Medico chirurgo forlivese con la passione della fotografia, Pio Bertini nel 1915 fu richiamato alle armi tra gli alpini del “Gemona” con il ruolo di medico della 71a compagnia e responsabile dei posti di medicazione avanzati e degli ospedali di prima linea in Val Dogna. Da quell’osservatorio privilegiato egli poté vedere e vivere il contesto ambientale, gli eventi bellici, i momenti di serenità, i drammi e le sofferenze che dovettero subire i nostri alpini e più in generale i soldati sul fronte carsico nella prima tremenda guerra totale che coinvolse l’intero popolo italiano. Tutto questo crogiuolo di un’umanità umile, semplice e sofferente egli immortalò con la sua macchina fotografica in centinaia di istantanee, che raccolse in un album acquerellato dal profugo Luigi Parolini, perché fosse crudo e commosso documento per i posteri. Rimaste a lungo inedite, tali immagini, restaurate e corredate da ampie e attente didascalie, sono venute finalmente alla luce  in bel volume curato dagli studiosi Luigi Melloni, Giovanni Vinci e Paolo Andrea De Monte e dato alle stampe quest’anno dall’editore Carta Bianca di Faenza (160 pagine, euro 20). L’opera, impreziosita dall’intensa presentazione del vescovo di Imola mons. Ghirelli, costituisce un eloquente documento della grande guerra, che parla agli occhi e all’anima; è arricchito dal breve diario del medico Bertini e dalle note autobiografiche del figlio suo Fernando, sottotenente alpino della “Julia”, ferito in Albania nella seconda guerra mondiale. La segnalazione dell’opera ci è giunta dal socio Renato Caloi, che ringraziamo. V.S.G.

Il Monte Vioz con i suoi 3645 m. fa parte della catena montuosa del Ortles Cevedale, nel Parco Nazionale dello Stelvio, sopra la Val di Pejo. Poco lontano dalla cima del Monte Vioz c’è Punta Linke, che con i suoi 3629 m di altitudine è stata una delle postazioni austro-ungariche più alte e più importanti dell’intero fronte durante la prima guerra mondiale. Dotata di un doppio impianto teleferico, era collegata da una parte al fondovalle di Pejo e dall’altra al “Coston delle barache brusade” verso il “Palon de la Mare”, nel cuore del ghiacciaio dei Forni. Con la fine della guerra, la postazione militare di Punta Linke venne abbandonata, ma il ghiaccio e le particolari condizioni climatiche ne hanno consentito la conservazione fino ai giorni nostri. Un progetto di ricerca e di recupero dei beni culturali della Provincia autonoma di Trento ha permesso il totale recupero della postazione e del materiale che ben si è conservato in tutti questi anni, trasformandola nel museo più alto d’Europa. Il percorso per raggiungere la cima del monte Vioz è piuttosto lungo e richiede una particolare attenzione, soprattutto per i suoi tratti esposti in alcuni punti del tracciato. Il punto di partenza dell'escursione per raggiungere la cima è la località "Doss dei cimbri" a quota 2306 m ed alpinisticamente viene classificato come: “EEA -Escursionisti Esperti Attrezzati”. La difficoltà è sicuramente gratificata dal fantastico panorama a 360° che vi si può ammirare nelle belle giornate di sole: il sottostante Ghiacciaio dei Forni, la Val di Pejo, le Dolomiti di Brenta, i Gruppi dell'Adamello, la Presanella, le Dolomiti, fino al Gruppo del Bernina. Poco sotto la cima si trova il rifugio “Città di Mantova” al Vioz, a m. 3535, che è il più alto rifugio delle Alpi centrali e orientali. Il primo rifugio Vioz fu costruito tra il 1909 e il 1911 dalla sezione del club alpino di Halle a.d. Salle (club alpino tedesco). Durante la prima guerra mondiale 1914-1918 la capanna Vioz era adibita a base militare Imperiale e nel 1921, a guerra finita, il rifugio venne assegnato alla S.A.T. Nei pressi del rifugio sorge la chiesetta in muratura più alta d'Europa dedicata alla Vergine Immacolata ed a S. Bernardo di Mentone. Fu costruita a perenne ricordo delle vittime della guerra. All’ingresso campeggia una lapide che parla di Verona: riporta il ricordo che gli alpinisti della Val di Sole dedicarono al socio mons. Angelo Grazioli, nato a Grezzana (Vr) nel 1883, canonico del Duomo di Verona, che fu presidente del comitato costruttore di quell’alto sacello. Giorgio Sartori

MonsAngeloGrazioli

Alpino Solve Raffaele

Le spoglie dell'alpino Solve Raffaele sono tumulate nel sacello della chiesetta di Costabella. La chiesetta è dedicata agli alpini ed agli alpinisti veronesi ed in seguito anche ai caduti e dispersi in Russia. Desiderio fu di Mons. Luigi Piccoli, cappellano della sezione ANA Verona, di poter avere i resti di un alpino reduce di Russia (Veronese), poi le vicende in realtà furono diverse ed arrivarono le spoglie dell'alpino Solve Raffaele, nato ad Attimis (UD) nel 1922 già sepolto nel cimitero russo di Gulubaja Krinitza, i cui resti furono rimpatriati nel 1992 e tumulati a Redipuglia, in seguito traslati nel 1994 nel sacello della chiesetta di Costabella. L'alpino Solve Raffaele faceva parte della 20a Compagnia del Battaglione alpini Cividale e nei giorni 4-5-6 Gennaio 1943, il battaglione fu interamente impegnato alla conquista di quota "Signal" 176,2 divenuta poi "quota Cividale", decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Solve Raffaele di Angelo e di Dush Caterina, da Attimis (Udine), classe 1922, alpino, 8° alpini, battaglione “Cividale” (alla memoria).  Appartenente ad un centro di fuoco isolato, resisteva con tenacia alla travolgente spinta avversaria. Caduti ad uno ad uno quasi tutti i compagni, continuava con altri due superstiti l’eroica disperata resistenza, fino a quando una raffica di mitragliatrice abbatteva gli ultimi difensori, che, col loro cosciente sacrificio, consentivano il risolutivo e tempestivo intervento dei rincalzi.

Nowo Kalitwa (Russia), 4 gennaio 1943 -  Decreto Presidenziale in data: 19.4.1956 – registrato alla Corte dei conti 25.5.1956- registro Esercito 24 – foglio 25 – B.U. anno 1956 – Dispensa 23a – pag. 2566.

