…E trovare le parole giuste, che non debbano ripetersi in continuazione, da quelle che instancabilmente ci vengono martellate giornalmente a ...

 "Il fascino dei Testimoni” Tutti abbiamo incontrato, nella nostra vita, persone che ci hanno segnato intimamente… anche nel campo della fede ...

In Evidenza

16/03/2021 TEMPLATE_THE_FIRST_TO_COMMENT
Il Presidente nazionale Sebastiano Favero ha inviato una lettera alle Sezioni invitando ad esporre il Tricolore il 17 marzo, “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della ...
25/01/2021 TEMPLATE_THE_FIRST_TO_COMMENT
Un uovo di Pasqua in finissimo cioccolato fondente o al latte (250 grammi) confezionato in carta a marchio ANA. All’interno una simpatica sorpresa alpina che prende spunto da una cartolina storica ...
8/12/2020 TEMPLATE_THE_FIRST_TO_COMMENT
Volume Centenario Sezione ANA di Verona - Sezione Alpini: cent'anni con Verona. In occasione del CENTENARIO della Fondazione è stato pubblicato il volume cartonato di storia della Sezione ANA di ...

A seguito delle abbondanti nevicate degli ultimi giorni nella provincia di Belluno, i volontari ANA del 3° Raggruppamento sono al lavoro nei territori montani su richiesta delle Prefetture e su attivazione della Regione Veneto. In particolare nei ...

Se si potesse definire in un termine l’anno 2020 appena concluso, sicuramente i vocaboli migliori sarebbero: fermo, bloccato, rinchiuso: ci ha privato della libertà di movimento e delle più piccole possibilità di ritrovo fra amici. Così è stato ...

Fonte: www.ana.it Dopo più di un mese e mezzo gli uomini e le donne delle Truppe Alpine salutano la suggestiva località di Cortina e i Mondiali di Sci 2021 dove hanno operato in quello che è stato il più grande evento in Italia dopo le restrizioni ...

La montagna è esperienza spirituale, un luogo dell’anima. A mano a mano che saliamo, sentiamo che ci stiamo inoltrando nelle profondità della nostra anima. Riscopriamo di averne una. La spiritualità è una dimensione inalienabile dell’essere umano. ...

L’ANA? Un’associazione storica sì, ma che sa guardare al futuro; vivificata da giovani forti, saggi e sereni, semplici nel tratto, nobili nell’anima; aperti al mondo ed alla solidarietà, innamorati della pace, della vita, della famiglia e della ...

Sabato 02 gennaio 2021 il Gruppo di Lugagnano è partito alla grande con la consegna sul territorio di Lugagnano del periodico comunale “IL NOSTRO COMUNE - COMUNICHIAMO CHIARO” a fronte di un contributo. Notevole l’adesione nella distribuzione, ...

Il gruppo alpini di Illasi e il Comune di Illasi organizzano per il 90° anno di fondazione la presentazione del documentario "D-Day lo sbarco in Normandia, noi Italiani c'eravamo" di Mauro Vittorio Quattrina. Sarà presente il regista. Venerdì 27 ...

Forse non tutti sanno che... Forse non tutti sanno che, oltre ad essere il titolo di un'apprezzata rubrica di un settimanale di enigmistica, è ...

Il Gruppo Alpini Marano di Valpolicella ed il Coro della Brigata Alpina Tridentina, hanno il piacere di invitarvi al 40° anniversario di fondazione ...

Domenica 9 Settembre ritorna l'annuale appuntamento con la storia, per rivivere la storia in una giornata in Grigio-Verde. 10.00 - Arrivo ...

Erbezzo, provincia di Verona. Una manciata di case incastonate dentro uno scenario che lascia stupiti e senza parole. Dai suoi 1.118 metri di altezza ...

La storiografia novecentesca veronese s’è arricchita in questi anni d’un’interessante e documentatissima pubblicazione sulla vita della popolazione ...

            Ente erogante  Somma incassata nel 2019    Data incasso Causale  ...

L’Ospedale da Campo dell’Associazione Nazionale Alpini, con i suoi operatori del Gruppo di Intervento Medico Chirurgico (GIMC), è oggi la più importante struttura sanitaria campale dell’Italia e tra le primissime in Europa. Fiore all’occhiello dell’A.N.A. ma anche dell’intero Sistema Nazionale di Protezione Civile in ambito sanitario, ha guadagnato sul campo numerose benemerenze nazionali ed internazionali; la sua impegnativa attività, oltre alle emergenze nazionali ed internazionali e all’assistenza ai grandi eventi, spazia dalle opere di prevenzione sul territorio alle attività esercitative, dalle attività di studio, pubblicazioni, didattiche e promozionali alle attività di supporto e vicarianti a enti ospedalieri nazionali.

L’idea nasce nel 1976, sul campo nel terremoto del Friuli, quando un gruppo di medici e infermieri dell’Ospedale Maggiore di Bergamo, volontari, opera sin dalle prime ore dalla catastrofe nel territorio devastato.

Non esiste una organizzazione sanitaria adeguata alle esigenze di una grande calamità, vi è quella socio-assistenziale, che solo in piccola parte può vicariare la prima. Non esiste d’altro canto un “sistema” di protezione civile nazionale, che proprio da quegli eventi muove i primi passi, grazie alle intuizioni e capacità di colui che a buona ragione viene definito il “padre” della protezione civile nazionale, l’onorevole Zamberletti.

Negli anni successivi, piccoli gruppi ed a titolo personale, convinti fautori di un insieme operativo finalizzato a interventi sanitari in emergenza, partecipano ai soccorsi in nuovi eventi calamitosi, in particolare in Irpinia. Ed è al Ministro Zamberletti che il Presidente Leonardo Caprioli lancia l’idea di una struttura sanitaria campale da mettersi in cantiere da parte della Associazione Nazionale Alpini, che proprio nel Friuli aveva dato un’esemplare dimostrazione di efficienza e di abnegazione. “L’idea” viene affidata proprio a quei medici che, operatori partecipi del dramma e dell’impotenza ad affrontare eventi di quelle dimensioni, si mettono al lavoro. Primo tra tutti, colui che diventerà Direttore storico dell’Ospedale da Campo, il Dott. Pantaleo Lucio Losapio.

Riunioni, programmi, progetti. Nel frattempo si aggiunge al binomio Caprioli-Zamberletti il nome del generale Luigi Federici, così si apre la strada alla realizzazione di quella che sarà la tanto sognata e tenacemente perseguita organizzazione sanitaria campale.

I primi fondi messi a disposizione dalla Associazione Nazionale Alpini, i primi contributi dello Stato e nel 1986 in occasione dell’Adunata Nazionale degli Alpini a Bergamo, vengono presentate le prime grandi unità dell’Ospedale da Campo dell'Associazione Nazionale Alpini per la Protezione Civile.

Nel 1987 il “battesimo”, con l’impiego di unità mobili e di équipe nelle alluvioni della Valle Brembana in provincia di Bergamo e della Valtellina.Ultimato e presentato a Milano nell’Aprile 1988 alla presenza del Ministro per la Protezione Civile Onorevole Vito Lattanzio, verificatosi il terremoto d’Armenia nel Dicembre dello stesso anno, una delle più grandi catastrofi dello scorso secolo con oltre 25.000 morti e 30.000 feriti, l’Ospedale da Campo viene inviato nel Caucaso dal Governo Italiano nell’ambito del “Villaggio Italia” e porta a termine nell’Agosto del 1989 una complessa e gravosa operazione che lo porta alla ribalta internazionale.

Solo nei primi 3 mesi il numero di pazienti trattati è stato di 11.855 con 6.329 accertamenti diagnostici.L’intervento dell’Italia in Armenia, con un imponente complesso di iniziative è stato realmente di valore storico, considerando anche che è avvenuto nell’ex Unione Sovietica.Il risultato, oltre che umanitario e di solidarietà è stato quello di manifestare una amichevole apertura dell’occidente a un mondo che di lì a poco sarebbe profondamente mutato con il crollo del muro di Berlino e l’abbandono del totalitarismo sovietico.

