazzi, con la supervisione degli insegnanti Manuela Longhini, Serenella Cordioli, Cristina Faldi, Stefano Zanon e Alessandro Esposito hanno rielaborato artisticamente il monumento con una serie di riproduzioni particolarmente apprezzate dalla giuria dell'ANA Nazionale.

Preti in battaglia

In teoria i cappellani in guerra avrebbero dovuto svolgere la loro opera al sicuro in qualche spiazzo per le celebrazioni religiose, o nei punti di medicazione e negli ospedaletti da campo in attesa che giungessero i feriti. In realtà, invece, per i cappellani il pensiero che ci fossero dei feriti che invocavano soccorso oltre i reticolati e che morivano senza nessuno vicino era insopportabile. Per questo, senza che nessuno l’avesse ordinato, molti di loro fin dall’estate-autunno 1915 non aspettavano l’arrivo delle barelle nei posti di medicazione, ma correvano tra gli scoppi delle granate, avvicinandosi sempre più alla linea di fuoco, lì dove serviva il loro soccorso, l’incitamento ai barellieri, l’organizzazione dello sgombero. Essi, notte o giorno che fosse, fidando nell’abito talare o nella croce cucita sulla divisa, non esitavano ad uscire dalle trincee a recuperare i corpi dei caduti; non esitavano a seguire le truppe all’assalto per poter subito raccogliere i feriti, e salvarli, e assistere i morenti, e salvarli: quei soldati erano giovani che avevano ancora l’ingenuità della gente semplice ed erano abbandonati nella terra di nessuno, assetati, invocanti la mamma. Soccorrerli anche solo per tenere loro la mano e offrire una parola di conforto era rispettare un dovere morale prima che religioso. Il coraggio di questi preti fu eroismo puro e raccontarlo per lo storico Paolo Gaspari è stato adempiere ad un imperativo di civiltà. Da ciò è nato il libro Preti in battaglia, che egli ha scritto con rigore di studioso e passione di italiano”.  V.S.G.

preti in battaglia gaspari

Cent’anni fa, il 4 dicembre 1917, in uno dei momenti più difficili per l’Italia nel corso della Grande Guerra, dopo poco più di un mese dallo sfondamento delle nostre linee a Caporetto da parte delle truppe austro-tedesche, mentre si dedicava ad organizzare la ritirata e il ripiegamento dei reparti d’artiglieria della terza armata sul Tagliamento, venne colpito mortalmente sul Piave uno dei più eroici combattenti veronesi del nostro esercito, il giovanissimo maggiore d’artiglieria campale Carlo Ederle, noto come “la guida del Carso”. Primo di sei figli, di famiglia benestante, egli era nato il 2 dicembre 1892 da Albino e Adele Cavioli; fervente cattolico, s’era formato nelle scuole classiche veronesi e successivamente aveva seguito con esito brillante i corsi dell’Accademia militare di Torino, uscendone nel 1913 con le stellette di tenente. Pubblicò alcuni pregevoli studi d’argomento militare e venne assegnato all’80° reggimento d’artiglieria di stanza a Verona; nominato capitano nel 1915, allo scoppio della guerra combatté in Cadore; ma i Comandi, in considerazione della sua straordinaria preparazione tecnico-scientifica, lo destinarono al Centro Sperimentale d’Artiglieria di Ciriè (Torino). Ben presto, però, egli chiese di poter servire la patria tra i soldati combattendo al loro fianco.  Affabile, generoso, disponibile e sprezzante del pericolo, divenne capo degli osservatori d’artiglieria della terza Armata, fu ferito tre volte in combattimento e per il suo comportamento eroico sul campo di battaglia meritò tre medaglie d’argento e una croce di guerra francese. Ma quel 4 dicembre 1917, festa di Santa Barbara, patrona degli artiglieri, gli fu fatale: infatti, mentre a Zenson di Piave seguiva un’azione militare della fanteria, fu raggiunto da una pallottola di mitragliatrice che gli troncò la vita. Fu, come disse il Duca d’Aosta, un lutto per tutta la terza Armata e qualche settimana dopo il Re d’Italia motu proprio gli volle assegnare la medaglia d’oro al valor militare, oltre alla nomina a tenente colonnello. L’Università di Padova, presso la quale s’era iscritto alla facoltà di ingegneria, gli volle conferire la laurea ad honorem e ben presto la sua figura divenne simbolo ed esempio d’amor di patria e di dedizione eroica al dovere, tanto che in varie città e paesi vennero intitolate al suo nome vie, caserme, scuole, aule e gli vennero dedicati monumenti. A Verona opera la fondazione “Medaglia d’oro Carlo Ederle”, presieduta dal nipote dott. Andrea Ederle, la quale perpetua la memoria dell’eroe ed ha la propria sede presso il forte Biondella, ove è stato allestito un museo e dove nel 1952 venne collocata una bella statua opera dello scultore Egisto Zago. Vari scrittori, fra cui anche il fratello suo mons. Guglielmo Ederle, scrissero le sue note biografiche; artiglieri e alpini veronesi negli anni passati più volte resero onore a questo eroico concittadino di fama nazionale, la cui effigie compare nel Vittoriano a Roma; nel 1959 gli artiglieri in congedo donarono il monumento a lui dedicato in via Ederle e nel 2011 i gruppi alpini di Avesa e Parona celebrarono la sua memoria a Zenson. Quest’anno nel centenario della morte la Fondazione a lui intitolata ha organizzato il 10 settembre un pellegrinaggio a Zenson di Piave, in occasione del quale il nipote Andrea  ed il Comune di Verona, rappresentato dall’assessore Luca Zanotto, unitamente a sindaci della zona, parenti,  artiglieri, alpini ed altre rappresentanze d’arma hanno posato una targa commemorativa e deposto una corona. Il 21 settembre a Grezzana, paese d’origine della famiglia, s’è svolta un’articolata commemorazione di Carlo Ederle con l’intervento del dott. Andrea Ederle e del dott. Giordano Veronesi; infine il 3 dicembre l’Associazione Nazionale Artiglieri ha organizzato in suo onore una solenne cerimonia commemorativa nel Palazzo della Gran Guardia, con il patrocinio della Regione Veneto. L’auspicio è che tante iniziative facciano breccia nel cuore dei giovani ravvivando le loro conoscenze storiche e la coscienza d’identità nazionale.  V.S.G.

Carlo Zinelli (1916-1974) è stato più volte ricordato nel ‘Montebaldo’, come è inevitabile che accada per ogni alpino diventato famoso. Carlo è, infatti, un raffinato pittore che ha raggiunto la celebrità nella seconda metà del secolo scorso: un vero maestro dell’art brut che nella raffigurazione pittorica del proprio mondo interiore ha trovato una ragione di vita. Il tempo trascorso con gli alpini ha lasciato nel suo animo palesi tracce: il cappello, innanzi tutto, ma anche i fucili, gli scoppi e i muli. Queste immagini del mondo visibile sono però proposte in maniera estremamente semplificata, ridotte all’essenziale. Si pensi al cappello, che con la penna esprime l’essenza della partecipazione alla famiglia alpina: nelle prime esperienze figurative di Carlo compare per lo più con la penna, ma poi viene progressivamente semplificato e ridotto ad un semicerchio che poggia su un triangolino. Tutte le sue immagini sono, insomma, ridotte all’essenziale, prive di profondità perché affiorano dal mondo del sogno in cui costantemente viveva. Ma nel sogno lo spazio e il tempo non si articolano come nella veglia: anzi, nel sogno il tempo non esiste e vissuti recenti si pongono accanto all’ombra di ricordi lontani come in un film che intende ignorare il prima e il dopo. Così nell’immaginario di Carlo i lontani vissuti della vita militare si intrecciano con quanto affiora dalla quotidianità corrente. Ed ancora, un’altra peculiarità del grafismo di questo alpino-pittore è data dalla ridondanza del numero quattro. Ogni oggetto, in altre parole, viene rappresentato all’insegna del numero quattro: un numero magico che ha plasmato tante teorie, anche scientifiche, ed appassionato non poche dottrine: quattro, in effetti, sono i punti cardinali che invitano ad ordinare e ad accostare immagini e ricordi su di una superficie piana ed omogenea che, alla maniera delle icone della spiritualità ortodossa, ignora quella profondità che è l’attributo connotante del tempo.

Ho conosciuto Carlo tanti anni or sono, quando viveva al S. Giacomo e preferiva fumare piuttosto che conversare.  Se si pensa a quanto sia rara la firma nei suoi quadri – quadri inimitabili – si ha la misura di quanto la parola gli fosse estranea. Delle sue eleganti tempere, ormai esposte in tutto il mondo, si sono occupati critici insigni e letterati illustri come Dino Buzzati. Una vera ricchezza per la storia dell’arte veronese ed italiana, movimentata dalle raffinate composizioni di questo alpino un po’ bizzarro.