La battaglia di "quota Cividale"

Nella notte sul 4 gennaio 1943 il "Cividale" dette il cambio al Battaglione "Gemona" e raggiunse le posizioni ai piedi della quota 176,2 tenuta da un reparto tedesco. Questa altura dai fianchi dolci e allungati, che si ergeva di poco sulle altre quote, avrebbe permesso ai russi, qualora l'avessero occupata, di controllare tutto lo schieramento difensivo ed i movimenti della "Julia"; pertanto doveva essere mantenuta a tutti i costi. All'alba del 4 gennaio i russi attaccarono la quota 176,2 e i tedeschi dovettero abbandonare precipitosamente la posizione. Il 1° plotone della 20^ Compagnia, comandata dal capitano Dario Chiaradia di Sacile, partì allora di slancio e rioccupò la collina nonostante il tiro delle mitragliatrici russe che falcidiarono gli alpini del 1° plotone al comando del tenente Benedini. Subito dopo i russi contrattaccarono e gli alpini, dopo una breve ma accanita resistenza, durante la quale si distinse l'alpino Pietro Lestani di Fagagna che rimase da solo a sparare imperterrito con il suo fucile mitragliatore fino all'esaurimento delle munizioni, ripiegarono trascinandosi indietro i compagni feriti.
Verso mezzogiorno la 16^ Compagnia, al comando del capitano Carlo Crosa, appoggiata dagli uomini della 20^, con un assalto temerario condotto dai plotoni che avanzarono in formazione spiegata sotto il diluviare delle cannonate e dei tiri di mortaio, riprese la collina al prezzo di gravi perdite, tra le quali il sergente maggiore Paolino Zucchi da Collato (Medaglia d'Oro).
Per tutta la giornata gli alpini rimasero abbarbicati alla quota sotto il continuo grandinare della granate e la posizione fu mantenuta assieme agli uomini della 20^ fino all'alba del giorno 5 quando i russi ritornarono all'assalto in massa costringendo gli alpini del "Cividale" a ripiegare. Immediatamente dopo gli alpini delle due compagnie, trascinati con coraggio e determinazione dai loro comandanti, ritornarono per l'ennesima volta al contrassalto e ripresero la posizione: il capitano Chiaradia fu ferito a morte e gli venne concessa la Medaglia d'Oro per il suo coraggio, e molti alpini giacevano immobili nella neve arrossata dal sangue dei corpi
straziati dalle granate. Verso sera, approfittando di una tempesta di neve, i russi attaccarono di nuovo e fecero ripiegare un piccolo reparto tedesco appostato sulla destra della quota e i superstiti della 16^ e della 20^ dovettero abbandonare la collina per non essere accerchiati. A questo punto il Comando di Battaglione fece serrare sotto la 76^ Compagnia (al comando del tenente friulano Aldo Maurich) che si trovava di rincalzo.
Il plotone del sottotenente Gavoglio tentò un colpo di mano, ma la sorpresa non riuscì e gli alpini furono quasi tutti massacrati dal tiro preciso delle armi automatiche russe. Anche il sottotenente Gavoglio rimase sul campo e gli venne conferita la Medaglia d'Oro per il suo comportamento. La notte tra il 5 ed il 6 gennaio trascorse nei preparativi per un nuovo attacco.
Alle 5.30 tutte le artiglierie italiane e tedesche del settore vomitarono un uragano di fuoco contro la collina maledetta che si trasformò in un vulcanoin eruzione.
Immediatamente dopo un plotone della 76^ Compagnia, al comando del sottotenente Ferruccio Ferrari, partì all'assalto appoggiato da lontano da due carri armati tedeschi. I russi superstiti però si difesero disperatamente e respinsero gli attaccanti facendo rimanere sul campo molti alpini, compreso il loro eroico comandante.
Verso le 8.00, i superstiti della 76^ Compagnia, praticamente solo pochi fucilieri e i mitraglieri rimasti, attaccarono di nuovo con slancio al comando del tenente udinese Franco Cattarruzzi ed appoggiati, questa volta più da vicino, dai due carri tedeschi. L'assalto disperato riuscì a prezzo di numerose vite e finalmente la collina maledetta fu conquistata definitivamente dagli alpini del Cividale. Per il valore dimostrato dagli uomini di questo Battaglione ed in onore ai tanti Caduti, il Comando tedesco e quello italiano ribattezzarono la quota 176,2 in "Quota Cividale". 110 furono i Caduti e circa 400 furono i feriti ed i congelati di quella battaglia durata incessantemente 3 giorni. La "Quota Cividale" venne mantenuta dagli alpini fino al 16 gennaio 1943 quando, in seguito al ripiegamento del Corpo d'Armata Alpino, anche la "Julia" dovette abbandonare le posizioni del Kalitwa così duramente contese
agli avversari. Per gli alpini del "Cividale" iniziò così la terribile ritirata di Russia che si concluse soltanto 16 giorni dopo e dalla quale moltissimi non tornarono.
Dei 1500 alpini del Battaglione partiti per la Russia, infatti, ben 1000 furono i Caduti e i Dispersi; queste righe per ricordarli e far si che la memoria del loro sacrificio non vada perduta, perché hanno combattuto con grande onore ed umanità una guerra più inutile delle altre. ( fonte: Guido Aviani Fulvio )