Nel Dicembre 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga decreta il conferimento all’A.N.A. della Medaglia di Bronzo al Merito Civile per gli interventi di protezione civile dell’A.N.A. in Valle Brembana e Valtellina e dell’Ospedale da Campo in Armenia.La storia che si scriverà nei successivi 25 anni sarà segnata da importanti interventi umanitari in Italia e non solo, all’insegna della solidarietà alpina e del proprio motto “Hoc opus, hic labor” e cioè “Questo il compito, qui l’impegno”.

  Sergio Rizzini

  Responabile Gruppo di Intervento Medico Chirurgico

Nei giorni 23-24 settembre si è tenuto tra i boschi di Fondo dei Parpari, per le prove di ricerca, ed il campo sportivo di Velo Veronese, per le prove di obbedienza e destrezza, il 2° Campionato ANA, per UCS da soccorso, ricerca dispersi in superficie.

Tante le aspettative delle 11 squadre nazionali ANA partecipanti, divise in 2 gruppi: Giovani Promesse ed Unità Operative. La gara amatoriale, ha avuto lo scopo di confrontarsi e di misurarsi in una disciplina  di lavoro che  non è finalizzata all’agonismo sportivo, bensì al miglioramento delle tecniche per un miglior connubio dell’Unità Cinofila da Soccorso.

Con una impeccabile organizzazione, grazie all’aiuto prezioso dei tanti volontari ANA che hanno dato il loro contributo assumendo ruoli diversi, le varie fasi del campionato si sono succedute nel migliore dei modi, a parte un tempo avverso nella mattina di domenica 24. I risultati hanno visto sul podio per le Giovani promesse, due UCS di Belluno, ed al 3° posto Eros Signoretto della nostra squadra di Verona.

Per gli operativi sul podio al primo posto Rosella Sironi della sez. ANA di Lecco, al secondo il ns Attilio Moserle ed al terzo il ns caposquadra, Enea Della Valentina. Per i trofei a squadre, Verona si è imposta totalizzando il punteggio più alto e vincendo così entrambi i trofei delle due categorie. Grande soddisfazione per le UCS e le squadre vincenti, un po di rammarico e qualche delusione per chi non ha raggiunto le aspettative. Per tutti la consapevolezza di continuare a lavorare con ns cani cercando di migliorarci ed affinare quelle tecniche, che il lavoro di ricerca nel soccorso, oggi richiede.

Preziose le critiche, le valutazioni, ed i suggerimenti dei giudici Enci, Silvestro Terzi per le prove di obbedienza, Erika Bonzanni e Stefano Vergari per prove di ricerca in superficie, coadiuvati dagli ottimi direttori di campo Clemente Violino, Fabrizio Malcovati, Tommaso Maschio e Miriam Secchiati.

Un ringraziamento dovuto al ns coordinatore nazionale Giovanni Martinelli, ideatore del campionato ANA e guida instancabile per tutti noi.

Un grazie alla sez. ANA di Verona, al presidente Luciano Bertagnoli ed al Coord. Luciano Brandiele per l’appoggio e l’aiuto materiale dato.

Un ringraziamento alle amministrazioni comunali di Velo Veronese e di Rovere’ Veronese  per la disponibilità e l’accoglienza ricevuta.

Ringraziamo la società di calcio Asd Lessinia per la concessione del campo sportivo, per le prove di obbedienza e destrezza, e l’istituto Don Calabria per averci concesso l’uso della Casa del Buon Fanciullo a Camposilvano.

Un doveroso ringraziamento agli sponsor, che con il loro contributo hanno permesso la riuscita di questa manifestazione, Vittoria Assicurazioni di Sebastiano Sartori , Caffe Carma di F.Paganello, Trainer Nova Food, Camon, Italpet, Jack the Dog di Matteo Romanò, Ferro Sport, At-Os Inox di Massimo Lorenzini, Km Sport di Finetto Alessio, Bevande Quargentan spa, Moro Avellino carpenteria, Pastificio Giovanni Rana, Cons. San Zeno di Alessandro Bona, Creazioni Katia Guerra, EDF serramenti di Diego dal Forno, IIE Italia impianti elettrici di R. Perrone, Cartotecnica San Michele Snc, Tipografia Roma di A. Moserle.

Un grazie ai Figuranti, il cui lavoro è prezioso ed insostituibile, un grazie alle  ns famiglie, che condividendo e  sopportando  la nostra assenza e i nostri continui impegni, ci permettono di svolgere questa preziosa attività. Un ringraziamento a tutti i volontari, che con il loro lavoro hanno contribuito la buona riuscita della manifestazione.

Infine un ringraziamento particolare ai volontari che si sono messi in gioco partecipando con spirito alpino a questa competizione sociale, per accrescere le proprie competenze.

Un grazie speciale ai nostri amici a 4 zampe, che condividono con noi questa passione, dando tutto il possibile in cambio di una carezza, un pugno di crocchette o una pallina…

La Protezione Civile ANA Verona

«Un grazie è la nostra ricompensa più bella». Una sola parola basta a gratificare i volontari dell' Unità di Protezione civile dell'Associazione nazionale alpini di Verona e sintetizza lo spirito che li anima, ma ne servono altre due, impegno e solidarietà, per definire i loro primi trent'anni di attività al servizio delle emergenze, un anniversario che è stato festeggiato la'ltra sera a Isola della Scala davanti ad un piatto di risotto all'isolana. I cappelli degli alpini e le divise fluorescenti dei volontari, 260 persone in tutto, hanno riempito allegramente la sala del ristorante La Torre nella serata di festeggiamento del trentennale, un'occasione per ringraziare pubblicamente chi ha contribuito negli anni alla crescita dell'associazione, per sottolineare i rapporti di amicizia nati e cementati tra le emergenze nazionali e non, e per tributare un applauso ai soci fondatori, Sergio Zecchinelli, Giacomo Comencini, Mario Giaretta, Francesco Mavoldi, Gino Masotto e Giglio Zanetti, il primo sommozzatore del gruppo, che nel 1983 fecero nascere la Squadra di Verona della Protezione civile Ana. «Fu dopo il terremoto del Friuli del 1976», ha ricordato il presidente Ilario Peraro affiancato da Beppe Vignago, vicepresidente del raggruppamento Ana Triveneto, «che, assieme all'attività di ricostruzione, nacque l'idea di far nascere la Protezione civile, che è la branca operativa degli Alpini per le emergenze ma che si occupa anche di prevenzione e di esercitazioni». All'inizio la squadra era composta da una quarantina di persone tra alpini e simpatizzanti, ma con gli anni il loro numero si è moltiplicato ed oggi i volontari in provincia sono 492, di cui 203 alpini e 289 'amici degli alpini', 216 uomini e 73 donne. E sono arrivati tanti giovani. Negli anni hanno dimostrato il loro impegno solidale fronteggiando una lunga serie di emergenze, alluvioni, terremoti, emergenze per maltempo, incendi, neve, che sono state elencate dal coordinatore Andrea Guglielmoni. «Essere volontario di Protezione civile», spiega alla fine della serata, «è un impegno serio, presuppone il bisogno di fare qualcosa per gli altri e comporta la scelta di essere sempre disponibili e disposti a sacrificare volentieri il proprio tempo libero e a volte anche qualche impegno familiare o lavorativo; richiede impegno a livello fisico ma anche psicologico ( per questo nel gruppo specialistico sanitario c'è anche uno psicologo ), per esempio le emergenze lunghe come sono stati i terremoti dell'Abruzzo, 8 mesi, e dell'Emilia, 4 mesi, moltiplicano i problemi perché il volontario deve essere pronto anche a fronteggiare quelli legati a rapporti di convivenza così prolungati nelle tendopoli». Su incarico della Regione, l' Unità di Protezione civile dell'Associazione nazionale alpini veronese (che ha sede in via del Pontiere 1, telefono 045 8002546) forma i nuovi volontari; i requisiti richiesti sono la maggiore età e la buona salute, ed è necessario seguire un percorso di formazione e poi essere affiancati alla squadra per sei mesi nel corso dei quali si è “osservatori”; solo dopo si è volontari a tutti gli effetti. Mariella Falduto (fonte l'Arena) 

 

Rocciatori

Specialità composta da volontari, che agiscono direttamente o a supporto (sicurezza fisica) di volontari che operano in ambienti particolarmente impervi.