Naturalmente, il fascino che sprigiona la sua pittura vive di vita propria e non ha più nulla da spartire con quelle traversie che movimentano le giornate di ogni essere umano. Del resto, sono veramente tanti gli uomini e le donne che, in qualche Atelier, si cimentano con pennelli e colori ma ben pochi elaborano immagini dal fascino magico che emana dai disegni e dalle tempere di Carlo. Luciano Bonuzzi

La Grande Guerra va ricordata non solo per le vicende militari, ma anche per i drammi che nel corso del suo svolgimento furono vissuti dalle popolazioni civili. Dimenticate a lungo sono state le sofferenze subite dalle popolazioni del Veneto nell’ultimo anno di guerra.

Nell’autunno scorso a Vittorio Veneto il CEDOS (Centro di documentazione storica sulla Grande Guerra) di San Polo di Piave(Treviso) ha organizzato una giornata di studio sui drammi vissuti dalle popolazioni venete sottoposte all’occupazione austro-tedesca dopo la rotta di Caporetto dall’ottobre 1917 all’ottobre 1918, periodo noto come “l’anno della fame”’: un tema questo particolarmente triste, trascurato in passato dalla storiografia ufficiale, ma emerso in anni recenti grazie all’impegno ed alle ricerche di studiosi di valore. A Vittorio Veneto sono intervenuti Paolo Pozzato, Gustavo Corni, Simone Menegaldo, Nicola De Toffol, Lucio De Bortoli, Matteo Ermacora, Aldo Toffoli, Chiara Polita e Alessandro Valenti. In particolare lo storico Gustavo Corni, docente universitario di vasta esperienza, ha ripreso il filone delle sue ricerche che lo avevano portato ad elaborare nel 1990 un saggio magistrale intitolato La società veneto-friulana durante l’occupazione militare austro-germanica 1917-1918, pubblicato in Inediti della Grande Guerra a cura di Bruno Collegher e Adriano Miolli, opera più volte poi ristampata. Sulla base di testimonianze e diari Corni vi ha spiegato che dopo Caporetto 20.000 chilometri quadrati d’Italia furono alla mercè delle soldataglie austro-tedesche, che si abbandonarono, soprattutto all’inizio, a saccheggi e violenze su una popolazione rimasta senza guide e senza autorità costituite. Erano restati al loro posto solo i parroci (ben 563 su 642), che per questa loro scelta di generosità responsabile poi furono addirittura accusati di austriacantismo. Animali uccisi, grano dato in pasto ai cavalli, cantine svuotate e vino lasciato scorrere a vuoto; e poi requisizioni d’ogni genere, violenze fisiche e uccisioni gratuite, lavoro coatto e stupri su donne d’ogni età, e fame, fame nera, tanto che fra la popolazione vi furono 10.000 morti per denutrizione e 12.500 per malattie conseguenti. Tutto questo dovettero subire circa 900.000 donne, vecchi e bambini delle terre occupate; altri trecentomila riuscirono a fuggire con le loro masserizie e divennero profughi in Italia, poi alloggiati, spesso val visti, in varie regioni. Sulla fuga dei civili dopo Caporetto ha scritto con ampia documentazione Daniele Ceschin nel saggio La fuga parallela: militari e civili dopo Caporetto (in AA.VV. Maledetta l’ora e il momento, 2008) e nel libro Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza 2014.

   Agli stupri sulle donne ha dedicato uno studio dai risvolti brutali ed angoscianti Michele Strazza (“Senza via di Scampo”, 2014), sulla base di ben 735 testimonianze; violenze barbare, come le definì il parroco di Latisana don Giovanni Battista Trombetta nel suo diario che pubblicò sul finire della guerra con il titolo Alla mercè dei barbari e che è stato ristampato  da Gaspari nel 2009.

Terminata la guerra a Portogruaro fu creato un orfanatrofio per i frutti di tante violenze, i figli della guerra. Dopo la guerra per iniziativa di Ugo Ojetti, addetto stampa presso il Comando supremo e consigliere di Diaz, fu aperta un’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti e creata una Commissione ad hoc, i cui risultati furono raccolti in 6 grossi volumi; drammi umani cui ha dedicato la sua attenzione  anche lo studioso Andrea Falconer in Gli orfani dei vivi (DEP, n. 10/ 2009.  Oltre a battaglie e armamenti, la Grande Guerra è stata anche tutto questo. V.S.G.

drammi nel veneto libro copertina

    

A Verona non mancarono poeti che vissero con passione la Grande Guerra, sia nella fase preparatoria del 1914, caratterizzata dallo scontro tra neutralisti e interventisti, sia durante il conflitto, dando voce a sentimenti di orgoglio nazionale, ma anche di trepidazione e di dolore per i lutti portati dalla guerra. Il pensiero va innanzitutto a Giovanni Ceriotto (1883-1968), che nel primo ventennio del Novecento fu figura di spicco della vita letteraria veronese e del settimanale “El Can da la Scala”, di cui fu direttore nel 1916 e su cui si firmava con lo pseudonimo di “Cericane”. Egli partecipò alla Grande Guerra come tenente del genio pontieri e combattè sul Grappa. Pubblicò in più edizioni, a partire dal 1903, la raccolta “Quaranta sonetti in dialetto veronese”, confluiti in “Poesie veronesi” e in “Nel cor de Verona” nel 1916 (riedite nel 2000). Nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia, il tema patriottico si fece in lui più pressante; il poeta percorse buona parte d’Italia proponendo l’ultima sua opera, “El poema de l’Adese”, un poema pervaso da “patriottismo caldo e impetuoso”e da un “fremito di epopea nazionale”; in esso egli trasformava il Monte Baldo in consapevole testimone del moto di liberazione nazionale iniziato nel Risorgimento sugli spalti mantovani di Belfiore, consacrati dal martirio di Carlo Montanari, e destinato a riportare alla patria italiana Trento e Trieste, “ Avanti Italia, che l’è tera tua! / No te senti che i parla el to dialeto? / No te senti che gusto e che saor / come che ride e siga el puteleto / che el ciama mama e el se taca al cor? / E le done de Trento e de Trieste / che le par quele che gh’è zo a Verona, /…No te senti el parlar a l’italiana, / co la parola che va fin in fondo, / la parola de Dante fresca e sana, / semensa semenada in cao al mondo? /… E zo dal Baldo tuti sti pensieri, / carghi de poesia e de passion, / sercando de ciapar tuti i sentieri / i và sul pian in santa procession”. Ceriotto sostenne con i suoi versi la campagna di raccolta di lana per i soldati italiani (“Lana, lana”), cantò il poeta patriota di Trieste Riccardo Pitteri, pianse con versi commossi le vittime del bombardamento austriaco su Verona che il 14 novembre 1915 provocò innumerevoli morti tra i civili, e seguì le vicende della campana del Grappa salvata sotto i tiri dell’artiglieria nemica, trasportata a Verona ed ivi custodita dal CAI fino al maggio del 1918, quando potè tornare a suonare gioiosa sulla sua montagna. Dopo la guerra Ceriotto partecipò alla campagna antiblasfema e nel 1949 pubblicò “Faville dell’anima”, una serie di racconti edificanti dedicati alla gioventù italiana.

Durante la guerra comparivano sulla stampa con regolarità poesie patriottiche dalla vena più intimistica e riflessiva scritte da un autore anonimo che si nascondeva dietro lo pseudonimo di “Matteo Signorio”; si trattava in realtà di Ferruccio Visentini (1878-1933), un impiegato comunale appassionato di poesia, i cui versi furono pubblicati nella raccolta postuma “Aqua minuda” uscita nel 1934 con la prefazione di Antonio Avena. Oggi nessuno più ricorda questo poeta delicato e sensibile, che invece meriterebbe di essere riscoperto. Di lui vi proponiamo una delle sue poesie più profonde e belle, “I nostri morti”, un toccante e umanissimo omaggio ai nostri ragazzi caduti in guerra, fatto di dolore e di orgoglio a un tempo, che non può non commuoverci anche oggi e che proponiamo come il nostro ricordo del loro sacrificio per la patria italiana.

 

“Vecie campane, che g’avì nel cor

‘na ruda de sospiri e de passione

con tute le promesse del Signor

vecie campane, tanto, tanto bone

sonè … disighe el nostro amor a lori,

disighe tute quante le orassione

più bele al nostro sangue, ai nostri pori

soldadi morti via lontan in guera

e forsi, -Dio lo sa- con quai dolori!

Morti de là de i mari, in altra tera

dopo averse batù sensa paura

come leoni streti a la bandiera,

pieni de gloria e l’anima sicura.