Il battaglione alpini "Verona" nella battaglia d'arresto del 1917

di Alfeo Guadagnin

Il Verona nei primi giorni di novembre occupa M. Palo, nel settore dell’Ortigara, ma con l’arretramento del XVIII Corpo d’Armata della IV Armata in seguito della rotta di Caporetto, anche il XX della VI Armata, di cui il Verona fa parte, ripiega sulle posizioni della zona delle Melette di Gallio- Melette di Foza. Il 9 novembre il battaglione si trova in linea sul M. Badenecche con le compagnie 56ª e 58ª. il giorno seguente il Verona al completo si porta a Val Piana, poi a sera arriva a Campanella, frazione che si trova sulla strada tra Gallio e Foza.
Neanche il tempo di sistemare le tende, che deve ripartire d’urgenza per raggiungere la Valle di Campo Mulo dove trova dei baraccamenti per passare la notte. Il mattino dell’11 l’artiglieria austro-ungarica inizia un bombardamento su tutto il settore che va da Gallio, M. Longara, Sisemol, Melette di Gallio ed il Verona deve abbandonare le baracche e portarsi al riparo tra i tanti roccioni che costellano la valle, poi verso sera un nuovo ordine lo riporta in Val dei Ronchi, ancora nei pressi di Campanella. Alle 2,00 del 12 novembre il battaglione deve partire immediatamente, raggiungere il M. Longara e mettersi a disposizione del comandante di settore, Tenente Colonnello Lamm Rusconi del 9° fanteria (Brigata Regina). Il M. Longara è tenuto da reparti del 9° fanteria e del 77° fanteria (Brigata Toscana) e da poche ore hanno perso un importante nodo difensivo, così alle 5,00 le compagnie 57ª e 73ª vengono lanciate all’attacco e dopo mezz’ora riprendono la trincea perduta catturando anche 17 prigionieri.
Alle 16,00 le due compagnie vengono rimpiazzate con una del 9° ed una del 77°, dopo circa un’ora il nemico inizia un fortissimo bombardamento ed alle 18,00 lancia la fanteria all’attacco delle posizioni italiane. Il battaglione Verona che in quel momento era di rincalzo, durante il bombardamento si era ricoverato nelle numerose caverne del monte in attesa di essere impiegato in combattimento, ma gli austriaci sfondavano il fronte in più punti e si rovesciavano sugli alpini.
Ogni caverna veniva attaccata con bombe a mano e mitragliatrici. Gli uomini del Verona venivano in parte uccisi, in parte catturati, le compagnie 57ª e 73ª che erano in riserva in prima linea venivano completamente annientate. Le altre compagnie, 56ª e 58ª riuscivano a sganciarsi con perdite contenute grazie alla loro posizione più defilata.
All’alba del 13 il Verona viene spostato a disposizione del 9° Gruppo Alpini in Val Capra. Nella battaglia del Longara ha perso 34 ufficiali e 505 uomini di truppa e il suo comandante, il Maggiore Feliciano Noli Dattarino è morto eroicamente tentando un colpo di mano, dapprima ferito da bomba a mano e poi finito da pallottola di fucile.
Il 15 durante un bombardamento sugli accantonamenti di Val Capra, viene colpito in pieno il deposito di munizioni del battaglione e la forte esplosione provoca la perdita di altri 14 soldati ed un ufficiale, di tutto il materiale di casermaggio e di fureria.
Il battaglione comandato dall’ufficiale più alto in grado rimasto, il Capitano Daniele Crespi, conta 13 ufficiali e 384 soldati..
Il 17 novembre viene mandato in rinforzo alla testata di Val Miela, tra le Melette di Gallio e quelle di Foza a disposizione del 129° fanteria della Brigata Perugina. La 56ª compagnia che è quella con l’organico migliore viene mandata in linea e disposta su terreno scoperto e privo di difese, dove scorto dalle truppe nemiche che dominano M. Meletta di Gallio, viene preso dal fuoco d’infilata.
Deve abbandonare la posizione lasciando tra morti, feriti e dispersi, un ufficiale e 73 uomini di truppa. Malgrado ormai il battaglione sia ridotto a pochi e malmessi soldati, viene ancora mandato a Malga Slapeur, sotto M. Fior ancora a disposizione del 129° fanteria. Protetto dalla 73ª compagnia (37 uomini) si dispone a difesa del settore poi il giorno seguente lascia la prima linea per raggiungere Valstagna ed il giorno dopo arriva a Bassano. Riceve immediatamente 690 complementi ed il 22 viene mandato in Val Brenta a presidio della galleria della Grottella, a sbarramento della valle dove si rafforza.

Il bollettino del 13 novembre: "Sull'altopiano di Asiago, la notte del 11-12, il nemico, con rinnovate e maggiori forze, ritentò l'attacco sul fronte Gallio Monte Longara-Melette di Gallio. Dopo aspra lotta, l'avversario in un definitivo contrattacco, fu respinto con gravissime perdite. Si distinsero per la grande bravura, validamente sostenuti dalle artiglierie di tutti i calibri, il 9° reggimento di fanteria (Brigata "Regina") e il battaglione alpini "Verona".

Il centro studi ANA Verona, grazie alle ricerce storiche del Dott. Dario Graziani, ha individuato alcuni alpini veronesi caduti proprio in quella battaglia.

Campagnari Ernesto di Giovanni e Tomelleri Maria nato a Pastrengo il 25.3.1897. Assegnato nel Deposito 6° rgt alpini truppe complementari centro Verona. Disperso in combattimento 12.11.1917. Risultato prigioniero di guerra 12.11.1917. Morto presso il nemico a Longare (Asiago) 12.11.1917.

Gardenato Zeffirino di Giuseppe e Pavoni Adelaide nato a Rivoli il 19.9.1898. Assegnato nel battaglione alpini “Verona” 57° compagnia 30.6.1917. disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917 risultato poi prigioniero di guerra (probabilmente catturato ferito). Morto presso il nemico 29.12.1917

Oliboni Giuseppe di Francesco e Gottardi Eugenia nato ad Avesa il 14.1.1898. Assegnato nel battaglione alpini Verona 30.6.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917.

Todeschini Giobatta di Filippo e Pellegrini Maria nato a Lavagno il 27.12.1898. Assegnato nel battaglione alpini Verona 73° compagnia 14.6.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917

Bressan Vittore di Giovanni e Venturi Anna nato a Soave l’8.5.1898. Aggregato nel battaglione alpini Verona, 73° compagnia 30.6.1917. Disperso nel combattimento regione Gallio 12.11.1917.

De Beni Ettore di Ernesto e Pellegrini Virginia nato a Costermano il 3.2.1898. Aggregato nel battaglione alpini Verona 27.5.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 12.11.1917

Battistoni Antonio di Francesco e Campetti Domitilla nato a Lazise il 25.8.1883. Assegnato nel Deposito 6° rgt alpini truppe complementari centro Verona 13.7.1916. Assegnato nel battaglione alpini Verona 20.10.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 17.11.1917.

Campagnari Salvino Carlo di Basilio e Gambini Elisa nato a Lazise il 7.7.1898. Aggregato nel battaglione alpini Verona 30.6.1917. Disperso in combattimento nella regione Gallio 17.11.1917

Griso Andrea di Guglielmo e Campagna Veneranda nato a Selva di Progno il 24.6.1887. Aggregato nel battaglione Verona 20.10.1917. Disperso nel combattimento di Gallio 17.11.1917

Castelletti Francesco di Giobatta e Lorenzi Luigia nato a Brentino l'11.9.1898. Assegnato nel Deposito del 6° rgt alpini 3.3.1917. Aggregato nel battaglione alpini Verona 27.5.1917. Disperso in combattimento sul monte Longare 19.11.1917

Ricerca storica di Alfeo Guadagnin e del Dott. Dario Graziani.
Fonti consultate: Diario storico del battaglione verona "Agli alpini del Verona" e Diario storico militare del Battaglione Verona dal 19 Dicembre 1916 al 30 Novembre 1919.
Centro Studi ANA Verona

Sacrario Militare di Verona

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Centro Studi ANA Verona

OGGETTO: SACRARIO MILITARE, IL CENTRO STUDI DELLA SEZIONE VERONESE ANA E I RAGAZZI DELLA 5ª D E 5ª BSA DEL LICEO COPERNICO RIPORTANO ALLA LUCE LE STORIE DEI 4MILA CADUTI