Sanità

Ci sono squadre sanitarie di auto protezione per i volontari delle diverse specialità, che operano in emergenza, attività esercitative e di primo soccorso alla popolazione. Sono disponibili diverse tende, che fungono da zona di primo ricovero. 1 ospedale da campo composto da 20 shelter con unità operatorie, radiologiche, cardiografiche, di analisi, farmacia; 13 tensostrutture di supporto, officina, cucina, ecc.

La sezione ANA Verona dispone di una propria squadra sanitaria composta da 8 volontari dotati di un mezzo ambulanza completamente attrezzato di recente acquisto da parte della sezione ANA Verona

Squadre antincendio

boschivo (A.I.B.)

Concorre su richiesta delle istituzioni preposte (vigili del fuoco e forestale) alla prevenzione, avvistamento e spegnimento degli incendi oltre ad interventi ambientali per la formazione di piazzuole per elicotteri, linee tagliafuoco, invasi per la raccolta delle acque.

Logistica

Realizzazione di campi di accoglienza in completa autonomia di mezzi e volontari, gestione di materiali e attrezzature specifiche dedicate all’allestimento di campi-base.

Droni

Recente specialità che è a supporto di tutte le altre attività specialistiche. La sezione di Verona ha una propria unità composta da personale altamente qualificato e certificato.

Subacquei

Concorrono al salvamento in acqua e sgombero delle aree destinate agli aeromobili (Canadair) per il prelevamento di acqua da impiegare nello spegnimento incendi, assistenza ai volontari che operano in ambienti impervi in adiacenza ai corsi d’acqua

Comunicazioni radio (TRX)

Utilizzo frequenze radio riservate ed esclusive, autorizzate dal Ministero dello Sviluppo Economico, e realizza i collegamenti radio all’interno dell’associazione al fine di coordinare gli interventi delle varie squadre che operano in emergenza o in attività esercitative.

Unità Cinofile di Soccorso (UCS)

Concorrono su richiesta delle forze dell’ordine alla ricerca di persone disperse in superficie, sepolte sotto macerie, travolte da valanga e al salvamento in acqua.

Idrogeologica

Concorre con mezzi e uomini al superamento di emergenze alluvionali di diversa tipologia e grandezza.

Informatica

gestisce la rete informatica della protezione civile ana aggiornando Costantemente le situazioni di personale, materiali e mezzi. Durante le attività esercitative ed emergenziali aggiorna la presenza del volontariato. Convenzioni stipulate con Regioni, Province, comuni, Comunità Montane e altri enti territoriali: 113 unità cinofile; 19 squadre antincendio boschivo

(A.I.B.) di 2° livello.

 

 

Premio “Volontario dell’anno 2019” a Enea Dalla Valentina.

Una squadra affiatata a “sei zampe” quella formata da Enea Dalla Valentina e Maverick. Lui ha 48 anni ed è direttore commerciale e di produzione nell’azienda di famiglia e lei ha 4 anni ed è uno splendido esemplare di pastore australiano, figlia di Trilli, cane con un curriculum operativo di ricerche in superficie di tutto rispetto.

Premio meritato in quanto sono riusciti a portare il nome dell’Associazione Nazionale Alpini della sezione di Verona, a rappresentare l’Italia e la città scaligera al campionato mondiale di cani da soccorso a Parigi e all’International Mission Readiness Test di Zagabria, un riconoscimento che certifica la capacità dell’unità cinofila di intervenire come squadra di soccorso in qualsiasi parte del mondo, anche in condizioni estreme e di isolamento territoriale.

“Siamo molto orgogliosi dell’impegno di questi volontari che si riconoscono nei nostri valori alpini e portano avanti con coraggio e professionalità interventi e salvataggi ovunque venga richiesto il loro aiuto”, commenta Bertagnoli.

Dalle 17.00 circa del 23 agosto sulla città di Verona ed alcuni Comuni della provincia si è abbattuto un violento nubifragio accompagnato da raffiche di vento con velocità di anche 100 km/ora e con una intensa e violenta grandinata.

In pochi minuti, parti della città sono state ricoperte di alti strati di grandine che hanno bloccato molti tombini e grate per il deflusso delle acque piovane; tale imprevista situazione ha causato allagamenti in varie zone particolarmente a Veronetta, mentre il forte vento ha provocato la caduta o reso pericolanti centinaia di alberi di grosse dimensioni in varie zone della stessa città ( Torricelle, Borgo Trento, Borgo Venezia, cimitero monumentale ecc...).

La protezione civile ANA di Verona supportata dal 3° Raggruppamento in concomitanza con altre associazioni ed i vigili del fuoco, coordinati dal COC del comune di Verona, si è prodigata con celerità per soccorrere la popolazione in difficoltà.

Gli interventi sono stati di varia natura, dallo svuotamento di cantine e garage in zona Veronetta (vedasi via S. Alessio o via Giugno) al taglio piante (torricelle, San Michele, Borgo Venezia) operando in alcuni casi al limite della sicurezza sfruttando le capacità lavorative e l’inventiva di ogni singolo volontario (precedenti di mestiere e/o abilitazioni per l’utilizzo di attrezzature specifiche) .

Dal 23 agosto l’emergenza si è normalizzata solo il 28 con un intervento che ha coinvolto circa 30 volontari ANA della sezione di Verona, i quali sono riusciti a liberare molte viuzze interne del cimitero monumentale da tronchi e rami di alberi secolari (cipressi) abbattuti dal forte vento.

In qualità di coordinatore della protezione civile ANA sezione di Verona, sento il dovere di ringraziare il supporto del 3° Raggruppamento ANA e le sue varie sezioni, le associazioni di volontariato intervenute, le squadre della provincia, il Comune di Verona ed i vigili del fuoco intervenuti.

Sono orgoglioso di essere il coordinatore della sezione di Verona, le nostre squadre hanno dato il massimo impegno e supporto di uomini nel dare la possibilità di risollevarsi alla popolazione della nostra città, a loro va un mio grandissimo GRAZIE per ciò che siete in grado di dare in breve tempo e con forte senso civico in queste emergenze, non trovo parole tanto importanti per descrivere il vostro cuore.

Il Coordinatore

Filippo CARLUCCI

(fonte: www.larena.it)

La squadra Ana Valdalpone di Protezione civile è da 30 anni impegnata su scenari nazionali e internazionali e, dopo l’ alluvione di novembre 2010, punto di riferimento del territorio. La squadra dei 60 volontari oggi guidati da Claudio Maschi utilizzerà la baita come sala operativa in caso di necessità. I volontari oltre che per le alluvioni, hanno acquisito competenze anche per l’ antincendio boschivo. La squadra negli anni ha portato aiuto ai terremotati in Abruzzo, per l’alluvione in Veneto, dopo il terremoto in Emilia, per la neve nelle Marche e prima ancora nelle zone di Asti e della Val d'Aosta alluvionate, dopo la frana della Valtellina e il terremoto di Marche e Abruzzo, ma pure inquadrata nella missione Arcobaleno in Albania. Oggi la squadra (evoluzione del primo gruppo che venne guidato da Gino Chiappini e crebbe con Luca Brandiele) è uno degli elementi della colonna mobile nazionale che viene composta in caso di emergenza e, sul territorio, si occupa di formazione e prevenzione grazie alle esercitazioni. P.D.C.

View the embedded image gallery online at:
https://www.anaverona.it/itemlist?start=72#sigProId633adcc6cd

(fonte: www.ana.it ) “Esercitazioni come questa della Valborbera sono esperienze da ripetere, il più frequentemente possibile!”. Questa l’opinione condivisa dal Vice Coordinatore Nazionale delle Unità Cinofile di Soccorso della Protezione Civile dell’ANA Clemente Violino, e dal responsabile UCS del 1° raggruppamento Daniele Banchieri, e di tutti i quasi 60 partecipanti che si sono avvicendati, nelle giornate di sabato 25 e domenica 26 in Valborbera, tra le montagne dell’Alessandrino, per l’esercitazione delle UCS del 1° Raggruppamento.