Morti, Italia, par ti … par ti i è ’ndadi

prima del tempo drento in sepoltura:

l’Angelo de l’Amor l’à compagnadi

con ’na bela corona de pensieri,

quel de la Morte via el se i à portadi

e tanti, tanti … Dio! Ma me par ieri

-e gh’era in strucacor tuta Verona-

quando ho visto partir i bersaglieri …

Ne la recia ’na musica me sona,

quela vecia canson ci no la sente?

“vualtri che g’avì la gamba bona …”

Sonè, bone campane! O gente, o gente,

dir de quei morti là, de là dai mari,

poco la val la me parola, gnente …

Par quei ricordi che i g’avea più cari,

con la fede de lori, stessa stessa,

come i santi che gh’emo sui altari

preghemoli … fasendo la promessa,

el giuramento d’esser pronti a tuto

par l’onor de l’Italia, la grandessa

parchè el gran Sogno nol ne sia distruto.  

aquaminuda copertina

Per la stragrande maggioranza della popolazione, un’indagine dopo cent’anni dalla morte di un povero soldato, può apparire come un caso cui appassionarsi. Per chi invece vi si trova immerso quotidianamente, o quasi, può apparire l’ennesimo libro sulla Grande Guerra.

Tutto partì nel 1958, quando venne scoperta una salma sull’Ortigara, che, sulla base d’una lettera riposta nella giacca, inizialmente fu ritenuta essere quella del s.ten. Adolfo Ferrero, ma si scoprì poi essere del suo attendente. Qui inizia l’indagine storica più recente (2015) dei due autori che prendono in esame tutti i libri che sono stati scritti su questo “caso” e che porteranno a rivelare che… non è il caso che lo sveli io, ma vale la pena di leggerlo per le “coincidenze” che la Storia ogni volta ci propone.

Il lavoro degli autori non è da sottovalutare, anzi: anni passati a controllare ed incrociare dati sono un lavoro immenso, provare per credere. Forse l’unica pecca che traspare leggendolo, è di assistere a una continua corsa; che se da un lato è vera, dall’altro non lascia tranquillità e concentrazione che il libro dovrebbe concedere per l’argomento trattato, anche per tutti i fatti che vengono narrati.

I due autori sono Alberto Di Gilio, nato a Parma ma residente a Padova, ricercatore storico e Leonardo Pianezzola nato a Sandrigo (VI) e residente a Dueville (VI), anche lui ricercatore storico oltre ad essere esperto conoscitore della montagna vicentina dove organizza escursioni di varia difficoltà. Entrambi scrivono articoli e saggi per riviste del settore.

Ecco perché il libro può inoltre essere usato come una specie di guida dell’Ortigara e zone limitrofe per chi non ha tanta dimestichezza con tali luoghi.

Un libro che impone una profonda riflessione sul valore e l’importanza del culto della memoria dei cari, che oggigiorno sta scemando sempre più.

Giulio Tommasi

lettera svelata copertina2

L’ex cimitero militare della frazione di San Valentino, nel comune di Brentonico, custodisce alcune lapidi recuperate nei piccoli cimiteri della grande guerra e disseminati nella zona. Tra queste lapidi, una in particolare riguarda gli alpini veronesi. Si tratta di un sasso inciso e raffigurante il fregio del 6° alpini, riportante grado militare e cognome. Il Caporale Della Valle Olindo ed i soldati: Conti Pietro, Santa Giuliana Lorenzo e Serpelloni Giovanni. Grazie alle ricerche condotte Dott. Dario Graziani ed ai dati che ha reso disponibili al Centro Studi ANA Verona, si è potuto risalire ai relativi fogli matricolari che riportano:


  • Caporale Dalla Valle Olindo di Alvise e Girelli Adelaide nato a Peschiera il 4.8.1892. Assegnato nel 6° rgt alpini 57° compagnia. Ucciso ore 4.16, anni 23 il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella di Campo per scoppio di proiettile d'artiglieria nemica.
  • Conti Pietro di Francesco e Cunego Angela nato a Cerro il 23.7.1884. Assegnato nel 6° reggimento alpini battaglione Verona 1905. Morto il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.
  • Santagiuliana Lorenzo di Santo e Tamellini Giustina nato a Bosco Chiesanuova il 28.12.1892. Assegnato nel 6° reggimento alpini, battaglione Verona 57° compagnia 21.9.1913. Ucciso, anni 23,  il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella Campo per scoppio di proiettile di artiglieria nemica. Sepolto a Sella Campo.
  • Serpelloni Giovanni Graziadio di Luigi e Silvestri Maria nato a Castel d’Azzano il 10.1.1894. Assegnato nel 6° reggimento alpini 13.11.1914. Ucciso il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.

Recentemente il Centro Studi ANA Verona ha potuto consultare i diari storici dei battaglioni alpini veronesi nella grande guerra presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e relativamente  al fatto citato sopra, che ha visto il decesso dei quattro giovani alpini, cita testualmente:

“23 Dicembre 1915 - La 58ª Compagnia da S. Giacomo si porta in avamposti a Doss Alto. Il Comando da M.te Varagna si trasferisce a Doss Casina. La 57ª Compagnia passa alla diretta dipendenza del Comando di Reggimento - Una granata da 105 colpisce una nostra baracca a Malga Campi, uccidendo 4 soldati della 57ª Compagnia e ferendone vari – la 57ª Compagnia si trasferisce a S. Giacomo.” Giorgio Sartori

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Nato il 23 agosto 1885 nella contrada Bernardi di Selva di Progno, nel cuore della Val d’Illasi, Fioravante Cisamolo aveva respirato e goduto in giovinezza la serena bellezza ed il quieto vivere della sua terra, là aveva il papà Amedeo, la mamma, fratelli e familiari, la moglie Caterina, il figlioletto Bruno, tanti sogni ed aspettative per la vita, e gli amici trombonieri, con i quali amava sparare i tradizionali trombini nelle feste della comunità. Ma la guerra, la Grande Guerra, gli distrusse tutto questo, lo allontanò senza pietà dalle persone care e lo condusse prima sull’Adamello, poi sul fronte orientale dove infuriava la battaglia, nel settore Plezzo, monte Rombon, rubandogli infine la vita in un sanguinoso combattimento sulle impervie pendici del Monte Cukla la mattina del 16 settembre 1916. Era quella, a detta del gen. Cadorna, la regione “forse più ingrata del nostro schieramento sul fronte alpino”, caratterizzata da dirupi e strapiombi.  Una vita, una delle tante, troppe giovani vite immolate sull’altare della patria. Dulce et decorum est pro patria mori, è dolce e decoroso morire per la patria, cantava il poeta latino Orazio, e tanti altri nel tempo gli fecero eco esaltando la bella eroica morte. Ma chissà se la pensavano così i milioni di morti inghiottiti dalle guerre del secolo scorso. Comunque Fioravante, caporale degli alpini, servì la patria con dignità, indossò con onore la divisa alpina della 250a  compagnia del battaglione “Val Camonica”, e il cappello con la nappina verde; il suo corpo fu sepolto nel cimiterino militare presso la cappelletta dell’Addolorata sul Cukla, nel 1921 fu trasferito nel cimitero di Plezzo e nel 1938 venne riesumato e traslocato nell’ossario di Caporetto, ora terra slovena. Di recente nella soffitta della casa avita, ben nascosto da oltre un secolo, i discendenti hanno ritrovato il prezioso trombino di Fioravante, il pronipote Franco lo ha ripulito e restaurato e, sull’onda delle memorie familiari e della commozione fatte rivivere da quel ritrovamento, è andato alla ricerca del prozio perduto, ha consultato carte d’archivio e con il sostegno degli alpini e dei combattenti e reduci del paese s’è spinto fino a Caporetto, odierna Kobarid. Qui, tra le oltre settemila pietre tombali raccolte nell’imponente e suggestiva mole piramidale a base ottagonale dell’ossario posto sul colle di S. Antonio, ha individuato quella di Fioravante. I gagliardetti hanno vegliato silenziosi dinanzi ad essa per rendergli l’onore delle armi; una commozione infinita ed il calore dei cuori e degli affetti familiari hanno riscaldato il gelido granito su cui è inciso il nome di Fioravante, il piccolo amato figlio di Selva di Progno, finalmente ricongiuntosi in spirito con i suoi cari. In quel silenzio ognuno ha compreso che il culto dei morti è il primo segno della civiltà di un popolo.  V.S.G.

A Caporetto onore caduto Fioravante Cisamolo

Stelutis Alpinis

Il mio maestro e amico Mario Biondani (1920-2000), fondatore nel 1946 e primo direttore del più vecchio coro “di montagna” veronese, mi raccontava un aneddoto avvenuto nei primissimi tempi di attività, mi sembra fosse il 1948, con la Compagnia Armonica Canti Alpini (poi mutata, per l’evidente cacofonia C.A.C.A. dell’acronimo, nel più nobile Coro Scaligero dell’Alpe).