Morire a ventun anni di malattia, a oltre mille chilometri di distanza da casa. Possono sembrare drammi di un passato remoto, ma succedeva appena cento anni fa proprio a Verona, in uno dei tanti ospedaletti da campo allestiti dall'esercito impegnato a combattere nella Grande Guerra. Un conflitto su cui sono stati puntati i fari dell'Associazione Nazionale Alpini, in occasione delle commemorazioni del Centenario. Anche quest'anno, dopo il successo delle due precedenti edizioni, l'ANA ha lanciato il concorso «Il milite non più ignoto» rivolto agli studenti delle scuole di tutta Italia. Gli studenti possono «adottare» un monumento ai Caduti presente nel proprio territorio e attraverso il recupero dei dati e delle informazioni dei nomi incisi sulle lapidi, partecipare al bando con una propria ricerca storica. C'è tempo fino al 31 marzo 2018 per partecipare e gli interessati possono trovare tutte le informazioni all'indirizzo internet www.milite.ana.it.
A Verona, il Centro Studi della sezione Ana presieduto da Giorgio Sartori è a disposizione per assistere professori e ragazzi. Proprio come accaduto per il progetto che ha interessato gli alunni della 5ª D e 5ª BSA del liceo Copernico con le professoresse Barbara Barana e Katia Menegolo. «Abbiamo voluto riportare alla luce il patrimonio di immenso valore storico del Sacrario Militare del Cimitero Monumentale - spiega Sartori -. Un sacrario che raccoglie le spoglie di 3.915 caduti della Grande Guerra». Storie che i ragazzi del liceo Copernico e i volontari del Centro Studi hanno recuperato attraverso un paziente e certosino lavoro di ricerca. Partendo da informazioni davvero scarne: le incisioni sulle lapidi che riportano esclusivamente grado, cognome e nome. «Oggi conosciamo anche paternità, luogo e data di nascita, reparto di appartenenza, luogo e data di morte di quei soldati - racconta con orgoglio Sartori -. Un censimento che ha certificato come la prima causa di morte non sia stata la battaglia in sé, quanto le epidemie dovute a condizioni di vita estreme». L'87% delle circa 4mila vittime ricordate al Sacrario Militare, sono infatti decedute a causa di malattie nei vari ospedali e ospedaletti da campo allestiti tra città e provincia, da Gazzo a Custoza, da Santa Maria di Zevio a Legnago. «La nostra ricerca proseguirà per conoscere ancor più nel dettaglio ubicazione e dimensione di queste strutture sanitarie» rivela il presidente del Centro Studi. Nel Sacrario veronese riposano soldati provenienti da tutta Italia, in particolare ragazzi siciliani, calabresi e sardi, ma anche toscani, emiliani e piemontesi. Come Luigi Cordera, nato ad Aidone in provincia di Enna il 7 dicembre 1897, soldato del 6° Reggimento di Fanteria morto il 28 febbraio del 1918 in un ospedale da campo in città a seguito di una malattia. O Dante Masciarelli, soldato abruzzese del 18° Reggimento Artiglieria, spirato in un letto di ospedale la sera della vigilia di Natale del 1918, a soli 35 anni. O ancora, Ubaldo Terzano, fante piemontese, morto per le ferite riportate in un combattimento il 19 luglio del 1916. Il più giovane soldato è Vitaliano Binidi nato a Mergo in provincia di Ancona il 27 Ottobre del 1900 appartenente al 79° Reggimento di Fanteria, morto a Verona il 20 Aprile 1918 per malattia. «Circa il 70% dei soldati censiti è morto nel 1918 - conclude Sartori -. Il nostro Centro Studi renderà pubblici questi dati a breve sul sito della sezione (www.anaverona.it) per allargare ulteriormente la ricerca. Il nostro sogno è quello di permettere ai parenti di questi caduti per la patria di poter mettere un fiore sulla loro lapide».

Con gli alpini gli studenti del “Copernico” riscrivono la storia con amore.

Gli studenti di due classi del liceo “Copernico” di Verona, la 5D e la 5BSA, una cinquantina in tutto, guidati dalle insegnanti Barbara Barana e Katia Menegolo, hanno aderito con entusiasmo alla proposta del Centro Studi della Sezione ANA di partecipare all’iniziativa “Il milite … non più ignoto” con una ricerca nuova ed originale. Si è trattato di dare un’identità storica ed umana che andasse oltre il semplice nome e cognome dei 3915 soldati che sono stati tumulati nel Sacrario militare esistente presso il Cimitero Monumentale della città. Sono state così riportate alla luce storie e vicende commoventi, accostate con sensibilità, profondo rispetto e tanta umanità. Un modo nuovo, senz’altro efficace, di insegnare e studiare storia che ha permesso a studenti e insegnanti di divenire essi stessi scopritori di realtà storiche umanamente preziose, ma spesso trascurate dalla storiografia ufficiale che si ferma solo ai grandi personaggi ed ai grandi eventi. Ma anche i piccoli uomini, gli uomini della quotidianità hanno vissuto, hanno sofferto, hanno avuto sentimenti, hanno partecipato alle vicende della patria. Gli studenti del “Copernico” si sono immedesimati nelle vicende dei tanti loro coetanei giunti da ogni parte d’Italia e morti a Verona per lo più di malattia o di ferite negli anni del primo conflitto mondiale. Con la loro opera essi hanno contribuito a dimostrare che i nostri giovani, debitamente motivati, hanno doti straordinarie di sensibilità e umanità, che costituiscono un patrimonio di valori e di potenzialità per la nostra Patria e per la cultura. L’auspicio è che l’esempio degli studenti del “Copernico” sia seguito da tanti altri, così che rinasca nei cuori e nelle menti dei giovani la consapevolezza della continuità tra le generazioni, del legame che unisce il passato con il presente, nella prospettiva di creare un futuro più umano e più giusto. Il Centro Studi dell’ANA veronese, guidato da Giorgio Sartori, ha  accompagnato e seguito il lavoro degli studenti, fornendo tutti i dati in suo possesso e darà pubblicazione ai risultati della ricerca, che parteciperà al concorso “Il milite … non più ignoto” bandito a livello nazionale dall’Associazione Alpini. V.S.G.

“Ero nella Guardia alla Frontiera e mi mandarono negli sciatori alpini. Mi chiesero se sapessi sciare e gli risposi di no, così mi mandarono in prigione, altrimenti ero destinato alla Russia. Avevo già perso mio fratello Silvino in quella terra e là non ci volevo andare anch’io”.

Cesare Mainenti, classe 1922 di Erbezzo, presidente dei Combattenti e reduci da più di 35 anni, prigioniero di guerra, dapprima catturato dai tedeschi e passato poi in mano ai russi, ne ha da raccontare.