Entusiasmo e soddisfazione espressi in modo generale dai volontari impegnati nella due giorni, giunti dai nuclei cinofili della Protezione Civile delle Sezioni ANA di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, che hanno potuto sperimentare le condizioni meteorologiche più disparate, dalla pioggia battente del sabato fino al limpido sole e alle rigide temperature quasi invernali della domenica.

“Un momento di formazione e di scambio di esperienze tra i vari operatori e gli istruttori davvero prezioso ed irrinunciabile – ha proseguito Clemente Violino – una occasione per lavorare davvero tutti insieme, tra unità provenienti dai vari territori, tra operativi e aspiranti tali”.

“Speriamo davvero di farne altre, magari ogni mese, anche se la cosa, davvero, al momento pare difficile – ha concluso – ma chissà, almeno ogni due o tre mesi, magari sfruttando le case dell’ANA presenti sul territorio nei momenti in cui queste sono libere da altri impegni, per crescere e migliorare sempre di più. Perché è in questo modo che si cresce davvero!”.

http://www.ana.it/…/unit-cinofile-di-soccorso-valborbera-da…

Si è svolto con grande soddisfazione da parte del nostro Nucleo Cinofilo da Soccorso ANA sezione di Verona nei giorni 4, 5 e 6 Novembre, il 1° Campionato Unità Cinofile da soccorso ANA. Presenti con una forte rappresentativa: Enea con Trilli in classe opertivi , In classe giovani promesse Enea con Maverick, Marco con Wendy Tommaso con Mabi, Paolo con Chloe' , Enrico con Artu' , Azaria con Adamo , Attilio con Elly, Eros con Marylin, Andrea con Diana, Mirko con Argo, Felix con Ade e con gli Istruttori Andrea , Fiorenzo , Miriam, Carlo, Marco e Beatrice. Hanno dimostrato un elevato livello di professionalità e di preparazione tecnica, classificando il nostro Nucleo Cinofili al 1° posto della graduatoria generale, davanti alle Unità Cinofile di Treviso e Bergamo. Podio per Enea con Maverick (1° posto) e Attilio con Elly (3° posto) http://www.canidasoccorso.it/

Enea con Maverick ( 1° posto)

Marco con Wendy ( 21° posto)

Tommaso con Mabi ( 22° posto)

Giampaolo con Chloe' ( 10° posto)

Enrico con Artu' ( 26° posto)

Azaria con Adamo  ( 16° posto)

Attilio con Elly ( 3° posto)

Eros con Marylin ( 5° posto)

Andrea con Diana ( 29° posto)

Mirko con Argo ( 7° posto)

Felix con Ade ( 27° posto)

 

Il giorno 2 Luglio scorso ha posato a terra lo zaino andando avanti nel paradiso di Cantore l’ex capogruppo Arnoldo Cristini classe 1934, orgoglioso di aver fatto parte del gruppo Asiago. Prendere il suo posto nel lontano 2002 non è stato semplice, anche perché ha condotto il gruppo per ben 33 anni. Ho sempre avuto una ammirazione per Arnoldo fin dal giorno della mia iscrizione al gruppo di Lugagnano.

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Durante la Prima Guerra Mondiale  la linea di separazione tra le posizioni italiane del Monte Baldo e quelle austriache di Creino, Stivo, Biaena, Faè e Val di Gresta fu a lungo costituita dalla Valle di Loppio, allora in parte occupata da un omonimo lago esteso 65 ettari. Dai due contrapposti blocchi montuosi, percorsi da reticoli di trincee, ricoveri e postazioni, durante tutto il conflitto le artiglierie si scambiarono pesanti e sistematici tiri distruttivi; la valle, invece, fu sottratta agli austriaci dalle nostre truppe di terra con audaci colpi di mano tra il 1915 e il 1916; tornò, però, sotto controllo austriaco nel maggio successivo, in concomitanza con la strafexpedition austriaca, quando i nostri comandi disposero il ritiro sui più sicuri contrafforti del Baldo.

Protagonisti dell’avanzata nella valle tra dicembre 1915 e gennaio 1916 furono il 42° battaglione bersaglieri, il 113° reggimento fanteria della brigata Mantova e gli alpini del battaglione Valdadige, comandato dal capitano veronese avv. Aleardo Fronza; nella 258a compagnia di esso operavano come comandanti di plotone i sottotenenti Cesare Battisti e Giorgio Bini Cima. Nella seconda metà di dicembre il Battisti con il suo plotone occupò alcune case di Loppio in località “Scudelle”, ne constatò le devastazioni subite a opera delle truppe nemiche e nella storica residenza dei Castelbarco, pure devastata, mise in salvo quanto poté dell’antico prezioso archivio ivi contenuto. Nella prima quindicina del gennaio successivo furono occupate stabilmente la cima del Carpeneda ed altre posizioni; il 14 gennaio, in particolare, come si legge nel bollettino di guerra firmato da Cadorna il 16 gennaio, “un nostro reparto occupò l’isolotto di Lago di Loppio”. Oggi quel lago non esiste più, essendo stato svuotato nel 1954 per la realizzazione del tunnel scolmatore dall’Adige al Garda. L’isolotto, però, roccioso e tondeggiante, emerge imponente dall’antico fondo del lago “come un grosso dente molare”; esso, incluso dal 1987 in una riserva naturalistica, apparteneva in origine, come tutto il circondario, ai nobili Castelbarco; sul finire del secolo scorso ospitò più campagne di scavo archeologiche, che ne misero in luce resti di antichi insediamenti a partire dall’età di Teodorico; nel 2000 fu acquistato dalla Provincia di Trento ed è ora affidato in custodia al Museo Civico di Rovereto che ne ha curato un’esemplare valorizzazione culturale e l’ha trasformato in parco archeologico ove svolgono il  tirocinio gli studenti della facoltà di Beni Culturali dell’Università di Trento. Vi sono stati rinvenuti frammenti di antiche anfore, monete di diverse epoche, una rarissima tomba a enchytrismos e altro. Tutto questo mai avrebbero immaginato i mitraglieri alpini del Valdadige che nel gennaio del 1916 lo occuparono scacciandone gli austriaci e lo presidiarono per mesi. Dal diario di uno di loro, il sergente Marcello Lucchini, sappiamo anche che il proprietario dell’isolotto, il conte Federico di Castelbarco, sottotenente di fanteria, manifestò tanta ammirazione e gratitudine per quegli alpini, che vendette loro l’isolotto al prezzo simbolico di una lira, stendendone su un rozzo tavolino regolare atto di vendita “ai signori alpini della sezione mitraglieri del battaglione “Val d’Adige”, comandata dai tenenti Alberti, Foresti”. Venditore ed acquirenti controfirmarono il documento, siglando l’evento con risate e solenni bevute, e formulando progetti di strade e case su quei 6400 metri quadrati di superficie, quanta è tuttora l’estensione dell’isolotto. Non abbiamo indagato se quell’atto sia poi stato regolarmente registrato da qualche notaio, né interessa agli alpini di rivendicare diritti di proprietà. Ci basta ricordare la parentesi serena che essi vissero su quell’isola, nella quale trovarono anche il tempo di dilettarsi andando a pesca in barca sulle acque del lago che la circondava. Oggi è motivo d’orgoglio poter ammirare sulle rocce alla base dell’isolotto due targhe che gli alpini vi collocarono: una, quale atto di presa di possesso, datata gennaio 1916, recante la scritta  “ 6° Regg.° Alpini / Battagl.ne Val d’Adige / Sezione Mitraglieri”; l’altra, datata marzo 1916, di intitolazione dell’isola come “ ISOLA CLOTILDE”: probabilmente un omaggio degli alpini a Maria Clotilde  di Savoia  (1843-1911), figlia primogenita del re galantuomo Vittorio Emanuele II e perciò zia di re Vittorio Emanuele III, cui essi avevano giurato fedeltà.  V.S.G.