Invitati a un programma radiofonico - non c’era ancora la televisione e tutto era chiaramente in diretta – attaccarono con emozione e difficoltà un improbo canto che aveva insegnato utilizzando una partitura scritta per coro misto, essendo questa l’unica allora circolante. La sua voce sicura e forte sorresse la melodia permettendo così ai coristi intimiditi dai grandi microfoni di riprendersi e portare a termine il canto con successo.

Quel canto era Stelutis alpinis.

Stelutis alpinis è uno fra i più celebri brani corali della tradizione italiana composto da Arturo Zardini detto Turo Mulinâr (1869-1923) nel periodo della Prima Guerra Mondiale. L’autore, un maestro di Pontebba, paese che allora si trovava sul confine italo-austriaco, era profugo a Firenze.

Forse proprio in Piazza della Signoria, leggendo sul giornale le notizie delle stragi che avvenivano al fronte, lo Zardini, commosso e rattristato per le violenze e distruzioni che avvenivano, trasse da quelle vicende l’ispirazione del testo e della musica e tramutò il suo istinto e sentimento in parole e musica, lasciando come patrimonio questo capolavoro di poesia e preghiera.

Il compositore friulano, una volta rientrato in Friuli, compose innumerevoli altri canti friulani, che conseguirono grande successo per la freschezza e la bellezza delle melodie. È quindi un canto d’autore, anche se da molti è ritenuto di origine popolare: caratteristica questa dei canti che nel testo e nella musica raggiungono livelli di alta poesia e che così diventano patrimonio di tutto il popolo.

Il lirismo e l’ispirazione di questo splendido motivo celebrano l'amore e l'estremo sacrificio della gente friulana. La narrazione rileva in modo essenziale ma appropriato il dramma quotidiano di un popolo in guerra: la scomparsa di un proprio caro. Melodia e testo si fondono all'unisono in un momento di grande essenza spirituale così da rendere questa canzone una delle pagine più belle del canto “popolare” italiano.

La canzone, in lingua friulana, esprime con grande sentimento l’anima della Piccola Patria. Da subito fu fatta propria dagli Alpini sia friulani sia di altre regioni e ancora oggi, all’età di novant’anni, rimane il canto simbolo delle truppe alpine e anche di tutto il popolo friulano.

Si richiama vagamente nella forma alla Villotta friulana in cui due parti superiori (soprani/contralti) procedono per moto parallelo e una o due parti inferiori (tenori/bassi) contrappuntano sui gradi fondamentali della scala, in questo caso di Re maggiore.

L'interpretazione migliore per questo brano è da intendersi "sottovoce" con alcuni piccoli crescendo per l'enfatizzazione di qualche parola.

È un caposaldo indiscusso della musica corale che gli estimatori del settore trattano come "una reliquia" proprio per la sacralità di un testo che, pur non facendo riferimenti espliciti a scritti religiosi o liturgici è considerato la vera preghiera de gli alpini che spesso cantano durante le celebrazioni liturgiche.

Sergio Piovesan, del Coro “Marmolada” di Venezia, ha compiuto un’appassionata ricerca sul testo da cui riporto qui di seguito alcune interessanti sottolineature.

“Con questa composizione la poesia e la forza dell’autore si sono manifestate nella loro pienezza raggiungendo l’apice, in un commovente sincretismo e tutte le umane sofferenze si sono compendiate con toccante espressività. Non sono necessarie molte parole: ci basta pensare al brivido che ci percorre nel cantare e nell’ascoltare «... Se tu vens cassù ta' cretis...», brivido che si trasforma in emozione violenta, da serrarci la gola. È un compendio di sofferenze, di dedizioni, di intimità, di affetti, di certezze. Non più canto, non villotta ma preghiera profonda e, nello stesso tempo, semplice e umana, come semplice e umano era ed è lo spirito di Zardini”.

Per i friulani “Stelutis alpinis” è sì il canto dell’Alpino morto, ma è anche considerato quasi un inno, un inno al Friuli, un inno per quella terra che ha vissuto altre sofferenze: un’altra guerra, invasioni straniere, lotte fratricide e dolorose emigrazioni.

Esaminando il testo non si può far a meno di notare il largo uso dei diminutivi, o meglio dei vezzeggiativi, caratteristica abituale nel linguaggio scritto e parlato dei friulani; “stelutis”, “crosute”, “arbute” e “bussadute” non vanno tradotti con i relativi diminutivi in italiano anche perché, oltre a ridicolizzare il testo, non hanno proprio quel significato. È una forma che si può definire affettuosa nella descrizione di oggetti e azioni e, forse, è meglio tradurli con una perifrasi.   

“Stelùte” (al plurale “stelùtis”) è indicato nel Vocabolario Friulano (Pirona) come diminutivo, spesso come espressione affettiva, di “stele” (stella); lo stesso lemma manda a vedere “stèle alpine” che fra i sinonimi prevede anche “stele” soltanto; inoltre è citato come esempio il verso dello Zardini. La parola “crosute” è il diminutivo, sempre in forma affettiva, di “crôs”, croce, mentre “arbute” lo è di “arbe”, cioè erba, che però ha una forma più usata in “jarbe” col relativo diminutivo in “jarbute.

Infine, per finire con i diminutivi, o come meglio indicato, con i vezzeggiativi o espressioni affettive, “bussadùte” si collega a “bussàde” (sostantivo femminile), bacio, che può anche essere tradotto con il sostantivo maschile “bùs”, in realtà poco usato. Un altro termine interessante da esaminare è “cretis”; è il plurale di “crète” che vuol dire rupe, ma anche roccia, macigno, pendio roccioso, cresta o cima nuda di montagna. Se “crète” è un sostantivo femminile, troviamo anche “crèt”, sostantivo maschile, con lo stesso significato. Sinonimo di “crète” è anche “cròde” che si avvicina al significato di croda cioè cima rocciosa appuntita tipica delle Dolomiti.

Un termine che nel verso prende un significato esteso è “duàr”. Letteralmente significa “dormo” (in questo caso si tratta di sonno eterno) e la forma infinita è “duarmî”, ma anche “durmî”.

Altri potrebbero essere i termini da esaminare ma, per non annoiare il lettore, penso che quelli sopra citati siano sufficienti e i più interessanti soprattutto per una maggiore comprensione del testo poetico, che invito a leggere con attenzione sia in friulano e sia nelle due traduzioni.

La bellezza e la dolcezza del brano è stata avvalorata da esecuzioni splendide da parte di grandissimi cori come i Philippines Madrigal Singers di Manila (Filippine), di cui conservo gelosamente una registrazione della tournee italiana del 1994. Numerosi anche i compositori che hanno tenuto in considerazione la melodia del brano per una propria rivisitazione per coro maschile come ad esempio Antonio Pedrotti per il Coro della Sat di Trento, Efrem Casagrande, Mario Lanaro, Lamberto Pietropoli e moltissimi altri. Fra gli artisti che sono stati ispirati dal brano, vi è anche Francesco De Gregori che l'ha ripreso nel 1996 nell'album “Prendere e lasciare” con l’intenzione evidente di tentare un "ammodernamento" nella proposta che sia però rispettosa della natura intimista della poetica. Una versione con una delicata melodia raccolta e interiore a riprova del valore assoluto dei sentimenti che animano la versione originale.

“Quando risento il coro degli alpini che sulle indimenticabili note di Stelutis alpinis rinnova il sentimento dell’attesa dell'alba nel momento più buio della notte - come ha espresso nel saluto il Ministro della Difesa On. prof. Arturo Parisi in occasione della consegna delle onorificenze dell'Ordine Militare d'Italia a Roma il 4 novembre 2007 - mi sembra di sentire la voce sempre fresca e struggente dei ragazzi di allora, le migliaia dei nostri soldati alpini caduti. Noi rendiamo onore ai morti, ai Caduti, solo se, a partire dalla nostra consapevolezza attuale, sappiamo dare un futuro diverso, un significato nuovo al loro sacrificio.

Dobbiamo saper cogliere il presente e il futuro di ciò che è passato, dobbiamo saperlo trasformare in testimonianza positiva, in insegnamento, in ammonimento.