“Mi trovavo a Resia ( Bolzano), quando il mio reparto si arrese dopo tre ore di resistenza contro i tedeschi, erano le 20. Ricordo i colpi di mitraglia. Mi ero nascosto; quando i tedeschi misero tutti i miei compagni allineati, uscìì e uno degli avversari, appena mi scorse,  tentò di uccidermi. Ma uno di loro, con cui avevo montato la guardia giorni prima, se ne accorse, mi spogliò di tutto, mi mise in fila e così facendo mi salvò la vita. Venni condotto in un campo di concentramento tedesco (ora Stargard, Polonia. ndr ). C’erano le guardie ai quattro angoli del campo, dovevamo restare distesi, altrimenti era un colpo di pistola alla testa. Da mangiare ci davano solo un brodo, verso le 15. Il Piero di S.Anna ( d’Alfaedo ndr ), non riusciva a saltar fuori dalla branda da tanto era indebolito dalla fame. Dopo circa un mese fui trasferito in un altro campo di prigionia tedesco. Un giorno arrivò un industriale germanico che costruiva baracche di legno, a cui servivano 20 uomini di fatica e pretese che fossero del nord Italia. Fui uno di quelli. La mia mansione era facchino, trasportavo il legname dalla fabbrica alla stazione e viceversa. Avevamo talmente fame che mangiavamo le bacche delle piante che trovavamo lungo il percorso. Mangiai anche la biada dei cavalli e lì rischiai la vita da quanto stetti male poi. Ricordo anche che un giorno venne un tedesco con la pistola a perquisire gli alloggi. Me la puntò la pistola addosso quando vide che sotto al materasso avevo una tenaglia e un filo di ferro, ma se ne andò quando lui capì che li usavo per legare le suole delle scarpe da tanto che erano fragili. Ci sono stati giorni in cui ci davano da scegliere se mangiare un paio di patate o avere due sigarette. Sceglievo le patate, ma ne avanzavo sempre e le nascondevo nei calzini puzzolenti, per dividerne poi col mio compagno che preferiva sempre le due sigarette. Dopo 18 mesi di prigionia, arrivarono i russi e i tedeschi fuggirono abbandonandoci, ma la nostra situazione peggiorò: non mangiammo per 20 giorni. Ricordo che un giorno i russi proiettarono un film come fossimo in un cinema. Accanto a me si sedette un russo:” Ah, italiano! Mussolini! Bravo Mussolini!” BANG! Lo vidi morire sotto i miei occhi: un suo compagno russo lo freddò perchè non sopportava che sostenesse il Duce. Per conto loro, trasportammo le munizioni e armamenti che avrebbero dovuto raggiungere il fronte. Finalmente raggiunsi la frontiera del Brennero il 22 ottobre del 1945, dopo quasi 4 anni lontano da casa di cui due in prigionia. Ma ghe ne sarea da contar..”

Racconta, Cesare, intervallando con momenti di commozione, quei ricordi: la famiglia, i fratelli al fronte, gli amici che con lui ritornarono, i patimenti, eppure sorride ancora.

“ Cesare- gli chiedo- ma è vero che non sapevi sciare?” “ Certo che sapevo sciare- risponde con un sorriso- ero sempre tra i primi”.

Quel ‘no’ che gli salvò, probabilmente, un’altra volta la vita.

Lucia Zampieri

Convegno Centro Studi Ana

Sabato 30 settembre 2017, la sezione ANA Verona, ospiterà il Convegno Nazionale del Centro Studi presso la sala conferenze del Palazzo della Gran Guardia (Piazza Bra, 1), gentilmente messo a disposizione dalla nostra amministrazione comunale.

Questi Gli argomenti che verranno trattati :

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario Grande Guerra 15/18:

  1.       Concorso Nazionale: "Milite non più ignoto" 2017-2018
  2.       3ª Conferenza a Padova del ciclo “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai…”
  3.       Valore alpino “Degni delle glorie dei nostri avi…” volume secondo 1916

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario dell’Ana 1919-2019:

  1. Borse di Studio
  2. Pubblicazione cofanetto 3 volumi sulla storia dell’Ana 1919/2019
  3. Digitalizzazione e indicizzazione dei numeri de L’Alpino dal 1919 e dei libri firma conservati presso il nostro Rifugio Contrin

Ristrutturazione Museo storico degli alpini al Doss Trent

  1. I Sacrari della Grande Guerra

Presentazione del libro “Dal Monte Ortigara a Villa Giusti” del gen. Tullio Vidulich

Cori Ana e coralità

Sistema Bibliowin e biblioteche Ana

Convegno Centro Studi Ana

Sabato 30 settembre 2017, la sezione ANA Verona, ospiterà il Convegno Nazionale del Centro Studi presso la sala conferenze del Palazzo della Gran Guardia (Piazza Bra, 1), gentilmente messo a disposizione dalla nostra amministrazione comunale.

Questi Gli argomenti che verranno trattati :

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario Grande Guerra 15/18:

  1.       Concorso Nazionale: "Milite non più ignoto" 2017-2018
  2.       3ª Conferenza a Padova del ciclo “Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai…”
  3.       Valore alpino “Degni delle glorie dei nostri avi…” volume secondo 1916

Iniziative Centro Studi Ana per il centenario dell’Ana 1919-2019:

  1. Borse di Studio
  2. Pubblicazione cofanetto 3 volumi sulla storia dell’Ana 1919/2019
  3. Digitalizzazione e indicizzazione dei numeri de L’Alpino dal 1919 e dei libri firma conservati presso il nostro Rifugio Contrin

Ristrutturazione Museo storico degli alpini al Doss Trent

  1. I Sacrari della Grande Guerra

Presentazione del libro “Dal Monte Ortigara a Villa Giusti” del gen. Tullio Vidulich

Cori Ana e coralità

Sistema Bibliowin e biblioteche Ana

Sfoglio nella mia rubrica del telefono e trovo numeri di amici che sono andati avanti, ma non ho la forza di cancellarli. Guardo l’ultima immagine caricata da loro, l’ultima foto, l’ultimo messaggio.

Era solo un bambino piccolo, Alfredo, quando rimase orfano di entrambi i genitori, figlio di un italiano nato a Ronconi, emigrato in California, a Grangeville.

Alfredo era nato in America il 2 gennaio del 1921, ma dopo poco il padre morì e parenti ed amici fecero una colletta per far sì che il piccolo Alfredo e la sua mamma ritornassero in Italia. Dopo qualche tempo, la giovane vedova si risposò con un vedovo che già aveva tre bimbi, ma morì incinta a causa di una malattia. Così il piccolo Alfredo fu allevato da alcuni parenti di Romagnano.