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Carlo Zinelli (1916-1974) è stato più volte ricordato nel ‘Montebaldo’, come è inevitabile che accada per ogni alpino diventato famoso. Carlo è, infatti, un raffinato pittore che ha raggiunto la celebrità nella seconda metà del secolo scorso: un vero maestro dell’art brut che nella raffigurazione pittorica del proprio mondo interiore ha trovato una ragione di vita. Il tempo trascorso con gli alpini ha lasciato nel suo animo palesi tracce: il cappello, innanzi tutto, ma anche i fucili, gli scoppi e i muli. Queste immagini del mondo visibile sono però proposte in maniera estremamente semplificata, ridotte all’essenziale. Si pensi al cappello, che con la penna esprime l’essenza della partecipazione alla famiglia alpina: nelle prime esperienze figurative di Carlo compare per lo più con la penna, ma poi viene progressivamente semplificato e ridotto ad un semicerchio che poggia su un triangolino. Tutte le sue immagini sono, insomma, ridotte all’essenziale, prive di profondità perché affiorano dal mondo del sogno in cui costantemente viveva. Ma nel sogno lo spazio e il tempo non si articolano come nella veglia: anzi, nel sogno il tempo non esiste e vissuti recenti si pongono accanto all’ombra di ricordi lontani come in un film che intende ignorare il prima e il dopo. Così nell’immaginario di Carlo i lontani vissuti della vita militare si intrecciano con quanto affiora dalla quotidianità corrente. Ed ancora, un’altra peculiarità del grafismo di questo alpino-pittore è data dalla ridondanza del numero quattro. Ogni oggetto, in altre parole, viene rappresentato all’insegna del numero quattro: un numero magico che ha plasmato tante teorie, anche scientifiche, ed appassionato non poche dottrine: quattro, in effetti, sono i punti cardinali che invitano ad ordinare e ad accostare immagini e ricordi su di una superficie piana ed omogenea che, alla maniera delle icone della spiritualità ortodossa, ignora quella profondità che è l’attributo connotante del tempo.

Ho conosciuto Carlo tanti anni or sono, quando viveva al S. Giacomo e preferiva fumare piuttosto che conversare.  Se si pensa a quanto sia rara la firma nei suoi quadri – quadri inimitabili – si ha la misura di quanto la parola gli fosse estranea. Delle sue eleganti tempere, ormai esposte in tutto il mondo, si sono occupati critici insigni e letterati illustri come Dino Buzzati. Una vera ricchezza per la storia dell’arte veronese ed italiana, movimentata dalle raffinate composizioni di questo alpino un po’ bizzarro.

Naturalmente, il fascino che sprigiona la sua pittura vive di vita propria e non ha più nulla da spartire con quelle traversie che movimentano le giornate di ogni essere umano. Del resto, sono veramente tanti gli uomini e le donne che, in qualche Atelier, si cimentano con pennelli e colori ma ben pochi elaborano immagini dal fascino magico che emana dai disegni e dalle tempere di Carlo. Luciano Bonuzzi

Cent’anni fa, il 4 dicembre 1917, in uno dei momenti più difficili per l’Italia nel corso della Grande Guerra, dopo poco più di un mese dallo sfondamento delle nostre linee a Caporetto da parte delle truppe austro-tedesche, mentre si dedicava ad organizzare la ritirata e il ripiegamento dei reparti d’artiglieria della terza armata sul Tagliamento, venne colpito mortalmente sul Piave uno dei più eroici combattenti veronesi del nostro esercito, il giovanissimo maggiore d’artiglieria campale Carlo Ederle, noto come “la guida del Carso”. Primo di sei figli, di famiglia benestante, egli era nato il 2 dicembre 1892 da Albino e Adele Cavioli; fervente cattolico, s’era formato nelle scuole classiche veronesi e successivamente aveva seguito con esito brillante i corsi dell’Accademia militare di Torino, uscendone nel 1913 con le stellette di tenente. Pubblicò alcuni pregevoli studi d’argomento militare e venne assegnato all’80° reggimento d’artiglieria di stanza a Verona; nominato capitano nel 1915, allo scoppio della guerra combatté in Cadore; ma i Comandi, in considerazione della sua straordinaria preparazione tecnico-scientifica, lo destinarono al Centro Sperimentale d’Artiglieria di Ciriè (Torino). Ben presto, però, egli chiese di poter servire la patria tra i soldati combattendo al loro fianco.  Affabile, generoso, disponibile e sprezzante del pericolo, divenne capo degli osservatori d’artiglieria della terza Armata, fu ferito tre volte in combattimento e per il suo comportamento eroico sul campo di battaglia meritò tre medaglie d’argento e una croce di guerra francese. Ma quel 4 dicembre 1917, festa di Santa Barbara, patrona degli artiglieri, gli fu fatale: infatti, mentre a Zenson di Piave seguiva un’azione militare della fanteria, fu raggiunto da una pallottola di mitragliatrice che gli troncò la vita. Fu, come disse il Duca d’Aosta, un lutto per tutta la terza Armata e qualche settimana dopo il Re d’Italia motu proprio gli volle assegnare la medaglia d’oro al valor militare, oltre alla nomina a tenente colonnello. L’Università di Padova, presso la quale s’era iscritto alla facoltà di ingegneria, gli volle conferire la laurea ad honorem e ben presto la sua figura divenne simbolo ed esempio d’amor di patria e di dedizione eroica al dovere, tanto che in varie città e paesi vennero intitolate al suo nome vie, caserme, scuole, aule e gli vennero dedicati monumenti. A Verona opera la fondazione “Medaglia d’oro Carlo Ederle”, presieduta dal nipote dott. Andrea Ederle, la quale perpetua la memoria dell’eroe ed ha la propria sede presso il forte Biondella, ove è stato allestito un museo e dove nel 1952 venne collocata una bella statua opera dello scultore Egisto Zago. Vari scrittori, fra cui anche il fratello suo mons. Guglielmo Ederle, scrissero le sue note biografiche; artiglieri e alpini veronesi negli anni passati più volte resero onore a questo eroico concittadino di fama nazionale, la cui effigie compare nel Vittoriano a Roma; nel 1959 gli artiglieri in congedo donarono il monumento a lui dedicato in via Ederle e nel 2011 i gruppi alpini di Avesa e Parona celebrarono la sua memoria a Zenson. Quest’anno nel centenario della morte la Fondazione a lui intitolata ha organizzato il 10 settembre un pellegrinaggio a Zenson di Piave, in occasione del quale il nipote Andrea  ed il Comune di Verona, rappresentato dall’assessore Luca Zanotto, unitamente a sindaci della zona, parenti,  artiglieri, alpini ed altre rappresentanze d’arma hanno posato una targa commemorativa e deposto una corona. Il 21 settembre a Grezzana, paese d’origine della famiglia, s’è svolta un’articolata commemorazione di Carlo Ederle con l’intervento del dott. Andrea Ederle e del dott. Giordano Veronesi; infine il 3 dicembre l’Associazione Nazionale Artiglieri ha organizzato in suo onore una solenne cerimonia commemorativa nel Palazzo della Gran Guardia, con il patrocinio della Regione Veneto. L’auspicio è che tante iniziative facciano breccia nel cuore dei giovani ravvivando le loro conoscenze storiche e la coscienza d’identità nazionale.  V.S.G.