Stelutis Alpinis (2)

Purtroppo, come accade per i canti che diventano famosi, c’è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, pensando, con una discreta dose di superbia, di migliorare l’opera; nel nostro caso c’è stato chi ha pensato che il bellissimo testo di Zardini avesse bisogno di strofe in più ed ecco quindi un’aggiunta apocrifa:

Ma 'ne dì quant che la vuere / a' sara un lontan ricùard / tal to cûr, dulà ch'al jere / stele e amôr, dut sara muart. Restarà par me che stele / che 'l miò sanc a là nudrit / par che lusi simpri biele / su l'Italie a l'infinit. (Ma un giorno quando la guerra sarà un ricordo lontano, nel tuo cuore, dove c’erano la stella alpina e l’amore, tutto sarà morto. Per me resterà quella stella, che il mio sangue ha nutrito, perché luccichi sempre bella sull’Italia all’infinito.) “.

Sinonimi del termine “apocrifo” sono falso, fasullo e falsamente attribuito. Navigando in internet ho rilevato un’interessante discussione in “Wikipedia”, che ha stuzzicato la curiosità dell’amico Piovesan del Coro Marmolada di Venezia che ha trovato come si è arrivati a quest’ aggiunta.

Rocco Tedino e Mauro Unfer, autori della pubblicazione “Il tempio ossario di Timau”, scrivono: « … Poi qualcuno, non si saprà mai chi, ribattezza “Stelutis” il “canto dell’Alpino morto” e sancisce, senza volerlo, un atto di adozione ufficiale della canzone da parte degli Alpini che ne faranno la gemma più preziosa del loro repertorio. Nel 1921, ad esempio, l’A.N.A. di Milano ringrazia Zardini e la Società Filologica Friulana per aver ottenuto il permesso di inserire “Stelutis Alpinis” in un canzoniere Alpino che l’Associazione ha in animo di pubblicare quanto prima, assicurando “…che la riproduzione sarà eseguita in tutta cura ed esattezza e che senza fallo alcune copie del Canzoniere verranno inviate a suo tempo a codesta Società…”».

Nello stesso anno il colonnello Vincenzo Paladini di Udine, ricevuto l’incarico di sistemare il cimitero di guerra di Timau, ebbe l’idea di far incidere “Stelutis Alpinis” su una lapide di marmo, da collocare in posizione preminente fra le sepolture, perché rappresenti un degno completamento degli onori da tributare a quei valorosi Caduti per l’Italia. Però, secondo lui, a questo testo mancava qualcosa e cioè un chiaro riferimento alla Patria ed allora chiese allo Zardini di completare la sua composizione con altre strofe che esprimessero, chiaramente, questo sentimento. Ed allora il 29 luglio 1921 il Paladini scrisse allo Zardini questa lettera: “Illustre Signore, essendomi caduta sott’occhio la sua bellissima poesia “Stelutis alpinis”, avrei pensato di farla incidere su di una lapide per adornare uno dei nostri cimiteri di guerra in Carnia. Ma a ciò manca nelle mirabili strofe, così piene di sentimento, un accenno alla Patria, che le farebbe più appropriate alle tombe di soldati morti per essa. E’ ardimento soverchio il mio, senza che abbia nemmeno l’onore di conoscerLa di persona, di pregarLa a voler mutare quanto basti perché corrispondano allo scopo? Mi sia, ad ogni modo, di scusa l’ammirazione che ho per il suo impegno, e insieme il culto verso i nostri gloriosi Caduti, e gradisca i sensi della mia riconoscenza profonda e della mia alta osservanza”.

A questa richiesta lo Zardini rifiutò di dare seguito anche perché considerava la sua canzone ben riuscita così com’èra e non intendeva assolutamente modificarne il testo. Intervenne anche un suo compaesano coetaneo, Francesco Bierti, che già aveva collaborato scrivendo alcuni testi poi musicati dallo Zardini stesso, ed alla fine sembra, e sottolineo “sembra”,  che abbia ceduto lasciando che Bierti scrivesse le due quartine richieste dal Col.Paladini con lo specifico riferimento all’Italia.

Il 4 gennaio 1923 Arturo Zardini morì e, ad un anno dalla scomparsa, il fratello fece stampare un biglietto commemorativo che riportava il testo di “Stelutis alpinis” e, inspiegabilmente, anche con le due strofe del Bierti. Alle sdegnate rimostranze della vedova, signora Elisa, e degli amici, ritirò il biglietto e lo fece ristampare corretto.

Ma non era ancora finita! Nel 1948 alcuni personaggi espressero l’opinione di rimaneggiare il canto, anche nella parte musicale, perché “ … difetta di contrappunto ed armonia.”. Anche in questa occasione la vedova si fece sentire con una lettera ripresa dalla stampa. Un ultimo tentativo, o “castroneria”, come la definì la battagliera signora Elisa, vi fu nel 1952 quando, a seguito della commemorazione di Francesco Bierti  presso la Società Filologica Friulana, la stampa locale attribuì al defunto commemorato l’intera paternità di “Stelutis alpinis”.

Veniamo ai giorni nostri: il nipote di Zardini Giuliano Rui continua a “combattere”, giustamente, contro queste strofe apocrife perché c’è ancora chi continua ad ignorare che le ultime strofe non sono di Zardini.  Il tutto è, senz’altro, questione di ignoranza e di superficialità. (GV)

 La traduzione libera e una interpretazione del poeta friulano Chino Ermacora cosi come la scrisse nella rivista PICCOLA PATRIA nel 1928

Arturo Zardini

Arturo Zardini nacque a Pontebba il 9 novembre 1869, la famiglia era originaria di Pozzo di Codroipo, si era trapiantata a Cormòns e in seguito a Pontebba. Dal padre di professione mugnaio, secondo altri costruttore di mulini, Arturo ereditò il soprannome di Mulinâr col quale era chiamato dagli amici Turo Mulinâr.

Iniziò la sua formazione culturale a sette anni sotto la guida di Don Rodolfo Tessitori cappellano di Pontebba e maestro nelle scuole primarie comunali. Le basi della sua educazione musicale si devono invece al maestro Kolbe, direttore della banda di Pontebba, il quale, costatatane la passione e la sensibilità musicale lo chiamò nella sua banda come allievo cornettista.

Gli anni dell'adolescenza furono dedicati al lavoro e oltre ad aiutare il padre nella conduzione del mulino, dovette per quattro o cinque stagioni recarsi in Austria come apprendista muratore. Nel 1888 si arruolò e fu assegnato quale allievo cornettista alla banda del 36° Reggimento di Fanteria "Pistoia" di stanza a Modena. Durante i 14 anni di permanenza sotto le armi ebbe modo di maturare una buona e regolare formazione musicale. Dal 1894 al 1898  fu mandato a studiare armonia e contrappunto sotto la guida del maestro Cicognani. Rientrato al suo reggimento, fu iscritto al corso annuale di perfezionamento al Liceo Musicale Rossini di Pesaro. ove il 15 agosto del 1899, esaminato dal maestro Giuseppe Perosi (padre di don Lorenzo) conseguì il diploma di Direttore di banda. Indi la nomina a Capo musica di banda militare presso il suo 36° Reggimento di Fanteria"Pistoia".

Nel 1901 in un concorso musicale indetto dalla Società Artistica Musicale Diritto e Giustizia di Palermo otteneva, quale riconoscimento delle sue doti di compositore, un diploma di I° grado con medaglia d'argento per una serenata a soli archi. L'anno seguente, congedatosi dal servizio militare rientrò a Pontebba ove costituì un coro a voci miste. Il Comune per dargli una sistemazione decorosa e sicura lo assunse nel 1903 tra i suoi dipendenti con la funzione d’applicato di concetto all'anagrafe e di maestro di banda. Qui sposò in seconde nozze Elisabetta Fantuzzi da cui ebbe tre figlie.

L'intervento in guerra dell'Italia nel maggio del 1915 lo costrinse ad abbandonare il paese natale. Profugo dapprima a Moggio Udinese, poi a Udine e infine a Firenze, poté rientrare nel suo devastato paese solamente alla fine del 1918 ed ivi riprendere le attività che aveva svolto prima della grande guerra. Ricostituì il coro e dal 1920 lo diresse - come lo ricordano- con toni entusiastici i giornali dell'epoca. Stimolato dal coro, intensificò l'attività compositiva dei canti friulani tanto che buona parte di essi vide la luce proprio in questi anni.