Gli anni trascorsero e anche per il giovane americano, ormai italiano a tutti gli effetti, alto, biondo, dagli occhi celesti, venne il momento di servire la patria. Solo un anno dopo il congedo dalla leva, fu richiamato e inviato in guerra. Era il 10 settembre del 1943, si trovava a Pec ( Albania ) presso il 44° settore Guardia alla  catturato da bande albanesi favorevoli ai tedeschi. Fu disarmato ed avviato al campo di concentramento di Wietzendorf, in Germania. Da lì, il trasferimento in altri campi di concentramento fino al campo di lavoro di Magdeburg.

Trovo una sua testimonianza: «Sono stato in un porto sulla foce dell'Elba e poi in una fabbrica di munizioni dove lavorando a fianco di un tedesco ho potuto imparare qualche parola, perché ogni lavoro che sbagliavo erano botte e sgridate. È stato così che, quando si presentò un tedesco a chiedere se qualcuno sapesse fare il muratore, mi sono subito offerto perché avevo capito cosa avesse chiesto e soprattutto volevo uscire da quella fabbrica dove sarei morto di fame e di botte».

Lì vi rimase fino all’arrivo degli alleati il 02.04.1945 e raggiunse la frontiera il 17.09.1945, ben 5 mesi dopo.

Alfredo raccontava la sua esperienza, tramandava il ricordo. L’ultima volta che partecipò ad una manifestazione alpina fu al 144° anniversario delle truppe alpine tenutasi in piazza Bra  nell’ottobre del 2016. Incrociai il suo sguardo e scattai questa foto, accanto ad un altro grande reduce alpino del fronte russo, Giuseppe Pippa, del sesto alpini battaglione Verona.

Avevo già recuperato informazioni, notizie durante le mie ricerche e dovevamo incontrarci per fare l’intervista, ma, la mattina antecedente l’appuntamento, iniziò il suo calvario e, dopo una breve malattia, il 25 giugno, raggiunse i suoi commilitoni caduti.

Cerco tra gli incartamenti d’archivio e trovo la sua firma composta, ordinata, calligrafia d’altri tempi; scorro nei miei ricordi e trovo i suoi occhi, il suo sorriso, il suo sguardo, dove ogni piega della pelle raccontava la Storia, quella vera, tra gli ultimi testimoni, difficile da dimenticare e cancellare. Lucia Zampieri

Palazzo della Gran Guardia di Verona Sabato 27 maggio 2017.

L’incontro è organizzato dalla Sezione di Verona della Associazione Nazionale Alpini nel centenario della storica e drammatica battaglia che fu combattuta sul Monte Ortigara nel giugno del 1917, a ricordo degli innumerevoli soldati anche veronesi che vi trovarono la morte.
Questo il programma:
ore 09,00: apertura dei lavori e indirizzo di saluto di
Luciano Bertagnoli, presidente della Sezione ANA di Verona
Amedeo Sperotto, generale di Corpo d’Armata, Comandante delle
Forze Operative Terrestri di Supporto
Stefano Quaglia, Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Verona
ore 09,20: proiezione d’un breve filmato storico, tratto dal film “Gloria”
ore 09,30: relazioni storiche
Paolo Pozzato, La verità austriaca sull’Ortigara
Paolo Volpato, La battaglia dell’Ortigara vista da parte italiana
ore 10, 45: intermezzo poetico con Mauro Dal Fior
ore 11,00: relazioni storiche
gen. Claudio Rondano, Preparazione e supporto logistico alla battaglia
Luca Antonioli, Combattenti veronesi sull’Ortigara
ore 12,00: dibattito
ore 12,30: chiusura dei lavori
moderatore dell’incontro: Vasco Senatore Gondola, direttore de “Il Montebaldo”
La partecipazione al convegno è libera e aperta alla cittadinanza.

Lorenzo Bottura terrà un incontro con alcuni soccorritori del disastro del Vajont, che porteranno la loro testimonianza. Giovedì 20 Aprile 2017 ore 20.30 presso la baita alpini di Lugagnano - Via Caduti del Lavoro, 4 Lugagnano (Vr). Al termine della serata il gruppo offrirà ai presenti un gustoso piatto info al numero: 045.984396 www.analugagnanovr.it email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

l Circolo Culturale "M. Balestrieri" della sezione ANA Verona, in collaborazione con Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, organizza in esclusiva una interessante ed inedita serata culturale il giorno Venerdì 31 marzo 2017 alle ore 20.30 presso Palazzo Erbisti sede dell'Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere in via Leoncino, 6 a Verona dal titolo: "Preti in battaglia" tra apostolato e amor di patria -  I cappellani militari decorati 1915-1916 dell’autore Paolo Gaspari che sarà presente alla serata in qualità di relatore.
Moderatore dell'incontro il Prof. Vasco Senatore Gondola. Ingresso libero e gratutito.

 

Durante la Prima Guerra Mondiale  la linea di separazione tra le posizioni italiane del Monte Baldo e quelle austriache di Creino, Stivo, Biaena, Faè e Val di Gresta fu a lungo costituita dalla Valle di Loppio, allora in parte occupata da un omonimo lago esteso 65 ettari. Dai due contrapposti blocchi montuosi, percorsi da reticoli di trincee, ricoveri e postazioni, durante tutto il conflitto le artiglierie si scambiarono pesanti e sistematici tiri distruttivi; la valle, invece, fu sottratta agli austriaci dalle nostre truppe di terra con audaci colpi di mano tra il 1915 e il 1916; tornò, però, sotto controllo austriaco nel maggio successivo, in concomitanza con la strafexpedition austriaca, quando i nostri comandi disposero il ritiro sui più sicuri contrafforti del Baldo.