Nato il 23 agosto 1885 nella contrada Bernardi di Selva di Progno, nel cuore della Val d’Illasi, Fioravante Cisamolo aveva respirato e goduto in giovinezza la serena bellezza ed il quieto vivere della sua terra, là aveva il papà Amedeo, la mamma, fratelli e familiari, la moglie Caterina, il figlioletto Bruno, tanti sogni ed aspettative per la vita, e gli amici trombonieri, con i quali amava sparare i tradizionali trombini nelle feste della comunità. Ma la guerra, la Grande Guerra, gli distrusse tutto questo, lo allontanò senza pietà dalle persone care e lo condusse prima sull’Adamello, poi sul fronte orientale dove infuriava la battaglia, nel settore Plezzo, monte Rombon, rubandogli infine la vita in un sanguinoso combattimento sulle impervie pendici del Monte Cukla la mattina del 16 settembre 1916. Era quella, a detta del gen. Cadorna, la regione “forse più ingrata del nostro schieramento sul fronte alpino”, caratterizzata da dirupi e strapiombi.  Una vita, una delle tante, troppe giovani vite immolate sull’altare della patria. Dulce et decorum est pro patria mori, è dolce e decoroso morire per la patria, cantava il poeta latino Orazio, e tanti altri nel tempo gli fecero eco esaltando la bella eroica morte. Ma chissà se la pensavano così i milioni di morti inghiottiti dalle guerre del secolo scorso. Comunque Fioravante, caporale degli alpini, servì la patria con dignità, indossò con onore la divisa alpina della 250a  compagnia del battaglione “Val Camonica”, e il cappello con la nappina verde; il suo corpo fu sepolto nel cimiterino militare presso la cappelletta dell’Addolorata sul Cukla, nel 1921 fu trasferito nel cimitero di Plezzo e nel 1938 venne riesumato e traslocato nell’ossario di Caporetto, ora terra slovena. Di recente nella soffitta della casa avita, ben nascosto da oltre un secolo, i discendenti hanno ritrovato il prezioso trombino di Fioravante, il pronipote Franco lo ha ripulito e restaurato e, sull’onda delle memorie familiari e della commozione fatte rivivere da quel ritrovamento, è andato alla ricerca del prozio perduto, ha consultato carte d’archivio e con il sostegno degli alpini e dei combattenti e reduci del paese s’è spinto fino a Caporetto, odierna Kobarid. Qui, tra le oltre settemila pietre tombali raccolte nell’imponente e suggestiva mole piramidale a base ottagonale dell’ossario posto sul colle di S. Antonio, ha individuato quella di Fioravante. I gagliardetti hanno vegliato silenziosi dinanzi ad essa per rendergli l’onore delle armi; una commozione infinita ed il calore dei cuori e degli affetti familiari hanno riscaldato il gelido granito su cui è inciso il nome di Fioravante, il piccolo amato figlio di Selva di Progno, finalmente ricongiuntosi in spirito con i suoi cari. In quel silenzio ognuno ha compreso che il culto dei morti è il primo segno della civiltà di un popolo.  V.S.G.

A Caporetto onore caduto Fioravante Cisamolo

L’ex cimitero militare della frazione di San Valentino, nel comune di Brentonico, custodisce alcune lapidi recuperate nei piccoli cimiteri della grande guerra e disseminati nella zona. Tra queste lapidi, una in particolare riguarda gli alpini veronesi. Si tratta di un sasso inciso e raffigurante il fregio del 6° alpini, riportante grado militare e cognome. Il Caporale Della Valle Olindo ed i soldati: Conti Pietro, Santa Giuliana Lorenzo e Serpelloni Giovanni. Grazie alle ricerche condotte Dott. Dario Graziani ed ai dati che ha reso disponibili al Centro Studi ANA Verona, si è potuto risalire ai relativi fogli matricolari che riportano:


  • Caporale Dalla Valle Olindo di Alvise e Girelli Adelaide nato a Peschiera il 4.8.1892. Assegnato nel 6° rgt alpini 57° compagnia. Ucciso ore 4.16, anni 23 il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella di Campo per scoppio di proiettile d'artiglieria nemica.
  • Conti Pietro di Francesco e Cunego Angela nato a Cerro il 23.7.1884. Assegnato nel 6° reggimento alpini battaglione Verona 1905. Morto il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.
  • Santagiuliana Lorenzo di Santo e Tamellini Giustina nato a Bosco Chiesanuova il 28.12.1892. Assegnato nel 6° reggimento alpini, battaglione Verona 57° compagnia 21.9.1913. Ucciso, anni 23,  il 23.12.1915 nel baraccamento di Sella Campo per scoppio di proiettile di artiglieria nemica. Sepolto a Sella Campo.
  • Serpelloni Giovanni Graziadio di Luigi e Silvestri Maria nato a Castel d’Azzano il 10.1.1894. Assegnato nel 6° reggimento alpini 13.11.1914. Ucciso il 23.12.1915 in combattimento a Sella Campo.

Recentemente il Centro Studi ANA Verona ha potuto consultare i diari storici dei battaglioni alpini veronesi nella grande guerra presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e relativamente  al fatto citato sopra, che ha visto il decesso dei quattro giovani alpini, cita testualmente:

“23 Dicembre 1915 - La 58ª Compagnia da S. Giacomo si porta in avamposti a Doss Alto. Il Comando da M.te Varagna si trasferisce a Doss Casina. La 57ª Compagnia passa alla diretta dipendenza del Comando di Reggimento - Una granata da 105 colpisce una nostra baracca a Malga Campi, uccidendo 4 soldati della 57ª Compagnia e ferendone vari – la 57ª Compagnia si trasferisce a S. Giacomo.” Giorgio Sartori

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Lo stato maggiore austro-tedesco che guidava a Caporetto le armate che avrebbero prodotto una delle battaglie vittoriose più clamorose di tutta la grande guerra, poteva fare assegnamento su uno dei più brillanti ufficiali dell’Imperialregio Esercito austro-ungarico: il Gen. Alfred Krauss.

Il cinquantacinquenne ufficiale austriaco aveva il fisico e la mentalità del comandante di lingua tedesca che la memorialistica e l’iconografia ha tramandato ai posteri. Biondo, occhi azzurri, barba folta ma curata, fisico asciutto, sguardo severo, rigido con se stesso prima ancora che con i propri uomini, ma anche trascinatore di soldati. Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Eugenio, comandante nel giugno 1916 dell’Armata del Tirolo durante la Strafexpedition, aveva contribuito con i suoi studi sul campo ad innovare la strategia di guerra. Per primo aveva intuito che le battaglie in territorio alpino si potevano vincere senza dover occupare a tutti i costi le alte quote, ma anzi sfruttando le penetrazioni per fondovalle, costringendo a cadere per aggiramento le posizioni in montagna. Apprezzato per le sue idee dai comandi alleati germanici, durante l’offensiva Waffentreu, “fedeltà d’armi”, che portò le truppe austro-tedesche da Caporetto al Piave, al Gen. Krauss venne affidato il comando del I Corpo d’Armata formato dal meglio delle truppe asburgiche: la 3^ Divisione Edelweiss, la 22^ Schutzen, la 55^ A.U. formata da bosniaci, gli Jager tedeschi, truppe di montagna che operavano nell’alto settore dell’Isonzo, Rombon, Cukla, Sella Prevala, e che il 24 ottobre 1917 sfondavano la linea italiana a Plezzo.

Il 14 novembre 1917 i soldati di Krauss, stanchi di giorni di combattimento e di marcia, con un tempo spesso inclemente, giungevano infine ad Arten e Fonzaso, ai piedi del Monte Grappa. Krauss non aveva dubbi: ordinava ai suoi comandanti di divisione, Gen. Muller e Gen. Wieden, di scendere il primo verso la Val Brenta, il secondo verso la Val Piave. In tal modo si aggirava l’ostacolo del Grappa e si poteva giungere rapidamente nella pianura veneta. Ma questo rimarrà solo un suo desiderio irrealizzato.

Ad opporsi al suo ordine erano proprio i suoi comandanti di divisione che, fedeli all’ortodossia militare e appurato che l’effetto sorpresa di Caporetto ormai era svanito, dirigevano le proprie truppe sul Grappa, convinti che solo l’occupazione del massiccio montuoso avrebbe portato alla caduta della linea difensiva italiana ormai attestata dietro il fiume Piave.

Sono trascorsi esattamente cento anni da quelle giornate nelle quali molti comandi militari italiani e anche parte della politica pensavano che ormai tutto stesse per finire, tutto stesse crollando. Ma Caporetto fu una sconfitta, non una disfatta.