Il 5 febbraio 1922 fu premiato per la sua meritoria attività con la nomina di Cavaliere della Corona d'Italia. Morì il 4 gennaio 1923 per uremia all'Ospedale di Udine; la sua salma riposa nel cimitero di S. Rocco a Pontebba. (GV)

La stele ai caduti di Santa Lucia Extra

S. Lucia Extra, il borgo situato fuori le mura di Verona, è denominato anche S. Lucia della Battaglia, a ricordo del fatto d’arme che qui si svolse il 6 maggio 1848 tra l’armata Sarda di Carlo Aberto di Savoia e le truppe di Radetzky, nella prima, sfortunata campagna risorgimentale. Proprio all’imbocco del vecchio ingresso del cimitero, teatro dei più aspri scontri di quella giornata, troviamo la stele ai caduti di S. Lucia. Venne inaugurata il 27 giugno del 1920, quando ancora si trovava nella primitiva locazione di via Mantovana n° 6. L’opera, scolpita dall’artista concittadino Ferruccio Recchia è composta da un bassorilievo di marmo bianco raffigurante una raffinata, quanto elegante figura femminile in abito classico. Il capo è leggermente chinato, rivolto verso il basso; qui, ai suoi lati, si trovano incisi i nomi dei caduti. Con la mano destra impugna la vittoria
alata che sostiene con le braccia alzate una corona di alloro ed i piedi gravanti su una sfera. La mano, a sua volta, poggia su un supporto scolpito a forma di libro richiuso. Il libro è il simbolo della scienza e della saggezza, ma richiuso rappresenta anche i limiti dell’uomo rispetto all’onniscienza di Dio. Con il braccio sinistro cinge uno scudo, l’Egida di greca memoria, sotto la cui protezione i nomi dei caduti sono posti. Le pieghe dell’abito, appena sostenute con la mano destra, come cascate d’acqua, scendono lungo la sua snella figura in un pianto di diramazioni, le quali, paiono quasi infrangersi a contatto con i loro nomi. In alto, sopra la testa troviamo la scritta: “S. Lucia, ai prodi suoi figli, caduti per la patria 1915 – 1918”. Due cornici angolari avvolgono la parte alto mediana dell’opera; quella di sinistra con foglie di alloro evocante la pace vittoriosa, quella di destra invece con foglie di quercia, simbolo della forza. In basso, sulla fronte del basamento posto ai suoi piedi, troviamo un’originale riproduzione dell’elmo Adrian costituito da tre segmenti in vetro riproducenti il tricolore. Ai suoi lati, fanno da scorta due daghe con fronde di quercia ed alloro. A questo punto ci sia concesso di aggiungere una precisazione non a tutti nota. Come si può vedere, a fianco della stele, nel 1991 è stata posta una piccola lapide a ricordo dei caduti austriaci tumulati nel cimitero che perirono nella battaglia del 6 maggio 1848. Ebbene, i caduti della parte austriaca erano sudditi di lingua italiana dell’Impero d’Austria, per di più facenti parte di un reparto reclutato nel veronese e nel rodigino: il 45° Reggimento Arciduca Sigismondo, e l’Arciduca era nipote di primo grado di Carlo Alberto stesso. In pratica i nonni di coloro che vengono ricordati sulla stele, erano caduti dall’altra parte nella prima campagna del nostro risorgimento; ma questa è un’altra storia. Luca Zanotti

Bibliografia consultata:
- A.A.V.V. – Un Borgo, Una storia: S. Lucia nel Risorgimento tra ‘700 e ‘800 - Associazione
festeggiamenti Santa Lucia – Verona, 1992. Vol. 3.
- A.A.V.V. – Un borgo, una storia: S. Lucia verso i nuovi quartieri, il 900 – Associazione
festeggiamenti Santa Lucia – Verona, 1994. Vol. 4.

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Olindo Ermini, alpino poeta

(V.S.G.) Gli alpini di Volon, capogruppo Tognettini in testa, ricordano con affetto e commozione la bella figura di Olindo Ermini, il capitano alpino che nei decenni scorsi fu poeta ufficiale della Sezione veronese e che in quella tranquilla frazione di Zevio amò vivere con la moglie Maria Damiani e la famiglia. Là egli aveva trovato la serenità e la quiete per il suo “vecio cor d’alpin”, come scrisse in una bella poesia dedicata al paese. Ai più giovani il suo nome è forse poco noto e proprio per questo ci pare opportuno parlare di lui in questa rubrica dedicata alla poesia alpina. Olindo era nato a Verona il 12 novembre 1897 da Ottavio, capitano alpino che fu richiamato nella grande guerra e vi aperse la vita. Olindo, partito volontario nella medesima guerra, ebbe il comando del plotone arditi del battaglione Monte Tonale, 5° Alpini, compì prodezze sull’Adamello, fu gravemente ferito e decorato al valor militare, rimanendo invalido. Divenuto funzionario statale, amò immortalare i sentimenti alpini in versi semplici e intensi, ora briosi, ora commoventi, che pubblicò nella raccolta Ciacole in rima del 1952, composta di 41 componimenti, dedicata al padre; nel 1972 ristampò la medesima raccolta, aggiungendovi 23 poesie nuove, con il titolo Rime scarpone, che dedicò al tenente colonnello Wilfredo Ambrosini. Si spense il 20 settembre 1976.

L’ultima raccolta fu impreziosita dalla presentazione del “vecio colonel” Guido Pasini, e dalla prefazione di Vittorio Bozzini; questi, da scrittore e letterato quale era, esaminò con acume la poesia di Ermini, nella quale, accanto al sorriso bonario, alla battuta scanzonata ed alla nota arguta, sottolineò  la presenza dell’ “attaccamento ancestrale della gente veronese agli affetti puri, forti, sacri per la casa, la terra, la Patria … un sentire fortemente gli ideali belli e santi della vita”.

Tra le poesie, accanto a quelle dedicate agli amici alpini ed a luoghi ed eventi notevoli per la storia delle penne nere, sono particolarmente conosciute ed apprezzate  quelle che tratteggiano con efficacia ancora attuale l’essenza dell’essere alpini consistente nel “volerse ben”, nel sentirsi una famiglia, nell’amare la vita,  i bambini, la Patria e nel sentirsi ringiovanire ogni volta che si indossa il cappello alpino. Di lui ricordiamo la notissima poesia L’alpin, in cui immagina un semplice e toccante colloquio tra nonno e nipotino sull’identità dell’alpino: il nonno spiega che l’alpin l’è el vero fiol de la montagna, che quando passa lui tuto un soriso diventa el mondo , che in guerra l’alpin l’è forte  e in pace l’alpin l’è oro, pronto a iutar l’Italia col lavoro, ed il bambino alla fine mostra d’aver capito tutto  affermando Sì, nono, mi lo so ci l’è l’alpin, / l’alpin l’è l’omo più vissin a Dio.  Chiudiamo questa breve rivisitazione di Ermini, riproponendo una poesia che nella sua semplicità può essere intesa come un lascito testamentario per ogni alpino e per ciascun uomo di buona volontà.

                                                                                                                             Volerse ben

Quando che se catemo tuti uniti,

par confidarse ciacole e pensieri:

“Volive ben, righè sempre driti”

el ne consiglia el nostro Balestrieri:

 

D’amarse e po’ d’andar sempre d’acordo

El ne ripete pura el Capelan:

a ste parole nessun l’è sordo

parché i è dite con el cor in man.

 

Bisognarìa però, che tuti quanti

I  fasesse così come i alpini,

che tuti quei che schei ghe n’à gran tanti

i ghe volesse ben ai più poarini.

 

Par questo mi ripeto volentieri

Ai veci, bocia e tuta l’altra gente

col Capelan, col nostro Balestrieri:

“Volerse ben, butei, no costa gnente!”

Ermini

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‘’L’Albania? Un ciasso confronto alla Russia. Gh’era talmente fredo che i diei te podei tajarli ia tuti’’.

Lui è Amelio Corradi, 97 anni il 13 dicembre di quest’anno, portati magnificamente e ancora in salute.  Nato e cresciuto a Velo Veronese, Amelio venne arruolato nella Divisione Tridentina come autiere scelto e fu imbarcato per l’Albania. ‘’Là no gh’era niente, no gh’era strade. Doveimo morir ancora el primo giorno che erimo rivè là, parchè  i inglesi i ne bombardaa. Alora me son butà soto el camion, de drio ale rue, così se partea scheggie, me riparaa on poco’’. Dopo circa 7 mesi, venne rimpatriato, ma l’anno dopo ripartì per la Russia con l’Armir. Fu un inverno rigidissimo, dove si sfiorarono i 40 gradi sotto zero. Amelio, appena 23enne, venne accolto in un’isba dai coniugi Angelo e Maria con i loro due figli e fu trattato come uno di famiglia. Ricorda bene il giorno in cui un sergente maggiore ordinò la requisizione delle isbe per le truppe e Amelio, prontamente, disse che nell’isba di Angelo era meglio non andare, che si era accorto che continuavano a tossire, che forse erano tisici e il sergente maggiore gli credette. Una bugia che crebbe ulteriormente la stima verso Amelio, tanto che, quando la famiglia aveva notizie delle zone battute dai partigiani russi, lo avvisavano. Un patto di solidarietà reciproca, anche quando lui medicò la figlia maggiore ferita ad un dito con le garze e bende che Amelio costudiva nel suo camion o quando il russo Angelo gli riportò il moschetto dimenticato sotto il letto. ‘’I tedeschi? I era bestie. Par lori copar ‘na galina o un omo, l’era tanto stesso, i gavea el sangue ‘duro’ anca tra de lori’’.