Protagonisti dell’avanzata nella valle tra dicembre 1915 e gennaio 1916 furono il 42° battaglione bersaglieri, il 113° reggimento fanteria della brigata Mantova e gli alpini del battaglione Valdadige, comandato dal capitano veronese avv. Aleardo Fronza; nella 258a compagnia di esso operavano come comandanti di plotone i sottotenenti Cesare Battisti e Giorgio Bini Cima. Nella seconda metà di dicembre il Battisti con il suo plotone occupò alcune case di Loppio in località “Scudelle”, ne constatò le devastazioni subite a opera delle truppe nemiche e nella storica residenza dei Castelbarco, pure devastata, mise in salvo quanto poté dell’antico prezioso archivio ivi contenuto. Nella prima quindicina del gennaio successivo furono occupate stabilmente la cima del Carpeneda ed altre posizioni; il 14 gennaio, in particolare, come si legge nel bollettino di guerra firmato da Cadorna il 16 gennaio, “un nostro reparto occupò l’isolotto di Lago di Loppio”. Oggi quel lago non esiste più, essendo stato svuotato nel 1954 per la realizzazione del tunnel scolmatore dall’Adige al Garda. L’isolotto, però, roccioso e tondeggiante, emerge imponente dall’antico fondo del lago “come un grosso dente molare”; esso, incluso dal 1987 in una riserva naturalistica, apparteneva in origine, come tutto il circondario, ai nobili Castelbarco; sul finire del secolo scorso ospitò più campagne di scavo archeologiche, che ne misero in luce resti di antichi insediamenti a partire dall’età di Teodorico; nel 2000 fu acquistato dalla Provincia di Trento ed è ora affidato in custodia al Museo Civico di Rovereto che ne ha curato un’esemplare valorizzazione culturale e l’ha trasformato in parco archeologico ove svolgono il  tirocinio gli studenti della facoltà di Beni Culturali dell’Università di Trento. Vi sono stati rinvenuti frammenti di antiche anfore, monete di diverse epoche, una rarissima tomba a enchytrismos e altro. Tutto questo mai avrebbero immaginato i mitraglieri alpini del Valdadige che nel gennaio del 1916 lo occuparono scacciandone gli austriaci e lo presidiarono per mesi. Dal diario di uno di loro, il sergente Marcello Lucchini, sappiamo anche che il proprietario dell’isolotto, il conte Federico di Castelbarco, sottotenente di fanteria, manifestò tanta ammirazione e gratitudine per quegli alpini, che vendette loro l’isolotto al prezzo simbolico di una lira, stendendone su un rozzo tavolino regolare atto di vendita “ai signori alpini della sezione mitraglieri del battaglione “Val d’Adige”, comandata dai tenenti Alberti, Foresti”. Venditore ed acquirenti controfirmarono il documento, siglando l’evento con risate e solenni bevute, e formulando progetti di strade e case su quei 6400 metri quadrati di superficie, quanta è tuttora l’estensione dell’isolotto. Non abbiamo indagato se quell’atto sia poi stato regolarmente registrato da qualche notaio, né interessa agli alpini di rivendicare diritti di proprietà. Ci basta ricordare la parentesi serena che essi vissero su quell’isola, nella quale trovarono anche il tempo di dilettarsi andando a pesca in barca sulle acque del lago che la circondava. Oggi è motivo d’orgoglio poter ammirare sulle rocce alla base dell’isolotto due targhe che gli alpini vi collocarono: una, quale atto di presa di possesso, datata gennaio 1916, recante la scritta  “ 6° Regg.° Alpini / Battagl.ne Val d’Adige / Sezione Mitraglieri”; l’altra, datata marzo 1916, di intitolazione dell’isola come “ ISOLA CLOTILDE”: probabilmente un omaggio degli alpini a Maria Clotilde  di Savoia  (1843-1911), figlia primogenita del re galantuomo Vittorio Emanuele II e perciò zia di re Vittorio Emanuele III, cui essi avevano giurato fedeltà.  V.S.G.

lapide isola Clotilde resize

Mercoledì 15 Febbraio alle ore 17.00 presso la sede dell'Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona in via Leoncino, 6 a Verona, si svolgerà la presentazione del volume: "Oi cara mamma i baldi alpini van via" a cura degli autori Flavio Melotti e Gianmarco Lazzarini.  Evento organizzato in collaborazione con: Parco Naturale Regionale Lessinia - Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona tel.045-8003668

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Il monumento ai caduti di Pastrengo

Il monumento ai caduti di Pastrengo, ha la peculiarità di rappresentare e tramandare una duplice memoria: la giornata del 30 aprile 1848, che tra realtà e leggenda, ricorda un momento importante della nostra storia risorgimentale  ed il doloroso elenco dei caduti che la comunità ha dovuto sopportare per la Grande Guerra, propagandata dalla retorica del tempo come la quarta guerra del nostro risorgimento quindi,  strettamente legata ad essa. L’idea nacque nel lontano 1906 quando, venne a formarsi in seno all’amministrazione comunale, un comitato provvisorio con lo scopo di monumentare per la prima volta, proprio nella cittadina che lo ha vissuto, l’episodio  della carica dei carabinieri che protesse il Re Carlo Alberto, e la vittoria di quella giornata sulle truppe austriache. Varie complicazioni politiche ne impedirono però la realizzazione e non da ultimo, lo scoppio del conflitto con l’Impero d’Austria – Ungheria.  Tornata la pace, si presentò altresì l’esigenza di ricordare i caduti avuti nel conflitto appena terminato. L’amministrazione comunale, dovette affrontare da subito difficoltà economiche di bilancio oltre che  contrasti con le varie   formazioni politiche che si contrapponevano. Dopo vari cambi di amministrazione finalmente si giunse al giorno della solenne inaugurazione, risalente al 25 maggio 1925.  L’evento,  sicuramente lo possiamo inserire tra i più importanti nella storia moderna di Pastrengo. Dalle foto e dalle cronache dei giornali dell’epoca, traspare la grande partecipazione da parte delle autorità locali e della popolazione, con la presenza straordinaria di un principe della casa reale nella personalità del Duca di Bergamo. Opera dello scultore Romeo Rota, nativo di  Sommacampagna, classe 1884, già residente con la famiglia a Pastrengo dove nacque la sorella e dove tra l’altro  fu iscritto nelle liste di leva in 3^ categoria, il monumento in bronzo rappresenta la figura della vittoria nella forma di Minerva, la dea delle virtù della lealtà nella lotta. Dotata di elmo crestato, dalle forme aggraziate ed equilibrate, porta con la mano destra un ramoscello di alloro e con la sinistra sorregge uno scudo  con la croce sabauda, recante al centro la testa mozzata della Medusa. Dotato di un articolato basamento di marmo “Rosso Verona” di S. Ambrogio,  ai quattro lati del basamento superiore troviamo altrettanti bassorilievi in bronzo raffiguranti: al centro l’episodio della carica, a sinistra i nomi dei caduti delle due guerre,  a destra i medaglioni con l’effige di Carlo Alberto e del maggiore di San Front. In quello posteriore troviamo invece l’aquila romana con i fasci e lo stemma sabaudo con la scritta “FERT” ed “S.P.Q.R.”. Nella frenesia quotidiana, troppo spesso passiamo oltre a questo monumento senza soffermarci un attimo ad osservarlo. Ne potremo cogliere tanti aspetti culturali, oltre che pensare ai  giovani caduti che vi sono ricordati con i loro nomi, ai quali, tutti noi siamo debitori di qualcosa. Luca Zanotti

Bibliografia consultata: -Salandini Fabio, “Il monumento ai caduti di Pastrengo”, Albarè di Costermano, 2016. –A.A.V.V., “Pastrengo”, a cura di Pierpaolo Brugnoli, Verona, 1969. – le notizie di leva sullo scultore Romeo Rota, sono tratte da uno studio in atto a cura dello scrivente e di prossima pubblicazione.