Contro tutti i pronostici negativi, l’Esercito italiano non si arrese, pur dovendo dolorosamente abbandonare lembi di territorio nazionale.

Mentre dall’Isonzo i fanti italiani ripiegavano verso il Piave, sull’Altopiano dei Sette Comuni si assisteva impotenti ad una delle sconfitte più terribili dell’intero conflitto. Gli alpini che solo quattro mesi prima avevano lasciato gli uomini migliori sulla fredda pietra dell’Ortigara, erano costretti a ripiegare su una nuova e meno esposta linea difensiva che doveva collegarsi verso oriente con quella che si stava costruendo sul monte Grappa. A dividere le due regioni montane, un profondo solco scavato tra altissime pareti a picco, percorso da un fiume, il (la) Brenta, che univa geograficamente attraversandole due regioni e due stati: il Trentino asburgico ed il Veneto italiano.

Così sul versante orientale dell’Altopiano, gli alpini si aggrappavano letteralmente all’orlo che sprofonda in Val Brenta e, ugualmente, su quello occidentale del Grappa, i fanti occupavano le elevazioni che scendono a picco sugli ultimi piccoli centri abitati della Valsugana. Sul fondovalle invece, occorreva erigere una barriera insormontabile per difendere Bassano e la pianura veneta.

Avevano vissuto il ripiegamento dall’Ortigara gli alpini del Battaglione Verona, prima impiegati sulle Melette di Foza, nel tentativo di fermare qui i reparti imperiali che scendevano rinvigoriti dalla winterstellung, poi trasportati in Val Brenta a difendere lo sbarramento che chiudeva la vallata tra Valstagna e Carpanè.

In effetti, nel novembre 1917, quando ancora in Altopiano si difendevano le Melette e sul Grappa i reparti imperiali attaccavano i primi contrafforti settentrionali del Tomatico e del Roncone, la difesa della valle era stata affidata alla 52^ Divisione, ancora al comando del Gen. Como Dagna. Era la divisione alpina dell’Ortigara, che ora operava in Val Brenta, la cui particolare conformazione orografica ne fa ancora oggi un territorio di vocazione montana. Gli sbarramenti posti sulla strada e sulla linea ferroviaria che attraversavano il confine tra Trentino e Veneto, constavano soprattutto di reticolati e cavalli di Frisia, di postazioni di mitragliatrici, di centinaia di sacchetti di terra che si ergevano a formare trincee: il primo sbarramento era alla stretta di S. Marino, il secondo a Rivalta, il terzo a Valstagna e l’ultimo ad Oliero.

Tutti facevano sistema con le rocce che salivano sulle adiacenti pareti dell’Altopiano dei Sette Comuni e del massiccio del Grappa.

E puntuale arrivava anche l’attacco austro-ungarico.

Il 23 novembre 1917, alle ore 6,30, un violento fuoco di artiglieria si abbatteva sulle trincee italiane dello sbarramento avanzato di S. Marino. Erano difese dagli alpini dei Battaglioni Vestone e Valtellina, in rincalzo lo Spluga, al comando il Capitano Tiburzi Rean, comandante del Vestone. Pronta arrivava la risposta delle batterie italiane, ma ben presto i contatti con il presidio avanzato erano interrotti e non si riusciva a sapere cosa succedeva. Solo dopo alcune ore si veniva a conoscenza che i difensori sulla riva sinistra Brenta erano stati fatti prigionieri perché aggirati da reparti austriaci scesi da Col Bonato (Grappa); due pezzi di artiglieria da montagna appostati nella galleria ferroviaria erano stati fatti saltare. Il presidio della riva destra invece era intatto.

Si ordinava di irrobustire il retrostante sbarramento Col Carpenedi-Grottella, a Rivalta, mentre venivano fatti avanzare verso la riva sinistra del Brenta gli alpini dei Battaglioni Valtellina e Monte Baldo.

Inevitabile giungeva l’ordine del XX Comando d’Armata di contrattaccare, compito affidato gli alpini dei Battaglioni Morbegno, Val d’Adige, Valtellina e Spluga, ma poiché a sera la situazione non migliorava, alle ore 3 di notte veniva dato l’ordine agli alpini di riva destra e a quelli contrattaccanti sulla sinistra di ripiegare verso La Grottella.

Le perdite erano elevate: 10 ufficiali feriti e 26 dispersi, 8 morti, 44 feriti e 504 dispersi tra la truppa.

L’occupazione dello sbarramento di La Grottella era rinforzato: sulla riva destra del Brenta con gli alpini dei Battaglioni Spluga e Vestone; sulla riva sinistra Brenta con gli alpini del Battaglione Verona. Sono tutti affiancati da compagnie mitragliatrici.

I lavori difensivi, grazie anche all’apporto del Genio, proseguivano alacremente, mentre l’offensiva austro-ungarica era per il momento sospesa: troppo alte le perdite e lo stesso Imperatore Carlo I ordinava di fermare l’attacco in Altopiano.

Ma ai primi di dicembre, su pressione del Gen. Conrad, comandante delle Truppe del Tirolo, riprendeva l’attacco imperiale contro le sovrastanti Melette con l’obiettivo di occuparle, scavalcarle e raggiungere la Val Vecchia, porta di ingresso verso la sottostante Valstagna e di conseguenza della Val Brenta.

Il 5 dicembre 1917 l’attacco austro-ungarico in Altopiano raggiungeva il suo apice: conquistate le Melette, le truppe imperiali dilagavano verso il basso. Mentre Foza bruciava, si occupavano le quote del San Francesco, del Sasso Rosso e del Cornone, ultime elevazioni a precipizio sulla Val Brenta. Nel pomeriggio, i reparti imperiali imboccavano in discesa la strada della Val Vecchia, dove però l’energico intervento del Gen. Andrea Graziani (comandante del I Raggruppamento Alpino) aveva arrestato il ripiegamento delle truppe italiane verso Valstagna ed era riuscito ad imbastire una nuova linea difensiva davanti la seconda galleria della rotabile: gli austriaci non passavano e la Val Brenta era salva.

Nella stessa giornata, l’attacco imperiale si era pronunciato anche in fondo Val Brenta contro lo sbarramento de La Grottella.

Verso le ore 11 del 5 dicembre l’ala sinistra dello sbarramento della Grottella veniva posto sotto il tiro dell’artiglieria austriaca, bombardamento che alle ore 15 diventava violentissimo specialmente verso La Grottella, dove erano in linea gli alpini del Battaglione Verona e due compagnie mitragliatrici, la 936^ e la 661^.

Alle 15,30 i fanti imperiali, infagottati nei loro ampi cappottoni grigi, avanzavano dall’abitato di Costa, ma venivano arrestati dal fuoco delle mitragliatrici italiane e dei piccoli calibri che accompagnavano gli alpini.

Alle 16, dopo un ulteriore violento bombardamento che spandeva fumo in tutta la valle impedendo la visuale della zona agli osservatori, ripartiva l’assalto imperiale, nuovamente arrestato dagli alpini del Verona. I comandi italiani, avendo scorto numerose riserve dietro S. Marino, ordinavano il bombardamento sui rincalzi austro-ungarici, procurando gravi perdite.

Alle ore 17 tutto era finito e la Val Brenta era ancora italiana. Anche la classe ’99 aveva sostenuto con onore il battesimo del fuoco.

Si dovevano però lamentare dolorose perdite:

Battaglione Verona 5 morti e 6 feriti, Battaglione Valtellina 1 morto e 7 feriti, Battaglione Vestone 1 morto e 4 feriti, Battaglione Spluga 4 morti e 15 feriti.

Ma la strada per Bassano era definitivamente chiusa ed il plauso del Gen. Graziani alle truppe sugellava una giornata difficile ma per certi versi vittoriosa.

La Val Brenta vedrà un’ultima battaglia l’11 dicembre successivo.

Per impegnare le truppe austriache in quel momento in attacco sul Grappa contro Col Caprile e Col della Berretta, il Comando del I Gruppo Alpino ordinava alle ore 10 di far uscire in avanscoperta delle forti pattuglie, formate dagli alpini del Battaglione Verona, del Battaglione Spluga e del Battaglione Vestone, che dovevano operare contro il settore di S. Marino al fine di simulare un attacco in Val Brenta.