Durante la ritirata, però, per un problema al camion che conduceva carico di feriti, dovette sdraiarsi nella neve e tentando di svitare il tappo del serbatoio, si congelò due dita della mano destra. In seguito a molte peripezie, fu ricoverato poi a Dresda per congelamento di secondo grado alle mani e piedi.

Fu catturato dai tedeschi durante la degenza a Verona, dopo l’8 settembre, e in modo rocambolesco, degno di una sceneggiatura di un film, riuscì a scappare, raggiungere la Lessinia e rimanere nascosto per un anno e mezzo fino alla liberazione.

Fece una promessa, un voto fatto alla Madonna della Corona durante il trasferimento sulla tradotta che lo portava al Brennero ad inizio della guerra:” Se tornerò a casa vivo, salirò a piedi scalzi fin lassù’’. Tornò e adempì a quella promessa: partì da solo da Velo, a piedi, ripercorrendo i vecchi sentieri che faceva con la nonna quando era ancora un bimbo.  Arrivato a Brentino, si tolse le scarpe e raggiunse scalzo il Santuario. Aggiunge:’’ Ma mi volarea narghe ancora a piè, ma me fiole no le vol’’. Un coraggio unico e straordinario.

Dopo 20 anni dalla fine del conflitto, ritornò in Russia, voleva tornare da quella famiglia per ringraziarla, ma fu fermato per il blocco che il regime russo imponeva.

Un inverno in quella famiglia, in quella terra lontana, il calore dell’umanità in uno dei momenti più tragici della storia, rimase scolpita per sempre nel cuore e nella memoria di Amelio, tutti ritratti in una foto bianca e nera da tramandare ai nipoti e da raccontare alle generazioni future.

Lucia Zampieri

Lo stato maggiore austro-tedesco che guidava a Caporetto le armate che avrebbero prodotto una delle battaglie vittoriose più clamorose di tutta la grande guerra, poteva fare assegnamento su uno dei più brillanti ufficiali dell’Imperialregio Esercito austro-ungarico: il Gen. Alfred Krauss.

Il cinquantacinquenne ufficiale austriaco aveva il fisico e la mentalità del comandante di lingua tedesca che la memorialistica e l’iconografia ha tramandato ai posteri. Biondo, occhi azzurri, barba folta ma curata, fisico asciutto, sguardo severo, rigido con se stesso prima ancora che con i propri uomini, ma anche trascinatore di soldati. Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio, comandante nel giugno 1916 dell’Armata del Tirolo durante la Strafexpedition, aveva contribuito con i suoi studi sul campo ad innovare la strategia di guerra. Per primo aveva intuito che le battaglie in territorio alpino si potevano vincere senza dover occupare a tutti i costi le alte quote, ma anzi sfruttando le penetrazioni per fondovalle, costringendo a cadere per aggiramento le posizioni in montagna. Apprezzato per le sue idee dai comandi alleati germanici, durante l’offensiva Waffentreu, “fedeltà d’armi”, che portò le truppe austro-tedesche da Caporetto al Piave, al Gen. Krauss venne affidato il comando del I Corpo d’Armata formato dal meglio delle truppe asburgiche: la 3^ Divisione Edelweiss, la 22^ Schutzen, la 55^ A.U. formata da bosniaci, gli Jager tedeschi, truppe di montagna che operavano nell’alto settore dell’Isonzo, Rombon, Cukla, Sella Prevala, e che il 24 ottobre 1917 sfondavano la linea italiana a Plezzo.

Il 14 novembre 1917 i soldati di Krauss, stanchi di giorni di combattimento e di marcia, con un tempo spesso inclemente, giungevano infine ad Arten e Fonzaso, ai piedi del Monte Grappa. Krauss non aveva dubbi: ordinava ai suoi comandanti di divisione, Gen. Muller e Gen. Wieden, di scendere il primo verso la Val Brenta, il secondo verso la Val Piave. In tal modo si aggirava l’ostacolo del Grappa e si poteva giungere rapidamente nella pianura veneta. Ma questo rimarrà solo un suo desiderio irrealizzato.

Ad opporsi al suo ordine erano proprio i suoi comandanti di divisione che, fedeli all’ortodossia militare e appurato che l’effetto sorpresa di Caporetto ormai era svanito, dirigevano le proprie truppe sul Grappa, convinti che solo l’occupazione del massiccio montuoso avrebbe portato alla caduta della linea difensiva italiana ormai attestata dietro il fiume Piave.

Sono trascorsi esattamente cento anni da quelle giornate nelle quali molti comandi militari italiani e anche parte della politica pensavano che ormai tutto stesse per finire, tutto stesse crollando. Ma Caporetto fu una sconfitta, non una disfatta.

Contro tutti i pronostici negativi, l’Esercito italiano non si arrese, pur dovendo dolorosamente abbandonare lembi di territorio nazionale.

Mentre dall’Isonzo i fanti italiani ripiegavano verso il Piave, sull’Altopiano dei Sette Comuni si assisteva impotenti ad una delle sconfitte più terribili dell’intero conflitto. Gli alpini che solo quattro mesi prima avevano lasciato gli uomini migliori sulla fredda pietra dell’Ortigara, erano costretti a ripiegare su una nuova e meno esposta linea difensiva che doveva collegarsi verso oriente con quella che si stava costruendo sul monte Grappa. A dividere le due regioni montane, un profondo solco scavato tra altissime pareti a picco, percorso da un fiume, il (la) Brenta, che univa geograficamente attraversandole due regioni e due stati: il Trentino asburgico ed il Veneto italiano.

Così sul versante orientale dell’Altopiano, gli alpini si aggrappavano letteralmente all’orlo che sprofonda in Val Brenta e, ugualmente, su quello occidentale del Grappa, i fanti occupavano le elevazioni che scendono a picco sugli ultimi piccoli centri abitati della Valsugana. Sul fondovalle invece, occorreva erigere una barriera insormontabile per difendere Bassano e la pianura veneta.

Avevano vissuto il ripiegamento dall’Ortigara gli alpini del Battaglione Verona, prima impiegati sulle Melette di Foza, nel tentativo di fermare qui i reparti imperiali che scendevano rinvigoriti dalla winterstellung, poi trasportati in Val Brenta a difendere lo sbarramento che chiudeva la vallata tra Valstagna e Carpanè.

In effetti, nel novembre 1917, quando ancora in Altopiano si difendevano le Melette e sul Grappa i reparti imperiali attaccavano i primi contrafforti settentrionali del Tomatico e del Roncone, la difesa della valle era stata affidata alla 52^ Divisione, ancora al comando del Gen. Como Dagna. Era la divisione alpina dell’Ortigara, che ora operava in Val Brenta, la cui particolare conformazione orografica ne fa ancora oggi un territorio di vocazione montana. Gli sbarramenti posti sulla strada e sulla linea ferroviaria che attraversavano il confine tra Trentino e Veneto, constavano soprattutto di reticolati e cavalli di Frisia, di postazioni di mitragliatrici, di centinaia di sacchetti di terra che si ergevano a formare trincee: il primo sbarramento era alla stretta di S. Marino, il secondo a Rivalta, il terzo a Valstagna e l’ultimo ad Oliero.

Tutti facevano sistema con le rocce che salivano sulle adiacenti pareti dell’Altopiano dei Sette Comuni e del massiccio del Grappa.

E puntuale arrivava anche l’attacco austro-ungarico.

Il 23 novembre 1917, alle ore 6,30, un violento fuoco di artiglieria si abbatteva sulle trincee italiane dello sbarramento avanzato di S. Marino. Erano difese dagli alpini dei Battaglioni Vestone e Valtellina, in rincalzo lo Spluga, al comando il Capitano Tiburzi Rean, comandante del Vestone. Pronta arrivava la risposta delle batterie italiane, ma ben presto i contatti con il presidio avanzato erano interrotti e non si riusciva a sapere cosa succedeva. Solo dopo alcune ore si veniva a conoscenza che i difensori sulla riva sinistra Brenta erano stati fatti prigionieri perché aggirati da reparti austriaci scesi da Col Bonato (Grappa); due pezzi di artiglieria da montagna appostati nella galleria ferroviaria erano stati fatti saltare. Il presidio della riva destra invece era intatto.

Si ordinava di irrobustire il retrostante sbarramento Col Carpenedi-Grottella, a Rivalta, mentre venivano fatti avanzare verso la riva sinistra del Brenta gli alpini dei Battaglioni Valtellina e Monte Baldo.