Monumento caduti Pastrengo int

Il piccolo orologio a pendolo da tavolo, appoggiato su un elegante mobile, segna le 15. In questa casa sono arrivata incuriosita da una fotografia scattata durante il ripiegamento del Don nella seconda guerra mondiale e trovata per caso su un articolo di giornale di più di dieci anni fa; era intitolato “Due alpini e una capra”. Riportava solo due nomi: Aldo Bellamoli di Stallavena e Aldo Zanini di Lughezzano. Chi erano? Perché erano lì? Cosa era successo poi? Erano sopravvissuti? Sull’onda di quegli interrogativi iniziò per me un percorso di ricerca, di telefonate, di appuntamenti. Ora eccomi qui, nella casa di uno di quei due alpini, Aldo Bellamoli, gentilmente accolta dal figlio Cesare. Aldo non c’è più, è mancato nel dicembre scorso; ma tutta la casa parla ancora di lui. Il salotto è impregnato di vita e storia, libri, foto, tra le quali quelle del muso di due muli ricoperti di ghiaccio, a testimonianza dei patimenti sofferti.  Aldo Bellamoli era nato il 9 settembre 1921 in una piccola frazione del comune di Grezzana, in provincia di Verona. Chiamato alla leva, aveva frequentato un corso di allievi armaioli a Terni. Finita la leva nel Sesto Alpini Battaglione Verona, tornato a casa, aveva ripreso a lavorare nell’attività iniziata dal padre nel settore del marmo. Ma ecco lo scoppio della seconda guerra mondiale; Aldo venne richiamato alle armi e Il 28 luglio 1942 partì per la Russia: l’esperienza che l’avrebbe segnato per il resto della vita. Ebbe l'incarico di furiere, con il triste compito di ricercare feriti e congelati e tenere il conto dei dispersi e caduti. Ne lasciò testimonianza nel libro ‘’Battaglione Verona Cimì’’, quando ricordò con toccanti particolari la giornata del 25 gennaio del 1943: ‘’Arriviamo tra i primi in vista di Nikolajewka e subito ci disponiamo per l’attacco, anche se la nostra resistenza fisica e morale si sta frantumando sotto il peso insostenibile di patimenti disumani: la fame rabbiosa, il freddo polare, la stanchezza suprema... ho molta paura, come è naturale che avvenga in chi si crede prossimo a morire. Ma non è una paura di quelle che schiacciano, che paralizzano, che annientano: anzi, mi fa esplodere dentro una reazione rabbiosa, una voglia pazza di vendicare i miei amici perduti e il mio immenso patire’’. La rievocazione di quel calvario così continuava: ‘’… a Logowje mi tolgo le scarpe ( i classici scarponcelli chiodati degli alpini ) per la prima volta dopo la partenza del Don; mi levo anche le calze, insieme alle quali viene via anche l’unghia dell’alluce destro con piccoli brandelli di pelle e di carne nerastra: infezione da congelamento, che è come dire cancrena. Inutile pensare a cure e medicazioni: è tempo perso, qui non ci sono medici.’’ Ridotto in condizioni estremamente critiche, quando ormai la sua sorte pareva segnata, Aldo, con altri compagni, incontrò il cuore grande e la pietà dei russi: venne accolto e medicato in un’isba da alcune donne, che gli furono madri e sorelle, divisero con lui il proprio cibo, lo rifocillarono. Grazie a loro riuscì a ristabilirsi, a rimettersi in cammino verso la patria lontana ed a giungere infine in Italia, dove ricevette le cure mediche necessarie. ‘’Qui, proseguiva il suo racconto,  finisce la mia odissea in Russia, ma non finisce e non finirà mai il commosso ricordo dei cari compagni della mia giovinezza, che sono restati per sempre nelle lande nevose dell’Ucraina. Essi, che tra l’altro erano i migliori, saranno sempre vivi e presenti nel cuore di quanti, come me, devono a loro il momento del ritorno, e cioè la salvezza e la vita’’. Dopo la guerra ad Aldo fu conferita la croce per merito di guerra. In Russia egli volle tornare due volte, nel 1972 e nel 1976, superando non poche difficoltà, soprattutto burocratiche. La sua vicenda fu riportata nello splendido e commovente libro “Neve rossa” scritto da un altro reduce di Russia, Vittorio Bozzini. Nella serenità della casa, il figlio di Aldo descrive con commosso orgoglio il carattere del papà, ‘’Mio padre era un uomo preciso, puntuale, determinato, istintivo; furono queste caratteristiche che gli salvarono la vita quando fu fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Quando fu possibile esaminare gli archivi russi, contribuì a recuperare parecchie salme di soldati italiani di cui ricordava i luoghi di sepoltura. Era sempre presente alle adunate, ai ritrovi tra reduci assieme alla sua inseparabile e amata Alba Maria, sposata nel 1949. L’esperienza drammatica della guerra aveva creato tra i reduci un legame profondo, fatto di amicizia fraterna, di condivisione, di vero spirito alpino. Valori che ha vissuto intensamente e che trasmesso a noi figli e nipoti con l’esempio concreto di ogni giorno. Era attento alle innovazioni, sapeva ‘’guardare avanti’’, non si demoralizzava mai, temprato  com’era da quell’esperienza unica e indimenticabile della Russia’’.  Aldo si è addormentato per sempre il 7 dicembre 2016, circondato dal calore dei suoi cari, pochi mesi dopo che se ne era andata la sua Alba Maria.

Guardo fuori dalla finestra, è buio e l’orologio a pendolo appoggiato sul mobile, segna le 15; il tempo trascorso con il figlio che racconta del padre, tra quelle mura ancora calde, sembra essersi fermato veramente. Osservo la foto di Aldo, il suo sorriso sereno. Così lo voglio ricordare, nel paradiso di Cantore, con tutti i suoi commilitoni, mai dimenticati, come il suo amico Aldo Zanini, di cui, purtroppo, si hanno ancora poche notizie. Lucia Zampieri

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(fonte l'Arena: Maria Vittoria Adami). Il 19 gennaio 1943 nella steppa russa il terribile scontro che anticipa di poco la sconfitta di Nikolajewka
Postojali, l'estremo sacrificio del Verona Furono 144 gli alpini che persero la vita. Il centro studi Ana ha ricostruito tutti i nomi di quei giovani che morirono nella battaglia
«Avanti Verona,» riecheggia nella lastra di gelo e neve della steppa russa.  leggi l'articolo

Pubblichiamo la lista dei caduti Alpini Veronesi nella battaglia di Postojali la lista dei caduti Alpini Veronesi nella battaglia di Postojali

Epilogo della Battaglia tratto dal Libro: Battaglione Verona "Cìmì"

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