L’artiglieria di ambo gli schieramenti faceva sentire la sua voce, mentre gli alpini del Verona attaccavano l’ala difensiva sinistra austriaca, all’imbocco della Val d’Asta, con lancio di bombe a mano e con intenso fuoco di fucileria contro i posti di guardia imperiali. Alle ore 13 l’azione terminava avendo conseguito il suo scopo.

Venivano proposti per ricompense al valore per il Battaglione Verona il Ten. Giovanni Alberti, i sergenti maggiori Gino Digiuno e Antonio Rossi, il caporale Eugenio Candotti, gli alpini Pietro Piccoli, Giuseppe Giorgioni, Giovanni Castellunga, Eugenio Baroni e Pietro Sampa.

Anche grazie a questi piccoli ma significativi episodi, l’Esercito e i suoi Alpini potevano ora guardare con fiducia al futuro. Paolo Volpato

“Ero nella Guardia alla Frontiera e mi mandarono negli sciatori alpini. Mi chiesero se sapessi sciare e gli risposi di no, così mi mandarono in prigione, altrimenti ero destinato alla Russia. Avevo già perso mio fratello Silvino in quella terra e là non ci volevo andare anch’io”.

Cesare Mainenti, classe 1922 di Erbezzo, presidente dei Combattenti e reduci da più di 35 anni, prigioniero di guerra, dapprima catturato dai tedeschi e passato poi in mano ai russi, ne ha da raccontare.

“Mi trovavo a Resia ( Bolzano), quando il mio reparto si arrese dopo tre ore di resistenza contro i tedeschi, erano le 20. Ricordo i colpi di mitraglia. Mi ero nascosto; quando i tedeschi misero tutti i miei compagni allineati, uscìì e uno degli avversari, appena mi scorse,  tentò di uccidermi. Ma uno di loro, con cui avevo montato la guardia giorni prima, se ne accorse, mi spogliò di tutto, mi mise in fila e così facendo mi salvò la vita. Venni condotto in un campo di concentramento tedesco (ora Stargard, Polonia. ndr ). C’erano le guardie ai quattro angoli del campo, dovevamo restare distesi, altrimenti era un colpo di pistola alla testa. Da mangiare ci davano solo un brodo, verso le 15. Il Piero di S.Anna ( d’Alfaedo ndr ), non riusciva a saltar fuori dalla branda da tanto era indebolito dalla fame. Dopo circa un mese fui trasferito in un altro campo di prigionia tedesco. Un giorno arrivò un industriale germanico che costruiva baracche di legno, a cui servivano 20 uomini di fatica e pretese che fossero del nord Italia. Fui uno di quelli. La mia mansione era facchino, trasportavo il legname dalla fabbrica alla stazione e viceversa. Avevamo talmente fame che mangiavamo le bacche delle piante che trovavamo lungo il percorso. Mangiai anche la biada dei cavalli e lì rischiai la vita da quanto stetti male poi. Ricordo anche che un giorno venne un tedesco con la pistola a perquisire gli alloggi. Me la puntò la pistola addosso quando vide che sotto al materasso avevo una tenaglia e un filo di ferro, ma se ne andò quando lui capì che li usavo per legare le suole delle scarpe da tanto che erano fragili. Ci sono stati giorni in cui ci davano da scegliere se mangiare un paio di patate o avere due sigarette. Sceglievo le patate, ma ne avanzavo sempre e le nascondevo nei calzini puzzolenti, per dividerne poi col mio compagno che preferiva sempre le due sigarette. Dopo 18 mesi di prigionia, arrivarono i russi e i tedeschi fuggirono abbandonandoci, ma la nostra situazione peggiorò: non mangiammo per 20 giorni. Ricordo che un giorno i russi proiettarono un film come fossimo in un cinema. Accanto a me si sedette un russo:” Ah, italiano! Mussolini! Bravo Mussolini!” BANG! Lo vidi morire sotto i miei occhi: un suo compagno russo lo freddò perchè non sopportava che sostenesse il Duce. Per conto loro, trasportammo le munizioni e armamenti che avrebbero dovuto raggiungere il fronte. Finalmente raggiunsi la frontiera del Brennero il 22 ottobre del 1945, dopo quasi 4 anni lontano da casa di cui due in prigionia. Ma ghe ne sarea da contar..”

Racconta, Cesare, intervallando con momenti di commozione, quei ricordi: la famiglia, i fratelli al fronte, gli amici che con lui ritornarono, i patimenti, eppure sorride ancora.

“ Cesare- gli chiedo- ma è vero che non sapevi sciare?” “ Certo che sapevo sciare- risponde con un sorriso- ero sempre tra i primi”.

Quel ‘no’ che gli salvò, probabilmente, un’altra volta la vita.

Lucia Zampieri

Sfoglio nella mia rubrica del telefono e trovo numeri di amici che sono andati avanti, ma non ho la forza di cancellarli. Guardo l’ultima immagine caricata da loro, l’ultima foto, l’ultimo messaggio.

Era solo un bambino piccolo, Alfredo, quando rimase orfano di entrambi i genitori, figlio di un italiano nato a Ronconi, emigrato in California, a Grangeville.

Alfredo era nato in America il 2 gennaio del 1921, ma dopo poco il padre morì e parenti ed amici fecero una colletta per far sì che il piccolo Alfredo e la sua mamma ritornassero in Italia. Dopo qualche tempo, la giovane vedova si risposò con un vedovo che già aveva tre bimbi, ma morì incinta a causa di una malattia. Così il piccolo Alfredo fu allevato da alcuni parenti di Romagnano.

Gli anni trascorsero e anche per il giovane americano, ormai italiano a tutti gli effetti, alto, biondo, dagli occhi celesti, venne il momento di servire la patria. Solo un anno dopo il congedo dalla leva, fu richiamato e inviato in guerra. Era il 10 settembre del 1943, si trovava a Pec ( Albania ) presso il 44° settore Guardia alla  catturato da bande albanesi favorevoli ai tedeschi. Fu disarmato ed avviato al campo di concentramento di Wietzendorf, in Germania. Da lì, il trasferimento in altri campi di concentramento fino al campo di lavoro di Magdeburg.

Trovo una sua testimonianza: «Sono stato in un porto sulla foce dell'Elba e poi in una fabbrica di munizioni dove lavorando a fianco di un tedesco ho potuto imparare qualche parola, perché ogni lavoro che sbagliavo erano botte e sgridate. È stato così che, quando si presentò un tedesco a chiedere se qualcuno sapesse fare il muratore, mi sono subito offerto perché avevo capito cosa avesse chiesto e soprattutto volevo uscire da quella fabbrica dove sarei morto di fame e di botte».

Lì vi rimase fino all’arrivo degli alleati il 02.04.1945 e raggiunse la frontiera il 17.09.1945, ben 5 mesi dopo.

Alfredo raccontava la sua esperienza, tramandava il ricordo. L’ultima volta che partecipò ad una manifestazione alpina fu al 144° anniversario delle truppe alpine tenutasi in piazza Bra  nell’ottobre del 2016. Incrociai il suo sguardo e scattai questa foto, accanto ad un altro grande reduce alpino del fronte russo, Giuseppe Pippa, del sesto alpini battaglione Verona.

Avevo già recuperato informazioni, notizie durante le mie ricerche e dovevamo incontrarci per fare l’intervista, ma, la mattina antecedente l’appuntamento, iniziò il suo calvario e, dopo una breve malattia, il 25 giugno, raggiunse i suoi commilitoni caduti.

Cerco tra gli incartamenti d’archivio e trovo la sua firma composta, ordinata, calligrafia d’altri tempi; scorro nei miei ricordi e trovo i suoi occhi, il suo sorriso, il suo sguardo, dove ogni piega della pelle raccontava la Storia, quella vera, tra gli ultimi testimoni, difficile da dimenticare e cancellare. Lucia Zampieri

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