Inevitabile giungeva l’ordine del XX Comando d’Armata di contrattaccare, compito affidato gli alpini dei Battaglioni Morbegno, Val d’Adige, Valtellina e Spluga, ma poiché a sera la situazione non migliorava, alle ore 3 di notte veniva dato l’ordine agli alpini di riva destra e a quelli contrattaccanti sulla sinistra di ripiegare verso La Grottella.

Le perdite erano elevate: 10 ufficiali feriti e 26 dispersi, 8 morti, 44 feriti e 504 dispersi tra la truppa.

L’occupazione dello sbarramento di La Grottella era rinforzato: sulla riva destra del Brenta con gli alpini dei Battaglioni Spluga e Vestone; sulla riva sinistra Brenta con gli alpini del Battaglione Verona. Sono tutti affiancati da compagnie mitragliatrici.

I lavori difensivi, grazie anche all’apporto del Genio, proseguivano alacremente, mentre l’offensiva austro-ungarica era per il momento sospesa: troppo alte le perdite e lo stesso Imperatore Carlo I ordinava di fermare l’attacco in Altopiano.

Ma ai primi di dicembre, su pressione del Gen. Conrad, comandante delle Truppe del Tirolo, riprendeva l’attacco imperiale contro le sovrastanti Melette con l’obiettivo di occuparle, scavalcarle e raggiungere la Val Vecchia, porta di ingresso verso la sottostante Valstagna e di conseguenza della Val Brenta.

Il 5 dicembre 1917 l’attacco austro-ungarico in Altopiano raggiungeva il suo apice: conquistate le Melette, le truppe imperiali dilagavano verso il basso. Mentre Foza bruciava, si occupavano le quote del San Francesco, del Sasso Rosso e del Cornone, ultime elevazioni a precipizio sulla Val Brenta. Nel pomeriggio, i reparti imperiali imboccavano in discesa la strada della Val Vecchia, dove però l’energico intervento del Gen. Andrea Graziani (comandante del I Raggruppamento Alpino) aveva arrestato il ripiegamento delle truppe italiane verso Valstagna ed era riuscito ad imbastire una nuova linea difensiva davanti la seconda galleria della rotabile: gli austriaci non passavano e la Val Brenta era salva.

Nella stessa giornata, l’attacco imperiale si era pronunciato anche in fondo Val Brenta contro lo sbarramento de La Grottella.

Verso le ore 11 del 5 dicembre l’ala sinistra dello sbarramento della Grottella veniva posto sotto il tiro dell’artiglieria austriaca, bombardamento che alle ore 15 diventava violentissimo specialmente verso La Grottella, dove erano in linea gli alpini del Battaglione Verona e due compagnie mitragliatrici, la 936^ e la 661^.

Alle 15,30 i fanti imperiali, infagottati nei loro ampi cappottoni grigi, avanzavano dall’abitato di Costa, ma venivano arrestati dal fuoco delle mitragliatrici italiane e dei piccoli calibri che accompagnavano gli alpini.

Alle 16, dopo un ulteriore violento bombardamento che spandeva fumo in tutta la valle impedendo la visuale della zona agli osservatori, ripartiva l’assalto imperiale, nuovamente arrestato dagli alpini del Verona. I comandi italiani, avendo scorto numerose riserve dietro S. Marino, ordinavano il bombardamento sui rincalzi austro-ungarici, procurando gravi perdite.

Alle ore 17 tutto era finito e la Val Brenta era ancora italiana. Anche la classe ’99 aveva sostenuto con onore il battesimo del fuoco.

Si dovevano però lamentare dolorose perdite:

Battaglione Verona 5 morti e 6 feriti, Battaglione Valtellina 1 morto e 7 feriti, Battaglione Vestone 1 morto e 4 feriti, Battaglione Spluga 4 morti e 15 feriti.

Ma la strada per Bassano era definitivamente chiusa ed il plauso del Gen. Graziani alle truppe sugellava una giornata difficile ma per certi versi vittoriosa.

La Val Brenta vedrà un’ultima battaglia l’11 dicembre successivo.

Per impegnare le truppe austriache in quel momento in attacco sul Grappa contro Col Caprile e Col della Berretta, il Comando del I Gruppo Alpino ordinava alle ore 10 di far uscire in avanscoperta delle forti pattuglie, formate dagli alpini del Battaglione Verona, del Battaglione Spluga e del Battaglione Vestone, che dovevano operare contro il settore di S. Marino al fine di simulare un attacco in Val Brenta.

L’artiglieria di ambo gli schieramenti faceva sentire la sua voce, mentre gli alpini del Verona attaccavano l’ala difensiva sinistra austriaca, all’imbocco della Val d’Asta, con lancio di bombe a mano e con intenso fuoco di fucileria contro i posti di guardia imperiali. Alle ore 13 l’azione terminava avendo conseguito il suo scopo.

Venivano proposti per ricompense al valore per il Battaglione Verona il Ten. Giovanni Alberti, i sergenti maggiori Gino Digiuno e Antonio Rossi, il caporale Eugenio Candotti, gli alpini Pietro Piccoli, Giuseppe Giorgioni, Giovanni Castellunga, Eugenio Baroni e Pietro Sampa.

Anche grazie a questi piccoli ma significativi episodi, l’Esercito e i suoi Alpini potevano ora guardare con fiducia al futuro. Paolo Volpato

Io resto qui

 

Titolo giusto, suggestivo e significativo per un libro dedicato al ricordo di morti e dispersi in Russia. Esso riprende l’esordio d’una famosa poesia, Frammento, dell’alpino Giuliano Penco, morto in Russia nel 1943, riportata in apertura del libro:

Io resto qui.

Stanotte mi coprirà la neve.

E voi che ritornate a casa

pensate qualche volta

a questo cielo di Certkowo.

Io resto qui

con gli amici

in questa terra.

E voi che ritornate a casa

sappiate che anche qui,

dove riposo

in questo campo

vicino al bosco di betulle,

verrà la primavera.

 

Si tratta di un libro di oltre settecento pagine che ricostruisce con lettere, testimonianze e fotografie il dramma di più di trecento soldati di tutte le regioni italiane scomparsi nelle nevi russe durante le battaglie e la ritirata nel 1943. Un’opera monumentale cui si sono dedicati con passione e tanta sensibilità Antonio e Maria Giovanna Respighi, sostenuti dal Gruppo alpini di Abbiategrasso, che l’ha editata nei mesi scorsi, e dalla Sezione ANA di Milano. Tutto nacque qualche anno fa in occasione d’un viaggio in Russia nell’area della sacca del Don. Riconosciuti come italiani, i fratelli Respighi furono contattati da un russo che mostrò loro dei piastrini di soldati italiani caduti in quei luoghi. Animati dal sacro sentimento di pietà per i fratelli italiani scomparsi nel dramma russo, i Respighi raccolsero più di trecento piastrini e, una volta tornati in Italia, si misero in contatto con Comuni e famiglie di tutta Italia, riuscendo a restituire volti, lettere legami affettivi ed umanità a quei nomi destinati altrimenti a scomparire nel nulla. Aiutato dalla sorella, Antonio Respighi, consigliere provinciale dell’ANA milanese, si meritò con lei l’appellativo di “angelo degli Alpini dispersi in Russia”. Il loro lavoro ha interessato anche la terra veronese. Tra quei piastrini, infatti, ben quindici erano appartenuti a soldati della nostra provincia, di ciascuno dei quali gli autori hanno tracciato un profilo, arricchito di quanto hanno potuto ottenere dalle famiglie. Essi sono Guerrino Accordini, classe 1916, artiere alpino di Rivoli, disperso; Giulio Andreetto, classe 1916, autiere di Ronco, deceduto; Pietro Bonometti, classe 1911, granatiere di Affi, disperso; Luigi Bottacini, classe 1914, artigliere di Verona, disperso; Giuseppe Castellani, classe 1921, bersagliere di Castelnuovo, morto in prigionia; Tranquillo Compri, classe 1914, fante di Cadidavid, morto in prigionia; Bruno Fanton, classe 1911, addetto ai lanciafiamme, Legnago, disperso; Luigi Magalini, classe 1911, artigliere motorizzato di Villafranca, morto in prigionia; Emilio Montresor, classe 1914, alpino di Pescantina, disperso; Bruno Novarin, classe 1914, alpino di S. Bonifacio, morto in prigionia; Ottorino Penazzi, classe 1922, reparto sanità, abitante a Caprino, disperso; Guido Pianalto, classe 1915, genio , Verona, disperso; Mario Ruffo, classe 1917, artigliere di Montorio, morto in prigionia; Aldo Salvetti, classe 1920, alpino di Cavaion, morto in prigionia e Oreste Trevenzuolo, classe 1916, fante di Palù, disperso. (V.S.G.)  

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